Partito Comunista Italiano

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Documento congressuale PCP/capitolo II: Con i lavoratori e il popolo. Democrazia e socialismo

A cura del Dipartimento Esteri del PCI prosegue la pubblicazione delle Tesi del XX Congresso del Partito Comunista Portoghese, tenutosi ad Almada dal 2 al 4 dicembre 2016. Dopo la pubblicazione, giorni fa, del primo capitolo (“Situazione Internazionale”) proseguiamo pubblicando la Tesi 2, “ Situazione Nazionale”. Il nostro ringraziamento va ancora alla compagna Nunzia Augeri, del Dipartimento Esteri del PCI, che prosegue la traduzione delle intere Tesi. ( Fosco Giannini).

 

Capitolo II

La situazione nazionale

2.1 La politica di destra e la situazione del paese

Il Portogallo rispecchia il risultato dei problemi accumulati in decenni di politica di destra e di integrazione capitalistica nell’Unione Europea, ad opera di PS, PSD e CDS-PP, e peggiorati con i Patti di stabilità e di crescita e con il Memorandum firmato con il FMI, la BCE e la Commissione Europea. La politica di destra è stata denunciata dal PCP, che l’ha definita una politica per la ripresa dei capitalisti, dei grandi proprietari terrieri e degli imperialisti, con un chiaro contenuto di classe, al servizio del grande capitale che cerca di cancellare le conquiste della Rivoluzione d’Aprile. Una politica che mette in luce la vera natura, le contraddizioni e la crisi strutturale del capitale e che si dimostra incapace di dare una risposta ai problemi nazionali. Un fattore, in sé, che debilita l’indipendenza nazionale.

La crisi, la perversione del regime democratico, il declino economico, l’intensificarsi dello sfruttamento, la regressione sociale, l’impoverimento culturale e il degrado ambientale, sottolineano la natura periferica e dipendente del paese: questi sono i tratti che emergono da un processo controllato dal grande capitale e dalle grandi potenze, che minaccia seriamente la sovranità e l’indipendenza nazionale, insidia il presente e il futuro del paese, e va urgentemente bloccato e superato.

Il processo di integrazione nell’Unione Europea, collegato al processo contro-rivoluzionario, ha condotto il paese a una situazione che presenta le caratteristiche tipiche del capitalismo monopolistico di Stato, in un contesto in cui lo Stato portoghese si trova sempre più subordinato, dominato e colonizzato nel quadro dell’Unione Europea, e in generale dall’imperialismo e dalle sue strutture.

Malgrado l’importanza e il significato della sconfitta del governo PSD/CDS-PP e degli obiettivi più immediati del grande capitale, resa possibile alle elezioni del 4 ottobre 2015 dalla lotta dei lavoratori e della popolazione e dall’azione decisiva del PCP, la realtà del paese dimostra sempre più chiaramente la necessità e l’urgenza di abbandonare le politiche di destra. Opporsi agli interessi e al dominio del capitale, e alla subordinazione all’Unione Europea e all’euro, aprendo la via a una politica patriottica, alternativa e di sinistra, potrà far rivivere il valori dell’Aprile e affermarli nel futuro del Portogallo.

2.2 L’evoluzione dell’Unione Europea

Il deteriorarsi della situazione nazionale è il risultato di decenni di politiche di destra e di trent’anni di integrazione nell’Unione Europea, un processo che in Portogallo è stato portato avanti dal PS, PSD w imitano e dal CDS/PP.

Le politiche di destra e la subordinazione all’Unione Europea e all’euro limitano e mettono a repentaglio la possibilità di uno sviluppo sovrano per il paese, e subordinano la sua politica interna ed estera alla strategia delle grandi potenze europee, degli USA e della NATO.

Oggi il Portogallo è un paese più periferico, dipendente e vulnerabile. Invece della promessa “coesione economica e sociale”, l’Unione Europea è caratterizzata da una enorme e crescente asimmetria nello sviluppo economico, da un’accelerata concentrazione e centralizzazione del capitale e dall’imposizione di un maggiore sfruttamento e regressione sociale.

Il periodo compreso fra il XIX e il XX Congresso del PCP ha dimostrato ancor più chiaramente la natura di classe dell’Unione Europea. Si tratta di una struttura configurata dagli interessi e dalle esigenze del grande capitale, nella fase imperialista dello sviluppo capitalistico, progettata e usata come uno strumento e un’arena di dominio da parte dei grandi monopoli europei e transnazionali, tesi a concentrare il potere nelle mani delle maggiori potenze capitalistiche d’Europa e delle istituzioni sovranazionali che esse dominano.

In questi ultimi quattro anni si sono rafforzati i pilastri del militarismo e del neoliberismo. Si è accentuato il federalismo, sia pure in un contesto di crescenti contraddizioni, come un processo di concentrazione e centralizzazione del potere politico sovranazionale, articolato e al servizio del grande capitale transnazionale, sotto la continua direzione delle organizzazioni che rappresentano i grandi padroni europei nel processo legislativo. La sempre maggiore concentrazione e centralizzazione del capitale esige la concentrazione e centralizzazione del potere politico. Successivi scandali fiscali che hanno coinvolto le istituzioni dell’Unione Europea (luxleaks,offshoreleaks, Panama papers, fra gli altri) e la rotazione di alti funzionari fra i centri decisionali delle multinazionali e il capitale finanziario e le istituzioni europee, confermano la complicità e la fusione di questa con il grande capitale.

L’azione delle grandi potenze, come Francia e Germania, impone e approfondisce i rapporti di dominio politico ed economico di natura coloniale entro lo spazio dell’Unione Europea, calpestando apertamente la democrazia e la sovranità dei paesi.

Sono stati quindi rafforzati gli strumenti di dominio economico e politico dell’Unione Europea. L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha stimolato un rinnovato processo di concentrazione e centralizzazione del potere.

L’euro si è confermato come progetto politico del big business europeo. L’Unione economica e monetaria e l’euro favoriscono gli obiettivi di intensificare lo sfruttamento e il dominio economico derivanti dalla natura e dallo sviluppo del processo di integrazione capitalistica. L’euro non è stato un “scudo di protezione contro la crisi”, ma è piuttosto uno dei fattori principali dell’attuale crisi economia e finanziaria.

I problemi e le difficoltà che angustiano l’Unione Europea e la zona euro derivano dalla stessa natura del processo di integrazione, dai suoi pilastri politici e ideologici inseriti nei trattati e che ne determinano le politiche e le azioni. Stati sprofondati in processi di distruzione economica; una crescita incontrollabile, a livelli insopportabili, del debito pubblico dei paesi; la permanente instabilità dei sistema finanziario; la contrazione della domanda di beni e della produzione industriale; la deindustrializzazione di vari paesi della cosiddetta “periferia”; una crisi sociale molto profonda, chiaramente riflessa negli alti livelli di povertà e di disoccupazione; la stagnazione economica e il trend deflazionistico; l’intensificarsi delle dinamiche speculative con i rischi connessi – tutto questo dimostra che i problemi e le difficoltà dell’Unione Europea e in particolare della zona euro sono ben lungi dall’essere superati e che non esiste neppure la minima prospettiva di superarli. Non si possono scartare delle ipotesi come una riconfigurazione della zona euro, e neppure della sua implosione. La crisi dell’euro ha spazzato via l’illusione di un’Unione Europea come spazio di convergenza e coesione, e ha rivelato, con violenza brutale, le dinamiche di divergenza e diseguaglianza che la caratterizzano.

L’Unione economica e monetaria ha condotto al degrado del livello di vita e delle condizioni di lavoro, e alla distruzione dei sistemi produttivi più deboli.

In nome dell’euro e della conformità ai suoi criteri è stata accelerata la privatizzazione di imprese e settori strategici, sono stati attaccati i diritti sociali e del lavoro, e sono stati colpiti con forza i servizi pubblici e le funzione sociali dello Stato. L’euro ha acutizzato le diseguaglianze fra i diversi paesi e fra molti paesi e l’Unione Europea.

La risposta dell’Unione Europea alla crisi economica nella zona euro non ha risolto alcuna delle sue contraddizioni, ma le ha piuttosto peggiorate. Le dinamiche di tensione e di confronto – derivanti dall’imposizione di una moneta unica in situazioni asimmetriche – sono permanenti e tendono a intensificare le contraddizioni (anche fra le grandi potenze), mettendo seriamente in dubbio la stabilità e la durata dell’Unione economica e monetaria nell’Unione Europea.

Alla periferia della zona euro, gli Stati sono stati privati degli strumenti di politica economica e monetaria e non hanno alcuna protezione di fronte alla crisi, con una ricaduta nella recessione. Misure come i bassi tassi di interesse o la liquidità fornita dalla BCE non portano a nuovi investimenti e consumi, ma tendono a esaurire i loro effetti alimentando nuove dinamiche speculative. Il debito pubblico è andato alle stelle e oggi raggiunge somme colossali, creando enormi ostacoli al finanziamento degli Stati e agli investimenti pubblici. La coesistenza di grande liquidità e di instabilità europea e mondiale alimenta l’entità e la volatilità dei flussi finanziari, un fattore che impatta pesantemente sui tassi di interesse. Gli stimoli di bilancio sono resi sempre più difficili dai ferrei limiti e regolamenti dell’Unione economica e monetaria.

L’euro ha chiuso in una trappola paesi come il Portogallo. Senza una propria moneta, senza una banca centrale come prestatore di ultima istanza per assistere lo Stato e le banche quando fosse necessario, si arriva a una totale dipendenza dai “mercati finanziari” e dalle decisioni delle agenzie di rating, oppure – il che non è meglio – dalla BCE, dall’Unione Europea e dal FMI.

L’euro e l’EMU non sono un problema meramente economico e tecnico. Sono soprattutto una questione politica in contrasto con i diritti fondamentali dei popoli, un progetto incompatibile con lo sviluppo economico e sociale, con l’affermazione sovrana di un popolo e di un paese. Non ci può essere alcuna “riforma democratica” o “lettura intelligente” che cambi la natura di classe dell’euro e dell’EMU.

La “risposta alla crisi” che difende gli interessi del grande capitale e il dominio delle grandi potenze ha creato le condizioni che giustificano una svolta securitaria e autoritaria all’interno, e militarismo e interventismo all’estero.

Quelli che cinicamente si designano come “programmi di assistenza finanziaria”, lanciati durante il periodo della crisi, erano e sono strumenti per attuare violente misure di sfruttamento e di rapina, sia sul lavoro che sulle risorse pubbliche, e per spingere vari Stati, attraverso il meccanismo del debito, in una posizione di dipendenza e subordinazione alla strategia dell’Unione Europea. Ma sono anche strumenti usati per difendere gli interessi delle grandi banche europee e come autentici “ballons d’essai” per una nuova e più severa struttura politico-istituzionale di dominio entro lo spazio dell’Unione Europea.

Nella zona euro la crisi è stata usata per riconfigurare le politiche europee, per spingersi più avanti sulla strada dell’EMU e per trasferire il potere dagli Stati membri alle istituzioni dell’Unione Europea in settori come le politiche economiche, di bilancio, sociali, del lavoro e del sistema finanziario.

L’imposizione del Fiscal Compact, i pacchetti della “governance” economica, il semestre europeo – con la vigilanza poliziesca sulle politiche economiche e di bilancio e le procedure per deficit eccessivo e per squilibri macroeconomici – e le regole di condizionamento macroeconomico per l’allocazione dei fondi europei, rappresentano – insieme con le “direttive” contenute nella Strategia 2020 – una rete di vincoli inaccettabili che aumentano sempre più la subordinazione degli Stati con le economie più deboli e dipendenti, mentre beneficiano gli interessi delle principali potenze capitaliste che determinano il corso dell’Unione Europea, e rafforzano gli obiettivi di dominio del grande capitale.

C’è in corso un processo per attenuare la separazione delle competenze fra l’Unione Europea e gli Stati membri, per cui questi sono sempre più privati dei pochi strumenti rimasti con cui potrebbero affrontare le difficoltà. Oggi le istituzioni dell’Unione Europea esercitano un rigido controllo sulle politiche e sui provvedimenti degli Stati che, in alcuni settori, vanno oltre quanto previsto nei Trattati. Imponendo le cosiddette “riforme strutturali”, l’Unione Europea cerca di intervenire direttamente in materie come i salari, la legislazione del lavoro e la contrattazione collettiva, le politiche sociali, le funzioni sociali dello Stato e i servizi pubblici.

Gli ultimi anni hanno confermato che ogni politica in difesa della giustizia sociale, della sovranità nazionale e favorevole agli interessi e ai diritti dei lavoratori e dei popoli, anche se solo in maniera timida o parziale, va inevitabilmente a scontrarsi con i dettami dell’Unione economica e monetaria e con l’euro.

Il grado di ingerenza e di condizionamento imposto dall’Unione Europea – chiaramente manifesto nel processo ricattatorio subito recentemente dal Portogallo, con la minaccia di multe e di sospensione dei fondi strutturali – conferma che la subordinazione del paese all’euro è di fatto insostenibile.

Quanto successo recentemente in Grecia conferma che è illusorio cercare risposte e soluzioni entro il contesto di imposizioni e forzature provenienti dall’estero, cioè dall’Unione Europea, e dimostra la necessità di una ferma e coraggiosa determinazione a difendere la sovranità e i diritti legittimi del paese, quando si è di fronte a ingerenze, ricatti e pressioni. La Grecia ha dimostrato chiaramente l’atteggiamento dell’Unione Europea e degli altri centri decisionali al servizio del capitale transnazionale, che ricorrono perfino al ricatto e alle rappresaglie per schiacciare e soffocare ogni volontà di affermazione nazionale. Questo processo prova in quale misura la rottura con l’euro, la rinegoziazione del debito e il controllo pubblico sul settore bancario siano elementi e prerequisiti centrali per un’efficace politica di sviluppo sovrano nel Portogallo.

L’Unione bancaria è una massiccia operazione di centralizzazione e concentrazione del settore bancario nell’Unione Europea, e rappresenta uno dei passi più importanti – da un punto di vista strutturale – dopo la creazione dell’euro. Ha l’obiettivo di impedire qualsiasi forma di controllo del sistema finanziario da parte degli Stati nazionali. Con la centralizzazione di supervisione e controllo nelle mani della BCE, si tende a salvaguardare, soprattutto e in ogni circostanza, gli interessi del capitale finanziario, ponendolo sotto la “protezione” della BCE, “al riparo” da eventuali politiche nazionali tese a porre il sistema finanziario al servizio delle strategie pubbliche di sviluppo nazionale sovrano. L’Unione bancaria istituzionalizza e centralizza gli strumenti che permettono di incanalare fondi pubblici verso le banche in maniera sempre più rapida e opaca.

L’Unione bancaria e il rafforzamento dei meccanismi del Patto di stabilità e crescita convergono nel progetto di approfondire e completare l’Unione economica e monetaria. Giustificati con il pretesto di “superare i punti deboli dell’EMU”, di “rafforzare la dimensione sociale”, di risolvere il problema della “legittimità democratica” e di “creare strumenti di protezione da future crisi”, la cosiddetta “relazione dei cinque Presidenti” (redatta e sottoscritta dal Presidente del Consiglio Europeo, della Commissione Europea, dell’Eurogruppo, della BCE e del Parlamento europeo) sistematizza le idee di fondo per accelerare l’integrazione in una prospettiva sempre più federalista, in quattro settori chiave che corrispondono ad altrettante unioni: economica, finanziaria, politica e di bilancio.

La retorica che avvolge un falso “cambiamento” e la drammatizzazione di una possibile “morte del progetto europeo” – un discorso in cui la socialdemocrazia svolge un ruolo centrale – tende a un nuovo balzo in avanti in senso federalista.

L’allargamento del mercato unico a nuove aree, focalizzato su settori strategici, in particolare sui cosiddetti “monopoli naturali” e sulle funzioni sociali, cerca di generare nuove privatizzazioni e favorire la concentrazione monopolistica. Le sue regole consacrano la libera circolazione delle merci, dei servizi e del capitale, la cosiddetta “libera concorrenza” e la rimozione o anche il rigoroso divieto di intervento diretto degli Stati nei settori interessati. Sono i casi del mercato unico digitale, dell’unione energetica, del cielo unico europeo, del mercato unico dei trasporti, il pacchetto delle quattro linee ferroviarie, il rafforzamento del mercato unico in materia di servizi, reti e infrastrutture, e anche i mercato unico dei capitali, in articolazione con l’Unione bancaria.

Revisioni successive della Politica Agricola Comunitaria, sempre più dettate dagli interessi del grande business agricolo, hanno spinto verso la liberalizzazione, distruggendo quasi tutti gli strumenti pubblici di regolazione delle forniture e di protezione dei prodotti nazionali, accelerando la concentrazione e minando i modelli produttivi basati sull’agricoltura piccola e media. La crisi nell’agricoltura e nell’allevamento può acutizzarsi se verranno firmati gli accordi commerciali come il TTIP o il CETA o quello con il Mercosur.

La Politica Comune sulla pesca, con le sue riforme successive, è sempre più slegata dalla realtà, trascura la situazione specifica di paesi come il Portogallo e smantella quasi tutti gli strumenti di regolazione del mercato ittico, in questo settore sempre più liberalizzato. La situazione conferma la necessità di rovesciare le norme che attribuiscono una competenza esclusiva all’Unione Europea per la gestione delle risorse marine viventi.

L’adozione del Quadro Finanziario Pluriennale (MFF) 2014-2020, che resta al di sotto dell’1% del PIL degli Stati membri, e il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici, noto come Piano Juncker, nega ogni priorità alla coesione e alla solidarietà nell’Unione Europea, e tende invece a garantire un maggior drenaggio di risorse ai gruppi monopolistici e alle grandi potenze. La priorità data alle imprese esportatrici, a spese di quelle che producono per il mercato interno, peggiora ulteriormente la dipendenza del nostro paese dall’estero, facilitando il dominio sul mercato interno portoghese a paesi come la Germania o la Spagna, a spese del Portogallo.

L’intensificarsi del mercato unico e gli effetti asimmetrici delle politiche comunitarie sono stati accompagnati da una riduzione del bilancio dell’UE, impedendo ogni possibile dimensione redistributiva. Il risultato è inevitabile: maggiore divergenza, maggiore asimmetria, maggiore diseguaglianza.

Quanto accade nel settore della giustizia e dei cosiddetti “affari interni” rafforza i meccanismi che limitano diritti, libertà e garanzie, ed estende la “comunitarizzazione” della giustizia.

Nel quadro degli “affari costituzionali” si sono precisate delle linee guida antidemocratiche, che attentano alla sovranità degli Stati, in particolare attraverso accordi inter-istituzionali di “miglioramento legislativo”, che cercano di ridurre e uniformare la produzione legislativa, condizionando gli obiettivi e accentrando maggior potere nella Commissione Europea.

L’Unione Europea ha rafforzato la sua natura di blocco politico-militare imperialista, in stretta connessione con gli USA, con una cosiddetta “politica estera” che nel settore economico, diplomatico, geo-strategico e militare è dettata dagli interessi e dagli obiettivi di dominio economico dei monopoli europei e delle transnazionali, nonché dalle grandi potenze come Francia e Germania.

La politica commerciale, allineata con la guerra economica e monetaria delle principali potenze imperialiste, ha rafforzato la liberalizzazione del commercio mondiale e i movimenti di capitale. Rivestono un’importanza particolare i trattati come il TTIP, il CETA e il TISA.

I trattati di associazione vengono usati come mezzi espansionistici – in particolare verso i cosiddetti “vicini” dell’Unione Europea – per rafforzare il dominio economico e politico, come si è ben dimostrato in Ucraina.

Il Servizio di Azione Europea Esterna (EEAS) conferma il suo ruolo di megastruttura che cerca di centralizzare, a livello sovranazionale, gli strumenti di politica estera e di azione diplomatica degli Stati. Il posto di Alto Rappresentante dell’Unione Europea si è risolto in una federalizzazione della politica estera, in stretta connessione con altre potenze imperialiste come gli USA.

Si è incrementata la militarizzazione dell’Unione Europea, sono aumentati i suoi interventi “esterni” e il suo ruolo come pilastro europeo della NATO. La Politica Estera e di Sicurezza Comune, e in particolare la Politica di Sicurezza e di Difesa Comune, sono i pilastri che si sono sviluppati più rapidamente dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. L’Unione Europea è oggi presente su quasi tutti gli scenari di destabilizzazione e di intervento militare. Si è dato impulso alla ricerca e all’industria militare, ci sono tentativi di aumentare le spese belliche degli Stati membri e di realizzare il progetto di un “esercito europeo” e dell’“Unione europea di difesa”, nonché di una “Guardia europea delle frontiere e delle coste”, con ampi poteri di intervento, trascurando la sovranità dei singoli Stati.

La “risposta” dell’Unione Europea al flusso di rifugiati e di migranti – che deriva dalle politiche militariste, neo-coloniali e di intervento –è un violento atto d’accusa contro la natura reazionaria, disumana e di sfruttamento del processo di integrazione capitalistica in Europa.

Lo sviluppo dell’Unione Europea potenzia le aree principali di contraddizione: la contraddizione di classe fra il grande capitale – che guida il processo e accumula capitale – e il lavoro, che perde reddito, diritti e livello di vita; la contraddizione fra il processo di concentrazione politica del potere, spinto dal grande capitale, e i diritti e le aspirazioni dei popoli alla partecipazione democratica, a definire autonomamente la propria via di sviluppo e a esercitare il controllo democratico sulle istituzioni politiche nazionali; la contraddizione fra la propaganda dei “valori” europei e la realtà delle politiche che si attuano entro lo spazio europeo e fra l’Unione Europea e il resto del mondo; la contraddizione fra i rapporti che intercorrono fra le grandi potenze che guidano il processo di integrazione capitalistica per rafforzare il loro potere, e l’inevitabile rivalità che sorge nella disputa per ottenere posizioni dominanti entro e fuori l’arena europea; e la contraddizione fra le grandi potenze e la cosiddetta “periferia”.

L’ulteriore rafforzamento dei tre pilastri dell’Unione Europea – neo-liberismo, federalismo e militarismo – ha scatenato una serie di crisi, che sono in realtà espressioni diverse di un’identica crisi, e si alimentano reciprocamente. La crisi dell’Unione Europea, delle sue politiche, delle sue strutture, delle sue linee guida e dei suoi pilastri è in sé espressione della crisi strutturale del capitalismo. Una crisi profonda e persistente, che è ancora in sviluppo e presenta elementi nuovi e peculiari rispetto alle crisi passate, nel corso dell’integrazione capitalistica europea.

La crisi economica e sociale ha accelerato le contraddizioni politiche. L’Unione Europea affronta oggi una profonda crisi politica. Oggi il dibattito riguarda la possibilità che si riconfiguri – o anche si disintegri – non solo l’Unione economica e monetaria dell’Eurozona, ma la stessa Unione Europea.

Il referendum in Gran Bretagna con la vittoria dell’“Exit”, se da una parte riflette lo scontento del popolo inglese nei riguardi dell’Unione Europea, rappresenta anche la più recente espressione di questa crisi e apporta un fiero colpo alle teorie che proclamano l’irreversibilità dell’integrazione capitalistica in Europa.

La crisi nella e della Unione Europea dimostra che non si possono operare cambiamenti in un contesto di “riforma” dell’Unione. I suoi pilastri rappresentano un marchio politico e ideologico incancellabile. Non c’è spazio per una “rifondazione”che metta in questione la natura di classe e il percorso dell’Unione Europea.

I tentativi di nuovi balzi in avanti nel processo di integrazione capitalistica sono accompagnati da ampie manovre propagandistiche e da tentativi di dare una ripulita alle varie politiche europee. E’ il caso del cosiddetto “Pilastro sociale europeo”, che cerca di applicare un qualche maquillage sociale sull’EMU e sull’UE, ma di fatto intende livellare verso il basso i diritti sociali e del lavoro; sono le tesi dell’“unità” e dell’“affermazione dell’Europa” che invocano la minaccia dell’estrema destra e dell’imprevedibilità della situazione internazionale; è l’insistere sui concetti di “cittadinanza europea” e “casa comune europea” o di “valori europei”, come della serie di iniziative di propaganda ideologica dirette in particolare ai giovani.

Contrariamente alla propaganda ufficiale, più Unione Europea non significa più Europa. Al contrario, un processo più approfondito di integrazione capitalistica è un grande fattore di regressione sociale, aumenta la povertà e la disoccupazione di massa, che negli anni recenti hanno riportato sul continente europeo guerra, terrorismo, razzismo, xenofobia, nazionalismi, fascismo e persecuzione politica dei comunisti. “Salvare l’Europa” significa sconfiggere l’Unione Europea egli interessi economici che essa protegge.

Il PCP sostiene la creazione di nuove forme di cooperazione in Europa, che sulla base della premessa che i processi di integrazione non sono neutrali dal punto di vista di classe, siano in grado di mettere in connessione rotture democratiche e progressiste a livello nazionale e internazionale con la prospettiva di costruire una nuova struttura di cooperazione politica, istituzionale ed economica, di solidarietà per uno sviluppo sociale ed economico, di pace e amicizia fra i popoli e di Stati sovrani con diritti eguali.

L’altra Europa, quella dei lavoratori e dei popoli, esige la sconfitta del processo di integrazione capitalistica, ed emergerà da fattori simultanei e convergenti: lo sviluppo della lotta dei lavoratori e dei popoli e la crescente coscienza politica circa la natura di classe dell’Unione Europea; l’affermazione sovrana del diritto degli Stati europei allo sviluppo economico e sociale e il rigetto delle imposizioni dell’Unione Europea; il cambio progressivo nell’equilibrio delle forze politiche e istituzionali negli Stati membri dell’Unione Europea; il coordinamento e la cooperazione fra le forze di sinistra e progressiste, in particolare dei comunisti, sulla base di una chiara posizione di rottura con il processo europeo di integrazione capitalistica.

L’integrazione del Portogallo nell’Unione Europea e nell’EMU è stata ed è un processo permanente di confronto con le conquiste della Rivoluzione d’Aprile e con la Costituzione della Repubblica portoghese. La politica di destra e l’integrazione capitalistica europea sono due facce della stessa medaglia. Rompere con la politica di destra e con le imposizioni dell’Unione Europea – in primo luogo e in tempi brevi, con l’euro e con l’Unione economica e monetaria – e lottare in difesa dell’indipendenza e della sovranità nazionale sono elementi centrali per costruire in Portogallo un’alternativa politica patriottica e di sinistra.

Il PCP continuerà a lavorare, in particolare nel Parlamento europeo, per sostenere e affermare gli interessi nazionali, per opporsi alle decisioni che li ostacolano, per usare tutte le possibilità, le risorse e i mezzi a beneficio del paese, e per attenuare, con iniziative concrete, le conseguenze negative dell’integrazione.

Il PCP ripone grande fiducia nella lotta dei lavoratori e dei popoli e riafferma il diritto inalienabile del popolo portoghese a decidere il proprio destino e a scegliere la via che garantisca il suo diritto a uno sviluppo sovrano. Un diritto che nessuna integrazione, per quanto avanzato ne sia lo sviluppo, può espropriare.

2.3 La situazione economica, sociale, culturale e politica

La realtà del paese conferma l’analisi, le denunce, gli avvertimenti e le lotte del PCP in ogni settore: politico, economico, sociale, culturale e ambientale.

Le identificano la realtà portoghese sono queste: grande debito e deficit estero; squilibrio delle finanze pubbliche e debito pubblico insostenibile; riduzione degli investimenti pubblici e privati; livello minimo di sostenibilità di infrastrutture e macchinari (declino dello stock di capitale fisso); deficit in peggioramento nel settore produttivo, tecnologico, demografico e del capitale; debole tessuto economico, decapitalizzazione delle imprese, distruzione e flusso verso l’estero dei capitale; perdita del controllo nazionale su imprese e settori strategici; disoccupazione, bassi salari, precarietà del lavoro e impoverimento; restrizione nell’accesso a servizi pubblici essenziali (salute, istruzione, giustizia); squilibri territoriali e disordini a livello regionale; degrado ambientale e crescente mercificazione della natura e dell’acqua; dominio ideologico da parte del big business con alta concentrazione della proprietà dei media; recupero di valori e teorie reazionari, revisionismo storico, in particolare per quanto riguarda la storia contemporanea, il fascismo e il 25 Aprile (Rivoluzione del 1974); importanti perdite culturali, in particolare per la lingua portoghese, ed espressioni di elitismo culturale; degrado e sovversione del regime democratico sancito nella Costituzione della Repubblica Portoghese e indebolimento delle componenti sociali dell’apparato statale; corruzione e assalto alle risorse pubbliche, promiscuità fra pubblico e privato, crescente subordinazione del potere politico al potere economico, della democrazia e della sovranità nazionale alle decisioni e imposizioni provenienti dall’Unione Europea e dalle grandi potenze.

Questa realtà è inseparabile dalle politiche di destra che hanno avuto e hanno come vettori principali: le privatizzazioni; la liberalizzazione e deregolamentazione in campo economico, sociale e del lavoro; la distruzione della riforma agraria; lo smantellamento di imprese importanti nel settore produttivo; la dipendenza dall’estero, cui bisogna aggiungere, negli ultimi anni, l’impatto deteriore dei Patti di stabilità e di sviluppo e del Patto di aggressione.

La politica di destra è una politica di classe del grande capitale nazionale, associato e dipendente dal capitale estero. Una politica attuata dalla grande borghesia, che include una visibile oligarchia finanziaria che ne dipende.

Con l’avanzare della politica di destra, diventa più chiara la subordinazione degli interessi nazionali ai più rigorosi interessi di classe della borghesia monopolistica. Pur in presenza di divergenze e contraddizioni interne, ciò che la unisce è l’obiettivo di rendere il costo della forza lavoro la variabile principale dell’aggiustamento economico e il vettore principale della loro politica. A questo bisogna aggiungere le operazioni economiche e le politiche di usurpazione di tutte le componenti dello Stato, che possono rappresentare nuove aree da cui ottenere plusvalore e accumulare capitale, o che possono ostacolare i loro fini, come i servizi pubblici universali o la legislazione del lavoro.

La crisi strutturale del capitalismo e l’integrazione capitalistica europea, la grave crisi nazionale e la competizione per i mercati e per i fondi e le garanzie pubbliche hanno acutizzato le contraddizioni, gli scontri e i conflitti di interesse fra strati e settori della piccola e media borghesia e con altri strati intermedi.

Negli ultimi 40 anni, l’offensiva del capitale ha fatto avanzare i rapporti capitalistici di produzione e i monopoli, dominati dal settore finanziario e dal capitale estero, associato con settori del grande capitale nazionale.

Ci sono stati cambiamenti nella struttura sociale ed economica, con un impatto negativo sul regime democratico. Il risultato finale è un poderoso movimento di concentrazione e centralizzazione del capitale, accompagnato da una decrescita relativa della presenza di capitale nazionale. Lo sviluppo di questi rapporti capitalistici ha tre caratteristiche importanti:

  • La finanziarizzazione dell’economia, l’aumento del dominio dei settori finanziari su tutte le aree della vita economica nazionale, espandendo la finanza e il capitale fittizio, e provocando la distruzione di settori produttivi, la distruzione di valore e il fluire dei capitali verso l’estero;
  • L’espansione e l’intensificarsi della presenza del capitale privato a spese del capitale pubblico – impadronendosi di imprese, settori, servizi e altre aree prima di proprietà dello Stato, mediante privatizzazioni e concessioni, con una crescente presenza del capitale privato in settori come salute, istruzione, servizi legali, difesa, sicurezza pubblica e giustizia;
  • Il rapido aumento di capitale estero in fusioni e acquisizioni, entrando nel capitale di imprese nazionali private e pubbliche, soprattutto nei settori della finanza, dell’immobiliare, dell’energia, dei settori industriali, tecnologici e dei trasporti.

A livello politico, l’espressione di questi cambiamenti strutturali, con il dominio dei monopoli, si riflette nella crescente subordinazione del potere politico al potere economico, al potere “comunitario” delle grandi potenze e al capitale transnazionale basato in Europa.

2.4 L’azione del governo PSD/CDS-PP

I quattro anni e mezzo del governo PSD/CDS-PP e la realizzazione del Patto di aggressione sono stati segnati dal violento attacco contro i diritti dei lavoratori e del popolo, da una politica di concentrazione della ricchezza e da un crescente sfruttamento, dalla diseguaglianza sociale e dall’impoverimento, da deficit strutturali sempre più alti, da una severa crisi economica e sociale, dal degrado progressivo del regime democratico e dall’asservimento dello Stato al capitale monopolistico.

Questi anni sono stati segnati anche dalla risposta dei lavoratori e del popolo, con lo sviluppo della lotta contro la politica di destra e contro il Patto di aggressione, in difesa dei loro diritti, interessi e aspirazioni.

Il periodo ha visto anche un declino sempre più accentuato, con il regresso e la dipendenza del paese.

Economicamente, il paese ha registrato una delle più grandi e lunghe recessioni, che ha determinato una caduta della crescita economica per nove trimestri consecutivi e un calo del PIL di oltre il 6,8% fra la fine del 2010 e il 2013, facendolo tornare al livello del 2001. Il periodo è stato segnato dalla crescita del debito estero, che è aumentato in termini assoluti e ha raggiunto circa il 122% del PIL nel primo trimestre del 2014; da una decrescita violenta degli investimenti di circa il 31% fra il 2010 e il 2013; dal peggioramento del deficit strutturale e dalla chiusura o dal fallimento di più di centomila piccole e medie imprese.

I salari, le pensioni e il reddito dei lavoratori, dei pensionati e di altri strati della popolazione sono stati colpiti duramente. Il Portogallo affronta alti livelli di disoccupazione, col numero ufficiale di disoccupati cresciuto da 660.000 (nel secondo trimestre 2011) a circa 930.000 (nel primo trimestre del 2013), quasi raddoppiando il numero dei disoccupati a lungo termine. In termini più ampi, il numero dei disoccupati supera il milione e 400.000. Dal 2010 al 2015, sono stati distrutti 440.000 posti lavoro, di cui 70.000 nella pubblica amministrazione. Mezzo milione di portoghesi, la maggior parte giovani istruiti, sono stati costretti a emigrare.

Lo sfruttamento dei lavoratori si intensifica, con una svalutazione dei salari pari al 16,5%, mentre nella pubblica amministrazione e nelle imprese gestite dallo Stato arriva al 30%, come risultato non solo del congelamento dei salari e dell’aumento di ore lavorative settimanali, ma anche dei tagli imposti sui salari e su altri pagamenti. Si è continuato l’attacco alla contrattazione collettiva e ai diritti che essa difende, e si è diffuso il precariato.

L’ingiustizia fiscale è cresciuta, con un grande aumento delle tasse sui redditi da lavoro, insieme con l’alleggerimento fiscale sulle grandi imprese. L’introduzione di una addizionale e i cambiamenti introdottinegli scaglionidi reddito e nel sistema di deduzioni hanno reso più pesante il fardello fiscale per i lavoratori e i pensionati anziani, per circa 3.800 milioni di dollari.

Il dominio del capitale monopolistico sulla vita nazionale è aumentato, con ulteriori privatizzazioni o il trasferimento di imprese pubbliche strategiche – anche per mezzo di “golden share” – al grande capitale nazionale o estero – PT, TAP, CTT, EGF,EDP, REN, GALP, ANA, Caixa Seguros, ENVC e varie imprese di trasporto pubblico e di logistica – permettendo la rapina di risorse pubbliche.

Diritti sociali costituzionalmente garantiti sono stati compromessi. Come risultato di un taglio di più di due miliardi di euro, centinaia di miglia di utenti sono stati esclusi dall’accesso ai servizi sanitari; sono stati attaccati i diritti dei professionisti del settore; sono stati aumentati i ticket; eliminato il diritto di trasporto di pazienti non in urgenza; si è accelerata la privatizzazione dei servizi sanitari, in particolare trasferendo le unità ospedaliere alle organizzazioni caritatevoli religiose (Misericordias).

Nell’istruzione, l’attacco alla scuola pubblica ha fatto nuovi passi avanti, con la chiusura di centinaia di scuole del ciclo primario; un taglio dei finanziamenti equivalente a più di due miliardi e mezzo di euro; l’aumento del numero di studenti per classe; la riorganizzazione curricolare; la riduzione del numero del personale non insegnante e il licenziamento di più di 2.500 insegnanti;gli attacchi contro la carriera degli insegnanti; la riduzione dell’assistenza sociale per le scuole; la discriminazione e segregazione di migliaia di studenti aventi necessità educative speciali; l’imposizione degli esami nazionali a scapito della valutazione continua; l’aumento dei costi dell’istruzione.

Nella sicurezza sociale, ci sono stati tagli severi sulle pensioni, sono peggiorate le condizioni per lasciare il lavoro, in particolare con l’aumento dell’età pensionabile e con il cosiddetto fattore di sostenibilità. Ci sono stati inoltre ulteriori tagli in campo sociale – come i sussidi per disoccupazione e malattia, gli assegni familiari, i sussidi di solidarietà per gli anziani e il reddito di inserimento sociale – che hanno toccato centinaia di migliaia di famiglie.

Il degrado delle condizioni sociali e l’impoverimento hanno condotto decine di migliaia di famiglie a perdere la casa a favore delle banche, e migliaia di inquilini hanno subito lo sfratto per via dell’applicazione della nuova legge sugli affitti.

Il degrado del regime democratico è stato favorito da una politica sistematica di spregio della Costituzione della Repubblica Portoghese, di mancato rispetto dei diritti fondamentali e dallo scontro fra istituzioni sovrane. I governi locali democratici sono stati colpiti da un programma di sovversione delle loro caratteristiche fondamentali, con un attacco mai visto alla loro autonomia amministrativa e finanziaria, culminata nella cancellazione di 1.200 distretti. Si è intensificato il processo di chiusura di centinaia di servizi pubblici. Si è fatto ricorso alla fusione di sistemi plurimunicipali per aprire la strada alla privatizzazione dell’acqua e dei sistemi fognari, e il trattamento dei rifiuti è stato affidato a imprese private. Si sono fatti passi per municipalizzare l’istruzione, la salute e la cultura. Si è accentuata la natura di classe della giustizia, e sono stati frapposti ulteriori ostacoli ad accedervi, soprattutto per via della nuova mappa giudiziaria che ha chiuso dozzine di tribunali.

L’intensità e la scala dell’offensiva, associate con l’azione del governo PSD/CDS-PP e il Patto di aggressione, hanno sconvolto tutti i settori della vita politica, economica, sociale e culturale, e rappresentano un regresso civile che ha lasciato tracce e conseguenze sul livello di vita, sullo sviluppo economico e sull’indipendenza nazionale, che non sono sparite dopo la caduta del governo. Il declino economico, la distruzione di forze e capacità produttive, il mancato rinnovo delle infrastrutture e l’abbandono degli investimenti pubblici continuano a segnare e condizionare la vita del paese e le prospettive di sviluppo per i prossimi anni, aumentando la necessità di una politica patriottica e di sinistra in grado di dare risposte ai problemi che il Portogallo deve affrontare.

2.5 Le elezioni dell’ottobre 2015 e la nuova fase della vita politica nazionale

Le elezioni del 4 ottobre 2015 hanno decretato la netta condanna della coalizione PSD/CDS-PP. Una condanna decretata nei seggi elettorali, che peraltro rifletteva l’isolamento sociale e politico già prima determinato dalla lotta dei lavoratori e del popolo portoghese.

Le elezioni legislative hanno comportato una lezione importante, oltre ad aver ostacolato il PSD e il CDS-PP nel raggiungere le condizioni che auspicavano per continuare il loro percorso di sfruttamento, di declino e di dipendenza nazionale: le elezioni hanno confermato l’importanza della lotta e il suo impatto, il suo ruolo nell’erosione sociale e politica del governo, anche in circostanze in cui alcuni si affrettavano a dichiarare che era inutile resistere e che il processo di impoverimento dei lavoratori e del popolo era inevitabile; e hanno smentito la mistificazione che tendeva a trasformare l’elezione dei deputati – che avrebbero determinato la composizione del Parlamento della Repubblica – in inesistenti “elezioni del Primo Ministro”.

La condanna imposta alla coalizione PSD/CDS-PP rappresenta una sconfitta non solo del governoma soprattutto della sua politica. C’era una domanda di cambiamento cui il PCP ha dato risposta, prendendo l’iniziativa di contribuire a bloccare l’azione distruttiva del governo, assicurandone la caduta e sconfiggendo i tentativi del grande capitale – appoggiato dall’allora Presidente della Repubblica Cavaco Silva – di mantenerlo al potere. Ma anche con lo scopo di non lasciarsi sfuggire l’opportunità di qualche conquista, sia pur limitata, dando espressione politica alla lotta dei lavoratori e del popolo, e rispondendo all’impegno preso di fronte ai lavoratori e al popolo di lottare a tutti i livelli per la difesa dei loro diritti e interessi.

La soluzione politica raggiunta non corrisponde al necessario obiettivo di bloccare la politica di destra, a favore di una politica patriottica e di sinistra. La sua espressione politica riflette il livello di convergenza raggiunto fra il PCP e il PS, e trova il suo limite nelle ovvie e scontate differenze programmatiche, come è scritto nel documento “Posizione congiunta di PS e PCP sulla soluzione politica”.

Il quadro politico non esprime un governo di sinistra, ma piuttosto la formazione e l’insediamento di un governo di minoranza PS, con il suo programma; non l’esistenza di una maggioranza di sinistra nel Parlamento, ma piuttosto l’esistenza di un equilibrio di forze in cui il PSD e il CDS-PP sono minoranza, e nello stesso tempo, i gruppi parlamentari del PCP e del PEV condizionano le decisioni e sono fondamentali e indispensabili per il recupero e la conquista di diritti e di reddito; non una situazione in cui il PCP è la forza di supporto del governo mediante accordi parlamentari, ma piuttosto una situazione in cui – avendo contribuito alla creazione e all’azione del governo – il PCP mantiene in pieno la propria libertà e indipendenza, guidato sempre nei suoi giudizi e decisioni da ciò che è utile agli interessi dei lavoratori, del popolo e del paese. E’ una soluzione politica adottata in piena indipendenza, riaffermando la nostra identità, il nostro programma e il nostro progetto, con lo scopo di lavorare per bloccare la politica di destra in favore di una politica patriottica e di sinistra.

La durata di questa soluzione politica dipende direttamente dall’adozione di una politica che assicuri una netta inversione del declino e del regresso imposti dal governo precedente, e dalla capacità che avrà di corrispondere agli interessi e alle aspirazioni dei lavoratori e dei popoli.

La nuova fase della vita politica nazionale riflette il quadro contraddittorio delle possibilità e delle limitazioni che vi sono inerenti. Da una parte, ci sono state alcune, sia pur limitate, conquiste derivanti dalla lotta dei lavoratori e dall’intervento del PCP, espresse nel bilancio statale per il 2016-17, e in altre leggi che sanciscono il recupero di diritti, salari e reddito, il che ha significato che è possibile – anche se momentaneamente –una prassi diversa rispetto a quella del governo PDS/CDS-PP e dell’Unione Europea, che era stata presentata come unica e inevitabile. Dall’altra parte, la conferma delle limitazioni per conquiste più decisive e indispensabili, derivante dalle scelte fatte dal governo PS, in ossequio alle politiche, alle imposizioni e ai vincoli dell’Unione Europea e agli interessi del capitale monopolistico.

In ogni caso, ci sono esempi di passi avanti che vanno consolidati e proseguiti: la ripresa dei salari e della settimana di 35 ore nella Pubblica Amministrazione; l’eliminazione dell’addizionale sulla tassa sul reddito; la reintroduzione di alcuni giorni festivi che erano stati eliminati; l’inversione del processo di privatizzazione del trasporto pubblico; l’aumento del salario minimo nazionale; un aumento dei sussidi per l’infanzia e di quelli di solidarietà per gli anziani; il rifiuto di misure che tendevano a negare o limitare l’interruzione volontaria di gravidanza, per le donne; una diminuzione dei costi per accedere alle cure sanitarie; l’introduzione di testi gratuiti nelle scuole; la protezione dallo sfratto dalla casa di residenza della famiglia; l’abolizione degli esami in quarta e sesta classe; un sostegno straordinario per i disoccupati; la riduzione dell’IVA per bar e ristoranti.

Non si possono ignorare la complessità e le esigenze della fase attuale della vita politica nazionale. E’ noto che il PS ha opzioni programmatiche diverse, come per esempio il suo atteggiamento passato e confermato di non voler ignorare i vincoli esteri – sia le imposizioni dell’Unione Europea che quelle relative al debito o la soggezione all’euro – o di non voler andare contro gli interessi del capitale monopolistico o contro alcuni aspetti strutturali della politica di destra che continuano ad essere presenti nell’azione di governo. Nella piena consapevolezza di queste contraddizioni e di queste esigenze, il PCP continuerà ad agire, spinto dagli impegni presi con i lavoratori e con il popolo e dalle valutazioni che, ad ogni dato momento, esso farà del contenuto delle diverse politiche, sempre mantenendo la propria completa indipendenza.

La rimozione del PSD e del CDS-PP rispondeva all’urgente necessità di bloccare il loro lavoro di distruzione. Ma rifletteva anche la volontà e l’esigenza che la sconfitta elettorale di quei partiti portasse alla sconfitta della loro politica. Questa è la questione fondamentale che è in gioco nell’attuale situazione nazionale; non solo impedire che il PSD o il CDS tornino al potere, ma impedire che venga portata avanti la loro politica, sia da quei partiti che dal PS. Battere la politica di destra e creare le condizioni, con la lotta dei lavoratori e il rafforzamento del PCP, per realizzare una politica patriottica e di sinistra: questo è l’obiettivo di tutti i democratici e i patrioti che aspirano a un Portogallo giusto, sviluppato e sovrano.

Senza ignorare il significato delle conquiste e dei passi avanti presi in direzione opposta a quella del governo precedente, la situazione in cui si trova oggi il paese, il grado di regresso e di dipendenza nazionale, esige una politica che risponda ai bisogni di crescita e di sviluppo e che migliori il livello di vita dei lavoratori.

L’attuale possibilità di affrontare, sia pure in misura limitata, i problemi più urgenti e soprattutto la necessità di garantire continuità e consolidamento al nuovo processo, sono destinate a scontrarsi – come è già chiaro – non solo con i condizionamenti e le limitazioni che derivano oggettivamente dal processo di integrazione capitalistica europea, ma anche con le pressioni e i ricatti del grande capitale.

Malgrado il significato politico della situazione nazionale, che dimostra che ci può essere una via diversa da sfruttamento, impoverimento e liquidazione dei diritti, la fase attuale della vita politica nazionale rivela la contraddizione sempre più inconciliabile fra le imposizioni e gli obiettivi dell’Unione Europea e dell’euro, e una politica che possa dare risposta al bisogno di sviluppo economico e sociale. La reazione revanscista da parte dei centri del capitale transnazionale dimostra che, per quanto non si spingano troppo oltre l’affermazione di sovranità nazionale e la messa in questione dei loro interessi, essi non si fermeranno di fronte a nulla per raggiungere i loro scopi. E’ necessario spazzar via ogni illusione circa la possibilità di consolidare uno sviluppo sovrano entro le regole dell’Unione Europea.

La fase attuale della vita politica nazionale, e la soluzione politica che l’accompagna, malgrado le possibilità che apre e che non vanno sprecate, mette in luce che è indispensabile rompere con la politica di destra e che è necessario un governo in grado di adottare decisamente, basandosi su solide fondamenta, la politica patriottica e di sinistra che il PCP riafferma come assolutamente essenziale per spezzare il potere del capitale monopolistico e le limitazioni e i vincoli derivanti dall’integrazione capitalistica dell’Unione Europea e dell’euro e dei loro strumenti di dominio. Questo è l’obiettivo che i lavoratori e il popolo, i democratici e i patrioti, tutti coloro che vogliono assicurare il diritto al futuro per il Portogallo, prenderanno nelle loro mani, con la loro lotta e la loro azione. Questa lotta risulta decisiva oggi per conquistare diritti e per superare la politica di destra.

In questo periodo di nuova fase della vita politica nazionale, oltre al governo del PS, è entrato in funzione anche il nuovo Presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa, al quale si chiede che nell’esercizio del suo mandato, rispetti la Costituzione della Repubblica Portoghese e le sue istituzioni sovrane.

Dopo la sconfitta nelle elezioni del 4 ottobre 2015, il PSD e il CDS-PP hanno preso un atteggiamento marcatamente revanscista e di classe, che si articola con le pressioni e imposizioni dell’Unione Europea e dei settori più reazionari associati al capitale monopolistico.

L’azione del governo di minoranza PS – per quanto attualmente condizionata dall’equilibrio di forze esistente nel Parlamento e dall’attività del PCP – continua, in aspetti chiave, a identificarsi e a scegliere opzioni e linee guida tipiche di una politica di destra, soprattutto per quanto riguarda l’obbedienza a imposizioni estere, in particolare dell’Unione Europea, e la difesa di interessi di classe del grande capitale. Ne sono esempi la maniera in cui è stata trattata la crisi della banca BANIF, il processo di nomina del consiglio di amministrazione della banca pubblica CGD, l’atteggiamento preso rispetto al settore dei taxi e alle mire delle multinazionali su di esso, e le scelte effettuate in materia economica, fiscale e di politica estera.

2.6 La situazione economica

La situazione economica del paese si è gravemente deteriorata negli ultimi anni. In nome della lotta contro il deficit e il debito pubblico – imposizioni derivanti dall’Unione Europa e dall’euro – il Portogallo è stato sottoposto a un violento processo di “aggiustamento” con conseguenze devastanti per il suo tessuto produttivo.

Stretto nella doppia garrota del deficit e del debito pubblico, e di fronte alla mancanza di strumenti di politica monetaria e budgetaria, che gli sono stati sottratti quando è entrato nell’Unione economica e monetaria, il Portogallo ha sperimentato un lungo periodo di stagnazione, da quando si è unito all’euro nel 1999, diventando uno dei paesi con minore crescita al mondo.

Questa realtà è inseparabile dalla politica di destra, dal processo di integrazione capitalistica dell’Unione Europea, dalla natura del capitalismo e dalla sua crisi strutturale. Viene poi peggiorata da una quantità di obblighi derivanti da questo contesto, che – se resta immutato – mette a repentaglio ogni prospettiva di sviluppo sovrano che possa rispondere alle aspirazioni e ai bisogni del popolo e del paese. Citiamo fra l’altro: una moneta, l’euro, che è desincronizzata e sempre più in conflitto con gli interessi nazionali; un debito insostenibile; le banche, che sono dominate dal grande capitale.

Fin dal primissimo momento il PCP si è opposto all’ingresso nell’euro e ha messo in guardia rispetto al suo impatto e ai pericoli che ne derivavano, e quando la moneta ha cominciato a circolare nel nostro paese, ha lottato contro le illusioni federaliste, ha denunciato le conseguenze della perdita della sovranità monetaria e ha contribuito a far emergere la coscienza della reale portata del problema che il Portogallo doveva affrontare.

Fortemente voluto dai grandi gruppi economici e finanziari europei, l’euro è stato, ed è, uno strumento per facilitare il trasferimento della ricchezza alle grandi potenze, con la prospettiva di garantire l’appropriazione e la concentrazione di plusvalore nelle mani del capitale. La sua introduzione in Portogallo ha costituito un violento balzo qualitativo, che ha ampiamente favorito l’opzione neoliberista e federalista dell’edificio europeo.

L’euro ha portato disinvestimenti e degrado produttivo, perdita di competitività e indebitamento con l’estero, stagnazione e recessione. Ha favorito la deindustrializzazione e la privatizzazione di imprese strategiche, il calo dell’intensità tecnologica delle esportazioni, e ha ulteriormente spinto verso un basso profilo produttivo, dipendente e periferico. Un debito pubblico crescente, un bilancio e un deficit incontrollabili hanno esposto ulteriormente il paese alla speculazione. Invece di una convergenza europea, abbiamo avuto una grande divergenza sociale ed economica.

Gli obblighi derivanti dall’euro e dall’EMU sono contrari agli interessi nazionali. La questione in gioco oggi è l’urgenza, la fattibilità e la possibilità di una fuga dalla subordinazione all’euro come condizione indispensabile per lo sviluppo sovrano del paese.

Il Portogallo ha bisogno di liberarsi dall’euro e dagli obblighi relativi all’integrazione monetaria. Ha bisogno di una moneta adeguata alla realtà e al potenziale economico del paese, ai salari, alla produttività e al suo profilo produttivo, che possa contribuire a migliorarli invece di abbassarli. Ha bisogno di una gestione autonoma e sovrana in campo monetario, finanziario, budgetario e dello scambio con l’estero, adeguata alla situazione del paese e in grado di avvantaggiarsi di tutto lo spazio di manovra esistente nel paese per incrementare la produzione, l’occupazione e la crescita. Ha bisogno di avere una vera banca nazionale che supporti il suo progetto di sviluppo, liberandosi dalla dipendenza dai mercati finanziari per i prestiti di ultima istanza e permettendo allo Stato di ottenere finanziamenti senza sottostare alle imposizioni politiche imposte insieme con i prestiti dell’Unione Europea e del FMI. Il Portogallo ha bisogno di abbandonare il Patto di Stabilità e tutto quel che ne discende, il Fiscal Compact, la “governance” economica, il semestre europeo.

Liberarsi dalla soggezione all’euro è necessario e possibile. Il paese deve prepararsi ad abbandonare l’euro, sia che ciò derivi da una decisione sovrana del popolo portoghese, oppure da un’imposizione esterna, come potrebbe essere un processo di dissoluzione dell’Unione economica e monetaria. Prepararsi è fondamentale per assicurarsi il pieno controllo dei vantaggi e minimizzare i costi di un’uscita dall’euro, in un processo che è e sarà eminentemente politico.

Il debito pubblico portoghese, oggi al 132% del PIL, la percentuale più alta di sempre, è un’espressione inseparabile dalla politica di destra e in particolare dall’accettazione dell’euro. E’ un debito che annualmente sottrae allo Stato portoghese più di otto miliardi di euro – l’equivalente della spesa per la sanità – solo a titolo di interessi, e senza diminuire il debito in sé. Il debito pubblico portoghese, ampiamente illegittimo, risulta insostenibile e si riproduce di anno in anno (fra il 2010 e il 2014 è aumentato di 50 miliardi di euro). Non è possibile ridurlo se non con un negoziato.

Il debito pubblico è un pozzo senza fondo e il suo servizio è irrazionale; è diventato un meccanismo per estorcere risorse pubbliche e nazionali. E’ necessario rinegoziarlo per liberare risorse da destinare agli investimenti, per la crescita economica e l’occupazione, per difendere i servizi pubblici e le funzioni sociali dello Stato, combattere la povertà e la diseguaglianza. Il problema del paese non è il deficit, ma il debito insostenibile. Il debito pubblico è la voce maggiore del debito estero nazionale. Risolvere il problema dell’uno significa risolvere anche l’altro.

Il PCP ha lungamente auspicato la rinegoziazione del debito pubblico, senza dimenticare la necessità di combattere le cause del debito pubblico e privato, che è pure notevole. Se si fosse scelta questa strada, al popolo portoghese sarebbero stati risparmiati i brutali sacrifici che gli sono stati imposti. Il PCP vuole avviare un negoziato con i creditori per rivedere i termini di pagamento e ridurre l’ammontare nominale dovuto, ridiscutendo termini, tassi di interesse e somme dovute. Si tratta di un processo politico a vantaggio del popolo e del paese, e inseparabile dall’abbandono dell’euro e dal recupero di una moneta sovrana e del controllo pubblico sul settore bancario.

Nel settore finanziario, in seguito al processo di privatizzazione, l’unica banca pubblica rimasta è la CGD (che d’altra parte viene spesso gestita come se fosse una banca privata). La privatizzazione delle banche e di tutto il settore finanziario ha rappresentato uno dei maggiori trasferimenti di denaro pubblico in mani private, e uno dei pilastri della ricostituzione di gruppi monopolistici, con enormi perdite per il popolo e il paese. E’ un fatto di importanza strategica rafforzare il ruolo della CGD e ricapitalizzarla, mettendola al servizio dello sviluppo dell’economia e degli interessi del popolo portoghese.

Dopo più di due decenni in cui il settore finanziario e i principali azionisti dei grandi gruppi finanziari hanno accumulato miliardi di euro in profitti e dividendi, a partire dal 2011 il settore ha accumulato invece miliardi di euro in risultati negativi e “disavanzi”.

Nel periodo compreso fra il 2008 e il 2014, secondo la Banca del Portogallo, questi “disavanzi” hanno raggiunto la cifra di 40 miliardi di euro, provocando gravi perdite che hanno dilapidato il capitale delle banche e hanno reso necessaria una successiva ricapitalizzazione, con alti livelli di rischio ancora presenti. Ciò ha creato le condizioni per l’assorbimento delle piccole banche da parte delle grandi, e per un controllo ancora maggiore da parte dei gruppi finanziari esteri.

I gruppi finanziari privati sono oggi per lo più nelle mani del capitale estero e si sono trasformati in centri di evasione fiscale e di lavaggio di denaro sporco, di speculazione finanziaria e sperpero dell’utilità sociale dei risparmi delle famiglie portoghesi.

La sovranità del paese sul suo sistema finanziario è messa seriamente in questione dalla concentrazione delle banche nazionali e di altri intermediari finanziari, come il settore assicurativo, nelle mani del capitale estero.

Di fatto, come risultato della gestione orientata soprattutto alla speculazione (anche con il debito portoghese) le banche private e tutto il sistema bancario portoghese sarebbero già collassati senza l’intervento dello Stato, l’assistenza finanziaria, i benefici fiscali e le garanzie pubbliche.

Fra il 2007 e il 2015, l’aiuto statale al settore finanziario ha totalizzato almeno l’11,5% del PIL 2015. Un intervento statale che ha lasciato il popolo portoghese a pagare il conto, come è successo per le banche BANIF, BPP, BPN, BES.

La situazione del settore finanziario non è stata provocata da cattiva gestione o comportamenti devianti dei banchieri – anche se tutto questo si è verificato – ma è dovuta soprattutto al funzionamento del sistema capitalista e al dominio del capitale monopolistico sul settore finanziario e sull’economia, che i successivi governi hanno favorito con le loro politiche e le loro regolamentazioni.

La necessità di limitare i maggiori rischi sistemici per l’economia, di impedire che maggiori perdite private vengano trasferite sul popolo portoghese, di garantire la solvenza, la liquidità e il regolare funzionamento delle istituzioni finanziarie, di assicurare un’efficace regolazione, supervisione e monitoraggio delle banche, esige il controllo pubblico del sistema finanziario, con una graduale estensione della proprietà e della gestione pubblica. Le banche, come gli altri settori strategici, o sono pubbliche o non saranno mai nazionali.

Liberare il paese dalla soggezione all’euro, rinegoziare il debito, recuperare il controllo pubblico sulle banche, sono tutti prerequisiti per un Portogallo sovrano. Rimuovere questi tre grandi vincoli, che sono profondamente interconnessi, è un obiettivo che non si può rinviare se si vuole dare una risposta ai bisogni del popolo e del paese. [..]

2.12 Una politica patriottica e di sinistra

Gli ultimi anni hanno rappresentato un profondo regresso nazionale per il Portogallo.

Una risposta efficace ai problemi del paese continua a venir impedita dalla pressione del debito pubblico, dai vincoli e dai ricatti dei meccanismi dell’euro e dell’Unione Europea, da successivi scandali bancari che divorano miliardi di euro di risorse pubbliche, e dal dominio esercitato sull’economia nazionale dai gruppi monopolistici. Nella situazione attuale, la lotta contro la politica di destra – inseparabile dal consolidarsi di tutte le misure positive e dei progressi recenti e dalla lotta contro gli aspetti negativi ancora presenti nella nuova fase della vita politica nazionale – esige una chiara definizione degli obiettivi centrali di un’alternativa politica patriottica e di sinistra, che il PCP presenta come sua proposta.

Questa politica, per la sua dimensione patriottica, si assegna come obiettivi centrali la sovranità e l’indipendenza del paese, affermando il diritto inalienabile del popolo portoghese a decidere autonomamente sulle scelte necessarie e le linee di condotta, e affermando il prevalere di questa volontà sovrana su tutti i vincoli e le imposizioni provenienti dall’estero.

Una politica di sinistra che, senza esitazioni, rompa con la politica di destra e gli interessi del grande capitale e si ponga come obiettivo quello di accrescere i diritti e i redditi dei lavoratori e del popolo, migliorarne il livello di vita, promuovere la giustizia e il progresso sociale.

Per attuare una politica di questo tipo è necessario, come fattore determinante, rafforzare l’organizzazione, l’unità e la lotta dei lavoratori; ampliare l’intervento di tutti i settori anti-monopolistici, con un largo fronte sociale anti-monopolistico; rafforzare il PCP e aumentare il supporto per il Partito, le sue proposte e le sue iniziative politiche.

La politica patriottica e di sinistra è non solo necessaria, ma possibile, perché dando una risposta coerente e complessiva ai problemi nazionali e creando le condizioni per lo sviluppo del paese, essa corrisponde agli interessi della stragrande maggioranza del popolo portoghese.

La politica patriottica e di sinistra che il PCP propone al paese si basa sui principi e i valori della Costituzione della Repubblica Portoghese, ed è parte del programma del PCP “Una democrazia avanzata – I valori dell’Aprile nel futuro del Portogallo”, una parte importante per la costruzione di una società socialista in Portogallo.

Questa politica, basata sui principi e sugli obiettivi – dell’indipendenza nazionale con una dimensione politica, economica, sociale, culturale e ambientale – adottati nel XIX Congresso del PCP, ha come elementi decisivi, nel quadro politico e nella situazione economica e sociale attuale del paese, otto priorità:

  • Liberare il paese dalla soggezione all’euro e dalle imposizioni e dai vincoli dell’Unione Europea, affermando – insieme con altre espressioni di politica estera sovrana – la libertà e la sovranità del Portogallo;
  • Rinegoziare il debito pubblico, i suoi termini, interessi e ammontare, così da assicurare che il costo sia compatibile con le necessità di investimenti pubblici, sviluppo e creazione di posti lavoro;
  • Valorizzare il lavoro e i lavoratori, con il pieno impiego, l’aumento dei salari, la riduzione delle ore lavorative, difendendo i diritti, lottando contro la disoccupazione e la precarietà, e assicurando pensioni più alte;
  • Difendere e promuovere la produzione e i settori produttivi nazionali, con la pianificazione dell’attività economica, lo sviluppo di una politica in difesa dell’industria manifatturiera e mineraria, dell’agricoltura e della pesca, che ponga le risorse nazionali al servizio del popolo e del paese e che contribuisca a ridurre il deficit strutturale;
  • Assicurare il controllo pubblico delle banche, restituirei settori strategici di basedell’economia al settore pubblico, sostenendo un forte e dinamico settore imprenditoriale di Stato, supportando la piccola e media industria e il settore della cooperazione;
  • Assicurare un’amministrazione pubblica e dei servizi che servano al popolo e al paese, con un servizio sanitario nazionale che sia universale e gratuito; un’istruzione pubblica gratuita e di alta qualità; un sistema di sicurezza sociale universale; dei servizi culturali pubblici;
  • Sostenere una politica di giustizia fiscale che alleggerisca il fardello delle tasse sui redditi dei lavoratori e del popolo, lottando contro i paradisi fiscali, e faccia cessare i favori scandalosi concessi al big business;
  • Sostenere il regime democratico e il rispetto della Costituzione della Repubblica Portoghese, incrementando diritti, libertà e garanzie, lottando contro la corruzione e garantendo una magistratura indipendente e accessibile a tutti.

 

Un commento su “Documento congressuale PCP/capitolo II: Con i lavoratori e il popolo. Democrazia e socialismo

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