Partito Comunista Italiano

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È necessario iscriversi al PCI

Diamo il benvenuto nel PCI, con piacere ed entusiasmo, al compagno Norberto Natali.

Condividiamo questa sua lettera che, oltre a fornire importanti stimoli di riflessione, chiarisce come il PCI sia la forza politica del cambiamento, l’unica con le idee e gli strumenti per la rivalsa dei ceti popolari e la riconquista del benessere pubblico.

Aderisci anche tu al PCI, lotta con noi!



A trent’anni dallo scioglimento del P.C.I., si può parlare di “anomalia italiana” in senso esattamente opposto a quando tale espressione indicava le caratteristiche particolari del nostro paese, dovute alla grande forza del Partito, dunque del movimento operaio e quindi della lotta di classe.
Un paese che è regredito e si è degradato, economicamente, moralmente e più di altri ha visto sottomessa la sua democrazia, la sovranità del popolo agli interessi dei monopoli finanziari “stranieri”.
Delle tre nazioni che scatenarono e persero la seconda guerra mondiale, alla nostra toccò una sorte migliore delle altre grazie alla lotta armata partigiana (perciò grazie soprattutto al Partito Comunista Italiano) che non ci fu, invece, in Germania e Giappone. La nostra Resistenza, anzi, fu tra le più forti del mondo, insieme a quella dei Partigiani sovietici e jugoslavi.
Ora che siamo stati accodati al periodo orwelliano nel quale si prepara (nella UE) la messa al bando dei Partiti Comunisti, previa equiparazione con il nazismo, il nostro è il paese che ha pagato più di tutti, con l’incessante smantellamento della Costituzione e il ritorno indietro su tanti piani, compreso quello della lotta -non solo giudiziaria- alla mafia.
Questo bilancio non è uniforme, perché le cose non vanno affatto male per i profitti e le speculazioni dei monopoli finanziari internazionali che si sono impadroniti delle nostre ricchezze e di quelli -come gli Agnelli, De Benedetti, Briatore e moltissimi altri- che sono scappati all’estero, dopo aver succhiato il sangue del popolo lavoratore anche per più di un secolo.
Il nostro è il paese che ha il record dell’abbassamento dei salari e l’incremento degli infortuni sul lavoro e che vede la Costituzione espulsa dalle aziende: per i lavoratori essa già ora è valida per mezza giornata.
La gioventù (non solo quella proletaria) da quasi ottant’anni non aveva prospettive così squallide come quella dei nostri giorni e bisogna tornare indietro di oltre mezzo secolo per rintracciare condizioni di vita – materiale o morale- aride e stentate come quelle presenti.
Il movimento operaio, la sinistra, in questo trentennio, registrano un bilancio ancor peggiore di quello riguardante la classe operaia o il paese in quanto tale.
Tutti gli indicatori delle loro condizioni e della loro forza sono in netto, costante, irrimediabile peggioramento. Dal Partito Comunista più forte di tutto il mondo capitalistico, in assoluto uno dei più forti del mondo e in generale uno dei più forti in Europa tra i partiti di ogni colore, siamo giunti alla cacciata della sinistra dal parlamento (ed poi da tante altre assemblee elettive) per volontà dell’elettorato – diciamo così – e non per via di un cruento colpo di stato.
Non solo: a tredici anni da quel passaggio simbolico, l’indebolimento, la frantumazione, l’isolamento dalle masse proletarie delle organizzazioni che si richiamano al movimento operaio procede e si aggrava irrimediabilmente. Tanto che alle recenti elezioni amministrative solo un romano su 125 (0,8%) ha votato per una delle cinque liste (comuniste) che si candidavano ciascuna in rivalità con le altre. Nel resto d’Italia le tendenze sono più o meno le stesse.
Tuttavia per segnalare il degrado, la degenerazione a cui si è giunti, non posso nascondere che in certe organizzazioni di sinistra, si è registrata soddisfazione per questi risultati: dovuta all’aver superato di qualche centinaio di voti un’altra lista “concorrente” di compagni.
La nostra classe operaia era fortissima, in grado di bloccare il paese ed occupare gran parte delle unità produttive per cause giuste, mai corporativa, non abbandonava gli altri popoli del mondo, impedendo l’attracco di navi o la circolazione di merci se erano destinate alla loro oppressione. Ora prevale la paura, la solitudine, la demoralizzazione, i sindacati più forti sembrano essere lì solo per frenare le lotte mentre quelli più coraggiosi promuovono anche lo sciopero generale ma riescono a coinvolgere solo una piccola percentuale di lavoratori.
Tutti questi bilanci, è decisivo sottolinearlo, sono esclusivi del nostro paese: in nessun’altra parte del mondo la causa dei lavoratori, della libertà, della giustizia -in questo quarto di secolo- ha subito una sconfitta tanto grave e generalizzata come da noi.
Trattando dello scioglimento del Partito, non basta ridursi alle sole categorie del tradimento e della corruzione. Chi lo propose, lo motivò con un programma ovvero con un complesso di obiettivi o di vantaggi che tale scioglimento avrebbe arrecato alle battaglie per la democrazia e l’emancipazione dei lavoratori.
Ora i risultati sono sotto gli occhi di tutti: di quei presunti obiettivi non ne è stato azzeccato neanche uno.
Per la loro grande parte, invece, è stato ottenuto esattamente il contrario. Per fare solo un esempio, le forze più impresentabili e reazionarie non sono mai state forti come in questi ultimi decenni.
Da tutto ciò traggo due conseguenze pratiche.
In primo luogo, o ci si rassegna all’attuale situazione e si pensa (lo fanno quasi tutte) che le forze di sinistra debbano ridursi ad un ruolo ultraminoritario, predicatorio e testimoniale (per diverse generazioni) oppure si deve trovare la forza -anche morale e personale- del Partito che fu anche quello delle Brigate Internazionali e dei combattenti di Spagna: una decisa e rigorosa scelta di lotta per invertire i fallimentari processi dell’ultimo quarto di secolo.
In secondo luogo, la legge storica del processo politico italiano (se così si può dire) è che senza P.C.I. non c’è sinistra, non c’è unità, non ci sono movimenti. Ossia se si vuole il rilancio di tutti questi fattori la priorità è la lotta per la ricostituzione del P.C.I.
Chi è contrario a questa tesi, cerca di fare confusione cavillando su quest’affermazione, quindi la riformulo in un’altra maniera: la priorità (e la soluzione) è la lotta per riavere una forte e coerente avanguardia di classe -ispirata in modo ponderato dalla storia del P.C.I.- la quale affronti le sfide presenti e future proprio come esso seppe fare con quelle dei suoi tempi.
Per tutti questi motivi ho considerato necessario iscrivermi al PCI.
Senza essere troppo lungo, vorrei -in modo sommario e schematico- richiamare alcune più specifiche motivazioni di tale scelta. Premettendo che non c’è nulla di più sbagliato che attendere che qualcun altro costruisca il Partito dei nostri “desideri” e poi, quando è bello e pronto, aderirvi senza aver partecipato alla fatica di costruirlo, superando incertezze e rischi.
Perciò il primo errore -peggiore di quello che può commettere qualsiasi Partito- è quello di rimanere fermi, indifferenti alla lotta, limitandosi a giudicare (e spesso denigrare) quanti un Partito si sforzano – bene o male- di costruirlo.
Io stesso, del resto, mi trovavo senza Partito solo per effetto di un’accanita, lunghissima discriminazione – ispirata da “burattinai” che si possono ben immaginare- e perché l’organizzazione da cui provengo (Iniziativa Comunista) ha deciso da tanto tempo il proprio autoscioglimento, proprio per contribuire fattivamente (anche per questa via) alla lotta contro la frantumazione e per la ricostituzione del P.C.I.
Rivendico con particolare orgoglio questa scelta, ancor più oggi che continuano a proliferare nuovi gruppi comunisti o di sinistra con la ragione… che ci sono troppi gruppi o partiti! Purtroppo la nostra scelta non è stata seguita da nessun altro.
È necessario che il PCI cresca, anche per il suo nome, il quale rappresenta un pegno di quel che vuole diventare. Non è mera questione simbolica perché nella sinistra prevalgono le forze (o le ideologie) che hanno sempre attaccato il P.C.I. (e spesso la Terza Internazionale, a volte inconsapevolmente) e che non ritengono di dover trarre alcuna ispirazione dalla sua storia.
Il movimento operaio italiano -l’ho già scritto- è ridotto così perché gran parte della sinistra degli ultimi trent’anni ha ritenuto di poter rilanciare se stessa e la propria unità, nonché i movimenti, nell’assenza del P.C.I., ovvero nel perdurare del suo scioglimento.
Inoltre, il Partito a cui ho deciso di iscrivermi, dopo comparazioni ed analisi concrete, è l’unico che ha dimostrato di voler tentare di cambiare, diversamente da altre forze ha iniziato a correggere errori dei decenni precedenti: crescendo e rafforzando la propria unità potrà farlo in modo più spedito e profondo.
Molte altre forze, invece, continuano ad essere sempre le stesse, con tutto il solito vecchiume del gruppettarismo, anarcosindacalismo, movimentismo e troschismo (spesso perfino inconsapevole) di varie sfumature e gradazioni. In tal senso, è stata per me una sorta di cartina di tornasole la posizione chiara, coraggiosa, coerente del PCI verso il cosiddetto movimento novax (già nomask, precedentemente negazionista, ecc.) che ora si cela pretestuosamente dietro la contestazione del green pass.
Questo tema è un “dito” che indica una più generale “luna”: l’indolenza delle tante forze di sinistra o comuniste che si sono accodate o scimmiottano questo presunto movimento. Esse, in definitiva, ripetono gli errori che ci hanno portato al disastro attuale, scegliendo di inseguire ogni minoranza (un po’ come fa la sinistra radical nordamericana) che denota la propria vocazione ultraminoritaria e non di classe, nell’illusione idealistica di poter estendere il proprio consenso tra le masse mediante espedienti per apparire sulla stampa e la tv. Illudendosi di poter ottenere qualche vantaggio inseguendo il nemico di classe sul suo terreno.
In realtà la “libertà” dei novax è la stessa dei crumiri di Torino di oltre quarant’anni fa (i falsi 40.000) che reclamavano la “libertà” di lavorare, in altri termini è il tipico antiproibizionismo borghese liberista.
In conclusione, a mio parere, vale la pena impegnarsi concretamente nella lotta per l’unità, il rinnovamento e soprattutto il rafforzamento del PCI.

Norberto Natali

2 commenti su “È necessario iscriversi al PCI

  1. Il popolo è l’unico a sofferente e se non iniziamo ad agire con serenità e forza
    Glinitaliani non saranno mai liberi ,ma dolo succubi di una politica decadente che pensa solonai 12.000 euro mensili do onorevoli senatori che vanno poi in pensione non von i soldi versati ma del popolo

  2. bravo Norberto. Non fossero bastati i deliri su altri temi di grillo e la bugia del suo movimento oggi purtroppo componente rappresentativa in un parlamento sempre più imbarazzante a guida di un banchiere e sostenuta da un ” partito unico ” ….
    Sono per il PCI senza se e senza ma, unica alternativa. Altri, se davvero in buona feda confluiscano senza pretese personali (come Rizzo o il comoagno Fosco Giannini che invoca unità: l’unica Unità dei comunisti è nel PCI…. diverse posizioni le si esprimono all’interno del partito (ovvero nel ricostituito PCI) accettando anche una maggioranza contraria, senza per questo scissioni dettate unicamente da inutili e dannosi personalismi.

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