Partito Comunista Italiano

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Elezioni amministrative: cosa ci dice il voto.

Mauro Alboresi – Segretario Nazionale PCI

L’esito del test elettorale appena conclusosi, che ha coinvolto 982 comuni su un totale di 7904, ossia il 12%,  dei quali 26 capoluoghi di provincia, 4 anche di regione (Catanzaro, Genova, Palermo,  L’Aquila ), al netto dei previsti ballottaggi inerenti 13  città (Catanzaro, Verona, Parma, Monza, Piacenza, Alessandria, Barletta, Lucca, Como, Viterbo, Cuneo, Frosinone, Gorizia), si presta a molteplici considerazioni di carattere generale e particolare sulle quali, necessariamente, occorrerà ritornare.

Si conferma innanzitutto il tasso di astensionismo, che si attesta attorno al  50%, un dato che non può non fare riflettere, e che rinvia a molti dei processi via via affermatisi nel nostro Paese in merito alla questione della rappresentanza e della rappresentatività, più in generale a quella della democrazia formale e sostanziale.

Il centrodestra, assai articolato, ha conquistato 9 comuni al primo turno e vince, ma non nei termini preventivati da molti.

Il centrosinistra, al cui campo largo è ricondotto anche il Movimento 5 Stelle, complessivamente regge, e dopo avere vinto al primo turno a Padova, Taranto e Lodi, punta sul ballottaggio per conquistare qualche altro comune.

Anche in questa tornata elettorale un ruolo rilevante è stato assunto dalle liste civiche, di centrodestra e di centrosinistra: le prime raccolgono il 22,2% , portando il totale di tale schieramento al 43,8%, le seconde il 18,7%, attestando tale realtà al 41,9%.

Il risultato del voto, se riferito ai diversi partiti in campo, dice molto, anche e soprattutto in previsione delle elezioni politiche del prossimo anno.

Sulla base dei dati riguardanti tutti i comuni con più di 15000 abitanti, il partito più votato è il Partito Democratico (17,2%), seguito da Fratelli d’Italia (10,3%), Lega (6,7%) Forza Italia (4,6%), Movimento Cinque Stelle (2,1%).

Si tratta di un dato assai significativo, in quanto ridefinisce gli equilibri interni agli schieramenti (si pensi al rapporto tra Fratelli d’Italia e Lega) e sancisce il precipitare del Movimento Cinque Stelle,  che a suo tempo si era imposto quale terzo polo. Un risultato che, oltre ad indebolire la scelta del “campo lago” a cui punta il PD,  spinge sempre più in direzione del rilancio del bipolarismo, che la stessa esperienza del governo Draghi dimostra essere largamente sovrapponibile, intercambiabile, e perciò funzionale al processo di gestione del potere entro le coordinate date, che rispondono agli interessi delle élite finanziarie ed economiche.  

A ciò si aggiunge il risultato di soggetti quali Azione e Più Europa, presenti in poche realtà andate al voto e formalmente non riconducibili agli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra, un risultato significativo, indicativo, a parere dei loro rappresentanti, di un possibile spazio autonomo al centro.

Il tentativo di diverse forze, dichiaratamente assai diverse tra loro, di proporsi in alcuni contesti, si pensi a Palermo,Genova e Parma, sulla base di un progetto definito dai più “sovranista”, di sicuro, per molti, all’insegna di una buona dose di spregiudicatezza,  non ha sortito, nonostante l’ampia visibilità di cui ha goduto, i risultati attesi, ed è quindi assai probabile che ciò  porti ad una sua riconsiderazione.

Nella sostanza, gli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra, mai così ampi ed articolati sul piano della forma, mai così vicini sul piano delle proposte formulate, fatti oggetto di riequilibri più o meno marcati al proprio interno, si sono divisi la posta.

Poco o nulla è rimasto alla sinistra di classe, di alternativa, che conferma la propria marginalità e l’essere assai lontana dal superamento di una crisi che viene da lontano e che ha ragioni precise.

Il dato riferito ad essa, presentatasi  in poche realtà, nonostante una maggiore unità rispetto ad esperienze recenti è insoddisfacente.

Essa continua a non essere percepita da tanta parte dell’elettorato come la necessaria alternativa, nonostante la gravità della situazione data, soprattutto per i ceti popolari, per il mondo del lavoro, che non possono certo trovare le necessarie risposte ai propri bisogni dalle forze politiche che si ritrovano ad appoggiare il governo Draghi, a garantire il quadro di compatibilità  per il quale esso è in campo, né  in quelle che, dichiaratamente in opposizione allo stesso, evidenziano una cultura politica di destra, o che vorrebbero superate le differenze tra destra e sinistra, in realtà mai così marcate. 

E’ un dato di fatto che nessuna delle formule attraverso le quali la sinistra di classe, di alternativa si è presentata al voto,  è risultata tale da potersi proporre indiscutibilmente come modello, così come nessuna delle forze politiche che la compongono esce dallo stesso potendo proporsi come “vincente”.

Il PCI, in tale contesto,  ha ricercato ancora una volta, a partire dai contenuti e misurandosi con le diverse culture politiche in campo, la massima unità possibile.

Una scelta che è parte del progetto che il partito persegue con grande determinazione, ossia quello dell’unità dei comunisti entro un fronte della sinistra di classe, nel rispetto dell’autonomia politica ed organizzativa delle sue diverse componenti.

Un progetto che non ha alternative credibili se si vuole affermare società diversa, necessaria e possibile assieme.

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