Partito Comunista Italiano

Sito ufficiale del PCI

Giovanni Arenella, comunista, combattente delle Quattro Giornate di Napoli, sindacalista e deputato.

di Antonio Frattasi, Segretario Regionale PCI Campania

Le Quattro Giornate furono il primo, importante evento della Resistenza italiana; ai moti che portarono alla liberazione della città presero parte gente del popolo, militari, intellettuali, “scugnizzi”, giovani studenti, esponenti di quelle forze antifasciste (comunisti, socialisti, giellisti, repubblicani) per anni duramente represse dal regime. Il Partito comunista, nonostante la lunga persecuzione subita, aveva comunque mantenuto, a Napoli e in provincia, nuclei di dirigenti e militanti che svolsero un ruolo niente affatto marginale durante l’insurrezione.

Alcune correnti della produzione storiografica sulle Quattro Giornate hanno teso a porre sullo sfondo la partecipazione organizzata delle forze politiche all’insurrezione, e, soprattutto, a sminuire il ruolo dei comunisti. E questa ostinata marginalizzazione delle funzione svolta dai quadri del PCI persiste ancora oggi in alcune ricostruzioni degli eventi che accaddero dal 28 settembre al 1° ottobre del’43. Persino nel bellissimo film di Nanni Loy, girato nel 1962, vi è appena un breve riferimento all’antifascismo organizzato. Il personaggio del professore, interpretato dal bravissimo attore Franco Sportelli, è vagamente ispirato alla figura di Antonino Tarsia in Curia, comunista e capo dell’insurrezione nel quartiere Vomero, ma soltanto da qualche battuta lo spettatore riesce forse a comprendere che l’anziano partigiano è un antifascista comunista. Nè tra l’altro nel film vi sono scene di scontri tra insorti e fascisti, e ciò nonostante la prima sceneggiatura scritta da Carlo Bernari non trascurasse questo importante aspetto delle Quattro Giornate.

All’insurrezione parteciparono Eugenio Mancini, Ciro Picardi, Luigi Mazzella, Salvatore Cacciapuoti, Aurelio Spoto, Giorgio Quadro, Gennaro Rippa, Giovanni Arenella e tanti altri compagni. I comunisti affrontarono, in quartieri diversi della città, le truppe tedesche, e contrastarono con coraggio, in drammatici scontri a fuoco, i carri armati tedeschi.

Dopo la liberazione di Napoli, i migliori quadri comunisti furono impegnati nella costruzione del Partito in città e nel Mezzogiorno. Cacciapuoti, come è noto, divenne segretario della federazione napoletana del PCI, incarico che svolse per lungo tempo con grande tenacia, polso fermo e piglio deciso. Eugenio Mancini, avvocato calabrese ripetutamente incarcerato durante il regime (era fratello di Pietro Mancini, socialista e deputato del PSI nel prefascismo, poi alla Costituente e nella prima legislatura repubblicana) fu un punto di riferimento nella costruzione del partito a Napoli. La linea sostenuta da Mancini e da altri compagni ancora legati al bordighismo aveva tra i suoi obiettivi principali l’immediato rovesciamento della monarchia. Fu, quindi, durissimo la scontro con Eugenio Reale e Velio Spano che, invece, erano convinti della necessità di un accordo con i Savoia per continuare la lotta al nazifascismo. Queste diverse visioni dei compiti dei comunisti rispetto alla fase apertasi con la Liberazione del Sud Italia portarono, nell’ottobre del’43, alla scissione di Montesanto ed alla contrapposizione tra le due federazioni (quella di San Potito, dove aveva sede il gruppo stretto intorno a Reale, e quella, appunto, di Montesanto, popolare e pittoresca zona del quartiere Montecalvario, dove fu stabilita la sede degli intransigenti). La scissione fu superata alla fine del’43, e già prima dell’arrivo di Togliatti a Napoli, nel marzo del’44, la frattura si sanò quasi del tutto.

Giorgio Quadro, Gennaro Rippa, Ciro Picardi, di origine operaia, furono tra i protagonisti dell’azione di radicamento del partito nelle fabbriche e dell’opposizione al clientelismo laurino.

Giovanni Arenella, (che intendo brevemente ricordare perché la sua figura è caduta in un oblio immeritato), dopo la liberazione della città, si dedicò all’attività sindacale.  La storia politica del giovane partigiano delle Quattro Giornate è, per molteplici aspetti, simile a quella di tanti giovani comunisti nati negli anni Venti, che scelsero, terminato il conflitto mondiale, di impegnarsi, con il fervore e la passione che animavano i “rivoluzionari professionali”, nelle battaglie per la democrazia e l’attuazione della Costituzione, pur consapevoli dei gravi rischi che quotidianamente correvano (scontri con la polizia di Scelba, arresti, processi). Entrato nel Partito comunista all’età di 17 anni, fu, nonostante la giovane età, organizzatore dei CLN nella provincia di Napoli.  Operaio metallurgico, licenziato dalla fabbrica per rappresaglia, divenne, negli anni Cinquanta, un dirigente sindacale di primo piano, ricoprendo la carica di segretario provinciale CGIL degli edili, una categoria di lavoratori molto forte e combattiva.

Le sue capacità organizzative, la sua origine proletaria che gli rendeva naturale il rapporto con le masse, furono notate ed apprezzate dal gruppo dirigente del partito che lo inviò in Calabria per partecipare alle lotte contadine per la Riforma agraria. Fu un’esperienza politica e culturale molto formativa, che temprò il carattere del giovane militante napoletano.

Ritornato nella sua città dopo l’intensa ‘esperienza calabrese, Arenella fu candidato nel maggio del’52 alle elezioni comunali di Napoli nella lista civica Vesuvio, capeggiata da Giorgio Amendola e Mario Palermo, avvocato, senatore del PCI, nobile e prestigiosa figura dell’antifascismo.

Le amministrative del ’52 rappresentarono un momento di grave difficoltà per la DC, ma anche per le forze che con essa governavano il paese. De Gasperi e Scelba avevano intuito che il successo del 18 aprile sarebbe stato difficilmente replicabile e avevano cercato di porre rimedio ad un prevedibile calo di consensi introducendo nella legislazione elettorale   relativa agli enti locali un meccanismo premiante per le forze coalizzate che avessero ottenuto la maggioranza relativa (fu la prova generale della Legge truffa). A Roma, dove il Vaticano, la nobiltà nera e gli ambienti conservatori temevano una vittoria di comunisti e socialisti, si tentò la famosa operazione Sturzo, cioè l’accordo tra democristiani e fascisti (scelta naufragata per la contrarietà di De Gasperi e di parte della Dc).

Sull’esito delle elezioni a Napoli ed in altre città del Mezzogiorno, le preoccupazioni dei capi democristiani erano notevoli e ben fondate.  Al vento di destra che aleggiava al sud del Garigliano, la Dc rispose cercando alleati in alcuni settori della destra, tentando così di scompaginare il fronte conservatore e reazionario. A Napoli, la lista democristiana si presentò apparentata, non soltanto ai tradizionali partiti di centro e moderati (liberali, repubblicani e socialdemocratici), ma anche a liste di ispirazione monarchica e qualunquista. Ezio Coppa, deputato del PNM, capeggiò, infatti, la lista del Fronte nazionale monarchico (il partito fondato dal principe siciliano   Giovanni Alliata di Montereale e da Tommaso Leone Marchesano) collegata alla Dc.  Alliata e Marchesano rappresentavano l’ala più reazionaria ed anticomunista dei monarchici, entrata in contrasto con Covelli, segretario nazionale del PNM, sul tema dei rapporti con la Dc. Anche il Fronte dell’Uomo Qualunque, formazione politica ormai prossima allo scioglimento, presentò una sua lista apparentata con i democristiani e le altre formazioni di centro. La Dc per cercare di arginare il pericolo laurino candidò come capilista Giovanni Leone, vicepresidente della Camera, e Angelo Raffaele Jervolino, deputato ed esponente autorevole del partito.  La lista democristiana era composta da molti avvocati, da professionisti e docenti universitari di varie facoltà, tra i quali figurava anche Aldo Sandulli (che sarebbe stato poi giudice e presidente della Corte costituzionale, presidente della Rai e senatore).

Il PCI aveva scelto di presentare una lista non con il simbolo del partito, ma con l’immagine del Vesuvio, sebbene essa fosse composta quasi esclusivamente da compagni militanti. Dietro i due capilista, Amendola e Palermo, vi erano quadri di partito, operai, intellettuali, giovani, studenti universitari. Accanto a Salvatore Cacciapuoti, segretario della Federazione, vi erano Vincenzo Ingangi, avvocato  e vecchio militante del partito, Aurelio Spoto, eroico combattente delle Quattro Giornate, Carmelo Gabriele, pediatra calabrese  molto stimato nei quartieri popolari, e un gruppo di giovani  compagni: Giovanni Arenella, Gerardo Chiaromonte, Franco Daniele, Giovanni Bisogni (studente universitario di Giurisprudenza, successivamente più volte eletto in Consiglio comunale), Gerardo Marotta (avvocato e fondatore,  decenni dopo, dell’Istituto Italiano di Studi Filosofici ), Kemali Rascid (storico segretario della sezione Stella ), nonché Giuseppe Guarino(allora giovane  docente, che sarebbe divenuto un giurista di fama, uno  dei maggiori studiosi di diritto amministrativo, successivamente  uscito dal partito e dedicatosi alla carriera accademica sarebbe stato eletto   senatore democristiano e  nominato ministro alla fine degli anni Ottanta).  Alleati del PCI erano il PSI e la lista il Pino formata da indipendenti e capeggiata da Arturo Labriola, senatore di diritto e massone.

Fu una campagna elettorale difficile, caratterizzata da un’accesa contrapposizione tra le diverse coalizioni. La città delle Quattro Giornate vide una presenza costante dei fascisti del Movimento sociale italiano con comizi di Almirante e di Junio Valerio Borghese, allora presidente del partito. La destra monarchica, guidata da Lauro, non badava a spese per conquistare consensi. L’ingente dispiego di mezzi fu denunciato a Montecitorio da Giorgio Amendola, durante il dibattito sulla legge Scelba. Togliatti concluse la campagna elettorale del PCI il 21 maggio, a Piazza del Plebiscito, gremita di militanti ed elettori (i giornali scrissero oltre 100.000).

Lauro ottenne un successo notevole: il Partito nazionale monarchico raggiunse il 29,5%, risultato che, unito all’11,8% dei fascisti   del Movimento sociale italiano, portò la destra complessivamente oltre il 40%. Per effetto del premio di maggioranza nella Sala dei Baroni approdò un considerevole numero di consiglieri di destra: 38 monarchici e 15 fascisti. Accadde così che, nella città ribellatasi ai nazisti e ai fascisti appena 9 anni prima, finirono col sedersi tra i banchi del Consiglio ben 11 ex esponenti del PNF, tra i quali lo stesso Lauro, Nicola Sansanelli (quest’ultimo era stato, sia pur soltanto per un anno, segretario nazionale del partito fascista, nominato immediatamente dopo la marcia su Roma), Nicola Foschini, Carlo Rastrelli, già generale della M.V.S.N.

Il PCI risultò la terza forza politica dell’assemblea cittadina conseguendo il 21,5%   ed eleggendo 11 consiglieri.  Modestissimo fu il risultato di socialisti ed indipendenti, che riuscirono ad eleggere soltanto un consigliere ciascuno. Tra i giovani compagni candidati, Gerardo Chiaromonte e Giovanni Arenella, allora segretario della Camera del lavoro di Frattamaggiore, risultarono eletti ottenendo   7. 441 preferenze il primo e 4.666 il secondo.

Leader sindacale molto popolare tra gli edili, Giovanni Arenella fu deputato per due legislature (’58 e ’63) e sindaco di Sant’Antimo in giunte di sinistra. Il 28 settembre del 1962 intervenne a Montecitorio, a nome del gruppo comunista, per celebrare le Quattro Giornate. Nel suo appassionato discorso, memore della sua diretta partecipazione a quell’evento storico, esaltò il carattere popolare dell’insurrezione, concludendo con la necessità dell’unità delle forze antifasciste per difendere e attuare la Costituzione del ‘48(era ancora vivo il ricordo del governo Tambroni). Colpito da infarto, Giovanni Arenella morì prematuramente nel marzo del’65.Il democristiano Bucciarelli Ducci, presidente della Camera nella IV legislatura, nel commemorarne la figura a Montecitorio, ne ricordò la giovanile attività antifascista, la partecipazione alle Quattro Giornate, l’impegno sindacale e parlamentare, la dedizione ai valori del socialismo.

 

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