Partito Comunista Italiano

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Global Strike: non una questione scollegata

di Salvatore Ferraro, Responsabile nazionale Scuola e Università FGCI

La comunità scientifica ha posto la questione climatica al centro del dibattito in modo chiaro e senza fraintendimenti: non si può continuare di questo passo.
Gli scienziati, infatti, hanno avuto ragione, ricevendo un assist prezioso nel periodo del lockdown, durante il quale c’è stato un piccolo rallentamento della produzione (rallentamento, beninteso, non uguale per tutti, perché la grande produzione non si è mai fermata, anzi): così abbiamo potuto respirare un’aria più salubre e rivedere fiumi e canali riprendere il loro naturale colorito.

Students stage a protest in front of the Duomo gothic cathedral, in Milan, Italy, Friday, March 15, 2019. Students worldwide are skipping class Friday to take to the streets to protest their governments’ failure to take sufficient action against global warming. (AP Photo/Luca Bruno)


Fatti che stridono parecchio con il motivo ridondante “la colpa è delle persone incivili”. Cento grandi aziende sono responsabili di oltre il 70% delle emissioni di gas serra emessi dal 1988 a oggi, un dato che parla chiaro: il disastro ambientale è causato dal moto di produzione capitalista, una produzione eccessiva di beni e servizi rispetto ai reali bisogni della popolazione. Si producono cose superflue solo per tendere maggiormente al profitto. Aziende come Amazon, per dirne una, hanno interi comparti – chiamati ‘destroy’ – che solo in Francia, nel corso di un anno, arrivano a distruggere fino a tre milioni di oggetti mal funzionanti – ma anche oggetti nuovi, solo perché rimasti a lungo invenduti. Aziende come quella di Jeff Bezos, tra l’altro, non portano nessun reale contributo alla società: Amazon paga nella sola Europa appena lo 0,15% di tasse sui profitti, 77 milioni di euro, rispetto ad un fatturato che nel Vecchio Continente ammonta a oltre 54 miliardi; né porta ad aumenti occupazionali, dal momento in cui il settore in cui sceglie di operare incide pochissimo sull’abbassamento della soglia di disoccupazione della determinata area in cui di volta in volta si insedia.


Le spie d’allarme che l’ambiente ci dà con l’innalzamento dei mari, l’aumento della temperatura, lo scioglimento dei ghiacciai e altri disastri sono questioni irrisorie, possono tranquillamente passare in secondo piano, per la nostra classe dirigente. Se durante la pandemia in nome del profitto potevano morire tranquillamente le persone, figuratevi se in nome del profitto i nostri politici o grandi industriali si faranno mai qualsivoglia scrupolo per l’ambiente!
Il Governo Italiano e i loro superiori europei a parole dicono che vogliono arginare questo fenomeno, ma le parole non bastano se non seguite da fatti e misure per contrastare ciò. Si stima che di questo passo, tra qualche decennio, la temperatura media dovrebbe innalzarsi fino a 1,5°/2° in più: servirebbe pertanto, sin da subito, un’inversione di tendenza che però continua a tardare. La UE balbetta sull’arresto e sulla circolazione di auto con combustibili fossili, la data del 2035 per l’arresto della vendita di auto diesel e a benzina non è ancora definitiva, mentre appare ancora lontana dalle tempistiche date dagli scienziati. I politici europei e i subalterni di casa nostra in agenda hanno altre priorità rispetto ai disastri ambientali e/o alle morti per COVID. Basti pensare al discorso di Mattarella per celebrare i 70 anni di NATO in Italia lo scorso venerdì: “L’Alleanza Atlantica rappresenta per l’Italia una pietra angolare nella politica di sicurezza […]”; ma non si capisce, quando parla di sicurezza, alla sicurezza di chi si riferisca: a quella dei cittadini italiani, che potrebbero essere i primi bersagliati durante un eventuale conflitto su larga scala per la presenza di basi NATO sul proprio territorio, o quella dei 150000 afghani morti a causa di quelle missioni che, nel giro di 20 anni, avrebbero dovuto stabilizzare le relazioni in quel Paese?


Risulta così un’incredibile farsa quella andata in scena la scorsa settimana in Campania, con l’adesione del nostro paese a un trattato che ci lega mani e piedi dinnanzi alle mire “espansioniste” degli USA. Stare nel Patto Atlantico ci costa parecchio, e da ogni punto di vista. Ogni anno si aggiungono milioni di euro ai già parecchi che versiamo alla NATO per comprare ad esempio F35 instabili in volo o per partecipare a programmi di guerra decennali con ricadute sulle vite delle persone e sull’ambiente: basti pensare che un solo mese di guerra inquina quanto le emissioni di CO 2 emesse da una città come Bologna; in un anno. Si aggiungono così soldi per le guerre, mentre non vengono stanziati fondi adeguati a opere di interesse per la collettività: nessun soldo in più per rimettere in piedi una sanità che via via hanno smantellato nel corso degli anni, nessun’opera di bonifica dei siti contaminati a opera anche della NATO, presenti sul suolo italiano. Dinnanzi alla crisi climatica, anziché invertire la rotta, si ricalca ancora quello che si è sempre fatto!


Si stanzia oltre 1 miliardo di euro per le guerre, mentre con quella cifra si potrebbe dare lavoro a 20000 autisti per potenziare i servizi di trasporto, ridurre le emissioni di CO 2 nelle città e al contempo garantire realmente il distanziamento sugli autobus, al fine di dare il colpo di grazia alla pandemia. E invece il profitto continua a investire tutto ciò che ci circonda, anche nel mondo del lavoro: per aumentare gli utili si delocalizza, si aprono nuove fabbriche all’estero e se ne chiudono in Patria, pagando meno stipendi ai lavoratori, inquinando aree con la costruzione di nuovi impianti, gettando il futuro di persone per aria, facendogli vivere un presente pieno di incertezze: la vertenza della GKN
ne è un esempio.

Noi riteniamo che bisogna collegare le ragioni del lavoro, della pace, dell’istruzione e dell’ambiente: le problematiche non possono essere affrontate a compartimenti stagni, ma in una relazione d’insieme. La data del 24 deve essere inserita all’interno di un percorso più lungo, a tratti propedeutico per lo sciopero del prossimo 11 ottobre!
Bisogna unire studenti, lavoratori e disoccupati intorno a queste tematiche, perché non siamo tutti sulla stessa barca: il prezzo della crisi lo pagano ancora le masse proletarie.


È ora di finirla!

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