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Il No prevale tra i giovani e i poveri

Pubblichiamo una sintesi dei dati rilevati dall’Istituto di Ricerca Cattaneo di Bologna rispetto ai flussi di voto nel referendum sulla riforma costituzionale del 4 aprile

(a cura di Manuela Palermi, presidente Comitato Centrale PCI)

no-referendum

Dopo un costante calo dei votanti nella diverse tornate elettorali, i cittadini recatisi il 4 dicembre alle urne per il referendum hanno segnato un vero boom: 33.243.845. Per l’esattezza, un numero superiore a qualsiasi altra consultazione referendaria, paragonabile a quello delle elezioni politiche del 2013, quando ai seggi si presentarono in 36 milioni.

Questo dato, come evidenzia l’Istituto Cattaneo di Bologna, significa che il voto di ieri è stato “politico” prima ancora che sul testo della riforma. Che la tornata del 4 sia stata anche, e per molti soprattutto, un giudizio sul governo Renzi, viene messo in evidenza da alcuni dati dell’analisi: il No, infatti, ha prevalso nelle fasce di popolazione più in difficoltà, sia a livello geografico, che a livello generazionale, che sotto il profilo del reddito. Al Sud il No è stato più forte, così come tra i giovani e nelle fasce di reddito più basse. Il Cattaneo ha evidenziato che anche la percentuale di presenza straniera ha inciso: nelle zone con maggior concentrazione ha prevalso il No, in quelle a minor concentrazione ha vinto il Si.

Per quanto riguarda poi l’analisi dei flussi, appare chiaro che c’è stata nel Pd una “componente minoritaria ma significativa di elettori dissenzienti rispetto alla linea ufficiale”, che va da un minimo del 20,3% a Firenze (rispetto a chi ha votato Pd nel 2013) e del 22,8% a Bologna, al 33% a Torino, fino a punte del 41,6% a Napoli e di 45,9% a Cagliari. Quasi nessuno degli elettori del Pd nel 2013 si era spostato verso l’astensione o altri partiti. Da rilevare dunque che nell’elezione referendaria il 23% di No siano elettori Dem. Granitico invece il voto  dei simpatizzanti di M5s, che al 90% ha seguito le indicazioni di Grillo. Gli elettori del Pdl del 2013 in parte si sono astenuti, ma una buona fetta ha votato Si (il 44% a Firenze e il 41% a Bologna), mentre tutti gli elettori centristi di Scelta civica hanno messo una croce sul Si.

Il No prevale tra i giovani e i poveri. Questa dunque l’analisi dell’Istituto Cattaneo condotta sull’elettorato di Bologna (dove peraltro ha prevalso il Si) al fine di approfondire le motivazioni sociali ed economiche del voto referendario. L’analisi ha aggregato tutte le sezioni elettorali di Bologna per fasce di reddito. Nelle sezioni (per lo più periferiche) dove il reddito medio è inferiore a 18mila euro, il No ha preso il 51,3%, in quelle fra 18 e 25mila euro il 47,1%, mentre nelle zone più ricche (oltre i 25mila euro) ha prevalso nettamente il Si, con il no al 40,1%. Stessa operazione è stata fatta scorporando le sezioni elettorali per media d’età. Nei seggi dove l’età media è inferiore ai 45 anni il No ha preso il 51,3%, in quelle tra i 45 e i 50 si è fermato al 47,5%, mentre nelle sezioni con un età media superiore ai 50 anni ha preso il 44,5%. L’ultimo indicatore sociale preso in esame è stato la presenza di cittadini stranieri. Nelle sezioni dove la presenza di immigrati è superiore al 14% il No ha preso il 51,3%, in quelle zone della città di Bologna dove gli stranieri sono meno del 7% si è fermato al 44,4%.

Un voto più politico che referendario

 Dai dati appare evidente che il voto è stato molto più “politico” che referendario. La personalizzazione impressa dal presidente del Consiglio ne ha fatto un voto pro o contro il governo, e quindi la contestazione alle politiche del governo Renzi si è rivelata nel Paese di grande ampiezza. Gli italiani hanno nettamente percepito l’importanza della posta in gioco e, di conseguenza, si sono mobilitati in larghissima parte. Hanno chiesto un cambiamento vero, non di facciata, e nella difesa della Costituzione hanno rivendicato tutta la loro avversione ad una politica sociale ed economica che ha penalizzato i giovani ed i lavoratori.

L’analisi sui flussi di voto fa dire all’Istituto che è risultata fallimentare la strategia di Renzi di strappare consensi agli elettori di centrodestra e del Movimento 5 Stelle. Il fronte del No accomunava infatti gli elettori a sinistra del Pd, quelli di centro-destra e quelli del Movimento 5 Stelle. Sommando le percentuali di voto di questi soggetti alle elezioni politiche del 2013, si arriva al 59,7%, un dato quasi perfettamente allineato con il voto al No. Il fronte del No si è dimostrato coeso e addirittura in grado di attrarre voti aggiuntivi rispetto al dato del 2013.

L’elettorato del Partito democratico – fa notare l’Istituto Cattaneo  – ha partecipato quasi interamente al voto (pochissimi, a parte il caso di Reggio Calabria, sono gli elettori del Pd che si sono astenuti). Nelle città del Nord e del Centro il peso della diaspora verso il “No” varia da un minimo di un quinto (20,3% a Firenze) a un massimo di un terzo (33% a Torino). Al Sud questo peso è in alcuni casi anche maggiore: a Napoli e a Palermo più del 40% degli elettori Pd ha respinto la riforma.

Il partito di Berlusconi perde una quota abbastanza significativa verso l’astensione; la riforma è riuscita a fare breccia nell’elettorato berlusconiano, ma si tratta di una breccia in genere piccola (a Parma, Napoli e Palermo i Pdl pro-riforma sono meno del 20%) ma comunque significativa. E che, in alcune città, arriva anche a proporzioni consistenti: a Brescia i berlusconiani favorevoli alla riforma sono il 36,8% e a Bologna superano il 41%, a Firenze arriva al 44%. “Se il referendum sulle trivelle di aprile aveva mostrato segni di un consolidamento dell’elettorato Cinque stelle – secondo l’istituto Cattaneo -, il referendum costituzionale rivela una compattezza granitica. Le perdite verso l’astensione sono (a parte poche città, come Cagliari, Torino, Bologna e Parma) trascurabili”.

Gli elettori che nel 2013 avevano scelto il partito di Grillo, “quasi unanimemente” oggi hanno scelto di opporsi alla riforma costituzionale (in sei città su dieci le percentuali sono superiori al 90%). Una delle città in cui i pentastellati (pur rimanendo maggioritariamente contrari alla riforma) si discostano maggiormente – rileva l’istituto – è Parma (la città del “caso Pizzarotti”): qui il 67,7% di loro ha votato No, mentre il 17,4% si è astenuto e il 14,9% ha votato Sì”.

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