Home Il Partito Le Tesi del PCI TESI 08 – Immigrazione: non solo solidarietà ma lotta per un nuovo blocco sociale anticapitalistico

TESI 08 – Immigrazione: non solo solidarietà ma lotta per un nuovo blocco sociale anticapitalistico

TESI 8

IMMIGRAZIONE: NON SOLO SOLIDARIETA’ MA LOTTA PER UN NUOVO

BLOCCO SOCIALE ANTICAPITALISTICO

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  1. L’immigrazione è un fenomeno che, ad ondate, ha caratterizzato la storia recente dell’Occidente ed è giunta a costituire una realtà consolidata in molti Paesi a capitalismo avanzato (basti pensare agli USA). Oggi – in particolare per l’Europa e, all’interno dell’Europa, per i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo – tale fenomeno ha assunto il carattere dell’emergenza sociale e politica, fino a mettere a serio rischio la stessa tenuta dell’Ue. E’ davanti agli occhi di tutti la realtà di un dramma umano che ha sin qui provocato decine di migliaia di morti, trasformando il Mediterraneo in un cimitero: e non c’è da impiegare tante parole per dire del disgusto davanti al triste spettacolo di un’Unione Europea del tutto incapace di dare in modo coordinato risposte all’altezza della situazione, tutt’all’opposto della nobile condotta e della capacità di accoglienza dimostrate ad esempio dalla gente di Lampedusa.
  1. Intendiamo tuttavia affrontare qui alcuni aspetti del problema su cui i comunisti hanno il dovere di insistere:

In primo luogo , vanno fatti conoscere nel merito i dati reali. E va contrasta la tendenza a gonfiare i termini del problema a tutto vantaggio delle destre xenofobe: a ridurre cioè il tema in termini esclusivamente securitari e di allarme sociale, secondo una impostazione propagandistica regressiva e antistorica che, al netto delle illegalità accertate e certamente da perseguire, oscura ambiti di realtà ormai consolidati. Ad esempio, secondo i dati forniti dall’Inps, nel 2014 i contributi pensionistici degli extracomunitari hanno raggiunto gli otto miliardi di euro: se si sottraggono a tale cifra circa tre miliardi per corrispondenti prestazioni (pensionistiche e non), resta un saldo attivo di circa cinque miliardi, equivalenti ogni anno a una spesa pensionistica che va a vantaggio di 600 mila italiani.

  1. In secondo luogo, non dobbiamo cessare di ribadire che l’odierna immigrazione di massa è un effetto dell’imperialismo economico post-coloniale: innanzitutto, effetto delle aggressioni militari. Le devastazioni di interi Paesi ad opera delle “civili” bombe occidentali hanno infatti provocato in questi anni milioni di profughi in fuga dai loro Paesi d’origine. Ad esempio (dopo Afghanistan, Iraq e Libia), solo l’aggressione alla Siria ad opera dei ribelli filo-Isis – di fatto sostenuti da Nato e monarchie del Golfo – ha causato, oltre a 250 mila morti civili, l’esodo di sei milioni di profughi. Ciò ovviamente si aggiunge al regolare spostamento di ingenti flussi di ricchezza in particolar modo dall’area mediterranea a sud del continente europeo (profitti derivanti dalle risorse energetiche) verso i forzieri dell’alta borghesia finanziaria di Usa e Nord Europa, peraltro legata sul piano istituzionale alla tecnocrazia non elettiva dell’ Ue: un travaso che è alla base dell’endemica povertà di Terzo mondo. Né in questo contesto vanno sottaciute, come causa dell’immigrazione di massa, le devastazioni ambientali che distruggono le economie agricole di vaste aree e la rapina sistematica di risorse minerarie, soprattutto in Africa.
  1. Da ultimo, ma non certo per importanza, i comunisti hanno il dovere di affrontare di petto i problemi posti dal ruolo che viene spesso ad assumere la popolazione immigrata come manodopera di riserva per le economie occidentali, assillate da una forte crisi competitiva e dunque alla ricerca di un abbassamento del costo del lavoro e di una forza-lavoro con potere contrattuale praticamente nullo (in proposito è emblematico il regime schiavistico cui ad esempio sono costretti i lavoratori stranieri adibiti alla raccolta di pomodori nel Sud d’Italia sotto il tallone della malavita organizzata, vero e proprio braccio armato del capitale). Non sorprende che tutto ciò crei condizioni di malessere e crisi sociale entro i confini dei Paesi di destinazione e/o attraversamento, con tutte le inevitabili ricadute di stampo razzistico. Anche il problema dell’immigrazione, dunque, diviene funzionale alla costruzione di una nebbia ideologica che arriva ad avvolgere anche il mondo del lavoro: divenendo, in definitiva, potente strumento di quel controllo ideologico che è padre e madre della falsa coscienza di massa. I lavoratori immigrati sono ormai parte integrante del proletariato metropolitano. I comunisti sono chiamati al difficile compito di ricomporre gli interessi di classe oggi strumentalmente divisi su due fronti contrapposti, quello del proletariato “indigeno” e quello degli immigrati, contrastando la cosiddetta “guerra tra poveri” e superando le insufficienze di impostazioni esclusivamente improntate ad una concezione di tipo solidaristico-assistenziale, propria ad esempio del mondo cattolico. La sfida è quella di trasformare gli effetti nefasti della globalizzazione liberista nell’occasione di un rilancio della solidarietà di classe e di un nuovo internazionalismo, in vista di una società socialista.

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