Home Il Partito Le Tesi del PCI TESI 11 – Italia: il quadro sociale e il conflitto capitale/lavoro

TESI 11 – Italia: il quadro sociale e il conflitto capitale/lavoro

TESI 11

ITALIA: IL QUADRO SOCIALE E IL CONFLITTO CAPITALE/LAVORO

IL LAVORO OGGI

sostieni il partito

1.I comunisti sono chiamati a ristabilire la sovranità del lavoro, cioè a riprendere in mano una politica “alta”, che non sottostia ai diktat del capitalismo sovranazionale o all’imperialismo in ogni forma esso si esprima. E’ fondamentale ricostruire le basi (ideali, teoriche, ideologiche, culturali) per riappropriarci del concetto di sovranità dei lavoratori e ricostruire una coscienza di classe tra coloro che vivono del proprio lavoro: così che questi possano entrare politicamente nella storia come classe sociale capace di elevarsi da quella “morale di schiavi” a cui oggi è costretta a una “morale di produttori” che permetta loro di diventare protagonisti del progresso e proprietari dei mezzi di produzione. Con queste premesse vanno affrontati i temi del lavoro.

2.La mancanza di lavoro, il precipitare della sua condizione, sono parte della crisi strutturale nella quale si dibatte il capitalismo, delle politiche liberiste imperanti delle quali i governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, succedutisi alla guida del nostro Paese, si sono fatti interpreti. La situazione italiana è in Europa tra le peggiori. I dati inerenti la disoccupazione, con particolare riferimento a quella giovanile e al Sud del Paese, così come la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni, la crescente precarietà del lavoro (emblematica la vicenda dei voucher), la progressiva diminuzione dei diritti dei lavoratori, lo testimoniano. Gli interventi del Governo Renzi si sono evidenziati altro da quanto dichiarato: soprattutto un’azione indistinta di redistribuzione a favore delle imprese, comunque incapaci di invertire la situazione. I dati macro-economici dell’Italia evidenziano una situazione assai difficile, l’acuirsi del divario tra la stessa e quella dei principali Paesi europei. Da quinto Paese industriale, il nostro è trasformato in “società di servizi” di dubbia qualità. L’Italia è “terra di conquista” per le speculazioni internazionali, nella quale i rapporti di forza sono comunque e sempre a favore del capitale. Il risultato è che il Paese (carente di materie prime e con quello che resta del sistema industriale poco innovativo, obsoleto e privatizzato) non ha più strumenti né forza contrattuale per trattare e competere con altre nazioni sviluppate. E’ evidente l’assenza di una politica di sviluppo che individui i settori strategici, la produzione necessaria e utile, rilanci il ruolo dello Stato in economia.

3.Dopo anni di colpi ai diritti dei lavoratori, il jobs act ha compiuto la definitiva cancellazione di ciò che rimaneva dell’impianto dello Statuto dei lavoratori. La nuova frontiera del governo e di Confindustria è la cancellazione del CCLN, in favore di un salario minimo legale ben al di sotto del livello di sussistenza. Il lavoro è la nostra ricchezza e può ancora essere motore di riscatto, benessere e crescita dei cittadini. La questione è strettamente legata al tema della qualità del lavoro. Occorre lanciare su questo, una campagna politica e sociale unitaria per l’attuazione dei principi e dei valori espressi dalla Costituzione. L’obiettivo dei comunisti non può che essere quello di riunificare la classe lavoratrice, darle una adeguata rappresentanza politica, sapendo che occorre una ridefinizione ampia del lavoro che comprenda la molteplicità di figure lontane dalle forme usuali del passato (I cosiddetti “nuovi lavori” rientrano del tutto nella categoria del lavoro economicamente subordinato, non sono identità intermedie tra lavoro salariato e lavoro autonomo).

Per poter riunificare la classe lavoratrice dovremo approfondire anche la condizione multiforme del lavoro in agricoltura, l’unico settore produttivo in cui l’occupazione aumenta, e inoltre prendere in considerazione i lavoratori e le lavoratrici autonomi/e e del piccolo commercio, dell’artigianato e del lavoro intellettuale.

COMUNISTI E SINDACATO

  1. Un nuovo Partito comunista non può pertanto non essere attivo in ambito sindacale, sul terreno del conflitto tra capitale e lavoro, in relazione agli interessi materiali di milioni di lavoratori. Occorre che i comunisti siano impegnati a ricostruire il rapporto con i lavoratori, messo a dura prova nel corso di questi anni a fronte anche della nutrita serie di accordi separati e di una perdurante mancanza di risultati concreti, che ha determinato un progressivo scivolamento verso la non partecipazione alle lotte ed una sorta di “consenso passivo” o comunque rassegnazione alla politica delle classi dominanti. Per il movimento dei lavoratori e per i comunisti è fondamentale coagulare un fronte di resistenza politico e sociale che sia il più ampio possibile e che riesca a comprendere dal popolo della Cgil, che ancora oggi raccoglie più di 5 milioni di iscritti, a quello del sindacalismo di base. Questo compito spetta innanzitutto ai compagni che militano nel sindacato e che devono essere in grado di portare a sintesi le diverse posizioni nell’interesse generale dei lavoratori. Il partito, anche sulle questioni del lavoro, deve essere autonomo e indipendente: ciò significa che non deve avere un unico “sindacato di riferimento” ma sviluppare una volontà di dialogo e confronto con qualsiasi organizzazione sindacale.
  1. Con questa logica è compito del partito organizzare i comunisti iscritti e operanti nei luoghi di lavoro e nei vari sindacati, affinché seguano obiettivi e una linea politica comuni. Per noi comunisti lavorare per un nuovo protagonismo dei lavoratori, del sindacato, per la rinascita della sinistra politica, significa anche avanzare una serie di proposte, costruire una piattaforma attorno alla quale organizzarsi, da cui ripartire. Per la centralità che assume per noi il mondo del lavoro, è necessario superare lo scollamento tra partito e compagni che operano nel sindacato, quella falsa “autonomia” che genera spesso divisioni, incomprensioni, addirittura non conoscenza di ciò che avviene nei rispettivi campi. Proponiamo per questo forme di coordinamento a tutti i livelli affinché l’impegno coinvolga tutti e sia coeso e coerente.Far rientrare la politica nei luoghi di lavoro (“essere partito” nei luoghi di lavoro è cosa distinta dal “fare sindacato”). Anche da questo dipende la costruzione di un partito saldo e radicato contro la logica del partito leggero o d’opinione, da un impegno politico da praticare laddove il conflitto capitale/lavoro decide le prospettive democratiche, economiche e sociali dell’intero Paese.

LE NOSTRE PROPOSTE

  1. Occorre un grande intervento pubblico in economia che consenta allo Stato di essere presente in tutti i settori produttivi, in particolare in quelli più avanzati, con un conseguente ritorno di imprese di grandi dimensioni, imprescindibili per competere in settori strategici. Un intervento pubblico che metta in moto il Paese attraverso uno sviluppo sostenibile, con investimenti in istruzione e ricerca, con la qualificazione del lavoro. E che condizioni, anche con la leva fiscale, l’economia privata verso obiettivi di sostenibilità ambientale.Lo Stato deve contrastare le delocalizzazioni facendole “costare”, recuperando i finanziamenti erogati, vincolando a interesse sociale le aree dismesse, assumendo il controllo pubblico delle aziende che spostano il lavoro all’estero. I settori (industriali e servizi) fondamentali e strategici devono restareo tornare a direzione pubblica e, ove necessario, devono essere nazionalizzati (o espropriati in base ai dettami costituzionali).
  1. Non siamo contrari alle grandi opere. Il nostro Paese, al Sud ma non solo, ha per esempio un grande deficit nelle reti di comunicazione che va colmato. Siamo contrari quando esse determinano speculazioni politico-economiche e infiltrazioni mafiose, quando sono devastanti per l’ambiente, i territori e i loro abitanti. Lo Stato deve promuovere una diffusione di “piccole” opere la cui necessità è avvertita in Italia e in Europa. C’è da approntare un nuovo piano di edilizia economica e popolare, agendo essenzialmente sul recupero e la qualificazione del patrimonio edilizio esistente, c’è da rimettere in sicurezza scuole, ospedali ed istituti carcerari, c’è il drammatico problema del riassetto idrogeologico e della sicurezza sismica, sono prioritari risanamento e sviluppo dell’intero territorio nazionale.

AUMENTARE LE RETRIBUZIONI

  1. Le retribuzioni italiane sono tra le più basse in Europa, in particolare quelle delle donne; e l’impoverimento del potere d’acquisto coinvolge tutte le forme di lavoro subordinato, da quelle intellettuali a quelle operaie. La tassazione pesa più sul costo del lavoro che sulle speculazioni finanziarie; il cosiddetto cuneo fiscale resta un problema irrisolto che costituisce un freno per le imprese  soprattutto piccole e medie, che vogliano innovare in prodotto e processo, e concorre in gran parte al perdurante abbassamento dei consumi (anche di beni di prima necessità). [eliminazione proposta da Veneto] Per un recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni chiediamo, come prime e urgenti misure, la restituzione del fiscal drag, la detassazione della tredicesima. Chiediamo il rinnovo dei CCNL del pubblico impiego, da troppo tempo disatteso, e del settore privato, fuori dalla logica che governo e padronato tendono ad imporre a partire dal cosiddetto “modello Marchionne”.

ABROGARE IL JOBS ACT

  1. La controriforma del lavoro deve essere abrogata. E’ necessario il ripristino dell’articolo 18 nello Statuto dei lavoratori e sua estensione a tutti i lavoratori. E’ necessario che si riscriva lo Statuto dei lavoratori affinché siano estese le tutele ai nuovi ‘lavori’, realizzando una controtendenza rispetto agli ultimi 20 anni, in questo senso consideriamo utile e da sostenere (integrazione veneto) la proposta che è in campo di una nuova ‘carta dei diritti’. Serve una diversa definizione degli ammortizzatori sociali. Serve cancellare le forme di lavoro precario riconducendo a normalità il lavoro dipendente continuativo, serve ridefinire le regole per l’uso del lavoro a tempo determinato, che deve avere costi maggiori rispetto al tempo indeterminato, come è nel resto d’Europa. L‘Istituzione di un’attività di cittadinanza retribuita per tutti i cittadini in età non scolare che ne facciano richiesta. L’attività deve essere a carico e a favore dello Stato nei settori di pubblica utilità, tra cui ambiente, beni culturali e sociale, e deve essere continuativa, dignitosa economicamente e qualificante[modifica della commissione].

REDISTRIBUZIONE DEL LAVORO

  1. Considerando che una delle caratteristiche proprie della crisi in atto è quella di una sovrapproduzione di merci e che la tecnologia disponibile permette di produrre di più e più velocemente, si impone una riflessione sul tema della distribuzione del lavoro. Serve una generalizzata riduzione e rimodulazione dell’orario di lavoro, a parità di retribuzione. Il nostro obiettivo deve essere la piena occupazione.

IL LAVORO NERO,LA DEGENERAZIONE DELLE COOPERATIVE E GLI INFORTUNI

  1. Il lavoro nero è una vera e propria economia, parallela a quella ufficiale, generalizzata al Sud ma fortemente presente anche al Nord, con una forza lavoro a maggioranza di donne, di anziani e di immigrati. Nel lavoro nero si producono grandi marchi, speculano le multinazionali, padroneggiano le organizzazioni criminali. E’ l’area più grande dell’evasione fiscale, retributiva e contributiva. Contrastarlo non è dunque solo un’operazione di giustizia, di restituzione di dignità al lavoro stesso e alle persone che lo effettuano, cosa che basterebbe di per sé a giustificare ciò, ma è anche e soprattutto una scelta di governo dell’economia della quale è sempre più evidente la necessità. Si impone una analisi puntuale e senza ambiguità di come si sono trasformate le cooperative. Una forma estrema di sfruttamento che nulla ha a che vedere con quanto previsto in Costituzione e con le finalità che essa si prefiggeva. Tale degenerazione deve essere contrastata con fermezza. Si impone una legislazione nazionale sulle cooperative che ripristini il vero senso e valore della forma associativa, la delimiti nelle sue forme organizzative e contrattuali (con l’obbligo di applicare contratti che garantiscano i diritti dei lavoratori) e nella quantificazione e costituzione del proprio capitale sociale, ripristinando il controllo anti-mafia e prevedendo l’impossibilità a partecipare alle gare di appalto per quelle aziende che non attuino contratti con le caratteristiche sopra menzionate” (emendamento della Toscana modificato in commissione). Dobbiamo, inoltre, affrontare il tema degli infortuni e delle malattie professionali. Denunciare quello che accade e prendere posizione netta e inequivocabile su processi e su situazioni che vengono spesso taciute.

UNA LEGGE SULLA RAPPRESENTANZA

  1. E’ urgente una legge sulla rappresentanza sindacale che garantisca la democrazia nei luoghi di lavoro e dia a lavoratrici e lavoratori il diritto di eleggere i propri delegati e di decidere con il referendum sugli accordi (nazionali, aziendali, interconfederali) che li riguardano. Non è accettabile un modello che impedisca l’esercizio del diritto dei lavoratori a organizzare l’opposizione all’applicazione di un’intesa, scegliendosi liberamente la propria rappresentanza.

Scarica il file