Home Il Partito Le Tesi del PCI TESI 12 – I comunisti per la difesa e il rilancio dello Stato sociale

TESI 12 – I comunisti per la difesa e il rilancio dello Stato sociale

TESI 12

I COMUNISTI PER LA DIFESA E IL RILANCIO DELLO STATO SOCIALE

WELFARE SOTTO ATTACCO: I TAGLI AI SERVIZI SOCIALI ESSENZIALI

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1.Il sistema del welfare italiano, tra le maggiori conquiste della storia repubblicana, è da tempo sotto attacco. Già dagli anni ’90, infatti, si sono evidenziate politiche tese al suo ridimensionamento. Si tratta di politiche derivanti dal progetto iperliberista dell’Unione europea, dal Trattato di Maastricht in poi, di politiche espressione dell’offensiva capitalista che ha investito i Paesi dell’Ue da oltre un ventennio e che hanno trovato, in Italia, i loro esecutori politici nei governi Berlusconi, Monti, Letta ed oggi Renzi, governi direttamente espressi da un nuovo blocco di potere conservatore.

  1. Le politiche volte alla distruzione dello stato sociale sono state e sono perseguite in vario modo: attraverso un vero e proprio processo di controriforma dell’assetto legislativo e normativo affermatosi in materia (emblematico il caso della previdenza); con la determinazione delle condizioni per il suo svuotamento, in particolare attraverso la riduzione o il mancato finanziamento di questo o quel capitolo di spesa (ad esempio il fondo per le politiche sociali, quello per la non autosufficienza, quello per l’affitto etc.); con il mantenimento in condizioni di sotto finanziamento strutturale di interi settori (emblematico il caso della sanità).Tali scelte sono state e sono motivate anche con la necessita di garantire la sostenibilità del sistema, di ridurre gli sprechi, soprattutto di ridurre la spesa pubblica in funzione della riduzione del debito pubblico. Un’apologia liberista imposta dall’Unione europea, che abbandonata la concezione keynesiana dello stessa spesa pubblica come possibile leva di politiche di investimento e di sviluppo, si è trasformata in una pratica politica volta a salvaguardare il profitto capitalista accentuando l’attacco ai salari, a stipendi e pensioni e all’intera spesa sociale.
  1. E’ parte di ciò l’affermarsi del processo di aziendalizzazione, l’assunzione dei parametri classici dell’azienda capitalista, il ruolo assegnato ai manager, etc. Va da sé che in tale logica si taglia, drammaticamente, dove non c’è profitto e dove non c’è pareggio di bilancio, a prescindere che si tratti di scuola, di sanità, di servizi sociali, di casa, di trasporti etc. Su questa strada, si è determinata una situazione insostenibile per i cittadini utenti, che hanno visto in tanti casi ridotta la quantità e la qualità dei servizi loro offerti (significativo l’ambito sociale e socio-sanitario, con particolare riferimento agli anziani ed ai disabili ) e crescere, sino a divenire in tanti casi insostenibile, la richiesta di compartecipazione al costo degli stessi (ancora emblematico il riferimento alla sanità). Una situazione, quest’ultima, che fa si che sempre più persone rinuncino alla prevenzione, alla riabilitazione, in altre parole a curarsi, con tutto ciò che questo significa, oggi ed in prospettiva, per il Paese. Per altro verso, si sono prodotte marcate differenze in ordine ai diritti dei cittadini tra le diverse realtà territoriali del Paese (emblematico il caso della sanità: poche regioni, oggi, garantiscono i LEA, ossia i livelli essenziali di assistenza previsti dalla relativa legislazione).

4.Tale involuzione è espressione del progressivo slittamento verso una cultura “modernista” delle compatibilità che, soprattutto in tempo di crisi, rappresenta la protezione sociale come un costo, l’assistenza attraverso la disponibilità di beni e servizi un lusso. L’attacco al sistema delle tutele pubbliche è caratterizzato da politiche che alla nozione di diritto dei cittadini sostituisce quella di opportunità, inevitabilmente legata alle condizioni economiche dei singoli per accedere a ciò che il mercato offre. La crescita delle forme di previdenza assicurativa dice molto di ciò che ha investito il mondo del lavoro, a partire dalla sua precarizzazione e del venire meno di una prospettiva per le future generazioni. Così come l’affermarsi di forme di mutualità, anche di derivazione contrattuale, sempre meno integrative e sempre più sostitutive, dice molto del progressivo venire meno del carattere universalistico del sistema sanitario.

GLI ASSI PORTANTI DEL NOSTRO PROGRAMMA: LO STATO SOCIALE

5.A fronte di quanto accade, del perché accade, occorre quindi rilanciare lo spirito originario del dettato costituzionale, difendere risolutamente i principi di universalità, solidarietà, equità che hanno caratterizzato lo sviluppo del sistema di welfare italiano, ponendolo tra le maggiori conquiste sociali realizzate nel nostro Paese. Sì allo sviluppo delle forme di welfare dunque, no alla loro riduzione.

6.Nonostante la crisi le risorse ci sarebbero, se ci fosse anche la volontà politica di fare delle scelte. Si tratta di adottare una diversa politica fiscale progressiva, a favore del lavoro e non del capitale, di condurre con decisione la lotta all’elusione, all’evasione fiscale e al lavoro nero, di non considerare la spesa sociale complessivamente intesa (quella italiana è tra le più basse d’Europa) una spesa improduttiva. Occorre acquisire l’idea di produttività sociale del sistema di welfare: la qualità dello sviluppo e i diritti vanno assunti come un binomio inscindibile. In tal senso, è necessario garantire l’adeguato finanziamento dei sistemi previdenziale e sanitario, nonché dell’assistenza sociale: la garanzia del mantenimento di adeguati Livelli Essenziali di Assistenza nella sanità, la definizione e la fruibilità dei Livelli Essenziali di Assistenza Sociale, lo sviluppo del Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza, la soluzione del problema casa costituiscono passaggi decisivi in tale direzione. Affrontare tali questioni nell’ottica su richiamata significa ridefinire le forme e la presenza del soggetto pubblico, che per noi non può che essere centrale non solo sul terreno della progettazione degli interventi ma anche su quello della dimensione gestionale (a smentita della tesi, ad arte propagandata, di una maggiore efficienza ed efficacia dell’intervento privato).

  1. Serve mettere in campo una politica alternativa a quella vigente. In estrema sintesi:

-Noi siamo per l’abrogazione della cosiddetta riforma Fornero in materia previdenziale e per il ripristino dell’assetto legislativo e normativo precedente, debitamente integrato in relazione alla questione della tutela dei cosiddetti lavori usuranti; siamo per uniformare la contribuzione ai fini previdenziali delle diverse tipologie di rapporto di lavoro, anche agendo selettivamente sulle leve fiscali e contributive; siamo per portare le pensioni minime a 1000 euro mensili ( oggi i 3/4 delle pensioni si attestano sui 750 euro); siamo per separare nettamente la previdenza dall’assistenza; siamo per il superamento della frammentazione delle casse pensioni vigente.

-Siamo per una sanità pubblica, di qualità, universalistica, e per ciò finanziata unicamente attraverso la fiscalità generale, quindi per l’abolizione dei ticket sanitari; siamo per il superamento del processo di aziendalizzazione della sanità affermatosi; siamo per il superamento delle liste di attesa, non attraverso il ricorso alle prestazioni del privato, bensì con un piano di maggiore utilizzo delle strutture diagnostiche e di laboratorio pubbliche, che passa anche attraverso una adeguata dotazione organica; siamo per il superamento della precarietà e per una maggiore tutela e valorizzazione del lavoro per tutto il personale.

-Siamo per un piano straordinario di edilizia popolare, basato soprattutto sul recupero e la qualificazione del patrimonio edilizio esistente, per un adeguato sostegno all’affitto,

per una diffusa ed articolata rete di sostegni e servizi sociali e socio-sanitari ( domiciliari, semi residenziali, residenziali) rivolta agli anziani, ai disabili, a tutti coloro che vivono condizioni di difficoltà.

-Siamo per il ritorno alla gestione pubblica di tanti servizi esternalizzati, privatizzati in nome di ragioni che non hanno portato benefici né all’utenza né tantomeno ai lavoratori.

Anche per quanto concerne il welfare, per cambiare in positivo, occorre più Stato e meno mercato.

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