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TESI 14 – Rilanciamo la Costituzione nata dalla Resistenza antifascista

TESI 14

RILANCIAMO LA COSTITUZIONE NATA DALLA RESISTENZA ANTIFASCISTA

STATO, DEMOCRAZIA E ATTACCO ALLA COSTITUZIONE

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1.Come si è visto nei precedenti capitoli, il quadro nazionale ed internazionale mostra sempre più evidente lo scenario disastroso di un sistema e un meccanismo di produzione che, per sopravvivere al fallimento, hanno dovuto progressivamente abbattere salari e conquiste sociali, diritti fondamentali individuali e collettivi, già oggi rimasti privi di tutela. Il controllo globale delle popolazioni ha comportato ovunque la tendenza a eliminare gli ostacoli rappresentati dalle forme più avanzate di legislazione democratica, come è appunto la Carta costituzionale del ‘48.Oltre a ciò, la rabbia e la disperazione provocate dalla ristrutturazione capitalista non si sono tradotte in un forte e vincente conflitto sociale, né sono state risorse per un avanzamento politico e un positivo cambiamento dei rapporti di forza tra le classi nel nostro Paese; ma oggi hanno piuttosto preso la strada del populismo ribellista o dell’astensionismo di massa (che a loro volta alimentano autoritarismo, irrigidimento istituzionale, chiusura degli spazi democratici). E’ dunque fondamentale che, sul terreno specifico della democrazia, delle istituzioni e dei diritti costituzionali, i comunisti ribadiscano che la riduzione dei margini di partecipazione democratica mette a rischio le nostre libertà fondamentali, facendo lievitare un dissenso senza voce e un risentimento sociale privo di rappresentanza politica.

2.In tale situazione la tutela e il rilancio dei diritti e dei principi democratici contenuti nella Carta del ’48 costituiscono oggi più che mai uno dei terreni avanzati per ricostruire condizioni favorevoli e spazi per la battaglia politica contro gli orientamenti dominanti. Ciò va detto nella consapevolezza che, se i diritti e i principi previsti in origine dalla nostra Costituzione avessero avuto piena applicazione, il nostro Paese avrebbe già potuto usufruire di un modello di società a democrazia partecipata in grado di progredire verso il socialismo. Viceversa, l’epocale battuta d’arresto dell’ ‘89 e l’affermarsi negli ultimi decenni del dogma neoliberista – con l’imporsi degli egoismi, delle paure, degli interessi dei più forti – hanno spinto verso la personalizzazione della politica e verso il rafforzamento degli esecutivi, di cui le suggestioni presidenzialiste sono emblematica espressione, innescando una miscela che è arrivata a compromettere lo stesso tessuto civile del Paese e i suoi storici vincoli di solidarietà. La prospettiva della costruzione di una società socialista non può prescindere, oggi come ieri, da una rigorosa riorganizzazione delle istituzioni democratiche e dal loro controllo popolare.

3.Dobbiamo registrare il fatto che l’originaria forza innovatrice della nostra Costituzione non ha trovato coerente applicazione nella forma dello Stato e delle Istituzioni, divenute via via sempre più funzionali alla borghesia capitalista. Fin dalla sua promulgazione si è fatto di tutto per annacquarne contenuti e valori, promuovendo controriforme che hanno di fatto stravolto la Carta del ’48 e l’hanno sostituita con una costituzione materiale sulla cui scia si partecipa a guerre imperialiste, si alterano le funzioni e il ruolo del Capo dello Stato, si minano l’equilibrio dei poteri e la loro autonomia, si sottrae al Parlamento la sovranità sulle più importanti decisioni e, perfino, sulle modifiche costituzionali (sempre più spesso sottratte alla discussione parlamentare) si impone quella tagliola ragionieristica ed antipopolare che è il principio del pareggio di bilancio. L’Unione Europea con i suoi trattati ha impresso su questa involuzione un’impronta pesantissima. Così, nel nostro Paese, il quadro è talmente peggiorato e il continuo conflitto tra i poteri ha portato ad una così pericolosa crisi dello Stato e delle istituzioni, che ormai sembra risultare quasi naturale il passaggio dalla Repubblica parlamentare a quella presidenziale. Per converso, sembra assopita la capacità di reazione di un popolo che ha talmente cambiato mentalità e cultura da ritenere inutile (con un’altissima percentuale) perfino l’esercizio del voto, strumento democratico per eccellenza.

UNA BATTAGLIA PRIORITARIA PER I COMUNISTI E PER IL PAESE: RILANCIARE I VALORI DELLA NOSTRA COSTITUZIONE

4.Oggi i rischi per la democrazia sono reali ed è reale, per noi comunisti, il rischio di un ulteriore restringimento degli spazi di agibilità politica, cosa che già sta succedendo in altri Paesi. Questa deriva va fermata e l’opposizione ad essa deve costituire un terreno privilegiato della nostra battaglia politica, per la nostra stessa possibilità di azione e di conseguimento del consenso popolare. Nel quadro del tenace lavoro politico e organizzativo per la costruzione di un nuovo Partito Comunista, che sia in grado di rappresentare il necessario cambiamento, deve dunque trovare un posto di rilievo la determinata e costante azione per l’attuazione della democrazia costituzionale, economico-sociale, (integrazione toscana) contro ogni deriva antidemocratica. Non possiamo assistere inerti allo scempio in atto.

Ancorché (contro)riformata, lo spirito e la lettera della nostra Carta costituzionale vanno ancora in una direzione contraria rispetto a quella dell’aria che tira. In base a precisi articoli della Costituzione (gli artt, 42 e 43), un governo democratico potrebbe espropriare la proprietà privata (per motivi di interesse generale), realizzando ad esempio il controllo pubblico su banche e settori finanziari, e garantire a tutti i servizi pubblici essenziali e le fonti di energia, attraverso la nazionalizzazione delle imprese strategiche (Ilva, Alitalia, Fiat, Enel, Eni, Ferrovie etc).Così come una Pubblica Amministrazione democraticamente riorganizzata e controllata potrebbe davvero essere al servizio del cittadino, dalla salute alla casa, dalla formazione alla ricerca, dal trasporto al territorio, dalla cultura all’ambiente, così come prevedeva la reale attuazione della Costituzione (oggi purtroppo azzoppata dal postulato delle compatibilità di bilancio). Sarebbe una “rivoluzione” possibile e da tutti comprensibile, poiché disegna una reale alternativa al presente stato di cose, che vede intere popolazioni sottomesse alle disumane esigenze del governo mondiale del capitale e delle sue classi dominanti. Il disegno costituzionale originario postula più Stato per il controllo dell’economia, per la pianificazione industriale, per la tutela dei diritti fondamentali e per la più equa distribuzione delle risorse.

5.Per organizzare il vero cambiamento e conseguire risultati di avanzamento politico-istituzionale è importante far leva sulla riaffermazione dei diritti costituzionali disapplicati e cercare su questi valori il più ampio consenso di massa, con poche e chiare proposte:

-contrastare l’attuale (contro)riforma costituzionale, a partire dal prossimo referendum popolare, impedendo di sostituire alla funzione costituzionale di controllo del Senato, un’assemblea di amministratori locali, spesso disonesti ed impreparati, che agirebbero al riparo dell’immunità parlamentare e proponendo una legge di revisione costituzionale che corregga il bicameralismo perfetto, investendo la sola Camera del rapporto di fiducia col governo e riducendone il numero dei parlamentari a non più di 400/500 membri; -contrastare l’attuale riforma elettorale che, tramite un abnorme premio di maggioranza, porta il maggioritario all’estrema conseguenza del monopartitismo (il partito unico della nazione!), consegna a chi riesce ad avere un solo voto in più del secondo arrivato (anche con una bassissima percentuale di voti) il dominio incontrastato di tutte le istituzioni governative, parlamentari e di controllo, e toglie rappresentanza a qualsiasi dissenso e/o opposizione democratica;

-proporre il ritorno al sistema elettorale più democratico, il proporzionale puro, secondo il principio “una testa un voto”. Tale sistema (più adeguato alla complessità del nostro Paese), insieme alla drastica riduzione del numero dei deputati sopra proposta, supererebbe la necessità di porre innaturali sbarramenti e renderebbe più efficace l’azione del Parlamento, rivitalizzandone la funzione legislativa. Una nuova legge elettorale proporzionale ridarebbe equilibrio al rapporto tra forma di governo e rappresentanza, riporterebbe il suffragio universale a fondamento della democrazia partecipata, ridarebbe centralità al Parlamento e ristabilirebbe il diritto del cittadino a partecipare alle scelte della vita politica; -opporsi a qualsiasi forma, strisciante o palese, di presidenzialismo, ristabilendo funzioni e ruolo del Capo dello Stato e la netta separazione tra i “poteri” dello Stato. I danni, infatti, già prodotti alla democrazia parlamentare disegnata dalla Costituzione sono fin troppo evidenti. La preminenza del potere esecutivo (governo) su quello legislativo (parlamento), che viceversa dovrebbe esercitare il controllo politico sull’esecutivo, ed il conflitto tra quest’ultimo ed il potere giudiziario (magistratura), che affievolisce il controllo di legalità sull’esecutivo, sono già i connotati di un presidenzialismo strisciante, sempre più libero da contrappesi istituzionali, che oggi, con il doppio turno, elegge direttamente il Presidente del Consiglio e, magari domani, il Capo dello Stato;

-abrogare l’art.81: il pareggio di bilancio nella Costituzione è infatti una norma che rende del tutto inutili i principi fondamentali in essa contenuti (art.3,4,9), lo stato sociale, qualsiasi iniziativa a favore delle classi più deboli e, in generale, qualunque investimento dello Stato “per rilanciare l’economia”.

-ripristinare funzioni e competenze assegnate allo Stato e alle Regioni dal titolo V° della Costituzione, ponendo fine alla confusione di responsabilità e competenze tra governo centrale ed amministrazioni periferiche; -rivendicare la reale applicazione dell’art 11 ed il pieno controllo democratico del Parlamento sulle spese militari; -rivedere tutti i rapporti con l’UE, oggi basati sulla sudditanza economico-finanziaria e su imposizioni di leggi e norme, spesso incompatibili col dettato costituzionale, per riaffermare su questioni fondamentali la sovranità dello Stato e del governo democratico. Va, al riguardo, abrogato anzitutto l’art 81, già inserito in Costituzione, che rappresenta il più inquietante esempio di cessione di sovranità del nostro Stato. Dall’introduzione della moneta unica, alle politiche economiche di rigore, ai criteri di stabilità finanziaria, aspetti decisivi della vita economica sono ormai disciplinati da normative Ue, decise da organismi non elettivi (Bce, ECOFIN, Commissione europea): questi, posti a guardia degli interessi del capitale finanziario, hanno appunto imposto l’inserimento nelle Costituzioni dell’obbligo del pareggio di bilancio dello Stato; -recuperare la funzione costituzionale dei partiti, sancita dall’art.49 della Costituzione, di rappresentanza organizzata della volontà popolare, per dare al dissenso e al conflitto sociale la sponda di forme organizzate di opposizione politica; e regolamentare in modo più stringente il finanziamento pubblico ai partiti restituendolo alla funzione di facilitatore della partecipazione e dell’accesso alla politica; -introdurre il vincolo del mandato parlamentare, della sua revocabilità e della durata di due legislature per eliminare il carrierismo politico. Va eliminato il vitalizio ai parlamentari e sostituito con il normale sistema pensionistico pubblico. Le indennità ai parlamentari vanno ridotte del 50%. [integrazione Veneto] La costruzione di una prospettiva socialista necessita, dunque, di un profondo cambiamento di natura anche culturale, dentro un sistema di democrazia costituzionale e rappresentativa, che, per quanto borghese va potenziata e tutelata, poiché garantisce (per ora) l’agibilità politica ed oppone un argine alle derive antidemocratiche già in atto.

LA CORRUZIONE COME DATO SISTEMICO, LA QUESTIONE MORALE COME QUESTIONE POLITICA

6.Un indice eclatante del degrado politico, istituzionale e morale del Paese è rappresentato dalla corruzione: un fenomeno che ha ormai raggiunto dimensioni “sistemiche”, che ha rilevanza sia nazionale che locale e che è penetrato diffusamente nelle procedure di governo e sottogoverno. Certo, non va dimenticato che nel nostro Paese – ma non solo nel nostro – i poteri criminali sono sempre più integrati nell’economia “legale”, tanto da costituirne parte rilevantissima, coi traffici di droga e armi e il connesso riciclaggio di denaro sporco lungo i flussi della grande finanza. Ma la corruzione si è oggi estesa toccando ambiti centrali e periferici della politica e inquinando l’attività di amministratori e pubblici funzionari. Ciò ha tra l’altro favorito la polemica “anti-casta”, rafforzando il risentimento generico e qualunquistico nei confronti della politica come tale (anche a scapito di temi e bisogni che sono espressione dell’acuirsi delle differenze di classe).

7.In proposito i comunisti hanno più di altri titolo a dire la loro e a indicare la strada per una rigenerazione della nostra vita democratica e istituzionale. Non sorprende il constatare quanto ipocrite siano le argomentazioni e inconcludenti le soluzioni proposte da altri (e dalle stesse strida populiste): esse restano infatti alla superficie del problema, non potendo muovere dalla denuncia di un sistema che ha eletto a sua stella polare il raggiungimento del massimo profitto, costi quel che costi. Come ben sapeva Marx e come è confermato ai nostri giorni dall’involuzione neoliberista dei rapporti sociali e civili, al di là delle condanne morali la corruzione è intimamente correlata al sistema capitalistico, è l’olio che fa girare i suoi gangli vitali. Tuttavia oggi va rilevato che, per la frequenza e la gravità dei casi, il fenomeno sembra aver raggiunto un livello di guardia. Con la cosiddetta “fine delle ideologie”, la società e – con essa – la politica hanno visto le proprie azioni svuotarsi di idealità e valori. E il “pensiero unico” (unica ideologia di fatto mai nominata ma imperante) ha imposto la sua legge, il suo senso comune: far soldi.

8.Come si vede, il tema non è semplicemente quello di un ripristino della legalità davanti a casi individuali di infrazione, né quello di un galateo morale da ristabilire. Il tema vero è la “questione morale”, il cui prorompere fu anticipato con preveggenza da Enrico Berlinguer: una “questione morale” che è tutta politica, in quanto chiama in causa la necessità di un rinnovamento dei partiti, un intero impianto sistemico – fortemente segnato dalla commistione tra funzioni di partito e funzioni statali – entro cui è maturata la crisi delle istituzioni e, dentro questa, la crisi delle forze politiche. Non a caso, è stato un comunista a lanciare in tempi non sospetti l’allarme: né poteva essere altrimenti, essendo quella denuncia espressione appunto della “diversità comunista” (una “diversità” andata via via appannandosi, fino al disastro odierno della sinistra). Spetta ora a noi riprendere quell’attitudine e quella denuncia: rilanciando tra l’altro il tema del controllo democratico sulla spesa pubblica, rivendicando forme di controllo pubblico in generale sull’attività politico-amministrativa, sull’erogazione e la qualità dei servizi pubblici, nonché sui flussi di denaro che attraversano la vita delle forze politiche, imponendo vincoli stringenti allo stesso mercato finanziario.[modifiche commissione]

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