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TESI 19 – Linea politica di massa, legami di massa e forma partito

TESI 19

LINEA POLITICA DI MASSA, LEGAMI DI MASSA E FORMA PARTITO

ANTIMPERIALISMO, INTERNAZIONALISMO E LINEA DI MASSA

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1.L’involuzione politica, culturale e ideologica dell’ultima fase del Partito Comunista Italiano, che si offre come base materiale per la “Bolognina” e per l’autoliquidazione del Pci, ma anche il revisionismo ideologico operato nel corso della lunga fase di egemonia “bertinottiana” sul Partito della Rifondazione Comunista, prendono essenzialmente corpo attraverso la liquidazione di due categorie cardinali della cultura comunista: l’antimperialismo e l’internazionalismo. Oggi, nel quadro della costruzione di una linea di massa, compito primario dei comunisti è il recupero di una capacità di mobilitazione su tali tematiche. A partire da due versanti strategicamente decisivi:

  • la lotta contro le guerre imperialiste e contro la Nato, per l’uscita dell’Italia dalla Nato: così da permettere al Partito comunista non solo di svolgere una battaglia in sé giusta, ma anche di poter costruire legami operativi e ideali con il movimento contro la guerra e con le mobilitazioni contro le basi Usa e Nato, con i quadri di movimento e con le nuove generazioni di militanti;
  • in secondo luogo, decisivo sarà il ruolo che il Partito Comunista svolgerà contro le politiche liberiste dell’Unione europea. Contro tali politiche il Partito Comunista dovrà radicalizzare il conflitto, far crescere la critica tra i lavoratori e nelle piazze e porsi l’obiettivo di costruire un fronte di lotta il più vasto possibile. Dovrà condurre, con altre forze, una battaglia di grande respiro, volta alla costruzione di un senso comune capace di cogliere il nesso – che oggi non è colto a livello di massa – tra i dogmi imposti ai popoli e agli Stati dall’Ue e l’allargarsi del disagio sociale italiano e continentale. Dovrà assumersi il compito – tanto necessario quanto difficile, poiché in controtendenza rispetto alla mitologia imperante dell’Ue – di disvelare, a livello di massa, il progetto neo imperialista dell’Ue e, conseguentemente, non subordinarsi al dogma rigido e acritico della permanenza dell’Italia nell’Unione europea e nell’Euro “a tutti i costi”: al contrario, in sintonia con i partiti comunisti e le altre forze anticapitaliste e della sinistra di classe in Europa, dovrà impegnarsi per studiare e promuovere forme di liberazione dal giogo liberista dell’Ue.

TATTICA E STRATEGIA, OPPOSIZIONE DI CLASSE, FORMA PARTITO

2.Perché abbia sbocchi positivi e concreti, il nostro progetto politico deve restare ancorato al difficile ma ineludibile rapporto dialettico tra tattica e strategia. Per ricostruire una linea di massa abbiamo bisogno di definire una linea politica per la fase che non sia disgiunta da un disegno generale e prospettico. Siamo in una fase drammaticamente caratterizzata da un vuoto di reazione sociale e dalla mancanza di una efficace opposizione di classe. I poderosi attacchi antisociali del governo Renzi richiederebbero un’altrettanta poderosa risposta sociale e di massa. Che è invece assente e che nemmeno la CGIL sa mettere in campo. I comunisti devono proporsi come motore della ricostruzione di un’opposizione politica, tessendo pazientemente i fili che collegano le singole vertenze ad un progetto di lungo periodo, non astenendosi dal prefigurare la possibilità della transizione ad una società socialista e delineando il possibile percorso in un “Programma Generale”, che da decenni manca alle forze comuniste italiane.

3.Sarebbe altresì impensabile un recupero dei legami di massa senza la presenza di una cultura politica generale, di un senso comune tra i dirigenti, i militanti e gli iscritti del Partito Comunista: una cultura del conflitto, della conduzione della lotta di classe come terreno privilegiato per l’organizzazione del consenso. A tal fine, è essenziale costruire una forma partito che si ristrutturi attraverso la riassunzione del progetto organizzativo del migliore PCI (dato dal connubio politico-culturale di Gramsci e Togliatti), segnato dal rapporto dialettico tra sezioni territoriali (sedi dell’elaborazione e dell’iniziativa del Partito, ma anche aperte e di popolo) e organizzazione del partito comunista direttamente nei luoghi del lavoro e dello studio, a cominciare dai punti alti dello scontro di classe, nei luoghi della produzione avanzata e d’avanguardia. Le cellule di produzione rappresentano l’opzione organizzativa leninista e gramsciana in vista di un’organizzazione rivoluzionaria, non a caso rimossa lungo i processi di socialdemocratizzazione e involuzione dei partiti comunisti e di sinistra italiani. Un lavoro di grande lena – sul piano politico e teorico – dovrà svilupparsi per mettere a fuoco la natura e il processo costruttivo della “sezione comunista e di popolo” e del partito nei luoghi di lavoro e di studio ( progetto abbandonato dal Pci molti anni prima della Bolognina e non più riassunto né dal Prc né dal PdCI) nonché il rapporto dialettico tra le due opzioni organizzative.

ELEMENTI ESSENZIALI DELLA FORMA PARTITO COMUNISTA

  1. A proposito dei caratteri essenziali della presenza organizzata dei comunisti:
  • Occorre recuperare una cultura politica, oggi largamente dileguatasi, in base alla quale tra iscrizione al Partito e militanza non vi sia cesura alcuna, ma consequenzialità politica consapevole.
  • Questa cultura politica è la stessa che fa essere presenti, oltre che nel Partito, nei gangli della più vasta articolazione politica, sociale e sindacale. Decisiva è infatti, al fine di rafforzare lo stesso Partito comunista, la presenza attiva dei comunisti/e all’interno del sindacato, del movimento contro la guerra, dell’Anpi , dei movimenti di lotta. La militanza sindacale sarà svolta in relazione al posto di lavoro, nella CGIL come nel movimento sindacale di base e di classe, con l’intento di lavorare strategicamente per la convergenza in un unico sindacato, di classe e di massa.
  • Occorre riaffermare la “centralità della piazza”, dei cancelli delle fabbriche, delle scuole e dell’università, di ogni posto di lavoro, come spazi di primario interesse per l’organizzazione del consenso di massa. E se “la piazza”, la costante presenza del Partito nei luoghi di lavoro, di studio e di popolo è da considerarsi azione prioritaria, occorre avere un Partito, nei territori, organizzativamente attrezzato, in grado, cioè, di amplificare rapidamente all’esterno una linea politica territoriale o nazionale. Nulla, rispetto all’esigenza di una politica di massa, può esser più lasciato al caso: va bandita, in ogni sezione, in ogni Federazione, ogni sciatteria organizzativa; va assicurata la possibilità di stampare rapidamente dei volantini, le bandiere del Partito, lo striscione della Federazione o della Sezione, un gazebo, i tazebao, un microfono con le casse. Ciò non paia una sollecitazione superflua: da troppi anni, un’inclinazione movimentista o all’opposto istituzionalista hanno indebolito l’organizzazione dell’iniziativa sociale e politica.
  • E’ fondamentale il lavoro sui media. La Rete rappresenta il nuovo terreno di organizzazione del consenso di massa, che non può e non deve annullare il terreno sociale ma aggiungersi ad esso. L’atteggiamento dei comunisti ha sinora ondeggiato tra la pura incomprensione e un atteggiamento aristocratico e liquidatorio. I comunisti devono invece assumere il terreno di organizzazione del consenso di massa insito nei nuovi media e nella Rete come terreno di eccellenza – accanto al conflitto sociale e alla piazza – volto al rafforzamento del legame di massa, in particolare nei confronti delle nuove generazioni. Va anche considerato il fatto che la Rete e i nuovi mezzi offrono la possibilità di estendere e amplificare di molto e a costi economici bassissimi il messaggio del Partito. Si pensi ad esempio all’essenziale ruolo di un nostro giornale on-line, con cui abbattere i costi e coinvolgere nella sua fattura, oltre ai dirigenti, intellettuali e quadri operai, costruendo, altresì, redazioni locali in ogni territorio dalle quali far pervenire notizie e racconti di lotta sociale.
  • Va considerata con cura la costruzione di relazioni sociali, politiche, di movimento. Va alimentata la capacità, sia a livello nazionale che a livello territoriale, di intrecciare la nostra azione con le altre forze comuniste, di classe, di sinistra, con le parti più avanzate del movimento sindacale e operaio, cattolico e pacifista, con artisti e intellettuali. Questo stile di lavoro, che riassume il meglio della storia del Pci come “partito di classe e di popolo”, deve tornare ad essere il nostro stile di lavoro. In questo contesto va inteso il rapporto con i movimenti, utile a vivificare l’azione politica e i legami di massa: un rapporto che ovviamente non deve offuscare l’autonomia politica e culturale dei comunisti (la loro funzione “egemonica”) e tanto meno assecondare, come avvenuto purtroppo nel recente passato, l’emergere di processi di decomunistizzazione del Partito.

-Di grande importanza, sia a livello nazionale che territoriale, è il rilancio della formazione, delle scuole quadri del Partito. Noi non abbiamo i mezzi materiali e finanziari per fronteggiare il sistema mediatico della classe e della cultura dominanti, molto più pervasivo di un tempo per le infinite e insidiose forme con le quali si presenta. Può e deve invece impegnarsi a rimettere a valore la grande storia e il grande pensiero, economico, filosofico, politico, espressi dal movimento comunista, sia come conoscenza di un passato rivoluzionario ancora largamente propulsivo che come griglia di lettura delle contraddizioni del presente.

-Nella fase odierna, contrassegnata dall’assenza del Partito Comunista dal Parlamento e dalla marea montante anti-partito -che colpisce la partecipazione democratica alla politica consegnandone le chiavi d’accesso al finanziamento privato- d’importanza ancor più centrale diventano le politiche d’autofinanziamento: politiche ed esperienze da rilanciare e da inventare, ma anche da ricercare nella grande storia del movimento operaio e contadino, italiano e internazionale. Anche su questo occorre studiare e non lasciare il problema allo spontaneismo e alle iniziative dei singoli compagni. Da questo punto di vista, le feste popolari debbono tornare ad essere una preziosa attività, sotto il profilo politico come su quello economico. Parola d’ordine: ogni provincia, una Festa del Partito.

-Da ultimo, ma non per importanza, c’è il tema del centralismo democratico. La frantumazione degli interessi corporativi, l’invisibilità dei grandi poteri e l’autoreferenzialità del ceto politico sono tre elementi che hanno determinato un impazzimento, una girandola di comportamenti aventi come criterio regolatore solo l’interesse individuale immediato. La risposta prevalente a questa crisi di razionalità e di rappresentanza è l’autoritarismo o meglio il potere del capo: Renzi, Grillo, Berlusconi, Salvini ma ieri anche Di Pietro e, a livello locale, alcuni sindaci, animano un principio organizzativo che si risolve materialmente ma anche simbolicamente nel governo di un capo che spesso è anche il proprietario (del simbolo, del nome- che coincide in tutto o in parte con quello stesso del capo- delle strutture, dei fondi).Nell’assenza di un principio di autorità, va quindi crescendo a tutti i livelli la richiesta di un ordine comprensibile, di un principio di organizzazione, di nuova rappresentanza. Dobbiamo situare la proposta del funzionamento di un partito comunista all’altezza della crisi della politica e della società; e abbiamo l’ambizione di ricostruire non solo un principio di organizzazione efficace ma anche un nuovo tipo di militante politico. Un militante che operi in virtù di una scelta etica o ideologica, di una scienza della trasformazione ma anche in virtù di un modello di relazioni, di un rapporto saldissimo e coerente dell’individuale con il collettivo, della responsabilità con la libertà, della passione con la ragione. Tutto ciò nulla ha o deve avere a che vedere con la retorica pericolosa del partito comunità: il partito è uno strumento di lotta e di trasformazione, non un gruppo di autoaiuto, una sorta di alcolisti anonimi della frustrazione sociale. Noi dobbiamo avere la temeraria idea che un ragionamento, profondamente aggiornato, sul centralismo democratico sia un elemento capace non solo di produrre un impianto efficace di organizzazione delle forze disponibili, ma anche di rispondere ad un esigenza profonda, anche se espressa in forme distorte e contraddittorie: una risposta in grado di attrarre energie sociali inquiete, di orientarle verso la scelta comunista. Per perseguire questo obiettivo di unità quale base materiale per l’intera azione volta alla ricostruzione dei legami di massa, è urgente la ripresa delcentralismo democratico, che è l’opposto (come sapeva Gramsci) del “centralismo burocratico”: un opzione rivoluzionaria e filosoficamente contemporanea che ha bisogno, per realizzarsi, della richiesta di un dibattito franco e libero, sollecitato (e mai represso) dagli stessi gruppi dirigenti, al pari di una sintesi politica accettata e da ognuno/a praticata. E’ dunque parte del metodo del centralismo democratico la massima valorizzazione del criterio di collegialità, del lavoro collettivo e del confronto tra compagni. Così, dal livello nazionale a quello locale, vanno costituiti dipartimenti e gruppi di lavoro, in modo da responsabilizzare il maggior numero possibile di compagne e compagni, puntando a coinvolgere anche energie e risorse esterne al partito. Gli stessi organismi dirigenti vanno concepiti, oltre che come luoghi di direzione politica, come strutture di lavoro nelle quali ogni compagna/o abbia una precisa responsabilità, presenti piani di lavoro articolati e riferisca sulla loro attuazione.

LINEA DI MASSA E BLOCCO SOCIALE

5.Base materiale del ripristino di una linea ed una prassi di massa è il progetto teso alla costruzione di un nuovo blocco sociale per la lotta anticapitalista e la transizione al socialismo. Tale “blocco” può costituirsi solo attraverso la messa a fuoco di progetti e l’organizzazione di lotte tendenti ad unire processualmente vaste aree sociali potenzialmente anticapitaliste ancorché oggi tra loro lontane e divise. A partire da ciò, obiettivi ineludibili sono:

  • l’unità politica e d’azione del lavoro a tempo indeterminato con il lavoro precarizzato, parcellizzato, con le aree della disoccupazione e dell’inoccupazione;
  • la rimessa in campo, dopo decenni di silenzio e genuflessione alle ragioni del capitale, della questione salariale, nella duplice forma di difesa del contratto nazionale di lavoro e di ripresa della “scala mobile”, cioè di una procedura di riallineamento periodico delle retribuzioni al costo della vita;
  • la costruzione di una grande campagna per la riduzione generale dell’orario di lavoro: provvedimento in grado di superare la flagrante contraddizione capitalistica tra uno sviluppo non lineare, ma esponenziale, delle capacità produttive dei nuovi mezzi di produzione e, d’altro lato, la sottosalarizzazione di massa e la restrizione dei mercati;
  • la trasformazione della solidarietà nei confronti del popolo degli immigrati in lotta rivoluzionaria: compito dei comunisti, di natura strategica, è infatti l’unita del movimento operaio complessivo italiano con il popolo degli immigrati, in una prospettiva di unità di classe del proletariato “bianco e nero”;
  • la pianificazione dell’intervento nelle periferie metropolitane, realtà significative per addensamento abitativo e per la “forma” unificante della disperazione sociale, ove concreto è il rischio di un’egemonia delle forze politiche di destra, populiste e reazionarie. Radicarsi e operare socialmente e politicamente in queste aree sociali, legarsi a questo popolo, lottare con esso per i diritti, per la casa, per il welfare vuol dire, per i comunisti, proseguire l’opera di unificazione del proletariato;
  • la valorizzazione del mondo agricolo, per il quale va previsto un piano nazionale che tuteli i produttori locali abbattendo i costi dell’intermediazione commerciale e il lavoro nelle campagne, che salvaguardi le produzioni di qualità e incentivi il ritorno delle giovani generazioni, offrendo una concreta prospettiva di lavoro nei luoghi d’origine;
  • un ragionamento ad hoc sui processi di proletarizzazione del ceto medio, alla cui base deve esserci la tutela dell’artigianato e del piccolo commercio, sempre più vessati dall’indebitamento e da tassi di interesse capestro (usura illegale e “legalizzata”);

– una presenza organizzata nel mondo della cultura e intellettuale, che provi a ricostituire un ambito di discussione ed elaborazione teorica entro cui siano impegnati intellettuali comunisti o comunque vicini alle posizioni ideali e politiche dei comunisti. Da questo punto di vista resta essenziale l’istituzione di un Comitato scientifico, coordinato dal partito e aperto a competenze diverse, che operi con sguardo lungo su tempi non necessariamente determinati dalle urgenze della politica quotidiana.

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