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IL VERTICE CELAC: RIAFFERMARE LA COOPERAZIONE TRA I PAESI LATINOAMERICANI

di Alessia Franco FGCI Crotone – collaboratrice Dipartimento Esteri

Il 25 gennaio si è concluso il quinto vertice della Celac (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi). Si è tenuto nella località turistica di Bávaro, nel distretto di Punta Cana, sulla costa orientale della Repubblica Dominicana. Paradossale che, in un periodo di grandi turbolenze e di crisi per vaste regioni dell’America Latina, la cumbre abbia dovuto registrare numerose assenze, alcune delle quali (Messico, Cile, Colombia, Panama e Guatemala) comunicate poche ore prima dell’apertura dei lavori. Dalla fondazione della Celac nel 2011, non si era mai verificato un vertice con una tale incidenza di assenti. Dei 33 Paesi membri, solo 12 hanno preso parte al vertice, nelle persone di 10 presidenti e 2 primi ministri. Tra loro, presente ai lavori e tra i primi ad arrivare a Bávaro, benché stranamente assente dalla foto ufficiale, Raúl Castro, che ha compiuto per l’occasione il suo primo viaggio all’estero dopo la dipartita del fratello e predecessore Fidel. In onore e ricordo di quest’ultimo, i lavori della cumbre si sono aperti,il 24 gennaio, con un minuto di silenzio.

Il vertice dellaCelac, nata al fine di promuovere l’unità tra i tutti i Paesi del continente americano (solo Stati Uniti e Canada non ne sono membri) e i processi di integrazione politica, economica, sociale e culturale nell’America Latina, ha affrontato tematiche già sviluppate negli incontri precedenti, dalla lotta al narcotraffico al disarmo nucleare, e altre di più stringente attualità. Prima tra tutte, l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

Raúl Castrosi è dichiarato disposto a portare avanti un dialogo rispettoso con il nuovo governo statunitense, esprimendo tuttavia le sue preoccupazioni in merito alle misure e intenzioni di Trump che mettono a rischio gli interessi dei Paesi latinoamericani in ambito commerciale e lavorativo. «Cuba e gli Stati Uniti possono cooperare e convivere civilmente»ha dichiarato Castro«rispettando le differenze e promuovendo tutto ciò che comporti benefici per ambo le parti». Tuttavia, ha puntualizzato, gli Stati Uniti ripongono male le proprie speranze se credono che questo possa comportare delle concessioni in materia di sovranità e indipendenza. Al contrario, il recupero della sovranità cubana su Guantánamo è stato fatto oggetto di una petizione rivolta al governo degli Stati Uniti efirmata da tutti i presenti. Petizione corredata da una seconda istanza: che si realizzi l’annunciata revoca delbloqueo economico, commerciale e finanziario, che continua a ledere gravemente l’economia cubana e ad ostacolarne lo sviluppo.

Il vertice ha formulato un’ulteriore istanza, in merito alla crisi venezuelana, e anch’essa rivolta agli Stati Uniti: si richiede che essi deroghino il proprio Decreto Esecutivo approvato il 9 marzo 2015, che configura il Venezuela come una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e applica contro la nazione conseguenti sanzioni, costituendo di fatto un’ingerenza nella sua politica del Paese di Maduro. I Paesi rappresentati nella cumbre si sono inoltre pronunciati nel merito della crisi interna della Repubblica Bolivariana del Venezuela, auspicando un processo di dialogo tra il governo e l’opposizione, nel pieno rispetto «dello Stato di diritto, dei diritti umani e delle istituzioni democratiche».

I capi di Stato riuniti a Bávaro si sono anche pronunciati, di fronte alla stampa e nella Dichiarazione di Punta Cana firmata alla chiusura dei lavori, contro la criminalizzazione dell’immigrazione irregolare e la chiusura delle frontiere. Il presidente ecuadoregno Correa ha affermato che le difficoltà legate ai flussi migratori non posso essere risolte erigendo “muri” e ha invitato gli altri capi di stato e di governo presenti ad «assumere una posizione chiara in difesa dei migranti, non solo dell’America Latina e dei Caraibi, ma del mondo intero». La Dichiarazione di Punta Cana, un testo in 71 punti, ha suggellato i lavori del vertice rivendicando gli obbiettivi generali della Comunità di Stati: la necessità di rafforzare «l’unità nelle differenze» nell’area latinoamericana, al fine di far fronte comune rispetto al clima di crescente incertezza politica; l’estensione universale del diritto all’istruzione e all’accesso alle tecnologie e all’informazione; il conseguimento di una reale parità di genere.

A conclusione del vertice, la presidenza temporanea della Celac è passata dalla Repubblica Dominicana a El Salvador, Paese attualmente vittima di un vero e proprio golpe antirivoluzionario e antipopolare, volto a delegittimare il governo guidato dal FrenteFarabundoMartí para la LiberaciónNacional (FMLN). A El Salvador Raúl Castro ha espresso la propria vicinanza e il proprio appoggio, come a DilmaRousseff e alla rivoluzione bolivariana in Venezuela. In tale clima di incertezza e tensioni, segnato dalle ingerenze straniere nelle questioni latinoamericane (la mozione presentata da Pierferdinando Casini in Parlamento lo scorso 17 gennaio non ne è che un esempio) e dalla violenta ondata reazionaria finalizzata a far regredire i successi rivoluzionari di diversi Paesi, sono più che mai necessarie la cooperazione pacifica e l’autodeterminazione dei popoli. È una necessità improrogabile – ha affermato Castro – che l’America Latina si configuri come un’area di pace, nella quale ogni Stato si impegni a non interferire, né in modo diretto né in modo indiretto, negli affari interni di qualsiasi altro, e a risolvere le divergenze con mezzi pacifici, rispettando «il diritto di ogni Stato a scegliere il proprio sistema politico ed economico».

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