Partito Comunista Italiano

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In ricordo di Maurizio Musolino

Due anni fa, l’8 settembre 2016, è venuto a mancare un grande compagno, Maurizio Musolino, un amico, un fratello, un militante comunista internazionalista, un combattente per la libertà e la giustizia. Nella sua carriera di giornalista, è stato direttore del settimanale del partito, “La Rinascita”, per diversi anni. Maurizio era appassionato di storia e in particolare della storia del Medio Oriente. Da giovane studente universitario aveva studiato la lingua araba; allo scopo di perfezionarsi, si era trasferito a Damasco per alcuni mesi, ed era rimasto incantato da quella città, che conosceva molto bene.

Amava la sua gente, le sue strade, i suoi piatti e, da goloso qual era, i suoi dolci. Un amore che è riuscito a trasmettere a tanti compagni e compagne che con lui sono andati a visitare la Siria. L’amore per il mondo arabo lo aveva spinto a cercare di capire e comprendere le problematiche di questa parte del mondo, fino a farlo diventare un difensore dei diritti del popolo palestinese. Mi raccontava (era giovanissimo, classe 1964) che la sua curiosità per la questione palestinese era iniziata a metà degli anni settanta con il massacro di Tal Al Zaatar, uno dei campi per i profughi palestinesi, assediato e distrutto dalle falangi libanesi dopo una lunga resistenza durata 55 giorni; da quel giorno non aveva mai smesso di attivarsi in solidarietà con la causa araba palestinese.

L’amicizia con Mau era iniziata con i primi viaggi in Libano insieme al comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila”, comitato fondato nel 2000 da un altro compagno giornalista del manifesto, Stefano Chiarini. Dopo la morte improvvisa di Stefano nel 2007, gli aderenti al comitato decisero di continuare il suo lavoro, e Maurizio divenne il portavoce del comitato, organizzando per lunghi anni il viaggio in memoria e a sostegno dei profughi palestinesi. Non si è mai stancato di ribadire appoggio al diritto al ritorno dei profughi, che è uno dei punti fondamentali per una soluzione giusta del conflitto israelo palestinese. E lo esprimeva in modo chiaro e semplice, come diritto sancito dalle Nazioni Unite, oltre che diritto naturale per chi è stato costretto con la forza delle armi a lasciare la sua terra, quindi diritto inalienabile e indiscutibile.

Sentivo il dolore nelle sue parole quando ci incontravamo con le famiglie delle vittime del massacro di Sabra e Chatila, gente che ha sofferto e che continua a subire massacri e discriminazioni. Diceva loro: “Noi, che rappresentiamo l’altra voce dell’Europa e dell’Italia, vogliamo portare la vostra voce, le vostre sofferenze, ovunque, nelle nostre città, nei nostri partiti, nelle associazioni, perché tutti devono capire e saper smascherare l’occupazione israeliana”. Maurizio portava il diritto al ritorno nel cuore; non gli bastava il viaggio annuale in Libano: voleva fare sentire a tutti i profughi palestinesi la nostra solidarietà; così, nel 2015, riuscimmo a organizzare ben tre delegazioni, che si recarono in contemporanea in Libano, Giordania e Palestina (per ovvi motivi fummo costretti a rimandare le visite in Siria e a Gaza, che pure avevamo compreso nella pianificazione iniziale del viaggio); fu una settimana trascorsa a visitare i campi profughi e a conoscere da vicino le loro sofferenze; il nostro motto era “i campi sono il simbolo del diritto al ritorno”, un fattore unificante per tutti i palestinesi. Maurizio ha cercato sempre di essere inclusivo, unitario nel lavoro di solidarietà, e non solo per la Palestina, ma per il Libano e la Siria, riuscendo a superare tutte le diversità politiche sulla base della solidarietà militante, internazionalista e antifascista.

Nel titolo di un suo libro, “Barghouti, il Mandela palestinese”, Maurizio è stato il primo a chiamare il leader palestinese in carcere con il nome del leader della lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Mi permetterete infine di ricordarlo in due eventi particolari: a Beirut, al congresso del Partito Comunista Libanese dove si trovava come delegato del Pdci, dopo la sessione dedicata ai delegati esteri la Presidenza del congresso annuncia che i lavori continuano a porte chiuse; traduco a Maurizio, e lui mi guarda “storto”, perché gli dico che dobbiamo uscire; mi dice: “Siamo qui per lavorare, mica per fare i turisti”; stupito dalle sue parole, gli ripeto l’annuncio, e lui di nuovo mi invita a sedermi: “Dai, stiamo ancora un po’, poi ce ne andiamo”; imbarazzato mi metto seduto vicino a lui, e gli dico che non gli avrei tradotto i fatti interni di un partito pur fratello. E lui: “Siamo qui per assistere ai lavori del congresso, se non ti va esci!”. Rimango in silenzio, e dopo cinque minuti lui mi guarda e dice di andare. Fuori ci siamo detti di tutto. Ma Maurizio era un militante vero con un senso del dovere imparagonabile.

Il secondo episodio: facevo l’interprete per Maurizio che parlava a una platea piena di personalità libanesi e palestinesi e a centinaia di palestinesi; molto rispettoso nei miei confronti, lui parlava lentamente e con frasi brevi, per facilitarmi nella traduzione; a un certo punto si ferma e io continuo a parlare per qualche secondo; mi guarda un istante e capisce: lo avevo anticipato di due frasi o forse più, e la cosa si è ripetuta più di una volta; quando siamo scesi dal palco, scherzando mi chiede: “Come facevi a sapere quello che stavo per dire?”. La mia risposta è stata una risata: “Ti accompagno da tanti anni e sempre ripeti la stessa cosa, ormai conosco il tuo pensiero a memoria; purtroppo non posso dire cose che tu non hai detto, perché non vuoi parlare arabo ma lo capisci quasi tutto”. Ridevamo: così grande era la nostra intesa. Maurizio ha combattuto tutte le battaglie, anche l’ultima con la malattia, e l’ha vinta.

Sei mesi di lotta contro il tumore, vissuti senza sofferenza, pieni dell’amore di tanti amici e amiche, compagni e compagne che lo hanno circondato con rispetto e stima. Si è spento, ma la sua voce di libertà e giustizia continua a risuonare.

di Bassam Saleh, Comitato centrale PCI

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