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JOBS ACT E DECONTRIBUZIONE: SOTTO IL BLUFF TROVI IL MAXI FURTO

di Piergiovanni Alleva, Segreteria Nazionale PCI, responsabile dipartimento Lavoro

(pubblicato su Il Manifesto del 2 Agosto 2016)

alleva

E’ ormai possibile tirare le somme dell’operazione “Jobs Act e incremennti occupazionali”, che è stato nell’ultimo biennio il cuore politico e pubblicitario del Governo Renzi.

Che il Jobs Act, in sé considerato, consista solo in una sistematica distruzione dei diritti, che assicuravano dignità ai lavoratori italiani, è ormai chiaro a tutti, perchè tutti i lavoratori, con la pratica abolizione dell’art. 18 dello Statuto, sono ormai privi di difesa contro ogni tipo di prepotenza.

Ci si è chiesti, però, se questa umiliazione avesse – come sempre ha sostenuto il padronato – il pur discutibile vantaggio di una maggiore “occupabilità”, ossia di una maggior propensione dei datori di lavoro ad assumere lavoratori, perchè ormai resi “malleabili”. Per sostenere questa deteriore ed infondata tesi il Governo Renzi ha pensato di ricorrere ad un (costosissimo) “trucco”, che gli avrebbe consentito poi di menare gran vanto: si trattava di dotare i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato (ma senza garanzia dell’art. 18) di un incentivo economico davvero poderoso, così “drogando” al massimo le assunzioni nel periodo subito successivo al Jobs Act ossia nell’anno 2015.

E’ stata, dunque, varata la”decontribuzione” di cui all’art. 1 co. 118 ss. della L. di stabilità 2015 (L. 190/2014), in forza della quale il datore, che avesse assunto nell’anno 2015 lavoratori con il “nuovo” contratto di lavoro a tempo indeterminato, avrebbe ricevuto, per il triennio successivo, uno sgravio contributivo fino ad €8.060,00 annui per un totale, così, di ben euro 24.000 per ogni assunzione. Ma – si ripete – solo per i contratti conclusi nell’anno 2015, perchè per quelli conclusi nel 2016 il “regalo” si sarebbe più che dimezzato, come fra breve vederemo.

L’unica condizione, posta dalla legge, era che il lavoratore da assumere non avesse già avuto un contratto di lavoro a tempo indeterminato negli ultimi sei mesi precedenti, perchè, altrimenti, come ovvio, tutti sarebbero ricorsi a licenziamenti immediatamente seguiti da riassunzioni con l’incentivo. La decontribuzione veniva invece concessa se il lavoratore avesse prima lavorato con contratto precario (es: a termine, di apprendistato, di collaborazione a progetto), perché queste trasformazioni sarebbero state, anzi, il fiore all’occhiello del governo Renzi, accreditato come grande protagonista  della lotta al precariato. Ben presto è apparso chiaro come questa “ storica impresa” si sia rivelata un semplice bluff, come il crollo delle assunzioni a tempo indeterminato appena trascorso l’anno ”d’oro” 2015 ha rivelato ma, quello che pochi sanno, è che non si è trattato solo di un immenso dispendio di denaro pubblico senza adeguati risultati ma, piuttosto, di un immenso furto di denaro pubblico, perché consapevolmente versato, nei casi di trasformazioni di rapporti precari, a datori di lavoro i quali, 9 volte su 10, erano evasori e contravventori, passibili di multe e recuperi contributivi da parte dell’INPS.

In secondo luogo vogliamo segnalare al lettore che la decontribuzione “demagogica” del governo Renzi ha dovuto drenare risorse per il suo “regalo agli evasori”, ha dovuto abrogare il principale incentivo “vero” all’occupazione, che funzionava bene da oltre 20 anni, ossia per quello previsto dall’art 8 l. 407/1990 per disoccupati e cassa integrati da più di 24 mesi.

Procediamo, però, con ordine: nel corso del 2015 si sono registrati 1,4 milioni di “ nuovi” rapporti a tempo indeterminato incentivati ma, con quasi 500.000 trasformazioni di contratti a termine e quasi 100.00 di contratti di apprendistato, oltre alle trasformazioni di centinai di migliaia di co.co.pro. (collaborazioni a progetto), figura giuridica abrogata dal 01.01.2016.

Proprio queste trasformazioni sono state l’ occasione del grande furto di cui tra poco si dirà, dopo aver ricordato che nel 2016, la “decontribuzione” è stata ridotta per i contratti di quest’ultimo anno da € 8.060 a 3.250 e la sua durata decurtata da 36 a 24 mesi. Allora è arrivato il “ risveglio dalla sbornia”: infatti secondo l’Inps nei primi quattro mesi del 2016 si è avuta una diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente addirittura del 78% dei contratti a tempo indeterminato mentre tornavano a dominare i contratti precari e a termine e addirittura  “vouchers”, forma di mercificazione definitiva del lavoro umano.

Il bluff, così, è stato scoperto ma non ancora il reato che esso nascondeva e che ora denunciamo: il fatto è che le molte centinai di migliaia di “ trasformazioni” dei contratti precari (delle tre principali tipologie del contratto a termine, apprendistato e a progetto) nascondevano una circostanza peraltro notissima agli operatori del mercato del lavoro, e cioè che essi erano quasi sempre irregolari. Infatti o mancava una causale precisa (contratti a termine), o mancava l’insegnamento (apprendistato), o mancava in realtà il progetto (co.co.pro.) e così via, con la conseguenza che per legge quei rapporti dovevano essere considerati già tutti a tempo indeterminato fin dal loro inizio. Per conseguenza non poteva essere concessa dall’INPS la decontribuzione, connessa alla loro apparente trasformazione nei nuovi contratti a tutele crescenti, perchè, come detto, la stessa Legge 190/2014 vietava di concedere la decontribuzione con riguardo ai lavoratori, che già fossero (in realtà ) a tempo indeterminata nei sei mesi precedenti.

Quello che scandalizza, allora, è che l’Inps, il quale era, per l’innanzi, ben attento a perseguire i rapporti precari irregolari, andando alla loro caccia e dichiarandoli a tempo indeterminato, cosi da poter recuperare la relativa contribuzione, si sia improvvisamente convertito, con l’arrivo del Jobs Act e della L.190/2014 al ruolo di pacifico e innocuo “ufficiale pagatore”. Così da concedere, in automatico, tutte le decontribuzioni richieste per le supposte trasformazioni di rapporti o precari invece di fare ciò che doveva fare, ossia una attentissimo screening o vaglio dei contratti precari in via di trasformazione, per escludere quelli irregolari, dai quali, era già sorto fin dal principio un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Quante sono state le trasformazioni fasulle? Difficile dirlo, naturalmente, ma ammesso che potessero essere anche solo 8 su 10 e cioè 500.000 circa in tutto, il danno, ovvero furto di denaro pubblico, può essere calcolato in miliardi di euro, tra gli 8 e 10 nell’arco del triennio. Ognuno può ,d’altro canto, calcolare da sé le varie ipotesi quantitative, ricordando che la decontribuzione triennale per ogni contratto del 2015 è di € 24.000.

Può essere che nessuna centrale sindacale senta il bisogno di portare queste semplicissime riflessioni ad una Procura della Corte dei Conti o anche della Magistratura penale?

E veniamo al secondo importante profilo: l’incentivazione dell’occupazione è uno dei punti più delicati della disciplina del mercato del lavoro, perchè può facilmente dar luogo ad effetti distorsivi. Ma su un concetto vi è un accordo unanime: che l’incentivazione più importante è quella che aiuti a reinserire nel circuito lavorativo chi ne è uscito da un tempo ormai cosi lungo da far temere una emarginazione definitiva.

A questo provvedeva l’art. 8 della Legge 407 /1990, il quale concedeva a chi avesse assunto a tempo indeterminato un disoccupato o cassaintegrato da più di 24 mesi una decontribuzione per tre anni al 100%, se imprenditore operante del centro sud o di qualifica artigiana,  del 50% negli altri casi. La grande utilità della misura è testimoniata dalla circostanza, che è durata per ben 25 anni, fin quando Renzi l’ha abolita per finanziare le sue trasformazioni fasulle di contratti precari irregolari.

Decisamente la normativa del lavoro del Governo Renzi e degli altri governi liberisti che l’hanno preceduto, scritta sotto dettatura di Confindustria, merita soltanto di essere abrogata e rifatta da capo a fondo.

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