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La Cina e il mercato: riforme, peso globale e inadempienza USA e UE

di Fabio Massimo Parenti – docente internazionale Istituto “ Lorenzo de’ Medici” di Firenze – del dipartimento esteri del PCI

Per una nuova “civiltà ecologica”

Veniamo al lavoro incessante della leadership cinese per adeguare il paese alle condizioni materiali interne e alle tendenze internazionali. Già da alcuni anni la Cina si pone ai vertici degli investimenti “verdi”, puntando sempre più su rinnovabili e tecnologie ecologicamente sostenibili e divenendo leader indiscusso al livello mondiale. Un trend noto da tempo ma che va consolidandosi, come dimostrato anche recentemente dallo statunitense IEEFA (Istituto per l’economia dell’energia e l’analisi finanziaria).

Il 10 gennaio l’Istituto asserisce che “se gli Stati Uniti si allontanano dalla crescita delle energie rinnovabili, si troveranno molto indietro rispetto a chi corre spedito. A guidare il settore sarà sempre più la Cina, che ha già un enorme vantaggio nella sua attuale posizione” (si veda ad esempio China’s Global Renewable Energy Expansion: How the World’s Second-Biggest Economy Is Positioned to Lead the World in Clean-Power Investment, un rapporto molto dettagliato, che presenta la transizione energetica cinese e la sua leadership mondiale). “La Cina non solo ha notevolmente ampliato gli investimenti nazionali nel settore dell’energia rinnovabile, ma sta registrando dei record anche nei mercati esteri” si legge in seguito nel testo. E ciò è il frutto di linee guida politiche che nel 2015 hanno portato a definire un piano a favore di misure capaci di realizzare una “civiltà ecologica” e, sempre nello stesso anno, a formalizzare importanti impegni ambientali all’Onu e a Parigi insieme agli Usa.

Crescita economica, riforme strutturali e povertà

Coerentemente con la “nuova normalità”, sancita dalla presidenza Xi, il modello di sviluppo cinese punta con decisione sul settore terziario, sull’innovazione (i dati sulla registrazione di nuovi brevetti vedono la Cina capofila mondiale da alcuni anni) e sui consumi interni, al fine di favorire una crescita sostenibile che, nel 2016, si è attestata su un ragguardevole 6,7%. Non a caso i tre quarti della crescita dell’anno appena trascorso sono attribuibili proprio all’aumento dei consumi interni, come affermato da Xu Shaoshi, direttore della Commissione per le riforme e lo sviluppo nazionale (NDRC).

Solo per fornire un dato più specifico sull’aumento dei consumi interni si rimanda a questo articolo, che fornisce i dati sull’aumento consistente delle vendite di auto nel 2016 (in controtendenza col rallentamento degli ultimi anni) per i maggiori marchi mondiali (tedeschi, giapponesi e statunitensi). La Mercedes-Benz ha registrato ad esempio un salto del 26,6% nelle vendite in Cina, ma anche BMW, Audi, Ford e General Motors hanno realizzato grandi utili. L’obiettivo è – secondo vari rappresentanti dell’industria – investire in loco in ricerca e sviluppo per fornire modelli diversificati e adatti alla domanda cinese. I veicoli elettrici sono sicuramente uno di quei prodotti richiesti e incentivati dallo Stato per misure antinquinamento nelle grandi città.

In generale, questo trend di crescita ha peraltro confermato l’importante contributo dato alla crescita mondiale da parte della Repubblica popolare, dell’ordine del 30%, una quota enorme rispetto allo 0,3% di contributo statunitense. Ciò detto, e sempre a conferma dell’incessante lavoro di riforma di lungo respiro, le riforme strutturali sul versante dell’aumento dell’efficienza produttiva stanno ridimensionamento significativamente la capacità produttiva dell’industria pesante, al fine di ridurre gli sprechi e combattere l’inquinamento – è quindi chiara anche in questo caso la complementarietà degli “investimenti verdi” – migliorando peraltro le performance economiche delle aziende coinvolte.

Fin dal 2015-2016 la programmazione quinquennale e annuale sulle riforme strutturali si centra sempre più sulla riduzione della sovra-capacità produttiva, la riduzione di beni mobiliari e immobiliari invenduti, l’abbassamento dei costi di gestione aziendale, la chiusura delle “imprese zombi”, ecc. Sia chiaro, si tratta di un’accelerazione di un processo di ristrutturazione economica che va avanti da anni, soprattutto nella riorganizzazione del settore delle imprese statali.

Anche in merito alla povertà, il lavoro continua. Nel solo 2016 le persone in condizione di povertà assoluta sono diminuite di 10 milioni, un trend straordinario che negli ultimi trent’anni ha portato a liberare dalla povertà più di 600 milioni di persone. Wang Meng, reporter di Chinese Social Sciences Today, ricorda un altro aspetto trascurato quando si parla erroneamente di globalizzazione: “se non fosse stato per i notevoli contributi da parte della Cina, le Nazioni Unite non avrebbero raggiunto l’obiettivo di sviluppo del millennio (MDG) per sradicare la povertà estrema e la fame … Le statistiche ufficiali mostrano che la Cina ha rappresentato il 71,82% di riduzione della povertà totale del mondo nel periodo 1981-2012.

Stati uniti ed Unione europea: inadempienti!

A fronte di questi avanzamenti e contributi globali dello sviluppo cinese, la Repubblica popolare ha assunto una posizione più convincente ed assertiva nei vari forum e consessi internazionali. Tuttavia, essa si trova a dover registrare l’inaffidabilità delle maggiori potenze occidentali in materia di diritto internazionale.

“Il rispetto degli accordi è come noto il principio fondamentale del diritto internazionale”. Ma non per tutti a quanto pare. Con la scadenza dell’11 dicembre 2016, che, secondo l’articolo 15 del WTO, avrebbe dovuto eliminare il meccanismo del “paese surrogato” per le misure antidumping alle esportazioni cinesi, Stati uniti e Unione europea si sono dimostrati inadempienti.

Tale questione è stata legata al non riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina. Ma le questioni, come sottolineano dall’ambasciata cinese in Italia, sono ben diverse. Una riguarda l’applicazione degli accordi commerciali prevista dal “protocollo di adesione della Cina al WTO”, che non contempla rinvii, né eccezioni. L’altra è invece una valutazione tutta politica, nel parere riferitoci direttamente da fonti ufficiali cinesi, dello status di economia di mercato, concetto generico ed usato strumentalmente da Ue e Usa contro la Cina. Infatti, non è un caso che non esistono standard universali per tale definizione, inesistenti proprio in ambito WTO. Quindi la posizione dell’Ue è ad esempio del tutto unilaterale ed arbitraria.

“Le circostanze, le tradizioni e i livelli di sviluppo tra i paesi cambiano, di conseguenza diverse sono le modalità di economia di mercato…. Oltre 80 membri del WTO hanno già riconosciuto alla Cina lo status di economia di mercato. La Cina ha già trovato una strada di sviluppo di economia di mercato che è un’economia adatta alla realtà dello sviluppo della Cina di oggi, dotata di distinte caratteristiche cinesi” (News Bulletin, n. 7, 2016). Insomma, difficile contraddire il lavoro, più unico che raro, di riforme di mercato con caratteristiche cinesi. Ed è questo il punto: a fronte della diffusa condivisione, in vari ambiti culturali e accademici, nonché in base all’esperienza storica, del fatto che lo sviluppo di un paese non può non tenere in considerazione dei diversi contesti economici, storici e sociali, ciascuno con delle proprie specificità, le posizioni politiche di Usa e Ue risultano impermeabili a questa acquisizione storico-culturale, a conferma della persistenza di un etnocentrismo di stampo colonialista duro da scalfire.

da http://www.opinione-pubblica.com

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