Partito Comunista Italiano

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#LeninLives

Per il 150° anniversario della nascita di Lenin, abbiamo pensato di ricordare il grande dirigente bolscevico, leader del movimento comunista internazionale, tra i massimi teorici marxisti del XX secolo, con alcuni testi a lui dedicati: due scritti – uno di Antonio Gramsci e l’altro di Palmiro Togliatti – e tre poesie di grandi autori comunisti: Bertold Brecht, Nazim Hikmet e Vladimir Majakovskij.

Bertold Brecht

La scritta invincibile (1934)

Al tempo della guerra mondiale
in una cella del carcere italiano di San Carlo
pieno di soldati arrestati, di ubriachi e di ladri,
un soldato socialista incise sul muro col lapis copiativo:
viva Lenin!
Su, in alto, nella cella semibuia, appena visibile, ma
scritto in maiuscole enormi.
Quando i secondini videro, mandarono un imbianchino con un secchio di calce
e quello, con un lungo pennello, imbiancò la scritta minacciosa.
Ma siccome, con la sua calce, aveva seguito soltanto i caratteri
ora c’è scritto nella cella, in bianco:
viva Lenin!
Soltanto un secondo imbianchino coprì il tutto con più largo pennello
sì che per lunghe ore non si vide più nulla. Ma al mattino,
quando la calce fu asciutta, ricomparve la scritta:
viva Lenin!
Allora i secondini mandarono contro la scritta un muratore armato di coltello.
E quello raschiò una lettera dopo l’altra, per un’ora buona.
E quand’ebbe finito, c’era nella cella, ormai senza colore
ma incisa a fondo nel muro, la scritta invincibile:
viva Lenin!
E ora levate il muro! Disse il soldato.


«Capo»

Antonio Gramsci * | L’Ordine Nuovo, 01/03/1924


Ogni Stato è una dittatura. Ogni Stato non può non avere un governo, costituito da un ristretto numero di uomini, che a loro volta si organizzano attorno a uno dotato di maggiore capacità e di maggiore chiaroveggenza. Finché sarà necessario uno Stato, finché sarà storicamente necessario
governare gli uomini, qualunque sia la classe dominante, si porrà il problema di avere dei capi, di avere un «capo».
Che dei socialisti, i quali dicono ancora di essere marxisti e rivoluzionari, dicano poi di volere la dittatura del proletariato, ma di non volere la dittatura dei «capi», di non volere che il comando si individui, si personalizzi, che si dica, cioè, di volere la dittatura, ma di non volerla nella sola forma in cui è storicamente possibile, rivela solo tutto un indirizzo politico, tutta una preparazione teorica «rivoluzionaria».
Nella quistione della dittatura proletaria il problema essenziale non è quello della personificazione fisica della funzione di comando. Il problema essenziale consiste nella natura dei rapporti che i capi o il capo hanno col partito della classe operaia, nei rapporti che esistono tra questo partito e la classe operaia: sono essi puramente gerarchici, di tipo militare, o sono di carattere storico e organico? Il capo, il partito sono elementi della classe operaia, sono una parte della classe operaia, ne rappresentano gli interessi e le aspirazioni piú profonde e vitali, o ne sono una escrescenza, o sono
una semplice sovrapposizione violenta? Come questo partito si è formato, come si è sviluppato, per quale processo è avvenuta la selezione degli uomini che lo dirigono? Perché è diventato il partito della classe operaia? È ciò avvenuto per caso? Il problema diventa quello di tutto lo sviluppo storico della classe operaia, che lentamente si costituisce nella lotta contro la borghesia, registra qualche vittoria e subisce molte disfatte; e non
solo della classe operaia di un singolo paese, ma di tutta la classe operaia mondiale, con le sue differenziazioni superficiali eppure tanto importanti in ogni momento separato, e con la sua sostanziale unità e omogeneità.
Il problema diventa quello della vitalità del marxismo, del suo essere o non essere la interpretazione piú sicura e profonda della natura e della storia, della possibilità che esso all’intuizione geniale dell’uomo politico dia anche un metodo infallibile, uno strumento di estrema precisione per
esplorare il futuro, per prevedere gli avvenimenti di massa, per dirigerli e quindi padroneggiarli. Il proletariato internazionale ha avuto ed ha tuttora un vivente esempio di un partito rivoluzionario che esercita la dittatura della classe; ha avuto e non ha piú, malauguratamente, l’esempio vivente piú caratteristico ed espressivo di chi sia un capo rivoluzionario, il compagno Lenin. Il compagno Lenin è stato l’iniziatore di un nuovo processo di sviluppo della storia, ma lo è stato perché egli era anche l’esponente e l’ultimo piú individualizzato momento di tutto un processo di
sviluppo della storia passata, non solo della Russia, ma del mondo intiero. Era egli divenuto per caso il capo del partito bolscevico? Per caso il partito bolscevico è diventato il partito dirigente del proletariato russo e quindi della nazione russa? La selezione è durata trent’anni, è stata faticosissima, ha spesso assunto le forme apparentemente piú strane e piú assurde. Essa è avvenuta, nel campo internazionale, al contatto delle piú avanzate civiltà capitalistiche dell’Europa centrale e occidentale, nella lotta dei partiti e delle frazioni che costituivano la II Internazionale prima della guerra.
Essa è continuata nel seno della minoranza del socialismo internazionale, rimasta almeno parzialmente immune dal contagio socialpatriottico. Ha ripreso in Russia nella lotta per avere la maggioranza del proletariato, nella lotta per comprendere e interpretare i bisogni e le aspirazioni di una classe contadina innumerevole, dispersa su un immenso territorio. Continua tuttora, ogni giorno, perché ogni giorno bisogna comprendere, prevedere, provvedere. Questa selezione è stata una lotta di frazioni, di piccoli gruppi, è stata lotta individuale, ha voluto dire scissioni e unificazioni, arresti, esilio, prigione, attentati: è stata resistenza contro lo scoraggiamento e contro l’orgoglio, ha voluto dire soffrire la fame avendo a disposizione dei milioni d’oro, ha voluto dire conservare lo spirito di un semplice operaio sul trono degli zar, non disperare anche se tutto sembrava perduto, ma ricominciare, con pazienza, con tenacia, mantenendo tutto il sangue freddo e il sorriso sulle labbra quando gli altri perdevano la testa. Il Partito comunista russo, col suo capo Lenin, si era talmente legato a tutto lo sviluppo del suo proletariato russo, a tutto lo sviluppo, quindi, dell’intiera nazione russa, che non è possibile neppure immaginare l’uno senza l’altro, il proletariato classe dominante senza che il partito comunista sia il
partito del governo e quindi senza che il Comitato centrale del partito sia l’ispiratore della politica del governo; senza che Lenin fosse il capo dello Stato. Lo stesso atteggiamento della grande maggioranza dei borghesi russi che dicevano: – una repubblica con a capo Lenin senza il partito comunista sarebbe anche il nostro ideale – aveva un grande significato storico.
Era la prova che il proletariato esercitava non solo piú un dominio fisico, ma dominava anche spiritualmente. In fondo, confusamente, anche il borghese russo comprendeva che Lenin non sarebbe potuto diventare e non avrebbe potuto rimanere capo dello Stato senza il dominio del
proletariato, senza che il partito comunista fosse il partito del governo: la sua coscienza di classe gli impediva ancora di riconoscere oltre alla sua sconfitta fisica, immediata, anche la sua sconfitta ideologica e storica; ma già il dubbio era in lui, e questo dubbio si esprimeva in quella frase.
Un’altra quistione si presenta. È possibile, oggi, nel periodo della rivoluzione mondiale, che esistano «capi» fuori della classe operaia, che esistano capi non-marxisti, i quali non siano legati strettamente alla classe che incarna lo sviluppo progressivo di tutto il genere umano?
Abbiamo in Italia il regime fascista, abbiamo a capo del fascismo Benito Mussolini, abbiamo una ideologia ufficiale in cui il «capo» è divinizzato, è dichiarato infallibile, è preconizzato organizzatore e ispiratore di un rinato sacro romano impero. Vediamo stampato nei giornali, ogni giorno, diecine e centinaia di telegrammi di omaggio delle vaste tribù locali al «capo». Vediamo le fotografie: la maschera piú indurita di un viso che già abbiamo visto nei comizi socialisti. Conosciamo quel viso: conosciamo quel roteare degli occhi nelle orbite che nel passato dovevano, con la loro feroce meccanica, far venire i vermi alla borghesia e oggi al proletariato. Conosciamo quel pugno sempre chiuso alla minaccia. Conosciamo tutto questo meccanismo, tutto questo armamentario e non comprendiamo che esso possa impressionare e muovere i precordi alla gioventù delle scuole borghesi; esso è veramente impressionante anche visto da vicino e fa stupire. Ma «capo»? Abbiamo visto la settimana rossa del giugno 1914. Piú di tre milioni di lavoratori erano in piazza, scesi all’appello di Benito Mussolini, che da un anno circa, dall’eccidio di Roccagorga, li
aveva preparati alla grande giornata, con tutti i mezzi tribunizii e giornalistici a disposizione del «capo» del partito socialista di allora, di Benito Mussolini: dalla vignetta di Scalarini al grande processo alle Assisi di Milano. Tre milioni di lavoratori erano scesi in piazza: mancò il «capo», che era Benito Mussolini. Mancò come «capo», non come individuo, perché raccontano che egli come individuo fosse coraggioso e a Milano sfidasse i cordoni e i moschetti dei carabinieri. Mancò come «capo», perché non era tale, perché, a sua stessa confessione, nel seno della direzione del partito socialista, non riusciva neanche ad avere ragione dei miserabili intrighi di Arturo Vella o di Angelica Balabanoff. Egli era allora, come oggi, il tipo concentrato del piccolo borghese italiano, rabbioso, feroce impasto di tutti i detriti lasciati sul suolo nazionale dai vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti: non poteva essere il capo del proletariato; divenne il dittatore della borghesia, che ama le facce feroci quando ridiventa borbonica, che spera di vedere nella classe operaia lo stesso terrore
che essa sentiva per quel roteare degli occhi e quel pugno chiuso teso alla minaccia. La dittatura del proletariato è espansiva, non repressiva. Un continuo movimento si verifica dal basso in alto, un continuo ricambio attraverso tutte le capillarità sociali, una continua circolazione di
uomini. Il capo che oggi piangiamo ha trovato una società in decomposizione, un pulviscolo umano, senza ordine e disciplina, perché in cinque anni di guerra si era essiccata la produzione, sorgente di
ogni vita sociale. Tutto è stato riordinato e ricostruito, dalla fabbrica al governo, coi mezzi, sotto la direzione e il controllo del proletariato, di una classe nuova, cioè al governo e alla storia. Benito Mussolini ha conquistato il governo e lo mantiene con la repressione piú violenta e arbitraria. Egli non ha dovuto organizzare una classe, ma solo il personale d’ordine di una
amministrazione. Ha smontato qualche congegno dello Stato, piú per vedere com’era fatto e impratichirsi del mestiere che per una necessità originaria. La sua dottrina è tutta nella maschera fisica, nel roteare degli occhi entro l’orbite, nel pugno chiuso sempre teso alla minaccia…
Roma non è nuova a questi scenari polverosi. Ha visto Romolo, ha visto Cesare Augusto e ha visto, al suo tramonto, Romolo Augustolo.
* L’Ordine Nuovo, 1° marzo 1924. Non firmato.


La morte di Lenin

Nazim Hikmet

Notizia
Andate!
Come carri armati, che sul loro cammino
spazzano anche una montagna,
andate!
Si senta la benzina, il ferro, il carbone,
per chilometri intorno!
Andate!
Nelle tute blu di operai,
andate!
Risuoni nelle voci eccitate
la nera sirena delle fabbriche,
andate!
Come la Terza Internazionale,
duri, uniti, compatti,
andate!
Né la tristezza né il dolore
vi facciano inerti le braccia.
Serrate più forte le file!
È MORTO LENIN
Risposta
Menzogna!
Menzogna!
Menzogna!
Mai morirà il capo
di masse, la cui quantità
nella fucina del lavoro
si è fatta qualità.
Non morirà!
Non morirà mai!
Non morirà l’uomo,
che prima di tutti ha passato
lottando
le brusche svolte della storia!
Non morirà l’uomo,
che prima di tutti
durante la burrasca
ha scorto il faro!
È mai possibile che chiuda gli occhi
per i secoli dei secoli
il capo
degli operai,
il capo
dei bolscevichi?
Menzogna!
Menzogna!
Menzogna!
Giovanotto, sta’ zitto, bugiardo!
mai possibile che più non risuonino
le parole di Ilic?
Seconda risposta
Leggete!
Leggete a voce alta e netta!
Leggete, amici, a piena voce!
Leggete in modo che l’inferriata
tremi e si spezzi!
Leggete le righe di Lenin!…
È morto il grande maestro!
È MORTO! ..
Ma è vivo il leninismo!
Oggi
ogni operaio, ..
lottando e costruendo il nuovo mondo,
domani
ogni bimbo
nato nella società senza classi,
continuerà la vita di Lenin,
troverà nelle proprie fibre
la coscienza di Ilic.
È morto il grande maestro!
È morto!
Ma non ci ha lasciati
con le braccia cascanti.
È morto, dopo averci svelato i segreti
del mastro-creatore.
E noi porteremo a compimento
il suo disegno geniale!


Vladimir Ilic Lenin

di V. Majakovskij

Inferociva la reazione e gli intellettuali
da tutto si distaccarono e insudiciarono tutto.
Comprarono candele, si rinchiusero in casa
e incensarono i cercatori di Dio.
Persino il compagno Plechanov s’intimidi’:
“Colpa vostra, fratelli cari,
vi siete insabbiati! 
Avete versato laghi di sangue,
 ma non c’e’ niente da fare, e’ inutile impugnare le armi”.
Ma Lenin levo’ la sua voce alta e ferma tra questo morboso
lamento:
“No, impugnare le armi e’ necessario,
ma bisogna impugnarle
in maniera piu’ energica e decisa.
Io vedo un giorno di nuove rivolte,
vedo la classe operaia insorgere ancora.
Non difesa, ma attacco
dev’essere la parola delle masse.
Quest’anno caldo di sangue,
queste ferite nelle fila operaie,
saranno la nostra scuola
nel fragore e nella tempesta delle insurrezioni future” …
… La terra e’ una montagna di ferrame
e di poveri cenci umani. Solo,
in mezzo alla comune follia,
insorge Zimmerwald.
Di la’,
Lenin, con un pugno di compagni,
si levo’ sopra il mondo
ed espresse le idee piu’ chiare di un incendio.
Piu’ forte del tuonare dei cannoni fu la sua voce.
Da una parte gli scoppi, gli schianti,
il balenar delle spade mulinate sopra i cavalli,
dall’altra, contro spade e cannoni,
calvo, con gli zigomi acuti sotto la pelle,
un uomo solo:
“Soldati!
Col tradimento, facendo mercato della nostra carne,
i borghesi ci mandano alla guerra
contro i turchi, a Verdun e sulla Dvina.
Basta! Trasformiamo la guerra dei popoli
in guerra civile. Basta
coi massacri, la morte e le ferite!
I popoli non hanno colpa.
Contro la borghesia di tutti i paesi
leviamo la bandiera della rivoluzione” …
… E guardando di laggiu’ queste giornate,
vedrai dapprima la testa di Lenin:
Il suo pensiero apre una strada di luce dall’era degli schiavi ai
secoli della Comune.
Passeranno gli anni dei nostri tormenti
e ancora all’estate della Comune,
scalderemo la nostra vita
e la felicita’, con dolcezza di frutti giganti,
maturera’ sui fiori dell’ottobre.
E chi leggera’ le parole di Lenin,
sfogliando le carte gialle dei decreti,
sentira’ il sangue battere alle tempie
e salire le lacrime dal cuore …
… Riunendo in un’asta
l’immane selva delle ciminiere,
i milioni di braccia,
la Piazza rossa si solleva in alto
con la rossa bandiera,
con un balzo che scuote tutto il cielo.
E da questa bandiera,
da ogni sua piega,
ecco, di nuovo vivo, Lenin ci chiama:
“Proletari, serrate le file
per l’ultimo scontro.
E voi, schiavi, rialzate le schiene e i ginocchi.
Armata proletaria, sorgi e avanza!
Allegra e veloce, viva la nostra rivoluzione!”
Tra tutte le guerre
che hanno devastato il corso della storia,
questa e’ l’unica grande giusta guerra.


Lenin e l’Internazionale comunista

Palmiro Togliatti
(tratto da: Alcuni problemi della storia dell’Internazionale comunista,
in “Rinascita”, 1959, n. 7-8)

L’esame dell’opera di Lenin durante la guerra imperialista e nel periodo di formazione dell’Internazionale rivela agevolmente che, mentre conduceva una lotta intransigente e senza quartiere per la definitiva rottura con l’opportunismo socialdemocratico, Lenin era in pari tempo preoccupato che le forze rivoluzionarie si raccogliessero attorno a una piattaforma di posizioni marxisticamente giuste, che per liberarsi dall’opportunismo non si cadesse in un estremismo errato e vuoto. Valgano, come esempio, la vivace battaglia contro la tendenza a negare valore, nell’epoca dell’imperialismo, alle rivendicazioni nazionali; la polemica con Junius (Rosa Luxemburg) cui viene rimproverato, a proposito della possibilità
o meno di guerre nazionali nel periodo dell’imperialismo, di “eludere
l’esigenza marxista della concretezza”; e l’altra vivacissima polemica contro “l’economismo imperialistico”, che era una tendenza a vedere in modo che noi chiameremmo “massimalistico” il problema della rivoluzione proletaria, sostituendo alla concreta analisi di ogni movimento e delle rivendicazioni che esso esprime una vuota fraseologia. Questa cura della precisione marxista è la essenza stessa del pensiero di Lenin. Così, anche negli anni in cui egli rivendica l’attuazione, nei paesi più diversi, di un compito che a tutti è comune, cioè la formazione dei partiti comunisti, non
manca nelle sue parole il richiamo alle diverse condizioni di ogni paese e quindi alla diversità degli obiettivi politici concreti. Parlando sulla questione italiana al III Congresso, nella vivace polemica contro la politica di Serrati che aveva preferito 14.000 riformisti a 58.000 comunisti, egli aggiunge: “Noi non abbiamo mai preteso che Serrati copiasse in Italia la Rivoluzione russa. Sarebbe sciocco pretenderlo. Siamo abbastanza intelligenti e flessibili per evitare una sciocchezza simile.” Così, nelle questioni di dottrina, egli non consente che le sue affermazioni possano essere interpretate diversamente da quelli che sono i princìpi marxisti. Colpisce, ad esempio, che nello storico rapporto al II Congresso, dopo aver definito e descritto, con termini di inarrivabile potenza sintetica, la crisi che
il capitalismo attraversa, egli si affretti ad aggiungere che sarebbe errato sforzarsi di dimostrare che la crisi assolutamente senza via di uscita. “La borghesia si comporta come un ladrone sfrontato che ha perduto la testa, fa sciocchezze su sciocchezze, aggravando la situazione e affrettando la propria rovina… Ma non si può dimostrare che essa non ha assolutamente nessuna possibilità di addormentare una minoranza di sfruttati per mezzo di concessioni e che non riesca a schiacciare certi movimenti e insurrezioni di una parte degli oppressi o sfruttati.” E conclude che solo l’azione dei
partiti rivoluzionari potrà “dimostrare” che veramente non vi è più via di uscita per la borghesia. Non si può dire che queste chiare e precise posizioni marxiste ispirassero allora tutto il movimento comunista. In generale si
deve invece ammettere che esisteva in esso una scarsa conoscenza e valutazione delle condizioni concrete dei propri paesi e una tendenza a proclamare in modo esteriore e superficiale la propria volontà di “fare ciò che si è fatto in Russia”, senza capire che cosa questo in ogni paese potesse e dovesse significare. La rottura con l’opportunismo portava facilmente a forme di settarismo che isolavano i comunisti, spesso non molto numerosi, dalle grandi masse organizzate nei sindacati o disorganizzate; vi era anzi chi teorizzava questo isolamento, affermando che si trattava di aspettare che le masse “venissero a noi”; non mancò infine chi costruì una dottrina
dell’“offensiva”, secondo la quale una piccola minoranza, anche isolata dalle grandi masse, poteva condurre vittoriosamente l’assalto alla fortezza del potere. Diffusa era la incomprensione delle rivendicazioni nazionali; diffusa l’opinione che, essendosi aperto un periodo rivoluzionario, non avessero più valore le rivendicazioni democratiche. Che non si valutassero esattamente, poi, le capacità di recupero e di manovra delle classi borghesi lo dimostra se non altro il fatto che tanto in Italia (nel 1922), quanto in Bulgaria (nel 1923) e in Polonia (nel 1926) i partiti comunisti furono disorientati di fronte all’attacco del fascismo, di cui non compresero dall’inizio la vera portata e il significato profondo. Per fare, del movimento
che si era raccolto sotto la bandiera dell’Internazionale comunista, un vero movimento comunista, era necessaria una grande lotta ideo logica e politica, assieme a una opera di profonda educazione e trasformazione dei quadri dirigenti. A quest’opera si dedicarono, sotto la direzione di Lenin, i primi congressi dell’Internazionale, e Lenin dette ad essa un contributo decisivo. Di solito si pensa, quando si rievoca quest’opera di formazione
dei partiti comunisti, alle “ventuno condizioni” approvate dal II Congresso per la adesione dei partiti all’Internazionale. Quelle condizioni furono certamente, in quel momento, un documento molto importante, per determinare il tipo di partito che si opponeva a quello socialdemocratico, ma non credo che siano state l’elemento decisivo. Decisiva fu la elaborazione della strategia e della tattica dei partiti comunisti, quale venne fatta dai primi tre congressi. Decisive furono, oltre alle tesi sulle questioni nazionale e coloniale, due opere di Lenin, al di sopra di tutto: l’Estremismo,
malattia infantile del comunismo e il discorso in difesa della tattica
dell’Internazionale, pronunciato al III Congresso.

Con l’Estremismo Lenin, che sviluppando le nozioni fondamentali del marxismo già aveva dotato il movimento comunista di una dottrina dello Stato e di una dottrina della rivoluzione, gli dette una compiuta concezione della tattica del partito e del suo metodo di lavoro. A differenza delle Questioni del leninismo di Stalin, posteriori di alcuni anni e aventi un carattere didascalico, il libro è dall’inizio alla fine una polemica vivace, stringente, legata ai temi più attuali del movimento operaio. E il suo più grande merito, che rivela e la genialità e il proposito dell’autore, mi pare consista nella impostazione stessa delle questioni. L’attenzione ammirata di tutto il mondo operaio era infatti concentrata allora sul partito bolscevico,
che si sapeva essere stato l’artefice della vittoria rivoluzionaria e di cui si conosceva e si esaltava, soprattutto, la disciplina ferrea e l’eroismo dei militanti. Tutti avrebbero voluto poter riprodurre le qualità di quel partito, che si presentava come un modello internazionale. Lenin accetta questa impostazione, ammette il valore internazionale di ciò che i bolscevichi hanno fatto, ma subito aggiunge che “sarebbe un gravissimo errore voler esagerare questa verità, estenderla a più di alcuni tratti fondamentali della nostra rivoluzione”. Indi prosegue, riconosce che la “disciplina severissima”
è stata una delle condizioni essenziali della vittoria, ma in
pari tempo constata che “si riflette troppo poco… sulle condizioni che rendono possibile la vittoria”. La disciplina non ci può essere senza la capacità dell’avanguardia “di collegarsi, di avvicinarsi, di unirsi fi no a un certo punto, di fondersi, se volete, con la più grande massa dei lavoratori, dei proletari innanzi tutto, ma anche con la massa lavoratrice non proletaria”. La disciplina, inoltre, dipende dalla giustezza della direzione politica e dal fatto che “le masse si convincano per propria esperienza di questa giustezza”. Senza queste condizioni, “i tentativi di creare una disciplina si trasformano inevitabilmente in bolle di sapone, in frasi, in farse”. Ma queste condizioni non si ottengono se non a prezzo di un lungo lavoro, della pratica di un movimento veramente di massa e veramente
rivoluzionario. Così è aperta la via a una sintetica esposizione delle tappe di
sviluppo del partito bolscevico, che furono di preparazione, di avanzata nella lotta, quindi di ritirata ordinata, di ripresa lenta e poi un po’ più rapida fi no alla rivoluzione di marzo, dopo la quale i comunisti incominciarono “con molta prudenza” la lotta contro la repubblica borghese e per la rivoluzione socialista, dichiarando che “una repubblica borghese con una Costituente è migliore di una repubblica borghese senza Costituente”, ma che migliore di tutte è la repubblica sovietica degli operai e dei contadini. La critica dell’estremismo di natura piccolo-borghese, del rivoluzionarismo confusionario e parolaio e di singole precise aberrazioni
allora esistenti tra i comunisti, come il rifiuto di partecipare alle elezioni e al lavoro parlamentare, di entrare a lavorare nei sindacati reazionari, di accettare determinate soluzioni di compromesso, di avanzare anche in periodo di crisi acuta rivendicazioni economiche e politiche parziali, e così via, viene quindi condotta sempre, con grande finezza e maestria di argomentazione, servendosi dell’esperienza di quel partito a cui nessuno poteva negare le doti di intransigenza dottrinale e di capacità rivoluzionaria e dirigendo il colpo principale contro i capi opportunisti e contro la borghesia, per poter battere i quali i comunisti devono liberarsi dagli impacci e dalle ingenuità del dottrinarismo “di sinistra”.
Numerose pagine di questo libro, come quella su ciò che è necessario che i comunisti sappiano fare per vincere un nemico più potente (“la massima tensione delle forze… la utilizzazione di ogni benché minima incrinatura… di ogni minima possibilità di guadagnarsi un alleato… sia pure temporaneo, incerto, incostante, infido” ecc. ecc.) sono oggi moneta corrente in tutto il movimento operaio. Nel 1920, quando il libro venne da noi conosciuto poco
dopo le tesi sulla democrazia borghese e sulla dittatura proletaria, e quasi contemporaneamente alle tesi e al rapporto sui compiti fondamentali dell’Internazionale, fu più che una rivelazione. Quella lettura rese più forte l’esigenza della rottura dal vecchio Partito socialista, per creare un partito che riuscisse, nella storia e nelle condizioni del nostro paese, ad accumulare una esperienza di lavoro e di lotta che fosse strumento di resistenza e di vittoria per la classe operaia in qualsiasi situazione; essa fu il punto di partenza dei dibattiti e delle crisi attraverso le quali il Partito comunista
prese coscienza dei suoi compiti e si pose al lavoro per attuarli. Nell’Internazionale, divenne evidente che dopo il II Congresso e sulla base dell’opera di Lenin si doveva venire a una resa dei conti con l’estremismo. Ciò avvenne a partire dal III Congresso, dove Lenin sviluppando con una vivacissima polemica le tesi dell’estremismo, disfece l’attacco dei sostenitori della dottrina “dell’offensiva”, sostenne, senza alcuna specie di concessione, la necessità della “conquista della maggioranza” da parte dei comunisti e fece sancire questo principio nelle tesi sulla tattica. Così fu dato il giusto
orientamento, da una parte, alla formazione e organizzazione dei partiti comunisti come partiti di massa, dall’altra parte alla politica di fronte unico verso gli operai e le organizzazioni socialdemocratiche, che si espresse con gli appelli all’unità di azione e anche con trattative tra le due Internazionali.
La resistenza a questa politica fu però, all’inizio, molto grande, tra gli stessi comunisti. Si ebbero discussioni aspre e contrasti di corrente; alcune sezioni respinsero la nuova tattica; altre l’accettarono con condizioni e riserve che ne annientavano il valore.

Si chiese che il fronte unico potesse farsi soltanto sul terreno sindacale,
non su quello delle organizzazioni e azioni politiche; si introdussero distinzioni scolastiche tra l’unità realizzata dall’alto, o dal basso, o da ambe le parti. La prima richiesta equivaleva a un rifiuto della tattica unitaria e conteneva persino una specie di minaccia all’unità sindacale; quanto alle distinzioni sul modo di giungere all’unità, esse sono molto schematiche e perdono sempre di valore quando alla unità si vuole giungere e si giunge realmente, perché una netta separazione tra la base e la sommità di un movimento solidamente organizzato non la si trova di frequente: vi è tra l’una e l’altra azione e reazione reciproca.
Molto interessante e giusta fu invece la decisione di collegare alla parola d’ordine del fronte unico sviluppandola, quella di un governo operaio, da costituirsi là dove si fosse realizzata l’unità di azione tra comunisti e socialdemocratici. È evidente il tentativo di trovare forme di accesso al potere che, rispondendo a una situazione diversa, non riproducessero esattamente le soluzioni sovietiche. L’applicazione pratica, però, fu sbagliata, per l’orientamento opportunista dei dirigenti comunisti che in Germania fecero questa esperienza. Se ne discusse molto e si concluse col dire che quella parola d’ordine non doveva essere intesa che come un sinonimo della dittatura del proletariato, il che equivaleva a toglierle ogni
particolare valore. Dal 1934 in poi, però, la ricerca che in quella formula si conteneva venne ripresa, sviluppata, e le realizzazioni che si ebbero furono di ben altra portata. Lenin parlò l’ultima volta dalla tribuna dell’Internazionale, già infermo, il 13 novembre 1922, al IV Congresso. Vi sono alcune note pessimiste, nel suo discorso, dove i problemi del movimento internazionale sono però appena toccati. Egli parla di una risoluzione del III Congresso, sulla struttura, sulla organizzazione e sui metodi di lavoro dei partiti comunisti e la critica vivacemente, “perché è troppo russa”. Giunge persino a dire che con quella risoluzione “ci siamo noi stessi tagliata la strada verso ulteriori successi” e ciò nonostante che tutto quel che vi è detto sia giusto. “Tutto ciò che dice”, però, “è rimasto lettera morta” e bisogna comprenderne il perché, se no, “non potremo avanzare oltre”. Si è poco lavorato attorno a queste parole di Lenin, riducendole di solito a una critica soltanto esteriore di un documento che non sarebbe stato reso abbastanza comprensibile ai “compagni stranieri”.
È certo che Lenin pensava che questi compagni dovevano ancora digerire “un buon pezzo di esperienza russa”, ciò ch’egli aveva cercato di far loro compiere e col suo Estremismo e con tutta la sua azione. Non si sfugge però all’impressione, anzi, credo sia certo che egli pensasse a un movimento comunista che, avendo digerito la esperienza russa, fosse capace in ogni paese di svilupparsi secondo le condizioni, profondamente diverse dall’uno all’altro, che in ognuno di essi si presentavano.
E bisogna aggiungere che egli aveva fatto il necessario perché sulla strada da lui segnata, ciò si potesse realizzare.

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