Partito Comunista Italiano

Sito ufficiale del PCI

Ma c’è stata un’età dei lumi?

Se Galilei e Kant non sono mai esistiti,
tra antiscientismo e complottismo.

di Patrizio Andreoli, Segreteria Nazionale PCI

La pandemia determinatasi in forza della diffusione del Covid-19, non solo sta colpendo in maniera rilevante la vita di migliaia di persone segnando in via fatale il destino di molti, ma in misura significativa anche la coscienza critica del nostro tempo. Assistiamo, infatti, al pericoloso sviluppo in una parte non marginale della società di un contagio non meno devastante; quello legato agli effetti dell’attacco frontale portato allo spirito scientifico in grado – in alcuni casi -, di tradursi in una messa in mora della ragione sino a spingersi alla negazione dello stesso “principio di realtà”.

Una tragedia delle coscienze, seria e da non sottovalutare. Una malattia sorda del Paese – parallela a quella della Sars-Cov-2, che per vie diverse corre nelle sue vene profonde. Un altro tipo di virus, capace di infettare e produrre guasti significativi inoculando spaesamento, perdita di ruolo, nuove ed amplificate paure. Un fatto relativo ad un sentire capace di muovere emozioni oscure, di saldare nuove superstizioni e pregiudizi, antiscientismo e complottismo, che non può essere consegnato alla sola valutazione sociologica e alla psicologia clinica di massa (che pure servono), ma che per sua dimensione e densità si rivela nodo culturale, nodo politico; nodo su cui si misura parte della nostra tenuta civile ed una corretta percezione della contemporaneità in cui viviamo.

In questo contesto, da tempo nuove ansie sociali di massa stanno scuotendo profondamente il tessuto nazionale mettendo alla prova certezze circa il come e il quanto ognuno si avverte soggetto consapevole ed attivo di una condivisa azione di resistenza e di un comune sforzo. Questo, a partire dal riconoscimento in via universale di elementi di “cura e sopravvivenza”, intesi nella loro duplice veste di attivazione di un’efficace profilassi sanitaria, e di un adeguato scudo sociale a difesa della propria capacità di auto sussistenza economica (a iniziare dalla certezza del lavoro e di un salario sicuro, quali chiavi per osservare l’orizzonte del futuro).

In pochi mesi, la fibra di un Paese che si compiaceva di autorappresentarsi compatto identificandosi nell’ottimismo di quell’ “andrà tutto bene” recitato da mille balconi a gran voce (rivelandosi peraltro sempre più stonato mano a mano che il contagio dilagava), si snervava ed indeboliva dinanzi all’urto sociale d’un fenomeno in grado di sovvertire abitudini, libertà di movimento, relazioni sociali, ritmi di vita e di lavoro.

Questo, fino ad assumere i toni aperti della sfiducia, della dura critica verso l’azione pubblica, dell’inquietudine dettata dal corto circuito determinatosi tra prioritaria difesa della salute e crisi; sino all’esplosione di fenomeni di rabbia sociale, alla denigrazione ed accusa verso le strutture sanitarie e lo
stesso personale medico e paramedico non più avvertiti in questa seconda fase presidio vitale di tutti e per tutti, ma addirittura indicati da più d’uno quali soggetti attivi (ultimo anello d’una presunta catena di interessi e di complotti!) della diffusione del virus. Come in così poco tempo sia stato possibile assistere a tale radicale mutamento nella percezione e nel giudizio, come – in breve – coloro che da subito hanno affrontato il peso professionale ed umano della malattia e la durezza non mediabile della morte siano passati dall’essere giudicati “eroi” all’essere additati come “untori”, è uno di quei nodi apparentemente oscuri a cui è facile pensare saranno dedicati in futuro approfondimenti e studi.

E’ come se le truppe di un esercito impegnate in trincea quale prima strenua difesa contro l’invasore, in un momento, dall’essere motivo di riconoscenza nazionale e d’orgoglio collettivo, fossero state accusate di tradimento della causa, cedimento e collusione col nemico.

Parte di questo fenomeno, sia quale causa che effetto, è stato l’amplificarsi di una mentalità a-scientifica e antiscientifica a cui si sono saldate false notizie (più o meno veicolate ad arte), storpiature e semplificazioni della realtà, superstizioni vecchie e bell’è nuove diffuse nelle coscienze attraverso i social con una potenza sin qui sconosciuta nella storia degli uomini; con la rapidità e forza di un “passaparola” mediatico ed
interpersonale molto più elevato e pervasivo della spinta di propagazione dello stesso virus. Mentre alcuni combattevano giorno e notte con le armi della scienza, della ricerca e della sperimentazione che per loro definizione sono propedeutiche ad inciampi, errori e ad un infinito esercizio di autocorrezione e messa a punto sottoposte come sono al principio di falsificazione; altri rispolveravano il bagaglio magico di mille espedienti ed interpretazioni, di riferimenti e simbologie rituali, di credenze prossime al sortilegio, di ferrea certezza in un senso comune (che non è scienza) contiguo al fatalismo e alla superstizione, alimentando scetticismo circa l’agire scientifico, sino all’inerzia e alla negazione dell’evidenza.

Il peso morto di tale fardello che altro non è se non un’altra forma di indifferenza rispetto allo sforzo intellettuale necessario per comprendere e disvelare la realtà che abbisogna di metodo, fatica e studio per giungere alla formulazione di giudizi e soluzioni adeguati; ha prodotto suggestioni di ogni sorta, regressioni culturali, pose new age e improvvisazioni esegetiche circa le cause del contagio e le modalità per farvi fronte, mettendo in luce il
precipitare verticale in una parte del corpo sociale di un sufficiente approccio critico e insieme, ancora una volta l’esile spessore del punto di vista scientifico quale tratto costitutivo della nostra cultura nazionale, sino a far dubitare -dinanzi a molte stoltezze e invenzioni- che vi sia stata l’epoca dei lumi e la scoperta della ragione quale caposaldo per interpretare il mondo.

E’ così che recentemente è stato possibile giungere da parte di alcuni ad accogliere con sospetto terapie e cure, sino a negare l’esistenza della malattia nel momento stesso in cui di questa stavano morendo; oppure a indicare l’incessante azione di intervento in urgenza di ambulanze e mezzi attrezzati per il Covid-19, quali vettori di subdola diffusione del contagio a
cui volentieri si stava prestando il personale sanitario (moderni untori); o a chiarire come ha fatto nei giorni scorsi nella sua rubrica “Lettura cristiana della cronaca e della storia” Padre Livio Fanzaga direttore di Radio Maria, come ci si trovi di fronte ad “un progetto volto a fiaccare l’umanità, metterla in ginocchio, instaurare una dittatura sanitaria e cibernetica, creando un mondo nuovo che non è più di Dio Creatore, attraverso l’eliminazione di tutti quelli che non dicono sì a questo progetto criminale portato avanti dalle élites mondiali, con complicità magari di qualche Stato. Tutto per creare il mondo di Satana”.

Nulla di nuovo o quasi circa quanto si era detto in occasione dell’invenzione della stampa quale strumento (volto ad ottenebrare e corrompere gli animi) del diavolo, e persino della locomotiva e della ferrovia (!) che papa Gregorio XVI aveva bocciato come “macchina infernale”. E potremmo continuare, a segno dell’isteria sociale, della stupidità umana e della barbarie del pensiero sempre in agguato che sta appena sotto i tre millimetri di civiltà faticosamente conquistati in due millenni di sforzi e conquiste. Di questo passo, siamo prossimi all’interpretazione dei “segni nefasti” come il passaggio di comete quale causa di pestilenze o caduta cruenta di imperi, all’amplificazione di supposti eventi straordinari quali la nascita di animali deformi che di bocca in bocca divengono sempre più numerosi e mostruosi, al presentarsi di fenomeni naturali insoliti come l’assenza prolungata di pioggia o catastrofici come i terremoti e le inondazioni, alla valutazione dei sortilegi maligni operati da questa o quella setta, da questo o quel sabba di streghe che ha fatto marcire i raccolti e ammalare il bestiame, all’interpretazione penitenziale di morbi e contagi quale punizione dei peccati con cui il divino si manifesta in via ricorrente nella storia, affermando in tal modo la propria disapprovazione circa il comportamento e le scelte degli uomini.

Non s’immagini che oggi, questo pensi solo un nuovo volgo lazzarone e ignorante. L’irrazionale convive in parte delle stesse teste che svolgono operazioni e attività complesse per via telematica o stringono nelle proprie mani iPhone di ultima generazione; ovvero giocattoli a loro volta da considerarsi in qualche modo magici, attraverso cui – per i complottisti – si opera nella nostra esistenza sia in modo costante e diretto (condizionamento oggettivo) che in via oscura (condizionamento subliminale da parte di centri segreti di potere di influenza mondiale).

D’altronde, in anni ormai lontani, fu lo stesso Artur Clarke straordinario e
immaginifico scrittore britannico laureato in matematica e fisica, a teorizzare in una raccolta di saggi (1962, “Hazards of Prophecy”, poi aggiornati negli anni settanta del ‘900) come per gli uomini “qualunque
tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia” (chiamata anche, la terza “legge di Clarke”). In verità, gran parte di ciò a cui assistiamo è figlio di anni di abbrutimento sociale, di nuove solitudini, di rifugio nell’irrazionale, nel mistico e nel fantastico, nella mancanza di speranza e perdita di coscienza di sé e del proprio ruolo nella storia, di perdita della memoria circa un fare utile alla propria crescita ed emancipazione (coscienza critica, lotte, mobilitazione attiva), di perdita di un orizzonte razionale e possibile (metodo, progetto, risultato) di cambiamento e di liberazione. Da qui il “complottismo”, tipico segno delle fasi di crisi quale scorciatoia e lettura opaca del proprio presente, in grado di dare risposta “immediata e semplice” a paure vecchie e nuove, di inventare aggiornati nemici, di realizzare un adeguato strumento di sfogo per rabbia e frustrazione sociale.

Che una parte dello stesso potere amplifichi e nutra tali pulsioni per propri scopi, è indubbio. Il “Trumpismo”, quale visione della vita (individualismo e
antisolidarismo, suprematismo etnico e sociale sul resto della propria comunità e del mondo) e delle relazioni sociali (aggressività, affermazione del diritto naturale del più forte a governare etc.), ne è al momento l’esempio più diretto e greve. Nella sua recente campagna elettorale egli (e con lui alcuni candidati repubblicani particolarmente reazionari, negazionisti o minimizzanti l’esistenza del Covid-19) non solo ha rispolverato riferimenti e toni relativi ad un ormai consunto anticomunismo (il “pericolo comunista”), ma lamentandosi per primo vittima di poteri occulti e terzi sottratti allo sguardo diretto e alle
legittime decisioni del popolo, ha costruito esattamente una teoria della cospirazione evocando brogli e trame di ogni sorta portati ai sui danni, andando molto oltre la tradizionale mistica patriottica americana, fino a evocazioni farsesche. E tuttavia, in proposito, non conta che al momento nulla di quanto denunciato sia stato dimostrato; conta l’onda emotiva (irrazionale), la tensione e l’attesa prodotte; conta la costruzione della mitologia della vittoria (volontà popolare) mutilata e tradita; conta la costruzione di un risentimento e rancore sociale diffusi a cui solo la mano sicura del demiurgo e “dell’uomo solo al comando” – oltre, appunto,
la palude dei poteri occulti che gli si oppongono – potrà dare risposta. Attenzione. Noi che crediamo che la storia debba esserci sempre maestra pena il ripetersi di tragedie, al netto di forzature ed analogie, abbiamo
già osservato operare alcuni tratti di tali dinamiche nell’Europa degli anni trenta (frustrazione sociale, grave crisi economica, smarrimento culturale). E ancora. Nella stessa Russia zarista, fu tristemente famosa e foriera di infiniti orrori e violenze la pubblicazione ad opera della polizia politica segreta (Ochrana), de “I Protocolli dei Savi di Sion” o degli Anziani di Sion (Protokoly sionskih mudretsof). Un falso documento teso a diffondere l’odio verso gli ebrei dell’Impero, a lungo poi adottato quale micidiale prova delle vere mire ebraiche in tutto il mondo. Un testo totalmente privo di fondamento che pur tuttavia funzionò così attivamente e a lungo tanto, che pur dichiarato mille e mille volte tale, continua tutt’oggi incredibilmente ad
essere ogni tanto portato a prova di un complotto mondiale ebraico ai danni dell’umanità, emergendo dalla melma razzista e fascista in cui non si è riusciti finora a seppellirlo definitivamente. Vi si descriveva nientepopodimeno che un piano segreto per conquistare il mondo. Esso iniziò a circolare nel 1903, presentato come il verbale d’una riunione tra i capi dell’ebraismo mondiale. In realtà si trattava della cucitura di diversi testi antisemiti già esistenti, messi insieme per giustificare le persecuzioni nei confronti non solo di ebrei, ma anche dei progressisti e liberali dell’epoca.

Vi si prospettava un’azione di infiltrazione e di sovvertimento dei valori della società che supponeva inganno e menzogna. Allora come oggi, il piano
appariva per larga parte una specie di elenco dei nemici, fisici ed ideologici, dell’estrema destra. I “Savi”, secondo gli estensori, avevano soggiogato ai loro piani la libertà di stampa, le idee liberali, la democrazia e con l’uso della finanza volevano distruggere l’ordine sociale, i costumi e le tradizioni cristiane. La verità è che esso fu concepito dalle “Centurie nere”, un gruppo della destra ultranazionalista riuscita quantomeno nell’intento di inventare il nemico ottimale, orientando contro di esso pulsioni antiche, pregiudizi che ben presto si trasformeranno in pogrom e soprusi, il malessere profondo e latente di un’intera società avvitata tra cambiamento e reazione (di lì a due anni, nel 1905, scoppierà in Russia la prima Rivoluzione, prova
generale del ‘17). Il complottismo per cultura e mentalità, è storicamente tipico del pensiero e della pratica della destra. In particolare di quella fascista che agisce sul terreno coltivato di contraddizioni sociali potenti
alimentate da una lettura populista e talora salvifica di cui ne è il combustibile emotivo ed emozionale.

Nel complottismo vi è sempre un pericolo incombente “taciuto al popolo”, agito in maniera subdola da soggetti in grado di avvelenare le fonti delle migliori virtù popolari e di reciderne le tradizioni più autentiche. Esso,
in genere, nasce come programma politico e d’azione del sovversivismo di gruppi ristretti al comando che hanno potenti interessi e valori comuni da difendere in opposizione a qualunque serio progetto di cambiamento (temuto o effettivamente in corso), offerti alla lettura e divulgazione popolare in modo tale da riuscire a convincere che sia esattamente il popolo a chiederne l’attuazione reclamando un intervento d’ordine restauratore.

E’ il popolo (termine informe e persino equivoco se sottratto alla lettura di classe che chiarisce il peso, il ruolo materiale e culturale di ciascuno all’interno del corpo sociale), che a ciò opportunamente suggerito, alza il proprio grido d’allarme invocando dunque un’azione di rivelazione dei
piani segreti di controllo e condizionamento esistenti che ne vorrebbero minare la libertà e l’anima più vera.

Già Machiavelli, d’altronde, sosteneva ne “Il Principe” come “governare è far credere”.
Quello che per noi conta, in una società segnata da “incertezze liquide”, è la pericolosa saldatura tra antiscientismo e complottismo, ovvero tra la negazione del metodo scientifico da applicarsi sul terreno della realtà fisica e naturale ed ogni altro ambito della conoscenza umana, a partire dalle dinamiche sociali (scienza della storia e indagine sul fare e sul pensare degli uomini). Molto dagli anni sessanta in poi è stato detto e scritto sulle teorie della cospirazione. Già Todd West e Harry Sanders nell’introduzione al volume Transparency and Conspiracy (2003), chiarivano come le idee sulla cospirazione rimandassero alla mente degli antropologi lo stesso lessico utilizzato per descrivere la credenza in fenomeni come la stregoneria e le possessioni spirituali riassumibile in un unico gruppo che è possibile definire delle “cosmologie occulte”.

Adottando questa espressione si intende riferirsi a sistemi culturali fondati sulla credenza in un mondo animato da poteri segreti, misteriosi e/o invisibili.” Insomma sembra possibile concordare con loro quando scrivono che “…le cosmologie occulte e le teorie della cospirazione possono esprimere profondi sospetti sul potere. Attraverso di esse, la gente comune può articolare le proprie preoccupazioni che altri, in possesso di poteri straordinari, vedono e agiscono in modi decisivi in regni normalmente nascosti dalla vista. Possono suggerire che in un mondo dove differenti istituzioni sostengono di dare struttura all’azione razionale e trasparente del potere, il potere in realtà continua a operare in modi imprevedibili e capricciosi (…). Tutto questo indica una serie di fratture nel rapporto con le istituzioni di governo, della salute, economiche e scientifiche apparentemente sempre più difficili da ricomporre.”

Se così è, o peggio, se tale atteggiamento culturale prevalesse, sarebbe la storia stessa a perdere significato quale frutto dell’intreccio consapevole e dialettico dell’azione di tutti gli uomini, mentre a spiccare sarebbero il fatale, l’imperscrutabile, il magico. Di conseguenza, anche ogni azione cosciente perderebbe senso e speranza di incidere in maniera illuminata (di nuovo, metodo e progetto) sul corso degli eventi.

Saremmo insomma, messi ancora una volta dinanzi “al sonno della ragione” che tanti mostri ha prodotto nella storia umana …e non solo sulla tela di Francisco Goya nel 1797. A tutto questo noi contrapponiamo il
metodo scientifico di Bacone e di Galileo (“Il Saggiatore”). Il valore della scienza non solo intesa quale motore di scoperte e conquiste di soluzioni utili a migliorare la condizione degli uomini, ma prima di tutto intesa esattamente come metodo di osservazione, di analisi e di approccio critico. A tutto questo noi rispondiamo con la ragione e l’illuminismo di Kant che nel 1784 chiariva come l’illuminismo non sia altro che “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso.

Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. (…) Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo.” Un termine, da lì in poi teso ad indicare la volontà di andare oltre ogni forma di ignoranza e di superstizione servendosi della critica, della ragione e dell’apporto della scienza. A tutto questo noi contrapponiamo il bagaglio del marxismo, del socialismo scientifico e la lezione della storia; compresa la riflessione sugli errori compiuti lungo il cammino di liberazione ed emancipazione del proletariato e tramite questo, dell’umanità intera. A tutto questo, noi
contrapponiamo la nostra lucida valutazione degli eventi alla luce dello scontro non riducibile capitale/lavoro, sempre più confermati nella certezza di come l’orizzonte del futuro sia segnato dall’alternativa tra socialismo o barbarie!

Il Covid-19, da questo punto di vista è stato “l’ospite inatteso”, l’iceberg su cui si è schiantata l’illusoria forza della nostra modernità, nuovissima, quasi ipnotica e stordente sul piano dell’offerta e pressione tecnologica;
quanto vecchissima sul terreno del paradigma di fondo che tuttora regola i rapporti di potere e di subordinazione, ovvero i rapporti sociali e di classe. La verità è che il corto circuito determinato dall’avanzare del dramma sanitario, ha messo in risalto il fallimento e gli egoismi del sistema capitalistico a partire dalla supremazia del profitto sulla difesa e salvezza, in sé, dell’umanità sia intesa nella sua accezione di comunità sociale (storica), sia di comunità naturale (specie). Il virus non è ideologico. Si diffonde volentieri tra i ricchi e potenti, e tra i poveri e indifesi. Solo che questi ultimi muoiono in numero infinitamente maggiore e più spesso, come l’esempio statunitense sta a dimostrare, disvelando in maniera
drammatica livelli evidenti di diseguaglianza sociale, di accesso negato a pari tutele sociali e a pari condizioni di primaria difesa della vita.

Un genocidio selettivo aiutato dalle forti differenze di censo e dalla presenza insopportabile di un alto tasso attivo di ingiustizie. La condizione materiale che attiene alla parte grande dell’umanità che vive nel sistema capitalistico e nell’epoca della “dittatura del capitale finanziario” – salvo l’imponderabile relativo al destino di ciascuno-, non prevede infatti soluzioni escatologiche o interventi provvidenziali e consolatori al massimo buoni quali artificio letterario. Non siamo ne “I promessi sposi”, dove di peste muoiono gli umili ma insieme vengono colpiti anche i Don Rodrigo della situazione impedenti che la storia vada a buon fine. La realtà parla di morte, di una morte che come una tempesta miete soprattutto laddove cammina a braccetto con miseria e ignoranza, con l’assenza di tutele e di
strutture sociali e sanitarie all’altezza dell’impatto pandemico. Non si tratta di un destino fatale. Si tratta della conseguenza di scelte precise, di investimenti non effettuati nel welfare ed in campo sanitario, di politiche di selezione darwiniana (sopravvive il più forte per censo e ricchezza) presentate come “inevitabili e naturali”. I poveri muoiono, come sempre più dei ricchi. Che sia capitalista anche il virus? No. Lo sono le politiche delle classi dirigenti capitalistiche che da sempre operano sulla scorta di egoismo, profitto, distruzione e consumo dissennato dei beni primari della terra, distruzione indotta o diretta di vite umane.

Che intorno alla realtà della pandemia, ai suoi effetti destrutturanti il normale corso della vita sociale e devastanti quella di milioni; che intorno alle paure reali e immaginarie sollevate nella fase data, si muovano interessi politici enormi tesi a trarre vantaggi economici incommensurabili (a partire dalla realizzazione del vaccino e non solo), è fatto rispetto a cui i comunisti devono osservare l’analisi e critica più ferme. Ancora una volta, critica innanzitutto al modello di vita e di produzione capitalista in evidente affanno nel provvedere a strategie solidali di cura e salvezza universali. Critica frontale alla disorganizzazione e ai ritardi con cui, nel nostro Paese, si è nell’emergenza tentato di rimediare ai guasti profondi prodotti dall’assenza di politiche espansive (queste sì, popolari!) e di sostegno della sanità pubblica, precedute da anni di spoliazione ed impoverimento del sistema sanitario nazionale. Critica a certa retorica molto italiana che nel mentre glorificava l’eroismo dello sforzo messo in campo in questi mesi dal personale medico e paramedico, l’abbandonava sul campo talora privo di supporti diagnostici e strumentazioni adeguati.

Ma di questo si tratta. Di battaglia politica, dura, difficile. Della necessaria mobilitazione e costruzione di un’alternativa – locale e globale – che abbisogna di ragione e progetto, di passione e di lucidità. Nulla di magico ma di ben concreto che ci interroga circa il “che fare” qui e adesso. Il primo e più grande complotto da temere è quello contro la ragione. E’ la resa del pensiero critico e del metodo scientifico nella notte della coscienza. E’ l’inazione dinanzi ai mali del mondo rispetto ai quali si proclama la propria impotenza e ci si auto assolve. In proposito, non possono non venire a mente le parole con cui nel 1917 su “La Città Futura” Antonio Gramsci stigmatizzava tale atteggiamento: “…Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?…” Noi siamo comunisti anche perché sapremo farci carico della difesa delle conquiste culturali e del processo di emancipazione migliori e più avanzati che hanno segnato il cammino della storia degli uomini. Siamo
comunisti perché non attendiamo il futuro. Nella lotta, può colpirci in via provvisoria la sconfitta, ma mai il buio della ragione, la notte – sgomentante – della resa della nostra coscienza critica.

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