Partito Comunista Italiano

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MARCHE: RIFORMA COSTITUZIONALE E GUERRA

di Giorgio Raccichini, Coordinamento regionale PCI Marche

nato marche

Come è noto, la nostra Costituzione afferma che l’Italia “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Si tratta di una proposizione chiara e netta, che non pone alcuna limitazione al ripudio della guerra: una guerra per accaparrarsi mercati e risorse rimane pur sempre una guerra neocoloniale, anche se viene giustificata con parole d’ordine perlopiù prive di reale significato come “lotta alla dittatura”, “difesa dei diritti umani”, “esportazione della democrazia”.

La dichiarazione dello stato di guerra, secondo quanto afferma l’articolo 78 del testo fondamentale della Repubblica, è deliberata da entrambe le Camere a maggioranza semplice. Sembra paradossale che per una decisione così importante non venga specificata una maggioranza speciale; si tratta certamente di un limite del testo costituzionale, ma bisogna considerare il fatto che, essendo stato elaborato in un contesto in cui la legge elettorale pensata per il funzionamento della democrazia era quella proporzionale, difficilmente un solo partito poteva avere la forza di imporre da solo, senza trovare le necessarie convergenze politiche, lo stato di guerra. Va poi considerato il fatto che, nel corso della Prima Repubblica, vi era nella classe politica italiana un generale atteggiamento di indipendenza sulle questioni internazionali, pur rientrando il nostro Paese nel quadro dell’Alleanza atlantica. Certo, era reale il pericolo di un conflitto distruttivo tra Stati Uniti e Unione Sovietica in cui l’Italia sarebbe stata trascinata; tuttavia, lo stesso potenziale distruttivo di un tale conflitto fungeva da deterrente. Per giunta l’Italia, per perseguire i propri interessi nazionali, era portata in qualche modo, magari anche solo indirettamente, a contrastare, nel Mediterraneo e nel Medioriente, le guerre coloniali e neocoloniali di Gran Bretagna, Francia, Israele e degli stessi Stati Uniti.

Oggi il contesto internazionale, dopo la fine della Guerra Fredda, è mutato radicalmente. In un primo momento i vincitori, cioè gli Stati Uniti, hanno creduto di poter affermare incontrastati il proprio dominio sul mondo intero, contando anche sul vassallaggio delle potenze europee. Certamente esistevano ancora piccole sacche di resistenza, la Cina socialista era ancora in piedi, gli europei si mostravano a volte recalcitranti, ma erano ostacoli facilmente superabili: i popoli che resistevano potevano essere messi in ginocchio economicamente, aggrediti militarmente oppure destabilizzati politicamente; la Cina era ancora principalmente impegnata in quella lotta poi vittoriosa contro la fame e la povertà, e comunque poteva essere accerchiata e progressivamente soffocata; gli europei erano a volte recalcitranti, ma in generale seguivano docilmente la potenza nordamericana. Poi la situazione è cambiata nuovamente: non solo la Cina ha sconfitto la povertà e prosegue il lunghissimo percorso di costruzione del socialismo, ma comincia ad avere un ruolo fondamentale sullo scenario internazionale; la Russia non è più una colonia, ma è tornata una super potenza che tra l’altro tiene ottimi rapporti politici ed economici con la Cina; nel mondo molti Paesi, che adesso godono del sostegno della Russia e della Cina, continuano la propria resistenza nei confronti dell’imperialismo americano e alcuni di essi stanno diventando delle potenze economiche che mettono a rischio gli interessi delle corporations americane. Le potenze dell’Europa occidentale continuano invece ad essere succubi degli Stati Uniti e, nell’ambito della NATO, si prestano a diventare strumenti delle loro strategie: da Washington ordinano di isolare la Russia e allora i governi europei si impegnano a isolarla politicamente ed economicamente anche contro gli interessi dei popoli che rappresentano e giungono persino a destabilizzare i Paesi tradizionalmente legati al gigante euro-asiatico (il caso più eclatante è quello dell’Ucraina) che devono diventare basi militari della NATO nella prospettiva di un’aggressione euro-atlantica alla Russia; si devono abbattere i governi che esprimono forme di resistenza all’imperialismo statunitense e Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia si prestano, anche per propri interessi neocoloniali, a servire il loro padrone americano.

Anche l’Italia, nell’epoca della Seconda Repubblica, ha servito gli interessi imperialistici degli Stati Uniti appoggiando aggressioni militari e violente destabilizzazioni politiche violando di fatto i principi espressi dall’articolo 11 della Costituzione.

Con la riforma costituzionale in atto e con la nuova legge elettorale un unico partito avrà di fatto il potere di decidere se l’Italia dovrà entrare in guerra o meno. Fatto ancora più preoccupante è che il partito che promuove tali riforme è stato tra i più arditi sostenitori della guerra in Libia, della destabilizzazione dell’Ucraina e della Siria, delle sanzioni volute dagli Stati Uniti contro la Russia. In parole povere c’è il gravissimo rischio che tali riforme istituzionali ed elettorali servano a facilitare e velocizzare provvedimenti di guerra richiesti dalla NATO in un contesto in cui questa organizzazione guerrafondaia ha messo nel proprio mirino sia la Cina che la Russia.

In una situazione internazionale così esplosiva è possibile lasciare nelle mani di un solo partito una decisione così gravida di conseguenze qual è quella della guerra? È possibile permettere ciò considerando che le forze politiche parlamentari, chi più e chi meno, mostrano una preoccupante sudditanza internazionale verso gli Stati Uniti che sono i principali responsabili di quella Terza guerra mondiale in cui secondo alcuni siamo entrati o verso cui stiamo drammaticamente scivolando?

Penso proprio di no. Se vogliamo impedire che il nostro Paese non venga trascinato in guerre per interessi che sono estranei a quelli dei lavoratori, dobbiamo non solo rigettare la riforma istituzionale e l’Italicum, ma dobbiamo anche elevare a circa il 65% degli aventi diritto la maggioranza qualificata a deliberare lo stato di guerra. Soprattutto si deve porre immediatamente la questione dell’uscita dell’Italia dalla NATO, all’interno della quale il nostro Paese è fortemente vincolato alle decisioni guerrafondaie assunte dal comando statunitense.

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