Partito Comunista Italiano

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Note sui Principi del comunismo nel bicentenario della nascita di Friedrich Engels

di Cosimo Cerardi, PCI Varese

Se il Manifesto del Partito comunista è il baricentro della teoria di Marx ed Engels, lo stile lessicale dei due autori è differente, più introverso ed enigmatico quello di Marx, tormentato dalla cogente e necessaria sintesi delle categorie scientifiche; più disteso, aperto, divulgativo e comunicativo quello di Engels, esplicito nella sue immediatezza, e nel suo disinibito spirito atto a rivolgersi ex professo alle classi lavoratrici e all’“esercito industriale di riserva”.

Engels, infatti, nonostante la sua giovane età, era già un veterano della divulgazione di alta qualità: La situazione della classe operaia in Inghilterra, da questo punto di vista, si presenta come un gioiello di investigazione territoriale ed empirica, costituisce la prefigurazione e la configurazione del Manifesto, anzi ne è certamente l’incunabolo strutturale, la spina dorsale.

La metodologia engelsiana, nel suo storicismo immanentistico, è sempre il codice di decodificazione dell’intricata silva silvarum delle analisi scientifiche, che nulla concedono alla divulgazione estrinseca di Karl Marx. Se nel Manifesto (pubblicato nel febbraio del 1848) vi è la “chiave di lettura”, per la comprensione dei fondamenti gnoseologici del socialismo scientifico, nei Principi del Comunismo di Engels erano poste le radici concettuali, la presupposizione dottrinale del potente affresco del testo marxiano. E ciò si afferma, non solo in riferimento al Manifesto, ma in
generale per quasi tutta l’opera del comunista di Treviri. Riprendere, quindi le file del ragionamento del rapporto Engels-Marx a distanza di due secoli costituisce un’operazione meritoria e sempre innovativa e contemporanea, in quanto rivaluta l’opera di Karl Marx proprio rivalutando l’apporto di Friedrich Engels, spesso ingiustamente trascurato e dimenticato dalla critica storiografica.

I Principi del Comunismo di Engels, opera considerata immatura, predicatoria e catechistica, ritenuta inadeguata dallo stesso Engels (ma tale giudizio non è in alcun modo condivisibile), è, in realtà, complementare al Manifesto. Tanti passaggi del Manifesto risultano indecifrabili se non si
tiene conto de I Principi del Comunismo.

Infatti, operando con un’esegesi filologica, a geometria differenziata si può senz’altro asserire che determinate espressioni linguistiche del Manifesto, che in apparenza sembrano inaccessibili e complesse, trovano la loro chiarificazione sistemica quando li si pone in una comparazione dinamica con paragrafi specifici dei Principi; ed allora, si può senz’altro concludere che tra i Principi e il Manifesto vi è un mixtum dialettico, un’osmosi, una reciprocità sostanziale. I Principi costituiscono la radice concettuale, la presupposizione dottrinaria e contenutistica del Manifesto.

Tuttavia, i Principi già nella loro autonomia sperimentale, oltrepassano la sfera della plurarizzazione dei “socialismi utopistici”, prescientifici, metafisici nella loro indeterminatezza.
Questa opera engelsiana giunse dopo le grandi opere teorico-filosofiche della fase giovanile di Marx e di Engels. I Manoscritti economico-filosofici (1844), La Sacra Famiglia (1844-45), l’Ideologia tedesca (1845) sono opere di incommensurabile ricchezza teorica, analiticamente studiate da August Cornu, da D. Riazanov, da Cesare Luporini, e da tanta esegetica ed ermeneutica di grande livello. Quindi Engels, quando scrive un’opera come i Principi, che segna una rigorosa “linea di demarcazione” tra il “comunismo dottrinario” (e astrattamente massimalistico, come in
Weitling e tanti altri) e il “socialismo scientifico”, strutturato sulla critica dell’economia politica, sull’autonomia genetica, e non sulla fenomenicità esteriore, propria degli economisti “apologeti” del profitto capitalistico, ed in questo iter Engels provò a mettere in campo una relativizzazione storica, in grado di frantumare tutti gli pseudo-assolutismi dogmatici.

Con il rivoluzionario di Barmen, si preparava, dunque, il paradigma della critica scientifica, vero ed autentico prisma della liberazione e di emancipazione dalle molteplici classi di sfruttati e diseredati.

Le proposte della comunità di Parigi della Lega dei comunisti e gli appunti stesi da Engels vanno però confrontati anche con il tentativo di engelsiano ad offrire una sorta di “catechismo”, appunto, i Principi del comunismo, che qui per alcuni punti si prova a riportare all’attenzione per una prima analisi e un confronto col Manifesto. È vero che dopo l’edizione fattane a parte, come scritto autonomo e conclusivo, dal Bernstein, nel 1914, e le traduzioni che ne sono state fatte (la prima italiana è quella di Angelica Balabanof), lo scritto fu ripubblicato come cosa a sé.

In realtà, riparare di questo testo engelsiano e degli altri tentativi, di altri autori, dello Schapper e dello Hess, insieme alle circolari della Lega dei comunisti e della Lega dei giusti, ha il chiaro intento di aiutare il lettore a riporre il Manifesto nel momento storico nel quale è stato composto,
più che fornire materiale per riflessioni teoriche e ideologiche.

Di qui il tono divulgativo, il linguaggio elementare dei Principi che non presuppone cognizioni storiche ed economiche, che non ha nulla che possa risvegliare l’antipatia operaistica per il linguaggio difficile e pretenzioso dell’intellettuale, di qui il semplice andamento di colloquio, tanto diverso da quello del Manifesto. Con questo non si vuole negare che la struttura dell’abbozzo di Engels corrisponda largamente alla linea generale del Manifesto, come osserva il Mayer: l’uno e l’altro cominciano con la definizione del proletariato, espongono come questo sia sorto e trattano
del contrasto fra borghesia e proletariato, distinguono il proletariato dalle categorie di lavoratori di epoche precedenti, espongono la teoria del salario, e dimostrano la necessità di un nuovo ordinamento sociale, affermando che questo nuovo ordinamento della società non può non essere quello comunista.

Nell’abbozzo di Engels si insiste un po’ più che nel Manifesto sulla possibilità di realizzare il comunismo con mezzi pacifici, benché si parli per esteso anche della prossima rivoluzione. C’è meno polemica con gli avversari del comunismo, e c’è più insistenza sulle benefiche conseguenze
dell’eliminazione della proprietà privata. Non mancano i cenni sulla distinzione della Lega dei comunisti dagli altri movimenti e partiti politici. Questo vale anche per il contenuto fondamentale: la dimostrazione che l’età del capitalismo, della libera concorrenza, della egemonia della borghesia
si dovrà capovolgere, per la forza stessa delle energie produttive che hanno fondato quell’egemonia, in un’epoca di comunità guidata da un programma comune consapevolmente elaborato, dove la proprietà privata sia abolita, un’età di comunismo, fondata sull’egemonia del proletariato (1).

L’impianto engelsiano è però più vicino alle opere precedenti elaborate in comune dai due amici, e soprattutto a quanto ebbero a scrivere nella Ideologia tedesca, poiché sottolinea l’ideale dello sviluppo integrale e onnilaterale delle facoltà di ogni uomo, quell’ideale dell’uomo integrale o
totale, che la emancipazione del proletariato avrebbe dovuto realizzare, anzi, permettere di realizzare.

Per lo studioso di questioni engelsiane Gustav Mayer, questa differenza fra i Principi di Engels e il Manifesto sembra una differenza sostanziale, di contenuto, in quanto nel Manifesto sarebbe meno insistente, anzi, quasi obliterato a favore delle forze oggettive della storia, l’interesse per l’individuo. Sembra piuttosto che si tratti, nell’abbozzo, di una permanenza più sensibile, più diretta e immediata, delle idee elaborate ancora pochi anni prima, nella discussione con gli intellettuali tedeschi loro amici, da Marx e da Engels insieme: quell’idea dello svolgimento pieno e libero della
persona umana, di tutti gli individui umani secondo le loro facoltà e possibilità intrinseche, che in Marx ed Engels ha il luogo dell’egualitarismo grossolano, e che li congiunge alle idee fondamentali che sono all’origine della filosofia classica tedesca e del romanticismo prima del ripiegamento e
dello sfruttamento reazionario e conservatore: la piena libertà dell’individuo, la libertà e la personalità.

Nel Manifesto questi motivi sono meno sottolineati, ma non mancano affatto, come non scompariranno mai dal pensiero di Marx e di Engels, benché ad essi ci si richiami sempre di meno, perché proprio la lotta politica e dottrinale, il lavoro di analisi e di critica, di organizzazione e di
polemica, dal Manifesto alla Internazionale, dall’Anti-Duhring al Capitale, sono lotta per quell’ideale, ma lotta concreta, storicamente consapevole, cioè vera e propria attuazione storica di quelle idee, e non semplice invocazione generica di esse. La lotta per la libertà e la personalità non
sta nel parlare di libertà e personalità, ma nell’esercitare la libertà e nell’ampliare con un lavoro specifico e concreto la personalità nostra e degli altri uomini, scriveva Marx.

Infatti, era lo stesso Marx che parlava, in un articolo sul “Vorwarts” del 1844, di tale libertà e del ruolo personalità, dello «smisurato e brillante esordio degli operai tedeschi» rispetto alla sterile babele tardo-hegeliana, di «gigantesche scarpe da bambino del proletariato» raffrontate con le misure da nano delle consumate scarpe politiche della borghesia (ed Engels citerà con approvazione queste espressioni nel 1885). Ciò nonostante, lo scontro fra con l’egualitarismo grossolano e con chi lo rappresentava, Weitling, fu inevitabile e violento: da un lato, appunto Weitling, Marx ed Engels dall’altro.

Non si trattò soltanto di una resa dei conti teorica con il vecchio comunismo utopistico, quale Marx ed Engels avevano avviato con l’Ideologia tedesca, testo, ripetiamo, destinato non alla propaganda politico-ideologica, bensì all’omogeneizzazione preventiva dei due fondatori del comunismo scientifico – ma di una concreta battaglia politico-organizzativa per la presa del potere all’interno della Lega, cioè per il passaggio pratico dalla teoria all’iniziativa rivoluzionaria, in un clima reso incandescente dalla critica all’inadeguato comunismo utopistico tedesco. D’altronde, lo stesso
Weitling, dopo il processo di Zurigo del 1843, aveva cominciato a dare segni di megalomania e di stravaganza, sfruttando la fama e la simpatia di cui era circondato per diffondere idee sempre più utopistiche e avventuristiche dalla comunanza delle donne all’uso rivoluzionario dei criminali comuni e dei briganti. Lo scontro che nel 1845-46 oppose a Londra, nell’ambiente
dell’Associazione dei Lavoratori Tedeschi (l’organizzazione di massa e il paravento legale della Lega dei Giusti), Schapper, Marx ed Engels a Weitling fu il primo di una serie di scontri che si ripeteranno sistematicamente nella storia del movimento socialista, come la disputa con Bakunin e i ricorrenti conflitti con le tendenze anarchiche-utopistiche.

In questo senso appare corretto ricordare che Marx ed Engels erano gli esponenti di un «secondo comunismo» dopo quello utopistico, nutrito
(da parte di Marx) della dialettica hegeliana e (da parte di Engels) dell’analisi dei fatti economici e dei contrasti di classe.
Engels, malgrado la sua sistematica e devota auto-sottovalutazione, fu il pioniere di questo «secondo comunismo» – decisiva l’esperienza personale di Manchester e la bellissima inchiesta sulle condizioni della classe operaia in Inghilterra –, ed è notoria la sua diffidenza iniziale verso un Marx ancora troppo «filosofo» e hegeliano. In ogni caso nell’estate del 1844, Engels si confronta seriamente con Marx che, nel frattempo, era giunto autonomamente nei Deutsch-franzosische Jahrbucher alla conclusione che è la società civile a modellare lo Stato e non viceversa, e avvia con l’Ideologia tedesca la fraterna e preziosa collaborazione, che tanto darà alla storia e alla teoria del movimento operaio e socialista.

Il centro teorico di questo comunismo alternativo al vecchio utopismo era la scoperta del carattere oggettivo e necessario del comunismo del movimento operaio. Il comunismo era lo sbocco inevitabile del movimento della moderna classe oppressa, la forma necessaria della lotta di classe contro la borghesia. Il proletariato, a differenza della borghesia nel 1789, non poteva emanciparsi senza emancipare tutta la società dalla divisione in classi.

Comunismo, allora, veniva a significare non più escogitazione fantasiosa di un qualsiasi modello perfetto di società, ma comprensione della realtà letta come espressione L’urto con Weitling fu violento, come si diceva; Weitling afferma la maturità del comunismo, come una esigenza che scaturisce perennemente dalla natura umana. Non restava che liberare il popolo e
la cospirazione era lo strumento ovvio per attuare immediatamente l’utopia. Bastava l’iniziativa risoluta di un’organizzazione rivoluzionaria e di piccoli gruppi armati per instaurare una dittatura transitoria di minoranza e di trasformare il vecchio mondo corrotto.

Marx ed Engels, dopo aver tentato invano di convincerlo e di coinvolgerlo nella ristrutturazione ideologica e organizzativa dell’Associazione, dovettero combattere duramente e Weitling, scorato e deluso, emigrò per
l’America, «per tentare di fare il profeta».

Conclusa in tal modo la lotta, la strada era aperta per la trasformazione della vecchia Lega dei Giusti nella nuova, diventata Lega dei Comunisti, che si compì nella primavera del 1847. Il primo articolo dello Statuto, sintetizzando i contenuti essenziali dei documenti pro grammatici che di lì a pochi mesi sarebbero stati elaborati per l’esterno da Marx (il Manifesto dei comunisti) e da Engels (l’abbozzo Principi del comunismo), suona già: «Fine della Lega è l’abbattimento della borghesia, il dominio del proletariato, l’abolizione della vecchia società basata sugli antagonismi di classe e la creazione di una nuova società senza classi e senza proprietà privata». E il secondo congresso della nuova Lega, nel novembre-dicembre dello stesso anno, ratificando lo Statuto e affidando a Marx ed Engels la stesura del Manifesto pubblico, abbandonava il vecchio motto comunistico-cristiano, alla Weitling, «tutti gli uomini sono fratelli», per la ben più caratterizzata parola d’ordine, rivoluzionaria e internazionalistica, «proletari di tutti i paesi unitevi!».

Ironicamente Marx aveva dichiarato di non sentirsi fratello di una quantità di uomini.
Il Manifesto e i Principi vanno dunque valutati nel quadro di questa storia e molte loro parti sono dedicate a una puntigliosa o implicita confutazione di quelle teorie e di quelle pratiche comunistico-utopistiche dalle quali così faticosamente andava liberandosi il nascente movimento operaio.

All’interno stesso della Lega dei Comunisti, la vecchia tendenza non era affatto morta e si ripresenterà, dopo la sconfitta del 1848-49, nella scissione di Schapper e Willich. Come avverrà per la I Internazionale dopo il conflitto con Bakunin, Marx ed Engels (incalzati anche dalla pressione poliziesca culminata nel provocatorio processo di Colonia), preferirono sciogliere l’organizzazione agonizzante e costruire nuovi strumenti di lotta nel diverso ciclo economico-politico che andava delineandosi.
I Princìpi, dunque, si differenziano dal Manifesto sostanzialmente per la forma divulgativa, estremamente popolare e «colloquiale», a domanda e risposta, tanto che nelle prime versioni italiane sono correntemente denominati Catechismo dei comunisti. In ciò il testo si adegua all’ambiente interno della Lega, è commisurato ai problemi e alle posizioni di un certo strato sociale e dei sopravviventi pregiudizi weitlinghiani e hessiani, ma ha di mira Proudhon e la tradizione utopistica, mentre il Manifesto si rivolge al pubblico esterno, internazionale e si avvale di tutti i mezzi di una brillante polemica politica e storico-filosofica.

Per il contenuto le differenze sono invece difficilmente avvertibili e sono, più che altro, accentuazioni dilatati particolari. Sarebbe fin troppo facile, davanti a un testo schematico come questo, aprire il solito discorso sulla «povertà» del pensiero engelsiano e su talune divergenze, più o meno reali, rispetto a quello di Marx. Esistono indubbiamente differenze di stile, di profondità di pensiero, di tattica politica (per il periodo, successivo alla morte di Marx, in cui Engels fu influente consigliere della II Internazionale e ne allevò intellettualmente i leaders riformisti), ma sarebbe veramente ingeneroso ricercarle in questo breve testo didattico, non destinato alla pubblicazione, di cui va invece apprezzata proprio l’efficacia divulgativa e l’aderenza ai livelli di effettiva lotta politica nella nascente organizzazione comunista.

Appare utile, a questo punto, evidenziare come sia nel Manifesto che nei Principi, “l’incominciamento” è la definizione del proletariato e del suo contrasto con la borghesia; si esponeva, infatti, secondo i due rivoluzionari tedeschi, quella che era la condizione del salariato (e quindi con la differenza fra il moderno proletariato e i suoi antecedenti storici). In sostanza, la base comune di entrambi i testi è il livello di riflessione storico-teorica raggiunto nell’ancora inedita Ideologia tedesca”.

Basta per questo rileggersi la definizione iniziale del comunismo dello scritto del comunista di Barmen:

«1. Che cos’è il comunismo? Il comunismo è la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato» (2).

Il comunismo così venne ricondotto alla “dottrina” delle condizioni della liberazione del proletariato, con un chiaro ricalco della presa di posizione storico-politica, anti-utopistica dell’Ideologia tedesca; e lo stesso vale per tutta l’analisi della divisione del lavoro, dove al massimo si può notare, nell’estrema precisione dei riferimenti alla rivoluzione industriale, tutta l’attenzione e la diretta esperienza engelsiana dell’Inghilterra e del mondo della produzione. La teoria del salario è, in forma sintetica, la stessa che sarà poi riesposta due anni dopo da Marx in Lavoro salariato e capitale, con analoghi limiti e difetti terminologici. Anche la definizione del minimo vitale è piuttosto elementare, ma corrisponde al livello di elaborazione comune allo stesso Marx in quegli anni. La contrapposizione del moderno salariato allo schiavo e al servo della gleba è compiuta con chiarezza e molto efficacemente, e si spiega come la forma moderna di emancipazione, al contrario della parziale trasformazione della società, implichi un radicale sovvertimento di tutta la struttura economico-sociale.

Tutto ciò altro non è che la sintesi di quanto Karl Marx ebbe a scrivere anni dopo, andando così a costituire il corpus fondamentale della concezione materialistica della storia, concezione che è alla base della costruzione e costituzione della coscienza di classe del proletariato, e del ruolo storico
che esso ha nella lotta per il comunismo, lotta necessaria per impedire che la barbarie del capitalismo sia, ancora oggi, l’unica prospettiva nell’orizzonte dell’umanità.

Tutto questo lo ereditiamo grazie a l’opera infaticabile dell’infaticabile comunista di Barmen, del compagno di lotta di Karl Marx, quel Friedrich Engels che noi Comunisti Italiani a duecento anni dalla sua nascita ricordiamo.

Viva il compagno Engels, viva il compagno Marx, viva il Comunismo!

(1) Gustav Mayer, Friedrich Engels, Einaudi, Torino, 1977, p. 88.
(2) Friedrich Engels, Principi del comunismo, Einaudi, Torino, 1962, p. 286.

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