Partito Comunista Italiano

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Palestina in rivolta popolare

di Bassam Saleh

Dopo 73 anni, i palestinesi, ancora oggi, ricordano la Nakba (Catastrofe). Mentre Israele porta avanti il suo progetto coloniale di insediamento, basato su una menzogna, inventata dal movimento sionista: un popolo senza terra per una terra senza popolo, che punta a sottrarre terra e risorse ai palestinesi e negare loro i diritti fondamentali, incluso il diritto al ritorno dei rifugiati per i palestinesi espulsi dalle loro terre durante la Nakba e per i loro discendenti, la maggior parte dei quali vive ancora nei campi profughi sparsi nella regione.

A pochi giorni dal 15 maggio, data in cui i palestinesi ricordano la Nakba del 1948 e la pulizia etnica perpetrata sin dalla creazione dello stato israeliano, grazie alla complicità internazionale, che ha causato l’espulsione di oltre 750.000 palestinesi dalla loro terra, e dopo 73 anni assistiamo ancora una volta all’opera dell’apartheid israeliano nei suoi aspetti più brutali.

Le autorità di occupazione, hanno messo in atto un piano per evacuare i palestinesi dalla loro città santa, tramite la demolizione delle loro case, o inventando fasulle proprietà ebraiche di interi quartieri, come Sheikh Jarrah, e costringendo centinaia di famiglie palestinesi a lasciare le loro case per metterci dentro famiglie di coloni sionisti. Inoltre ci sono tante altri restrizioni per i palestinesi, che vanno dalle multe salatissime per la costruzione di una stanza o di un secondo piano per i figli, alla proibizione di comprare terreni a Gerusalemme per l’edificazione, oltre a molte altre limitazioni quotidiane. Questo processo di pulizia etnica continua da decenni a Gerusalemme e in altre parti dei territori occupati, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra che vieta il trasferimento di popolazione della potenza occupante nei territori occupati. L’obbiettivo dello sgombero etnico di Shiekh Jarrah, è quello di creare un zona tutta ebraica, e collegarla alle altre colonie, che assediano la città vecchia di Gerusalemme. I governi israeliani attraverso sfratti, demolizioni di case, confische di terre, leggi discriminatorie, come la legge fondamentale della ebraicità dello stato d’Israele, che nega ogni diritto ai non ebrei. E dal 1948 Israele continua a perseguire lo stesso obiettivo in tutta la Palestina storica: ottenere il massimo della terra con il minimo di palestinesi.

Gerusalemme è in rivolta da quasi un mese. Rivolta contro l’occupazione e i coloni sionisti, che dall’inizio del mese di Ramadan, hanno intensificato le provocazioni nei confronti dei palestinesi di Gerusalemme. Protetti e appoggiati dall’esercito, manifestano con parole d’ordine come “morte agli arabi”, aggrediscono i cittadini, e distruggono le loro macchine. La cosa più grave è che questa occupazione non ha limiti e non si vede una luce in fondo al tunnel. Allora i palestinesi hanno reagito, hanno risposto alla violenza, si sono difesi come si dovrebbe fare davanti alle continue aggressioni. Un altro motivo della rivolta di Gerusalemme è che il governo israeliano non vuole permettere loro di partecipare alle elezioni palestinesi. Da sottolineare, per chi ancora non vuole capire, che Gerusalemme araba fa parte dei territori palestinesi occupati nella guerra del 4 giugno 1967 ed è la capitale del futuro Stato di Palestina. Ci sono anche le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che obbligano la potenza occupante a ritirarsi da questi territori. Queste risoluzioni sono la base per una pace fra arabi e israeliani, e vengono confermate tutti gli anni dall’assemblea generale dell’Onu. Solo Trump, e successivamente alcuni Stati asserviti al volere USA, ha riconosciuto Gerusalemme come capitale dello Stato occupante e ha trasferito l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, violando le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Onu.

La tensione è salita alle stelle con il lancio di decine di razzi da Gaza contro Israele che hanno provocato un paio di vittime e poco danno. Come al solito Israele ha risposto con un uso sproporzionato della forza, bombardando ripetutamente diverse località nella Striscia di Gaza e provocando 28 morti civili, inclusi 10 bambini, fino a questo momento.

Questa situazione di repressione, di oppressione e discriminazione, voluta dal governo israeliano, ha portato alla rivolta palestinese non solo nei territori occupati, ma è arrivata all’interno di Israele in tutti le città palestinese. Dove assistiamo a scontri fra la polizia israeliana e i palestinesi che portano la cittadinanza israeliana.

Da decenni Israele impone a tutti i palestinesi, nei territori occupati, in Israele, un regime di apartheid, come hanno recentemente confermato i rapporti di Human Rights Watch e di B’Tselem, la più importante organizzazione per i diritti umani israeliana. L’apartheid israeliana colpisce in ogni aspetto della vita dei palestinesi, dovunque si trovino. Anche nella pandemia COVID-19 in corso, mentre è acclamato come un modello nella gestione delle vaccinazioni, Israele attua una vera e propria apartheid sanitaria, negando il diritto dei palestinesi nei territori occupati ad accedere ai vaccini, in violazione degli obblighi della potenza occupante di garantire la salute della popolazione occupata.

Detto questo, ora tutti esprimono preoccupazioni, per la situazione divenuta incandescente per i razzi lanciati da Gaza, contro il democratico stato d’Israele, che si difendi dagli attacchi!  Ma l’immagini che giungono da Gaza dimostrano anche ai non vedenti, quanta distruzione hanno causato i massicci bombardamenti israeliani a Gaza, e quanti vite inermi fra i civile, mentre la comunità internazionale continua a ignorare quella che è ormai una realtà lampante: Israele sta commettendo crimini contro l’umanità. Ma purtroppo la comunità internazionale è impotente, e non è capace di prendere misure efficaci affinché Israele risponda delle proprie responsabilità, e si limita a lanciare appelli alla calma a israeliani e palestinesi, ignorando il diritto dei palestinesi di resistere all’occupazione militare.

Quello che sta succedendo in Palestina, non è un evento passeggero o una reazione al tentativo di evacuare il quartiere di Sheikh Jarrah: quest’ultima è stata la scintilla che ha acceso una rivolta palestinese globale che nessuno si aspettava e non è stata orchestrata da un parte specifica.

I fatti di questi giorni, hanno rimesso la questione palestinese in primo piano, nella agenda politica internazionale, e hanno dimostrato che il popolo palestinese è vivo e determinato nella lotta per la liberazione, e che non si ferma davanti alla potenza militare, ma la affronta con coraggio, a mani nudi, senza paura.

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