Partito Comunista Italiano

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PCI. Un dirigente e attivista storico torna in prima fila e dice: Lavoro, No Nato, contro il settarismo

Da pochi giorni si sono chiusi i lavori del secondo congresso nazionale del Partito Comunista Italiano a Livorno. Resta aperto il “cantiere” per unire le forze della sinistra di classe, per creare una unità dei comunisti in Italia. Intanto, dopo aver partecipato alla stagione del PCI storico e dopo aver svolto il ruolo da dirigente, torna protagonista da iscritto e da comunista in prima fila, Norberto Natali. Già conosciuto e apprezzato attivista comunista e della sinistra a Roma e non solo. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

 1. La tua prima tessera ad una organizzazione politica, la FGCI è del 1971. Scelta giovanile in che contesto di crescita critica?

I miei due nonni ed uno zio (tuttora vivente) sono stati Partigiani e comunisti. Quello paterno fu uno dei pochi superstiti del GAP di Torpignattara (Roma) perché la maggioranza di loro morì eroicamente al termine di una battaglia molto famosa, quella del monte Tancia, sul Terminillo. Con questo “DNA” sono cresciuto in una borgata romana un po’ sui generis, Casal Bruciato. Per i miei coetanei c’erano essenzialmente due opzioni: la sezione comunista o il giro della malavita. Così mi iscrissi alla FGCI ad un’età non prevista dallo statuto e a 15 anni mi elessero segretario del circolo “Moranino” di Casal Bruciato.  

2. Successivamente, nel 1982, fu da te rilasciata una intervista quale responsabile dei giovani lavoratori e studenti. Di lì fosti chiamato a dare un contributo di direzione politica nazionale, con quanto accrescimento per la tua formazione culturale e politica?

Quell’intervista andrebbe sbattuta in faccia a certi mistificatori della storia del nostro Partito che hanno approfittato anche del centenario per continuare la loro opera velenosa. Non c’è spazio per farlo qui ma ricordo che “sparavo a zero”, sul giornale del Partito, contro i sindacati ed in sostanza anche contro la componente comunista. In pratica, senza nominarlo, era un attacco frontale a Luciano Lama. È vero che avevo affetto e forte ammirazione per il compagno Rinaldo Scheda, segretario confederale della CGIL e dirigente del Partito, il quale prima del compagno Cossutta fu portavoce autorevole e lucido di un malcontento tra i compagni per certe tendenze che si manifestavano ed in particolare per alcune posizioni del compagno Lama. Tuttavia, per come “funzionava” (cioè benissimo) il P.C.I. allora, un ragazzo come me non avrebbe mai potuto fare quegli attacchi su L’Unità senza che ciò fosse stato deciso dal centro per rendere più aperta una battaglia politica verso Lama ed alcuni settori del Partito e della CGIL. Quell’intervista, dunque, è uno dei pochi riscontri storici che il compagno Berlinguer (potendo contare in primo luogo sul sostegno di Natta) si era reso conto di alcuni errori commessi in precedenza e voleva lanciare una battaglia decisa contro tendenze opportuniste e liquidatorie, in definitiva contro Napolitano. Avevo iniziato a lavorare a 15–16 anni, quasi subito entrai in fabbrica (a San Basilio) e venni licenziato dopo pochi anni: la FIOM fece causa e la vinse perché dimostrò che si trattava di una rappresaglia antisindacale. In seguito feci il facchino prima di divenire funzionario delle Botteghe Oscure. Per uno come me ‑avevo solo la terza media- quelle esperienze furono uno straordinario arricchimento culturale e morale forse migliore dell’università, mi diede la possibilità di comprendere le differenze e la complessità, mi liberò dal provincialismo e da visioni unilaterali, fu una potente spinta alla formazione marxista.


3. In una fase successiva hai ritenuto di dare vita ad “Iniziativa Comunista”: qual era il cuore della critica di cui, con altri compagni, eravate portatori?

Come dicevamo con un certo orgoglio, Iniziativa Comunista proveniva dal “profondo P.C.I.”, benchè fosse un’organizzazione essenzialmente di giovani (la stampa ci definiva “i pulcini di Cossutta”), tutti proletari e in maggioranza donne. Per la verità aveva una sua “preistoria” che scaturiva dai comandanti Partigiani (e poi dirigenti del Partito) più vicini a Pietro Secchia e da personalità come Ambrogio Donini e Ludovico Geymonat: quest’ultimo parla di noi in modo commovente nel suo libro uscito postumo. Volendo semplificare al massimo le caratteristiche strategiche o politiche di Iniziativa Comunista indicherei sommariamente: per circa un quindicennio siamo stati l’unica organizzazione in Italia ad avere come fine la ricostituzione del P.C.I. (pochissime altre si richiamavano al P.C.I. ma non credevano nella sua ricostituzione); non credevamo che il PRC fosse o potesse diventare una vera “prosecuzione” del P.C.I.; ritenevamo che il posto dei comunisti fosse fuori dal centrosinistra e contro il regime bipolare delle “due orchestre che si combattono per suonare la stessa musica”; eravamo contrari all’euro e alla costante cessione di sovranità alla UE; eravamo per valorizzare il radicamento e l’identità di classe contro una presenza meramente mediatica ed istituzionale dei comunisti. Più che una critica, mi sembra che queste posizioni siano grosso modo le stesse assunte successivamente dalla stragrande maggioranza delle compagne e dei compagni di varia provenienza e collocazione e soprattutto fatte proprie dal nostro Partito, e confermate con questo congresso.                                                                                      

4. Quindi da parecchi anni hai incrociato, dopo lo scioglimento del PCI storico, di nuovo l’organizzazione comunista ed hai contribuito, anche qui a dirigerla, con una presenza forte a Roma. Perché, in un dato momento hai scelto una vacanza dagli impegni?

Direi che la vacanza la perseguivano il ROS dei carabinieri o meglio i burattinai che si sono serviti di loro. Questo reparto, particolarmente caro a Bush, tentò ‑ come ricorderai – di mandare parecchi di noi all’ergastolo, circa venti anni fa, con quella che io definii subito “una patetica montatura destinata a naufragare nel ridicolo” ma che portò molti giornali dell’epoca a definirci letteralmente “i Valpreda del 2000”. Tutto ciò è sancito da tutte le sentenze che qualsiasi tribunale ha promulgato nei nostri confronti. Siamo sempre stati assolti tutti con la formula più ampia (“perché il fatto non sussiste). Nel 2008 Iniziativa Comunista celebrò il suo congresso di autoscioglimento. Il fatto è che la sinistra era stata spazzata via dal parlamento, purtroppo le nostre ragioni storiche erano state provate dai fatti e dunque il nostro ruolo si era esaurito, ovvero da quel momento saremmo diventati uno dei tanti gruppi, ancorché ‑forse- il più numeroso e combattivo. Noi pensavamo È oggi una grande soddisfazione per me ‑e insieme una garanzia- poter riscontrare finalmente che nel gruppo dirigente del nostro Partito non si colgono quei pregiudizi discriminatori.

 
5. Ora appena riaffacciato, subito i compagni del PCI in ricostruzione, formato da chi come noi viene da Botteghe Oscure, ma anche da tanti con tante storie differenti, ti hanno chiesto nuovo impegno e l’hai accolto. Che novità, che prospettiva, vedi davanti a noi?

 Da trent’anni, tutti gli indicatori (qualitativi e quantitativi) della situazione della sinistra e dei movimenti sono costantemente negativi. Siamo sempre di meno, sempre più divisi, isolati dalle grandi masse proletarie (specie delle fasce più giovani) e ‑se posso esprimere una opinione personale- anche abbastanza scollegati dalla realtà. La questione è che non solo i liquidatori che soppressero il Partito oltre trent’anni fa non credevano nella sua necessità. Tutti quanti costoro furono determinanti nell’imprimere il senso di marcia alla sinistra e ai movimenti “post-PCI”: erano uniti dalla convinzione che non fosse prioritario ricostituire il Partito; molti, anzi, ritenevano che questo obiettivo fosse superfluo o addirittura dannoso. Ecco la reale origine delle nostre attuali condizioni che i dirigenti di questa sinistra (quanto meno nella loro maggioranza) cercano di negare, scaricando tutte le colpe sul PCI o sul compagno Berlinguer. Si tratta di una questione che si intreccia con una parallela disfatta della classe operaia: del suo salario in tutte le forme, dell’orario di lavoro considerato nei suoi vari parametri, del suo rapporto di forza complessivo con il capitale, dai singoli luoghi di lavoro all’intera società e allo Stato. Tutto ciò, inoltre, si accompagna con un bilancio analogo dello stato del paese, della repubblica democratica e della sua Costituzione, dell’indipendenza, del prestigio dell’Italia, la quale è sempre più in crisi e declinante. È la combinazione tra questi elementi succintamente richiamati che costituisce la nuova anomalia italiana: in questi trent’anni abbiamo provato le ricette di una sinistra o movimenti senza PCI. Se c’è una novità, dunque, è che ora tocca a noi: è necessario in primo luogo lottare non solo (e non tanto, potrei dire in un certo senso) per elevare ed espandere molto il nostro Partito ma proprio per riavere un PCI forte e coerente, il quale riprenda il cammino interrotto oltre trent’anni fa, con la capacità (offerta dall’esperienza) di liberarci delle cause che portarono allo scioglimento ed anche consapevoli che non è un “altro” non meglio definito partito comunista che vogliamo.    

6. Un ragazzo universitario, che non si definisce ancora comunista, mi ha sentito parlare di te e si è incuriosito. Se volessi invitarlo all’impegno cosa gli diresti?

Circa sessant’anni fa, su Rinascita, il compagno Togliatti rispose a un giovane senza partito che gli aveva scritto, esponendogli domande, inquietudini, incertezze. Prima di tutto il Segretario rispose che sarebbe stato facile (e giusto) dirgli di iscriversi alla FGCI ma non bastava. Da lì sviluppò un nobile e profondo ragionamento, parlò (come si suol dire) al cuore e alla mente di quel giovane e quella risposta ispirò fortemente i nostri dirigenti quando (pochissimi anni dopo) si misurarono con un fenomeno nuovo come il ‘68. Con tale premessa, non mi limiterei ‑benchè io sia convinto che ciò sia necessario- a esortarlo ad aderire all’attuale PCI o alla FGCI. Ci discuterei anche per ore, se lui volesse, soprattutto di fronte a un bel piatto di porchetta e a un buon vino dei Castelli romani ma ora, in poche parole direi: fai una scelta di vita perché è l’unica, autentica alternativa ad una vita non scelta. Diventa comunista perché è un atto di libertà, uno dei più significativi e concreti. Per noi comunisti la libertà non è quello che fa pensare il liberalismo, egoista e cinico, di cui una delle più recenti derivazioni sono certi movimenti “novax”, non a caso capitanati dai fascisti. Per noi la libertà è, in primo luogo benchè non solo, la “coscienza della necessità”. La coscienza non è sinonimo di conoscenza, non si riduce ad essa, bensì è la capacità (se così posso dire) di impiegare in modo idoneo ai propri fini le conoscenze. La necessità, al tempo stesso, non è solo il significato che ci appare più evidente: per esempio di mangiare o di fermare una emorragia, ecc. In senso più profondo, essa è la “coscienza” dell’interazione tra le varie leggi (fisiche, per esempio) che regolano la vita dell’universo, della natura ed anche della società umana. Non provo neanche, ora (ma resto in attesa di discuterne con porchetta e vino), a motivare di più ma potrei dimostrargli che ‑in base a leggi oggettive riscontrabili nella storia- il capitalismo (in questa sua fase l’imperialismo ovvero il dominio dei grandi monopoli finanziari internazionali) sta portando l’umanità alla fine (con la guerra e la devastazione ambientale) e nel frattempo provoca miseria, disoccupazione, criminalità, degrado culturale e morale, anche nei paesi apparentemente più ricchi ed “avanzati”. Da qui la coscienza della necessità ‑grazie al nostro insuperabile patrimonio teorico e storico- di battersi affinché sia dei lavoratori il potere politico ed economico, assicurando all’umanità la vita (salvaguardando pace e natura), la giustizia economica e sociale e l’elevazione onnilaterale della nostra personalità.                                                                                

7. Invece, ai tanti compagni e compagne che credono di dover ricominciare a stagioni alterne, o magari – lo dico maliziosamente – a stormir di urne, a riproporre l’opzione fondiamo insieme tutti i comunisti ora, cosa rispondi?

Ahimè, da circa quindici anni più volte mi è capitato di dire pubblicamente che la formula “unità dei comunisti” è un imbroglio e talvolta chi la sbandiera è un imbroglione. È un’opinione molto impopolare ma io non sono contro l’unità, al contrario: evocare “l’unità dei comunisti” negli ultimi trent’anni ha provocato più divisioni di quante ve ne fossero già. Del resto, per esempio, quarant’anni fa cosa avrebbe significato un’espressione del genere? Avremmo dovuto unirci anche con gli assassini di Guido Rossa? In ogni caso, un paio di anni fa, scrissi un testo di diverse pagine titolato “contro l’unità dei comunisti”: siccome fu pubblicato online chi vuole può andare a verificare direttamente se le questioni e gli interrogativi che ponevo sono state risolte o superate successivamente. Oggi, in particolare, riproporre questa chimera significa non capire in che stato si trova la sinistra italiana: essa, ormai, è sostanzialmente regredita (salvo qualche eccezione) allo stadio del “regime dei circoli” come lo definiva Lenin o il “circo Barnum” come lo chiamava Gramsci. I bolscevichi sono sorti come negazione del “culto della spontaneità” e del “regime dei circoli”. Ciò è dovuto all’idealismo e allo spontaneismo imperante, il cui riflesso organizzativo è la “setta” (o circolo) limitata al particolarismo localistico o tematico. Chi da vita a queste sette non crede al principio su cui mi sono già dilungato prima, ovvero alla priorità del Partito, del PCI, alla necessità della sua ricostruzione per invertire la situazione attuale. Se non si chiarisce ciò, ovvero che queste sette devono sciogliersi per fondersi in un partito comunista autentico, non ci sarà “l’unità dei comunisti” ma dei gruppetti, al massimo ci sarà un “gruppo dei gruppi” ossia una riedizione del Partito Socialdemocratico russo contro il quale si batterono i bolscevichi. Le gambe su cui far marciare l’unità del Partito sono il centralismo democratico e il costante esercizio della critica e dell’autocritica: due caratteristiche concrete del “vecchio” PCI che mi sembrano abbastanza ignorate dalla sinistra attuale. In secondo luogo, un Partito sempre più unito e con una chiara visione della realtà, promuove l’unità con tutte le forze (nel caso anche sociali e culturali, non solo partiti) che si ispirano alla classe lavoratrice e vogliono impegnarsi per la difesa dei suoi interessi, per il riscatto e l’emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Infine c’è l’intesa (possibilmente l’alleanza) con le forze e le personalità democratiche ed amanti della pace, per unirsi sul terreno estremo della difesa della democrazia e della lotta contro la guerra: essa implica ‑secondo i casi- perfino tattiche unitarie nei confronti di forze borghesi anche moderate. Per fare esempi concreti, la battaglia di massa contro il governo Draghi non deve essere affare dei comunisti ma di tutte le forze politiche, sindacali, culturali disponibili; ancor di più, la battaglia contro la guerra e la NATO deve tentare di coinvolgere non solo le forze contrarie alla politica antipopolare del governo Draghi ma anche altre, per esempio di ispirazione religiosa o umanitaria, non di sinistra.

8. Sono attuali o sono nostre “fissazioni” il mettere i temi del lavoro, della salute, della pace e dell’antifascismo prima di ogni altra cosa nel fare politica quotidiana e nelle lotte?  

Marx ha dimostrato come il capitalismo è la struttura sociale nella quale è l’abbondanza a generare la miseria. L’abbondanza di capacità produttiva genera la disoccupazione e l’abbassamento dei salari da un lato ed una polarizzazione paradossale dall’altro: ossia chi lavora deve faticare sempre più tempo (per esempio giornata o settimana lavorativa oppure età di pensionamento) mentre aumentano sempre di più quelli che non lavorano per nulla o comunque possono farlo sempre meno (poche ore o ristretti periodi stagionali); l’abbondanza di scoperte tecniche e scientifiche si accompagna con una recrudescenza di malattie vecchie e nuove; lo straordinario progresso nei mezzi di trasporto e comunicazione non evita l’aumento dell’alienazione, dell’oscurantismo, della solitudine; e potrei continuare ancora. Il nostro congresso nazionale di fine marzo, dunque, in particolare con le tesi che discuterà, centra i nodi cruciali delle concrete condizioni di vita delle masse lavoratrici, dei giovani, delle donne. In primo luogo il lavoro ‑le tesi propongono sedici obiettivi concreti- inteso come lotta per la massima occupazione, per un lavoro stabile, qualificato, democratico ma anche per un consistente aumento dei salari e delle pensioni, il quale recuperi almeno in parte le enormi perdite (azzarderei almeno il 50%) subite negli ultimi trent’anni. Senza dimenticare che sono quasi quarant’anni che non diminuisce l’orario di lavoro anzi ‑in modi variamente mascherati- esso ha iniziato a riaumentare o comunque ad essere distribuito in modo da rendere più penosa e stentata la vita di tanti lavoratori, soprattutto giovani e donne. Ci sono alcuni partiti che vengono immediatamente identificati (nel senso comune) come quello che vuole togliere le tasse oppure come quell’altro che se la prende con gli immigrati: ecco, auspico che il nostro Partito ben presto sia considerato dalle larghe masse popolari come quello che in primo luogo denuncia l’abbattimento dei salari e delle pensioni, l’umiliazione di tante lavoratrici e lavoratori (specie giovani) e chiede con la massima forza l’aumento delle paghe, la riduzione dell’orario di lavoro, la dignità per tutte le lavoratrici e i lavoratori e il ripristino della Costituzione nelle aziende e nelle imprese. Il vero, prolungato, imperdonabile tradimento dell’alleanza antifascista è nelle scelte politiche guerrafondaie, antiproletarie ed antidemocratiche condotte da qualche decennio da quei partiti e non a caso il PD è stato spesso il primo della classe in questo sporco cimento. Per questo il nostro antifascismo è una priorità attuale rilanciata dal nostro congresso che si sostanzia in obiettivi concreti di giustizia, rinnovamento, democrazia, per il riscatto dei lavoratori, dei giovani, delle donne, del meridione. Naturalmente la piena giustizia sociale non può considerarsi pienamente dispiegata finché in tante periferie, in tante zone del nostro paese molti, soprattutto i giovani, sono privati di un vero diritto alla casa.

9. Con questo congresso di Livorno cosa indica il Partito Comunista Italiano del 2022?

 Dal nostro congresso nazionale scaturisce un più intenso e deciso impegno di tutte le nostre organizzazioni per l’unità, il rinnovamento e soprattutto per il proselitismo, l’espansione del consenso e il radicamento di classe. Si tratta di tre direttrici di marcia che si alimentano e si garantiscono reciprocamente. Nel riflettere su cosa augurarmi per il Partito già dall’anno in corso, mi vengono in mente due frasi. Una pronunciata dal compagno Berlinguer il 22 giugno del ‘76, a Roma, di fronte ad una piazza san Giovanni strapiena dopo che il Partito aveva preso (il giorno prima) oltre il 32% dei voti dell’intero corpo elettorale: con i dati di oggi, sarebbe stata di gran lunga la maggioranza assoluta. Egli disse: “l’avanzata del Partito Comunista Italiano PUO’ (ma dal tono e dal contesto si poteva anche intendere “DEVE”) spaventare solo i corrotti e i prepotenti”. Un’altra frase è un brano del film Novecento (non dico con chi mi toccò vederlo al cinema), un’espressione artistica ma carica di suggestivo realismo, nella quale qualcuno dice, a un certo punto: il Partito è lì dove un operaio viene sfruttato, dovunque c’è chi viene oppresso dall’ingiustizia, ogni volta che qualcuno ha bisogno della libertà. Più o meno la ricordo così. Ecco, queste mi sembrano le coordinate affinché le proletarie e i proletari vivano sempre più il nostro Partito come la propria casa, come l’esperienza ed il processo che riconsegni loro la consapevolezza della propria potenza, che renda la classe lavoratrice capace di conquistare il potere politico ed economico, liberandoci dall’oppressione, dallo sfruttamento, dalla violenza e dare vita alla futura umanità.

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