Partito Comunista Italiano

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PIEMONTE: SUL PARTITO

di Fiodor Verzola, Comitato Centrale PCI

Logo12_05_2016

Nella relazione conclusiva di Bologna, il segretario Mauro Alboresi, parlando della partecipazione di tanti compagni e compagne e del loro lavoro per la costituzione del PCI, ha evidenziato il fatto che, in questo processo, non abbiamo bisogno di una figura “salvifica”, ma che c’è bisogno di tutti e tutte.
E il segnale che dobbiamo dare è essenzialmente questo. Dobbiamo avere la forza di recuperare i compagni che in questo momento si sono allontanati. Tutti, tutti devono partecipare.
E’ necessario che abbiamo chiaro il quadro della mutata situazione internazionale: la rottura degli equilibri geo politici europei e mondiali, i nazisti di nuovo alle porte, per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’unilateralismo e l’imperialismo praticato dagli USA, l’esito drammatico delle destabilizzazioni mascherate da “primavere arabe” o “rivoluzioni colorate”, le guerre in Iraq, in Libia, in Siria.
Il terrorismo islamico, l’ISIS, l’ennesimo ‘mostro’ sfuggito di mano, così disse la “compagna” Hillary Clinton, che temo sarà ricordata come “la” presidente che ha causato la terza guerra mondiale.
E poi l’irrisolta questione palestinese, a cui sono molto legato insieme ai ragazzi e alle ragazze della ONLUS MUSIC FOR PEACE di Genova, con i quali collaboro ed ai quali sono legato da un vincolo di amicizia molto profondo, la guerra di aggressione allo Yemen e all’Afghanistan, decenni di conflitti sempre più sanguinari ed il rischio di una guerra su scala globale.
Una analisi precisa, frutto di studio e di impegno, che abbiamo approvato e applaudito a Bologna.
Abbiamo anche approvato l’analisi delle conseguenze che il processo di concentrazione del potere in poche mani ha avuto ed ha sull’assetto istituzionale, democratico, sociale di tanti paesi, dell’Europa e dell’Italia.
Il fatto, cioè, che sono state piegate le istituzioni, ai diversi livelli, ad interessi di parte:
– i processi decisionali si sono spostati verso la finanza e i mercati, svuotando di sovranità e democrazia gli stati nazionali;
– il libero mercato, la competitività sono diventate parole d’ordine, alle quali tutto deve essere subordinato.

Il tutto condito con “il primato della governabilità”, del “decisionismo”, basati magari sul consenso plebiscitario.
Meno democrazia partecipata, tutto il potere nelle mani dell’uomo forte del momento.
Lento e progressivo impoverimento dei diritti, frutto di decenni di lotte:
– le condizioni del lavoro sacrificate sull’altare della centralità dell’impresa;
– la precarietà del lavoro, che è diventata la precarietà del vivere quotidiano, un’intera generazione, la mia, condannata all’assenza di un futuro, imbrigliata in una vita effettivamente neanche più precaria, ma occasionale e accessoria, cosi come l’ha voluta questa riforma del lavoro o jobs act, i cui drammatici dati ed effetti si sono palesati in questi ultimi giorni d’estate e che ci forniscono un quadro impietoso di questa riforma.
E il Jobs Act in sé considerato, ormai è chiaro che sia un assalto sconsiderato ai diritti basilari dei lavoratori, ci si è chiesti, però, se questa trasformazione in malleabilità e vulnerabilità dei lavoratori potesse fare crescere l’occupazione, così come ci è stato detto dal governo, che ha celebrato questa riforma a colpi di show in tv, tweet e post su facebook, e che ha utilizzato l’invenzione della decontribuzione fiscale nei confronti delle aziende che assumessero lavoratori, però privi della tutela dell’Art18, 8.000€ di sgravi all’anno per lavoratore, per un totale di 24.000€ nel triennio.

Un regalo costosissimo fatto al padronato, che ha di fatto drogato i dati statistici sulle assunzioni nei primi mesi del 2015 ma che non è bastato a nascondere le reali caratteristiche fallimentari e di devastazione sociale di questa riforma: -10% di assunzioni, -33,7% dei contratti a tempo indeterminato, +7% di licenziamenti (e qui non ci sarebbe neanche da stupirsi perché se si costruisce una riforma che facilita i licenziamenti, è logico che le aziende utilizzano gli strumenti che il governo mette nelle loro mani).

Poi il dato più allarmante, quello sui voucher, che non fanno altro che favorire l’incremento del lavoro nero, soprattutto tra giovani: tra gennaio e giugno ne sono stati venduti più di 69.800.000, 40% in più rispetto al 2015.
Questi sono i dati ufficiali e, in quanto tali, non interpretabili, che hanno tentato di nasconderci e che noi abbiamo l’obbligo di veicolare per informare le persone a proposito dei danni che questa riforma sta causando.  Perchè noi comunisti abbiamo l’obbligo di dire la verità, la quale, nel tempo dell’inganno universale è il più grande atto rivoluzionario che si possa compiere.
Sono analisi così ovvie? Analisi su cose ovvie? No! Analisi sulle questioni fondamentali del nostro vivere, della nostra storia e di quello che ci spetta di fare per cambiarne i fini perversi.
E’ una questione di democrazia, perché la democrazia stessa è messa in gioco perfino con la riduzione del diritto ad usufruire dei servizi essenziali: la salute, la scuola, il lavoro.
Si è sottolineata la necessità di fare leva sull’apporto di tutte e tutti, del il cosiddetto “intellettuale collettivo” di gramsciana memoria, di mettere in campo tutto il nostro entusiasmo, tutte le nostre forze, tutte le nostre intelligenze per un Partito sorretto dal senso profondo del “centralismo democratico”, che non è, non vuole e non deve intendersi come “qualcuno decide e gli altri eseguono”.
Nessuno può decidere di tacitare una posizione diversa.
Ma tutti, dico tutti, devono ricercare, attraverso il confronto, il più ampio e partecipato possibile, una sintesi possibile, condivisibile. Questa, poi, dovrà essere vincolante per tutti. Questo significa che il confronto deve avvenire sul piano delle idee, delle prospettive di lavoro politico. In nessun caso può tollerarsi il sistematico attacco personale, foriero di lacerazioni, che non portano a nessuna costruzione, tantomeno alla desiderata costruzione del partito di massa.
Credo che i compagni sapranno fare tesoro del supremo interesse del partito.
Dobbiamo, qui a Torino, costruire un gruppo dirigente coeso, che lavori e sappia lavorare. Perché il compito che spetta ai nostri dirigenti è la costruzione di un partito fatto di cellule, di sezioni. Cellule e sezioni costituite da uomini e donne in grado di ridare la giusta dose di protagonismo, di coinvolgimento a coloro che non vogliono rassegnarsi, di ridare visibilità, anche mediatica, al partito.
Chi non se la sente o chi non ci crede, non è obbligato a partecipare.
Il compito che spetta ai nostri dirigenti è arduo, impegnativo, faticoso. Occorre dedizione, lealtà, determinazione. Lo spazio c’è.
Andiamo avanti, guardiamo al futuro, pensiamo al futuro, a partire dalla grande battaglie per fare vincere il NO alle prossime elezioni referendarie.

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