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Polonia 2016, la Protesta Nera delle donne

di Manuela Palermi, Presidente Comitato Centrale PCI

 

Un anno fa in Polonia le donne proclamarono sciopero e scesero in piazza contro una legge restrittiva dell’aborto voluta dalla destra e dalla chiesa cattolica. La legge fu ritirata. In questo 8 marzo che chiama le donne allo sciopero e alla mobilitazione in più di trenta Paesi del mondo, questo breve scritto vuole essere un omaggio alla forza di quelle donne.

 

In Polonia la legge sull’aborto è forse la più restrittiva tra quelle esistenti in Unione Europea. L’aborto è permesso solo in tre casi: se la gravidanza pone a rischio la vita e la salute della madre; se c’è un’alta possibilità di malformazione o di malattia grave del feto; se la gravidanza è il risultato di uno stupro, di un incesto o di pedofilia. In tutti gli altri casi l’aborto è un reato. E chiunque aiuti una donna ad abortire, rischia tre anni di carcere.

L’aborto però, anche nei tre casi previsti, è fuori dalla portata della stragrande maggioranza delle donne polacche. Perché gli ospedali non sono attrezzati, perché non praticano l’aborto, perché i medici si rifiutano per motivi di coscienza …

La normalità sono gli aborti clandestini: da 80mila a 100mila ogni anno.

Nella primavera del 2016 nasce a Varsavia un comitato chiamato “Stop Aborto”. L’obiettivo è raccogliere sufficienti firme per una proposta di legge che annulli i tre casi previsti per l’interruzione della gravidanza e proibisca e persegua l’aborto in ogni caso, sempre considerandolo un reato. Per qualsiasi persona implicata, dalla donna a chi la aiuta, sono previsti cinque anni di carcere.

La proposta di legge ha l’appoggio della chiesa cattolica e del partito al governo, il PiS, un partito di destra. La conferenza episcopale emette un comunicato in cui appoggia incondizionatamente l’iniziativa di Stop Aborto e chiama il popolo polacco a mobilitarsi per “la protezione della vita del feto”. Il 3 aprile del 2016, una domenica, il comunicato viene letto durante la messa in tutte le chiese della Polonia.

Quello stesso giorno, nelle città polacche, ci sono manifestazioni contro la proposta di legge di Stop Aborto. A Varsavia migliaia di persone manifestano davanti al Parlamento. Un gruppo di facebook raccoglie 100mila firme in dieci giorni.

Poco più di un mese dopo, il 12 maggio, si costituisce un comitato di donne per la raccolta di firme a favore di un’altra proposta di legge in cui è prevista la legalizzazione dell’aborto fino alla dodicesima settimana; fino alla diciottesima se la gravidanza è conseguenza di uno stupro; fino a 24 settimane nel caso di malformazione o malattia del feto. Per la prima volta vengono inserite norme sull’educazione sessuale e sulla disponibilità di contraccettivi gratuiti. L’iniziativa delle donne raccoglie 215mila firme. Quella di Stop Aborto arriva a 450mila.

A settembre il parlamento inizia il dibattito sulle due proposte. E’ allora che nella rete, negli ashtag e negli slogan nasce “Protesta Nera”. Il nome nasce dalla scelta delle donne di manifestare la loro protesta e la loro lotta vestendosi di nero. La prima iniziativa viene convocata il 22 settembre con un sit in davanti al parlamento. Il giorno dopo il parlamento respinge la loro proposta e assume quella di Stop Aborto iniziando immediatamente la seconda lettura.

Protesta Nera indice una manifestazione a Varsavia. Le voci delle donne si rincorrono e si organizzano soprattutto attraverso la rete. In piazza saranno più di diecimila. La mobilitazione è un successo. Protesta Nera prende forza e decide di alzare il tiro chiamando le donne allo sciopero per il 3 ottobre. Ancora una volta la rete è lo strumento per parlarsi, incontrarsi, aderire. Quel giorno invadono in migliaia le piazze e le strade di 143 città polacche, città grandi, piccole, si manifesta anche nei paesi. Gli slogan sono ormai di segno tipicamente femminista. “Il corpo è mio, la scelta è mia”, “Penso, sento, decido”, “Abbiamo un cervello, non solo l’utero”, “Giù le mani dalle donne”, “Il governo sarà abbattuto dalle donne”, “Abortire il governo”….

A Varsavia il concentramento è a piazza Castello, nella città vecchia. Ne arrivano a migliaia, molte di loro partecipano ad una manifestazione per la prima volta. Nessuna si aspettava un’affluenza così massiccia e la scelta di piazza Castello si rivela pericolosa. La piazza è troppo piccola per contenere quella marea di donne. Le organizzatrici devono prendere più volte la parola per invitare le manifestanti a muoversi con calma.

Sono molte le donne che aderiscono allo sciopero. Attorno a loro si crea una solidarietà ed un consenso inaspettati. Molti funzionari pubblici le sostengono apertamente. Lo stesso avviene in numerose università e nelle scuole dove lo sciopero è un successo. Alcuni imprenditori sono costretti a chiudere gli stabilimenti. Molti uffici restano deserti. Quelle che non possono o non si sentono di scioperare decidono di rendersi comunque riconoscibili e si recano al lavoro con l’abito nero della lotta. Seppur in forme diverse, difficilmente calcolabili, l’adesione è massiccia. Secondo i calcoli della polizia almeno 100mila scendono in piazza.

L’effetto della protesta è inaspettato quanto la protesta stessa. Il PiS ritira l’appoggio alla proposta di legge restrittiva. Il 6 ottobre il parlamento la respinge. Jarosław Kaczyński, leader del PiS, dichiara pubblicamente che il progetto di legge non è “adeguato”. Anche la conferenza episcopale ritira il suo appoggio.

Le donne hanno vinto, ma la lotta non è finita. Sanno che il governo e il Pis dovranno ora rispondere alla voglia di rivincita e alle pressioni fortissime degli ultraconservatori. E infatti non passa molto tempo prima che venga presentata ed approvata una nuova legge: si chiama “Per la Vita” e prevede una ricompensa di mille euro alle donne che decidono di continuare la gravidanza anche se il feto ha malformazioni o non può sopravvivere. Dichiara Kaczyński: “Vogliamo assicurare che anche nei casi difficili di gravidanza, quando il bambino è condannato a morire o ad avere gravi malformazioni, si arrivi al parto perché il bambino possa essere battezzato, avere un nome e una sepoltura”.

Natalia Przybysz è una giovane cantante pop di successo. Durante un concerto chiede silenzio, poi prende la parola e racconta il calvario che ha dovuto subire per abortire. Subito dopo intona una canzone che ha composto lei stessa. E’ il doloroso racconto fin nei dettagli della sua vicenda. Lo scandalo è enorme, mai è successa una cosa simile in Polonia. Natalia non si ferma, rilascia un’intervista. Viene ferocemente attaccata, la stampa la chiama assassina, riceve minacce e insulti, i suoi concerti vengono boicottati. Ancora una volta, nella Polonia di Kaczyński e della chiesa cattolica, succede una cosa che non s’era mai vista. Circoli e gruppi di femministe e di donne della sinistra, a cui si aggiungono anche ambienti liberali, intellettuali ed artisti come Krystyna Janda, la protagonista dell’Uomo di Marmo di Andrzej Wajda, esprimono, pubblicamente e sulla rete, la loro solidarietà alla giovane cantante.

Nascono gruppi, collettivi. Le donne si incontrano, si raccontano l’una all’altra ed a loro si uniscono movimenti democratici e lavoratori e lavoratrici in lotta.

Nel giro di pochissimo tempo il diritto all’aborto (pur inteso nelle forme limitate della violenza e della malformazione del feto) diviene una questione sociale, per certi aspetti ideologica, che attiene ai diritti fondamentali e alle libertà civili.

Oggi è difficile dire se il movimento durerà. Sarà il tempo a dirlo. Ma intanto, a dicembre, è nato un altro movimento che, assieme a Protesta Nera, ha chiamato la gente a manifestare contro il tentativo del PiS di prendere il controllo del Tribunale Costituzionale. La politica del PiS e degli ambienti ultraconservatori viene denunciata come un attacco alla democrazia. Questo movimento è il KOD (Comitato per la difesa della democrazia), ed è stato in grado di organizzare una manifestazione a Varsavia che ha raccolto la partecipazione di 100mila persone.

Le proteste di massa delle donne, senza precedenti in Polonia, hanno sconfitto il PiS e la chiesa cattolica, hanno costretto il parlamento a rinunciare al tentativo di restrizione della legislazione. Il partito di governo è stato costretto a capitolare. La Conferenza episcopale a tacere.

La grandezza e la forza della protesta hanno sorpreso tutto il mondo.

 

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