Partito Comunista Italiano

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SOFIA: INTERVENTO DEL COMPAGNO FOSCO GIANNINI

100° DELLA RIVOLUZIONE: LEZIONI DELL’OTTOBRE

Sabato 9 dicembre u.s. si è tenuto a Sofia, Bulgaria, un Convegno sul 100° della Rivoluzione d’Ottobre organizzato dal Partito Comunista di Bulgaria e dal PCI, al quale ha aderito anche il PC Siriano. Pubblichiamo la relazione d’apertura del Convegno, svolta dal compagno Fosco Giannini, della Segreteria Nazionale del PCI e responsabile del Dipartimento Esteri. Seguiranno, nei prossimi giorni, le pubblicazioni delle relazioni del Segretario Generale del PC Siriano, compagno Ammar Bagdache e la relazione del Segretario Generale del PC di Bulgaria, compagno Alexander Paunov.

Nell’affrontare il tema della Rivoluzione d’Ottobre, nel suo 100° anniversario, una prima questione da mettere a fuoco è la seguente: perché oggi, nel mondo occidentale-capitalistico, la Rivoluzione d’Ottobre è tanto attaccata, demonizzata, resa caricaturale e ridotta – non solo a destra, ma anche tra la sinistra moderata e socialdemocratica e a volte persino in quella “radical” – al rango di “colpo di stato”, dagli “inevitabili effetti degenerativi, dittatoriali ”?

Per rispondere a tale quesito possiamo riutilizzare l’analisi che faceva Freud sul tabù dell’incesto: tale tabù – affermava Freud – è tanto orrorifico, dissemina tanta paura, quanto è forte la pulsione stessa all’incesto. E, da parte del capitale, tanto forte è la demonizzazione dell’Ottobre quanto è stata grande e tuttora è grande la paura della Rivoluzione. E’ “lo spettro comunista” che s’aggira e fa tremare, oggi come ieri, i padroni.

Ma la cultura borghese non può ammettere la propria paura storica e si rifugia nella mistificazione. Affermando, ad esempio che il pensiero della rivoluzione, il marxismo, il leninismo, sono pensieri vecchi, obsoleti.

E’ del tutto evidente che nulla c’è di più sciocco e vuoto, anche in relazione alla storia totale del pensiero filosofico e della dialettica storica, dell’attuale “cultura” del “nuovismo”.

In verità, la cultura del “nuovismo” (che tende ogni dieci anni a sostituire un “sistema di pensiero” borghese con un altro “sistema di pensiero” borghese) fa parte della mercificazione totale della vita a cui punta il capitalismo: come le merci, anche i pensieri filosofici vanno consumati in fretta e sostituiti da un’altra merce-pensiero.

La “cultura” del nuovismo, ad esempio, punta consapevolmente a cancellare il fatto, tutto storico, che parte significativa dell’antica filosofia greca, le sue categorie, hanno sorretto il sistema di pensiero occidentale sino al 1.500; punta a rimuovere il fatto che la dialettica hegeliana segna ancora di sé i sistemi di pensiero più avanzati, filosofici e scientifici. E, soprattutto, il “nuovismo”, punta a rimuovere, per cancellare il nemico principale, la grandezza e la totale contemporaneità delle teorie marxiste della legge del valore, del plus-valore e dell’alienazione, assunte come pilastri teorici e irreversibili anche dall’economia e dalla sociologia borghese. Oltreché dallo stesso pensiero ontologico presente.

Vi è un punto attorno al quale si è organizzato l’attacco borghese: il pensiero liberale liquida l’Ottobre definendolo solo un colpo di stato, una presa del Palazzo, quello d‘Inverno. Ma la verità è che chi riduce l’Ottobre ad un semplice “putsch”, lo fa perché deve, in qualsiasi modo, rimuovere l’immensa potenza planetaria dell’Ottobre; lo fa perché deve far dimenticare che dal Palazzo d’Inverno si è alzata un’onda rivoluzionaria che ha investito tutti i continenti e i popoli del mondo.

La Rivoluzione d’Ottobre ha cambiato la storia e la cultura del mondo e in qualsiasi modo, oggi, il conflitto si presenti , esso è sempre segnato dalle ragioni storiche e dagli effetti pratici e teorici dell’Ottobre. E i comunisti, gli antimperialisti, i rivoluzionari anche adesso, anche a in Cina, in Vietnam, a Cuba, in Venezuela, in tutta l’America Latina, in Siria, in Africa, in Asia, in Europa, devono la loro legittimazione storica e l’attualità del loro progetto di trasformazione sociale e morale alla Rivoluzione d’Ottobre.

L’Ottobre, con il suo progetto volto alla costruzione di uno stato rivoluzionario ( una forma-stato mai apparsa in tutta la storia sociale dell’umanità), segna di sé ogni progetto di trasformazione statuale mondiale in senso democratico e popolare. Senza la Rivoluzione d’Ottobre, senza il suo spirito lungo, la Costituzione italiana uscita dalla Resistenza non avrebbe mai potuto porre alla base dello Stato e della società la pace, la democrazia, il lavoro e i diritti dei lavoratori. E’ la Rivoluzione d’Ottobre che capovolge per sempre la logica di classe per cui solo le classi dominanti, solo la borghesia e il capitale, possono strutturare lo Stato, le sue istituzioni e i rapporti sociali. Solo grazie alla Rivoluzione d’Ottobre, alla sua onda lunga e universale, può verificarsi il fatto – inaudito per la borghesia – che persino nei Paesi e negli Stati a dominio borghese la concezione e il ruolo dell’intervento statale e pubblico possono positivamente determinare e modellare spazi, anche vasti, dell’economia.

E’ solo grazie all’Ottobre, nel secondo dopoguerra, che può prendere corpo, per la prima volta nella storia, in tutta Europa e non solo in Europa, lo stato sociale, il welfare di massa, un pezzo di socialismo trapiantato, grazie alla Rivoluzione leninista, nel corpo stesso delle società capitaliste. Una spinta universale così forte, il vento sociale sovietico, da sconvolgere anche gli assetti statuali, sociali e teorici più dogmaticamente liberisti, come quelli degli USA, dove nasce, attraverso il forcipe dell’Ottobre, il New Deal di Roosevelt.

E’ del tutto evidente che la Rivoluzione d’Ottobre, con la sua proposta di una nuova economia non più basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna; con la sua proposta di potere per il popolo; con la sua proposta di “nuova umanità”, suonò per l’intero capitalismo mondiale come una campana a morto. Ed a partire da questo terrore del capitalismo mondiale che va analizzato il modo in cui lo stesso capitalismo ha raccontato e tuttora racconta sia l’Ottobre che la lotta di Lenin e Stalin in difesa della Rivoluzione e contro tutte le molteplici e poderose forze controrivoluzionarie.

Il racconto del capitalismo mondiale parla di una Rivoluzione, quella dell’Ottobre, sanguinaria; parla della difesa della Rivoluzione come una difesa violenta, cancellando, ad esempio, il fatto che contro l’Ottobre scesero in lotta, sul territorio sovietico, ben 11 eserciti dei Paesi capitalistici, schierati a fianco della Guardia Bianca zarista e che dalla vittoria di Lenin in poi la grande borghesia mondiale ebbe un unico sogno: quello di abbattere la Rivoluzione d’Ottobre, compito affidato, di volta in volta, agli eserciti imperialisti schierati a fianco dello zar e del potere zarista, ad Hitler, alla NATO, al riarmo imperialista e alla Guerra Fredda.

Con lo stesso metodo mistificatorio i Paesi capitalistici hanno giudicato e ancora giudicano le esperienze del socialismo realizzato nei Paesi dell’Est d’Europa. La cultura dominante occidentale ha seminato l’idea che il socialismo costruito nei Paesi dell’Est Europa fosse solo un “socialismo da caserma”, una bruttura della Storia. La verità storica è che anche in quei Paesi dell’Est d’Europa ci fu il tentativo (certo non privo di difetti) di costruire un mondo nuovo, senza più padroni, senza più sfruttamento. I successi furono molti: il lavoro garantito per tutti; la scuola e l’assistenza sanitaria gratuita garantita per tutti; la casa garantita per tutti, la pensione garantita per tutti, i diritti sociali garantiti per tutti. Diritti e garanzie che – lo sappiamo – non ci sono più nemmeno nell’attuale Bulgaria governate dalle forze liberiste, nell’attuale Bulgaria dove i pensionati vivono con 800 leva ( la moneta bulgara) al mese, quattrocento euro. Diritti perduti per conquistare i quali di nuovo combatte il Partito Comunista di Bulgaria.

Certo, dicevamo, difetti ce ne furono, nel “socialismo realizzato” e, uno per tutti, fu la mancanza del rapporto democratico tra potere socialista e popolo, tra il potere socialista e i lavoratori. Tuttavia, noi siamo contrari alla liquidazione della storia dei Paesi socialisti dell’Europa dell’Est. Le forze liberiste, socialdemocratiche o di destra che presero il potere nei Paesi dell’Est Europa dopo la caduta dell’URSS e del “campo socialista”, hanno aperto la porta alla miseria di massa, alla disoccupazione di massa, alla cancellazione dei diritti sociali, preparando infine il terreno al ritorno delle destre reazionarie e neofasciste, come oggi è in Polonia, in Ungheria, nella Repubblica Ceca, in Slovacchia.

Per dovere di sintesi, in questa sede, possiamo evocare solo alcuni dei punti fondamentali che caratterizzano – essenzialmente – l’esperienza dell’Ottobre, decretandone la sua eterna grandezza storica e universale.

Primo punto : con la Rivoluzione leninista – per la prima volta nella storia dell’umanità – si ratifica il fatto che il capitalismo non è natura; che esso non è potenza naturale immodificabile; che i rapporti di produzione capitalistici sono invece storicamente transitori e modificabili; con la Rivoluzione d’Ottobre si ratifica che il sistema ed il profitto capitalistico non sono gli unici motori della storia, né il senso ultimo, ontologico, dell’ “homo faber” e che i rapporti socialisti di produzione possono rappresentare concretamente non solo la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna, ma essi possono offrirsi come base materiale per la costituzione storica dell’ “uomo nuovo”.

E ciò perché, a partire dai principi – certo non solo teologici, ma appartenenti anche al materialismo storico- secondi i quali “è la Legge che crea la Morale”, per cui una Legge socialista e rivoluzionaria protratta storicamente può essere decisiva nella costruzione di un’umanità nuova e solidale, sempre più lontana dalle caverne primordiali e dalle caverne moderne della ferocia capitalista.

Con l’Ottobre si ratifica il fatto che la coscienza di massa, sulla base strutturale di rapporti di produzione svuotati dal profitto privato, sono positivamente modificabili in senso etico e morale; che l’egoismo individuale non è, anch’esso, natura imprescindibile e immodificabile e che un sistema sociale che abolisce l’orrore dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna può aprire davvero la strada per un nuovo orizzonte umano.

Secondo punto: con la Rivoluzione d’Ottobre, l’eurocentrismo e tutto il capitalismo collocato nel “nord del mondo” cessano di essere rappresentati come unici centri mondiali del potere e del sapere; con l’Ottobre conquistano centralità e forza evocativa di contromodelli rivoluzionari le periferie del mondo, i popoli, gli stati, le nazioni, le collettività sinora negate, neglette, oppresse, storicamente sfruttate e subordinate.

Ed è da questo nuovo, straordinario, punto di vista che va analizzato e fortemente criticato il cosiddetto “eurocomunismo” che, riconsegnando centralità politica, economica e culturale al “nord del mondo”, all’Europa capitalistica e, in fondo, alla socialdemocrazia europea, compie un’operazione teorica e politica di retroguardia, che tenta di rimuovere la gigantesca decentralizzazione planetaria operata dall’Ottobre a favore dei popoli del mondo.

Nella visione “eurocomunista” si recupera l’analisi secondo internazionalista della centralità della classe operaia aristocratica dei paesi imperialisti, emarginando ed oscurando di nuovo quella classe operaia mondiale, quel proletariato mondiale che l’Ottobre leninista aveva messo finalmente sotto il cono di una nuova luce storica.

Dopo l’Ottobre invece e grazie al suo afflato oggettivo e all’internazionalismo successivo e attivo dell’Unione Sovietica, l’immensa parte “periferica” del mondo, la parte preponderante, povera e sfruttata dei popoli può alzare la testa e porsi la questione della propria identità e della propria liberazione.

Dall’Ottobre, dunque, e poi dalle politiche concrete dell’ Unione Sovietica, può sollevarsi un’enorme onda di lotte anticolonialiste, antimperialiste e di liberazione nazionale che scuotono l’intero pianeta: la Cina, Cuba, il Vietnam, paesi del Medio Oriente, dell’Africa, dell’America Latina insorgono e liberano i propri popoli dal giogo imperialista, a nome della Rivoluzione d’Ottobre. E nella stessa Europa nascono grandi partiti comunisti di massa e sindacati di massa e di classe che traggono linfa vitale direttamente dalla Rivoluzione d’Ottobre e immettono elementi di socialismo, con le loro lotte, negli stessi paesi capitalistici.

Terzo punto: mentre la Rivoluzione francese è la Rivoluzione dei soli diritti, quella dell’Ottobre è la Rivoluzione dei diritti e dei bisogni del proletariato, delle masse e dei diseredati. La Rivoluzione d’Ottobre è la prima al mondo, la prima nella storia dell’umanità, a porsi la questione della risoluzione del problema dei bisogni umani, risoluzione dei bisogni che si dialettizza con la conquista dei diritti. Con l’Ottobre, per la prima volta nella storia, la risposta ai bisogni si estende universalmente e non si ferma, come nella Rivoluzione francese, solo ad alcune aree sociali privilegiate.

A partire dalla concezione comunista della centralità dello sviluppo della coscienza dei lavoratori e della coscienza umana, l’Ottobre, subito dopo la vittoria, estende a tutti e tutte e gratuitamente il diritto all’istruzione, alla scuola, all’università. Straordinario, con la vittoria rivoluzionaria, è il cambiamento nel campo dei diritti, un cambiamento che la Rivoluzione francese non poteva nemmeno lontanamente ipotizzare: il nuovo diritto di famiglia scaturito dall’Ottobre toglie le donne dal ruolo di schiave nei confronti dell’uomo che la storia russa e lo zarismo (e la storia tout-court) le avevano affidato e consegna loro la libertà, sia dal capitale che dal patriarcato russo e universale.

Ma è nel suo svilupparsi in senso sovietico che l’Ottobre coglie molti degli obiettivi che si era posto sul piano teorico: innanzitutto, la piena occupazione, l’estendersi a tutti i livelli del diritto-dovere ( esattamente con questa formula, dal senso ontologico rivoluzionario e profondo: diritto-dovere) del lavoro; con il lavoro universalmente garantito, come sue proiezioni materiali, arrivano il diritto alla mensa aziendale, alle ferie, alle vacanze pagate dallo Stato nelle case turistiche aziendali ( gratuite per il lavoratore e la sua famiglia), gli asili nido aziendali gratuiti, l’accesso gratuito ad ogni attività culturale e sportiva, il diritto al salario integrale anche in caso di malattia. Con il diritto totale al lavoro giunge quello alla casa, il cui affitto, comprensivo di acqua, luce e gas, viene prelevato direttamente, a monte, dal salario, in forma ridottissima. Significativamente, negli appartamenti, non vengono collocati, per un lungo tempo successivo all’Ottobre, nemmeno i contatori per la misurazione dei consumi, tanto è profonda la forma ideologica volta alla liberazione dei lavoratori dai bisogni e dallo sfruttamento.

Per capire la grandezza dell’Ottobre occorre immergersi nella storia concreta dello zarismo, del capitalismo internazionale e del colonialismo dell’epoca, che concepivano gli operai, i contadini e i popolo subordinati più o meno come carne da macello per il profitto e per le guerre.

E lo stesso sforzo di “spostamento” temporale occorre fare per capire la grandezza titanica della lotta dell’Ottobre contro il patriarcato e per la liberazione della donna nel lavoro, nella famiglia, nella società. Dopo l’Ottobre le donne, tutte le donne, per la prima volta nella storia, ottengono tutti i diritti politici, attivi e passivi, ottenendo anche il legittimo diritto al divorzio!

E poi: sistema sanitario universale e gratuito; sistema pensionistico universale che offre, inoltre, diritto a tutti i pensionati di accedere gratuitamente ai servizi sociali; trasporti (aerei, treni, metro, autobus, tram) a costi bassissimi, che in nessun modo abbassano il salario.

Ed è grazie al concreto impegno internazionalista della Rivoluzione che è potuta partire, sul piano mondiale, la lotta contro la discriminazione razziale, lotta speculare a quella anticolonialista. Con l’Ottobre si espande la lotta contro il razzismo e ogni popolo, di ogni colore e cultura, è degno di indipendenza e autonomia, degno di farsi Stato e nazione.

Ma la vittoria dell’Ottobre pone anche un problema filosofico-politico centrale: quello dell’azione soggettiva. Questo punto è sintetizzato nel famoso articolo del 24 novembre del 1917 che Antonio Gramsci pubblica su “L’ Avanti”, nel quale il grande comunista sardo definisce la Rivoluzione d’Ottobre “La Rivoluzione contro il Capitale”, ossia contro la lettura dogmatica e meccanicistica che la Seconda Internazionale faceva del “Capitale” di Marx. In quella lettura meccanicista si asseriva, assumendo in toto le categorie filosofiche del positivismo, che la rivoluzione socialista era possibile solo nei punti alti dello sviluppo capitalista e che, anche in tali punti, occorreva che si determinassero tutte le condizioni oggettive. E’ chiaro che, tale analisi, per come era sviluppata, aveva in sé tutti gli elementi dell’attendismo e del rinvio sine die del processo rivoluzionario; è chiaro che essa toglieva a tutti i popoli del mondo esterni alle cittadelle capitalistiche la possibilità e il progetto della rivoluzione; come è chiaro che questa analisi – sia dal punto di vista filosofico che della prassi – rinunciava alla dialettizzazione tra oggetto e soggetto, tra oggettività dello stato presente delle cose e il ruolo soggettivo dell’uomo e della donna, del soggetto sociale e politico rivoluzionario, del Partito Comunista.

Sarà invece proprio l’Ottobre ad unificare oggetto e soggetto, oggettività dello stato reale delle cose con la spinta rivoluzionaria soggettiva di Lenin e dei bolscevichi. Con l’Ottobre, Lenin, rompe col positivismo attendista della II Internazionale e, ponendo la questione dell’anello debole della catena, scatena l’Ottobre in Russia e nel mondo, insegnando che la rivoluzione non prende ordini dai libri letti male, ma solo dalla realtà delle cose e dall’intento rivoluzionario delle avanguardie legate alle masse.

Con la vittoria di Lenin ( una vittoria che inizia con il ripudio della guerra, con la richiesta dell’uscita della Russia dalla guerra e che dunque pone per sempre l’obiettivo della pace come il primo obiettivo del socialismo) si giunge alla fine di una società fondata sul profitto e l’inizio di una storia umana fondata sulla solidarietà e la redistribuzione equa e sociale della ricchezza prodotta dai lavoratori, con un investimento della ricchezza da essi prodotta per fini sociali.

Era il socialismo, che nella sua vittoria e nelle sue straordinarie conquiste propagandava se stesso sul piano planetario e in virtù di ciò destava l’attenzione terrorizzata e feroce del capitale mondiale, che finiva, per questo, per spingere il nazismo di Hitler e il fascismo di Mussolini a provare a distruggere l’Unione Sovietica e cancellare l’Ottobre. Con una reazione sovietica, da Stalingrado alla conquista di Berlino, che salvava il mondo dallo stesso orrore nazifascista.

E’ l’Unione Sovietica, il Partito Comunista Sovietico, l’’Armata Rossa, l’erpico popolo sovietico a sconfiggere il nazifascismo, entrare a Berlino e liberare il mondo dall’orrore htleriano!

Certo è che le questioni principali che la Rivoluzione d’Ottobre ha posto sotto gli occhi della Storia ( la non subordinazione alle “leggi sociali oggettive”, la lotta antimperialista, la lotta per la pace e per la costruzione del socialismo) oggi rappresentano la maggiore eredità lasciata all’intero movimento comunista, antimperialista e anticolonialista del mondo.

Oggi, nei giorni nostri, di fronte alla nuova e minacciosa aggressività militare che gli USA e la NATO lanciano su tutti fronti del mondo, le parole d’ordine che tutti i Paesi del BRICS ( Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) e di tanti altri Paesi in via di liberazione dall’egemonia statunitense, sono le stesse parole d’ordine della Rivoluzione d’Ottobre: lotta per la pace, lotta antimperialista, lotta per l’indipendenza degli Stati e dei popoli e lotta per il socialismo.

Un altro, grande, insegnamento lasciò Lenin, a tutti i popoli, i Paesi e alle esperienze rivoluzionarie: l’antidogmatismo, l’obiettivo di costruire il socialismo, in ogni Paese, a partire dalla storia e dalla cultura di un popolo, di un Paese; a partire dalle caratteristiche e dalle peculiarità nazionali.

L’antidogmatismo di Lenin si estrinsecò sia nella concezione dell’ “anello debole della catena” ( e cioè della possibilità di avviare processi rivoluzionari – come nella Russia del 1917 – anche in condizioni di bassi sviluppi capitalistici) e nella concezione della NEP ( Nuova Economia Politica).

Il tentativo di avviare la NEP ( e cioè un’economia al cui interno vi fossero aree di sviluppo neo capitalistico) era stata lanciata da Lenin proprio nell’obiettivo di far ottenere al socialismo quell’accumulazione capitalistica originaria ( e il conseguente sviluppo delle forze produttive) che in Russia non era ancora sufficientemente presente nella fase rivoluzionaria. Certo, Lenin, non concedeva nulla alle aeree neo capitalistiche in termini di potere politico e la NEP doveva essere sorvegliata da quelle che lo stesso Lenin chiamava “le alture strategiche”, ovverossia il controllo rivoluzionario.

Stalin, dopo la morte di Lenin, fu costretto ( nel fuoco della vasta controrivoluzione) a sospendere la NEP, per non fornire nessun vantaggio alle forze reazionarie e capitalistiche. Ma la lezione antidogmatica e creativa di Lenin rimase nella storia del movimento operaio e comunista mondiale.

In Cina, dopo le contraddizioni prodotte dalla “Rivoluzione Culturale” e dopo la scomparsa dell’URSS e del “Comecon” ( l’area di scambio di merci socialista), fu scelta la strada della costituzione di “aree economiche speciali”, nelle quali il PC Cinese promuoveva alcune attività neo capitalistiche dirette ( come nella NEP di Lenin) alla costituzione della mancante accumulazione capitalistica originaria e lo sviluppo delle forze produttive.

La realtà inconfutabile della Storia ha dimostrato che la “ NEP cinese” era una giusta strada: la Cina socialista è uscita totalmente dalla drammatica arretratezza economica, ha tolto dalla miseria e dalla fame 300 milioni di cinesi e ora è la seconda potenza economica mondiale. Come ogni studio economico serio dimostra, la Cina diverrà in tempi brevi la prima potenza mondiale, sempre con il Partito Comunista Cinese alla guida, sempre con l’obiettivo del rafforzamento e dello sviluppo del socialismo e con l’obiettivo di unire le forze mondiali antimperialiste.

Sia la pace mondiale (funzionale allo stesso sviluppo economico cinese) che la costruzione di un “socialismo dai caratteri cinesi”, sono obiettivi che il Partito Comunista Cinese si pone strategicamente e che sono parte dell’eredità della prassi e del pensiero rivoluzionario e antidogmatico di Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre.

L’internazionalismo proletario rimarrà per sempre una delle grandi lezioni storiche della Rivoluzione d’Ottobre.

Ed è partire da ciò che oggi, qui, a Sofia, assieme ai compagni e alle compagne del PC di Bulgaria e al PC Siriano, con il pugno chiuso, gridiamo: viva l’internazionalismo proletario! Viva il movimento comunista mondiale! Viva la Rivoluzione d’Ottobre! Viva il socialismo!

 

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