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Su Ue ed euro Lunghini non convince

di Manuela Palermi, presidente del Comitato Centrale del Pci

palermi

Giorgio Lunghini ha pubblicato giorni addietro un articolo sul manifesto fornendo una serie di stime allarmanti sui rischi dell’uscita dalla moneta unica. Ho salutato con un certo sollievo il suo articolo, e non perché lo condivida, al contrario, ma perché porta in evidenza un dibattito interessante, forse poco conosciuto, che investe i comunisti e le sinistre, l’area dell’anticapitalismo e del sindacalismo di base. Un dibattito tra chi pensa che non si possa sfidare la Ue né uscire dall’eurozona perché la conseguenza sarebbe un disastro sociale e chi, come il Pci, è convinto che non solo si possa sfidare la Ue, ma che sia necessario farlo. Restando alle proteste per qualche decimale di flessibilità in più, non esiste la minima possibilità di modificare le attuali politiche economiche e sociali della Ue. E quando si decide che non si può che “restare”, la strada che ti rende prigioniero della logica dell’austerità è senza scampo.

Abbiamo avuto in Europa un esempio drammatico, spesso rimosso nel dibattito della sinistra. Forse perché la reazione di una parte s’è vestita del senso del tradimento e quella di un’altra di una comprensione acritica. Alludo all’esempio di Tsipras.

C’era un’altra strada per la Grecia o bisognava accettare il fatto che un piccolo paese del sud d’Europa non fosse in condizioni di rispondere al ricatto della Ue? Rispondo che un’altra strada c’era. Che il momento del referendum era quello giusto per una strategia di rottura. Ci sarebbero state difficoltà? Certo, e serie. Forse anche coincidenti con quelle che paventa Lunghini. Ma – mi permetta Lunghini – forse non maggiori di quelle che la Grecia sta oggi patendo.

Tsipras ha scelto la strada di concessioni e compromessi disastrosi, convinto che la rottura fosse impossibile, cosa che probabilmente gli veniva dalla combinazione tra l’europeismo (forte tra la popolazione greca) e il tentativo di costruire alleanze con alcuni settori della borghesia.

Nell’estate del 2015 Syriza si trovò a fronteggiare una situazione di embargo economico, di fuga di capitali e di sabotaggio padronale. Era allora il momento giusto per far partire un insieme di misure economiche che alcuni economisti, come Eric Toussaint o Costas Lapavitsas, hanno sistematizzato nei loro scritti sul debito greco e sul capitalismo finanziario: la nazionalizzazione del settore bancario e finanziario sotto un controllo democratico e sociale; il disconoscimento del debito e la proposta ai creditori di una sua ristrutturazione; un insieme di misure dirette ad alleviare l’emergenza sociale delle classi più colpite dalla crisi (salari, disoccupazione, casa, servizi pubblici, ecc.).

In Grecia, dopo anni di scioperi generali e ininterrotte mobilitazioni, si determinò un’esperienza di lotta democratica e fortemente partecipata che poteva consentire alle forze politiche e sociali di prendere nelle loro mani la gestione del debito, il controllo del sistema finanziario e lo sviluppo delle politiche sociali. Nessun governo, e men che mai un governo legato alla Ue, avrebbe potuto avviare da solo una trasformazione come quella che avrebbe comportato affrontare i mercati finanziari, la Troika e la Germania. C’era bisogno della forza delle classi popolari, unite e organizzate attorno ad un progetto, c’era bisogno di fare appello alla più ampia solidarietà nazionale. Non c’era altra strada.

Nel 2015 in Grecia si formò una maggioranza sociale che era anche politica. Non era stato semplice arrivare a quel punto. C’era voluta una grande quantità di sofferenze, una situazione economica praticamente da guerra (la caduta del Pil era arrivata al 27% e quella dell’attività produttiva era attorno al 70%). In quello scenario si produsse una interpretazione del concetto gramsciano di egemonia intesa come “maggioranza” sociale di un’alleanza di classi; ma anche come conquista politica delle idee forza che, in quei momenti, furono capaci di mobilitare ed unire un settore maggioritario della società. Che si è aspettato allora? Sciaguratamente si è persa una grande opportunità. Tsipras giocò le sue carte tentando qualche bluff, mentre la burocrazia della Ue scommise forte, sapendo che nel caso greco era in gioco qualcosa di più di un debito sovrano. Era in gioco il futuro del progetto politico dell’Unione Europea.

Il problema è che la Ue non lascia alcun margine a politiche keynesiane o riformiste che mitighino l’austerità. Al contrario chiede sempre più sacrifici alle classi lavoratrici con l’obiettivo di una valorizzazione continua del capitale. E’ di fronte a questo problema che s’è trovato Tsipras. E’ di fronte a questo problema che stanno morendo le socialdemocrazie e le sinistre “compatibili”. Non voglio semplificare più di tanto, ma il problema si affronta di fronte, non serve mettersi di profilo.

Le sinistre europee, nella loro accezione più larga, dalle esauste socialdemocrazie agli italiani di Sinistra italiana, non sfuggono oggi ad una questione decisiva e cruciale per la loro credibilità: come porsi rispetto all’euro e all’Unione europea. I partiti di governo, dai socialisti francesi ai democratici italiani, che le politiche di austerity imposte dalla Troika le hanno gestite senza affrontare la questione di fondo, stanno patendo una grande usura sociale, politica ed elettorale. Se ne faccia una ragione Renzi, la crisi del bipartitismo è inseparabile da questa questione. E dopo il “Brexit” l’acutizzazione della crisi politica nella Ue rende meno credibile socialmente il discorso di un “riformismo europeo di sinistra”.

Mentre si avvicinano le minacce di una nuova crisi economica internazionale ed europea, la situazione in Italia continua ad essere gravissima; la disoccupazione non fa un passo indietro, la povertà e le disuguaglianze aumentano, fattori favorevoli alla crescita non si vedono. Possono le formazioni politiche che si propongono di governare o di esercitare un’opposizione, continuare a guardare da un’altra parte, altrove dalle politiche neoliberiste della Ue? Resta invece ferma la sinistra politica italiana, che non riesce a liberarsi dalla pressione dei poteri economici, politici e mediatici. Non riesce a rompere con legami quasi religiosi e irrazionali con un’Unione Europea irriformabile. La pressione e il ricatto della Commissione europea rispetto al nostro deficit pubblico, che punta dopo il lavoro e la scuola a colpire pensioni e sanità, rimanda a severi conflitti sociali. Mentre proseguono le tensioni sulla questione nazionale, aggravate dalla rinuncia italiana alla sovranità popolare.

C’è il rischio di una decomposizione politica e sociale, di una popolazione senza più speranza, frustrata dalle politiche di austerità che aggravano la situazione economica. C’è il rischio di un degrado della situazione economica che renderà ancora più difficile l’uscita inevitabile dall’Unione europea. C’è il rischio che la destra populista si riorganizzi – paura che Lunghini esprime nel suo articolo dandogli risposte a mio avviso passive e sbagliate. Come sempre nel corso della storia, arriva il momento che devi “attraversare il Rubicone” o assaltare il Palazzo d’Inverno. Dopo la strada aperta dal Brexit, c’è la possibilità concreta di costruire alleanze con forze politiche e sociali che condividono l’obiettivo dell’uscita dalla Ue e dall’euro. E’ un percorso da fare. Non sarà sufficiente per la trasformazione socialista che noi comunisti vogliamo, ma è indubbiamente una condizione sine qua non.

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