Partito Comunista Italiano

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Sulle diseguaglianze. Il capitalismo è un sistema sostenibile?

di Giorgio Langella, Direzione Nazionale PCI e Dennis Vincent Klapwijk, Segreteria nazionale FGCI, responsabile lavoro

Mentre i “grandi della terra” si riuniscono a Davos per decidere cosa fare di noi tutti, è stato pubblicato un interessante (e drammatico) documento da parte dell’Oxfam sulla disuguaglianza che  esiste nel mondo (dove si calcola che l’1% dei più ricchi possieda una ricchezza pari a quella del restante 99% della popolazione) e nel nostro paese.

Basterebbe indicare la ricchezza personale stimata da Forbes dei più ricchi del mondo (nel 2017 si calcola che le 500 persone più ricche al mondo possiedano complessivamente 5.300 miliardi di dollari, 1.000 miliardi in più rispetto al 2016) per capire quanto il sistema nel quale siamo costretti a vivere sia profondamente ingiusto.

Ma è sull’Italia che è utile soffermarsi, proprio in questi giorni di inizio campagna elettorale nei quali si ascoltano e si fanno promesse mirabolanti. Sono promesse di forti riduzioni delle tasse, di bonus e regalie di denaro pubblico soprattutto alle imprese private. In pratica maggiori spese e minori entrate per la collettività. Si insiste dicendo poco o nulla di dove si reperiranno le risorse necessarie. Si tace su questa questione fondamentale probabilmente perché questa massa di denaro (decine di miliardi di euro) sarà trovata in tagli indiscriminati dei servizi e dello stato sociale (a partire dalla sanità e dalla scuola) e di privatizzazioni selvagge di quella ricchezza pubblica che appartengono a tutti noi. Tutto a favore di chi veramente comanda, di chi è già ricco.

La fonte dei dati elaborati da Oxfam è il “Global Wealth Databook 2017” di Credit Suisse e, per i dati italiani, il documento “Indagini sui Bilanci delle Famiglie Italiane” di banca d’Italia. I dati pubblicati si riferiscono al primo semestre del 2017.

Da questi documenti si viene a conoscenza che il 20% più ricco della popolazione italiana detiene il 66,41% della ricchezza nazionale netta, che il 20% successivo nella scala della ricchezza ne detiene il 18,76%, che il restante 60% della popolazione ha solo il 14,83% della ricchezza nazionale.

Ma è nei valori assoluti che le cifre diventano più comprensibili e forniscono una fotografia impressionante della disuguaglianza esistente nel nostro paese.

La ricchezza nazionale netta ammonta (in valori nominali) a 10.853 miliardi di dollari. Facendo qualche semplice calcolo il 20% della popolazione (i più ricchi) possiedono, quindi, oltre 7.200 miliardi di dollari. Ma questo è niente di fronte alla stima per la quale il 5% dei più ricchi (tra i ricchi) possiede quasi il 40% della ricchezza nazionale netta corrispondente a circa 4.300 miliardi di dollari. Se si restringe il campo dei “più ricchi”, si viene a conoscenza che, a metà del 2017, i primi 14 miliardari italiani della lista Forbes possiedono personalmente una ricchezza pari a 107 miliardi di dollari. Una ricchezza pari a quella detenuta complessivamente dal 30% più povero della popolazione italiana. In pratica 14 italiani possiedono una ricchezza pari a quella di oltre 18 milioni di persone.

Nella classifica degli italiani più ricchi, secondo le notizie apparse recentemente sulla stampa nazionale nel dicembre 2017, i primi cinque risultano essere Giovanni Ferrero (con 24,2 miliardi di dollari), Leonardo Del Vecchio (22,5 miliardi di dollari), Paolo Rocca (9,18 miliardi di dollari), Silvio Berlusconi (8,5 miliardi di dollari), Giorgio Armani (8,16 miliardi di dollari).

E non è tutto. Contemporaneamente, la povertà nel nostro paese continua ad aumentare e la crescita si registra anche (e soprattutto) tra chi ha un lavoro. Nel 2016, infatti, il tasso degli occupati a rischio povertà ha raggiunto il 11,7% ben oltre la media europea che si assesta al 9,6% (fonte Eurostat). E se dal 2006 al 2016 il reddito disponibile lordo delle famiglie italiane è cresciuto di 72,5 miliardi di euro, solo il 15,4% di tale aumento (circa 11 miliardi di euro) è andato alla metà più povera delle famiglie, mentre al 20% dei più ricchi è andata una quota pari al 40,4% dell’incremento totale (oltre 29 miliardi di euro).

Siamo di fronte a una sperequazione intollerabile e in continuo aumento. Promettere, come fa la coalizione di destra con la Lega e Forza Italia, la cosiddetta “flat tax” (una tassa uguale per tutti qualsiasi sia la ricchezza detenuta e il reddito percepito) è una vera e propria presa in giro, un’ingiustizia anticostituzionale che favorisce solo l’ulteriore arricchimento di una esigua minoranza di popolazione. Una minoranza della quale, guarda caso, fa parte il “capo” della coalizione di destra Silvio Berlusconi.

Dai dati sopra riportati appare chiaro dove si possono e si devono reperire i fondi per gli investimenti necessari al paese per uscire veramente dalla crisi. Perché si esce dalla crisi non quando i più ricchi accumulano sempre maggiori ricchezze, ma quando tutti riescono a vivere meglio. Si uscirà dalla crisi solo quando la ricchezza verrà distribuita. Altrimenti, per la stragrande maggioranza della popolazione, la povertà sarà una condanna a vita.

La soluzione è cambiare le regole del gioco, scardinare un sistema di sviluppo che favorisce una esigua minoranza. Sempre e solo la stessa casta. Significa fare una vera e propria rivoluzione a favore del popolo.

È necessario, allora, informarsi, pensare, leggere i programmi proposti (spesso solo annunciati) dalle forze (coalizzate o meno) che si presentano alle prossime elezioni. Quasi tutti promettono tutto e il contrario di tutto. Di fatto dicono che daranno soldi a tante categorie di cittadini. Se lo faranno, si sappia, sarà necessariamente a scapito di chi ha meno e di chi vive del proprio lavoro. A questi verranno sottratti i diritti primari (dal lavoro alla sanità, dall’istruzione alla casa …). Se lo faranno, si sappia, i pochi ricchi  saranno sempre più ricchi e la stragrande maggioranza della popolazione diventerà più povera.

Nel programma di “Potere al Popolo” qualche soluzione viene scritta (non solo annunciata a parole). Sono proposte che vanno in direzione ostinatamente contraria a quella indicata dal pensiero unico e dall’ideologia capitalista che mettono la ricchezza di pochi come obiettivo prioritario di qualsiasi scelta economica e politica. Dove trovare le risorse, quindi? Là dove sono. Le soluzioni si possono riassumere in due punti principali: un’imposta sui grandi patrimoni (e abbiamo visto che ci sono e sono nelle mani di pochi); il ripristino della progressività del sistema fiscale secondo il dettato costituzionale, diminuendo le tasse sui redditi bassi e aumentandole su quelli più alti (l’Irpef, quando fu introdotta, prevedeva 32 scaglioni di reddito, con l’aliquota più bassa al 10% e la più alta al 72%, mentre ora gli scaglioni sono 5 con la prima aliquota al 23% e l’ultima al 43%).

Diranno che, le nostre, sono proposte poco realistiche. Lo dicano pure ma spieghino perché le risorse devono essere sempre trovate tra chi vive del proprio lavoro, tra chi fa fatica ad arrivare a fine mese e non tra chi possiede enormi ricchezze. Diranno che, le nostre, sono fantasie, utopie di pochi sognatori, che il mondo va da un’altra parte. Sì, forse siamo sognatori, anzi rivendichiamo il diritto di esserlo e di credere che sognare un mondo migliore sia rivoluzionario, ma chi ci impedisce di immaginare e progettare una società radicalmente diversa dall’attuale? E chi può impedirci di lottare per costruirla?

Un commento su “Sulle diseguaglianze. Il capitalismo è un sistema sostenibile?

  1. Cari compagni,
    certamente la questione della redistribuzione del reddito è di notevole importanza, i dati sono lì a dimostrarlo palesemente. Leggere, però, che “Si uscirà dalla crisi solo quando la ricchezza verrà distribuita” è una analisi erronea, a mio personale avviso. Ciò significa che l’analisi della crisi capitalistica europea (importata da quella americana del 2007-2008) da voi sostenuta sia da rilegare ai profondi squilibri nella distribuzione del reddito. Una lettura che è assai semplicistica nonché erronea poiché non prende minimamente in considerazione né i cambiamenti avvenuti nella catena del valore (transnazionale) europea né gli evidenti problemi del sistema produttivo e industriale italiano (che datano, in linea di massima, dagli anni ’70 -a questo proposito è fondamentale la lettura della storia economica italiana di Augusto Graziani-).
    Ciò che, quindi, intendo dire è che la soluzione alla crisi è ben più complessa di una mera redistribuzione del reddito e/o di un generico aumento della domanda interna.
    Di lavori scientifici a riguardo, fatti da compagni prima che da accademici e studiosi autorevoli, mi permetto di consigliare a tutti noi quelli di Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Francesco Garibaldo, Giovanna Vertova (per un’ottica di genere sulla crisi), Matteo Gaddi e tanti altri.
    L’analisi da voi qui proposta è, nella sostanza, identica a quella della sinistra di matrice riformista di centro-sinistra. I nodi strutturali del capitalismo europeo sono ben altri rispetto alla diseguaglianza e alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Tale lettura lasciamola ai riformisti di centro-sinistra. I comunisti si sforzassero nel formulare analisi più radicali.
    Spero che tale commento possa essere d’interesse per chi di voi lo abbia letto.

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