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TELECOM: LA GUERRA DEI PADRONI SULLA PELLE DEI LAVORATORI

di Dario Marini . Presidente Comitato Regionale Veneto del PCI

Telecom ha cambiato padrone la settimana scorsa. Sconfitti i francesi di Vivendi, la gestione passa al fondo americano Elliott, con l’appoggio decisivo della Cassa depositi e prestiti. Nell’assemblea dei soci si è consumato un radicale sconvolgimento nel controllo della società. Padrino dell’operazione, che ha avuto il consenso di Berlusconi, di Lega e M5s, è stato il ministro Calenda; il quale in pompa magna ha subito affermato: “Sarà una public company“. E’ sintomatico che un ministro, in situazione più che precaria, a nome del governo Gentiloni in carica per l’ordinaria amministrazione,  sia il vero regista  dell’entrata della Cpd nel capitale Telecom. L’apporto di quest’ultima, con il suo 8,8%, è stato decisivo per la rivoluzione nella governance dell’azienda visto che i francesi, che pure rimangono azionisti di riferimento con il loro 23,9%, avranno soltanto cinque consiglieri su quindici nel nuovo consiglio di amministrazione. Un Cda che avrà invece dieci consiglieri nominati dal fondo statunitense Elliott, una rapace società internazionale di investimento che utilizza le sue partecipazioni per esercitare forti pressioni sui governi e sulle forze politiche di mezzo mondo: fondo speculativo americano che da un anno è balzato agli onori della cronaca in Italia  per il suo sostegno al nuovo management cinese del Milan.

Nella sostanza in questa vicenda si sono scontrate due forme di capitalismo tra le peggiori oggi in circolazione. Da una parte un gruppo familiare europeo d’assalto, per di più con forti elementi di neocolonialismo, come dimostrato dalle recenti vicende giudiziarie in Francia legate all’accusa di corruzione in relazione a delle concessioni portuali in Africa; dall’altra il fondo Elliott, il più aggressivo dei gruppi avvoltoi statunitensi: che, tra l’altro, non ha esitato a dissanguare con le sue manovre le finanze di alcuni Paesi in via di sviluppo e che, ciliegina sulla torta, è uno dei protagonisti della drammatica situazione di dissesto economico che oggi colpisce l’Argentina. Con quest’ultimo si è schierata la nostra Cdp portandosi dentro un convitato di cui in futuro sarà difficile liberarsi. Non bisogna mai dimenticare, inoltre, i gravi errori commessi a suo tempo dai governi di centro-sinistra, le cui conseguenze si trascinano ancora oggi. Si fa riferimento ovviamente alla sciagurata privatizzazione delle aziende pubbliche, che ha portato ad un grave indebolimento della grande impresa nel nostro Paese: tale decisione ha lasciato sino ai nostri giorni almeno tre problemi pesanti come macigni, quali l’Ilva, la Telecom appunto e l’Alitalia. Il tema non è perciò di dover fare il tifo per una squadra o per l’altra.  Quello che è avvenuto è una costante degli ultimi 20 anni: un’armata Brancaleone oggi, un imprenditore francese chiacchierato prima, gli spagnoli di Telefonica sponsorizzati dalle nostre banche, Colaninno che di suo non ha messo una lira, Olivetti-De Benedetti, l’epoca di Tronchetti Provera con il nocciolo duro della Fiat. Il risultato, che noi comunisti dobbiamo denunciare pubblicamente, è che, prima della privatizzazione, Telecom aveva 123 mila dipendenti, 23 miliardi di euro di fatturato, 6 miliardi di investimenti l’anno e debiti per “soli” 8 miliardi. Oggi i lavoratori sono ridotti a meno di 50 mila, il fatturato al lordo dell’inflazione è a meno di 20 miliardi, gli investimenti raggiungono la miseria di 3 miliardi, a fronte di 25 miliardi di debito. Ci sono state dunque molte fasi ma il risultato della saga è totalmente fallimentare; e la paura è che l’ennesima puntata segua o addirittura peggiori il solito copione. Al di là del disastro economico e finanziario, la cosa più intollerabile sta nella inconfutabile constatazione che, come sempre, le guerre fra padroni vengono alla fine pagate dai lavoratori. Nessuno si è mai preoccupato di difendere i livelli occupazionali in passato; e anche adesso, in questa vicenda mediocre ed esclusivamente finanziaria (ben lontana dalle coordinate strategiche dell’era digitale), la cosa pubblica abbandona i lavoratori al proprio destino. Si pensa solo a costringere lo Stato a ripianare crisi e buchi di bilancio delle aziende private, senza pretendere garanzie sui livelli occupazionali a proposito dei quali nessuno dei contendenti si è mai pronunciato. Cosa che ovviamente si guarda bene dal fare il vincitore Elliott, nonostante le pressioni del sindacato e delle poche forze della sinistra di classe.

A questo proposito va menzionato il tema rilevantissimo dello scorporo della rete: cavallo di battaglia del fondo americano e sponsorizzato in modo plateale da Calenda. Qui bisogna essere chiari; nessuna ambiguità deve essere concessa agli attori della vicenda. Per fortuna anche i sindacati confederali, pur con qualche tentennamento, si sono mossi. La rete fissa deve rimanere dentro Telecom. Diversamente, Tim diventerebbe un contenitore con 25 mila dipendenti con lo stesso mercato mobile di Vodafone e Wind, che hanno circa 6 mila dipendenti: quattro volte di meno. Non è difficile indovinare come andrebbe a finire per i lavoratori. Purtroppo ci pare abbastanza evidente che, per la sua intrinseca natura, Elliott spingerà al massimo per fare cassa allo scopo di distribuire i dividendi più alti possibili: in primo luogo vendendo la rete fissa e poi riducendo gli investimenti, con ulteriori conseguenze negative sull’occupazione del gruppo.

Un’ ultima cosa va sottolineata. Da più parti si è strumentalmente voluto caricare la vicenda di significati impropri, quasi fosse una rivincita dello Stato sul mercato. Nient’affatto: dopo anni di spoliazione della Telecom e di avventurismi vari di un capitalismo debole e parassitario, pronto ad offrire un gioiello di famiglia agli spagnoli, ai francesi e ora alle scorribande di Oltreoceano, siamo arrivati ad un punto limite. Nella sostanza la Cassa depositi e prestiti è intervenuta in modo massiccio, buttando 800 milioni di euro dei contribuenti italiani, per spostare gli equilibri di uno scontro tutto interno al capitalismo privato. Ciò non solo è strano ma è del tutto incomprensibile a dei comuni mortali, estranei ai meccanismi e alle logiche che guidano quel mondo. Questo è il capitalismo, questo è il suo dna.

 

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