Partito Comunista Italiano

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#Terremoto: aiuto alle popolazioni colpite e piano nazionale di prevenzione e messa in sicurezza

di Edoardo Castellucci, responsabile ambiente e territorio della Segreteria Nazionale PCI

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Ancora una volta siamo qui a parlare, a discutere, a farci raccontare dell’ennesimo evento catastrofico che periodicamente si verifica nel nostro Paese, ed ogni volta è come la volta precedente, le stesse parole, le stesse promesse, la stessa proposta di “lavorare insieme” in “unità e solidarietà“.

L’unità di tutti per superare questo momento drammatico per i cittadini colpiti dal sisma.

La proposta di “lavorare insieme” che viene fatta ora che il sisma ha colpito e ha prodotto “morte e devastazione”, mentre prima di oggi si è pensato ed agito a colpi di fiducia: per modificare la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, per elaborare l’Italicum la nuova legge elettorale che consegna il paese ad una minoranza, per non abolire il Senato che diventa il parcheggio di nominati in cerca di immunità.

Lavorare insieme e poi la nomina di Errani a commissario della ricostruzione la si decide dentro le proprie stanze.

Per non dire della mostruosa proposta dei funerali di Stato a Rieti, “per evitare disagi a chi viene da fuori viste le condizioni delle strade”, le parole della Postiglione, mentre i 2900 sfollati avrebbero dovuto affrontarli questi disagi, e si sarebbero sentiti come gli abitanti de L’Aquila sradicati dal proprio territorio e mandati a vivere, da montanari, negli alberghi marini della costa.

E questa sarebbe quella che loro chiamano solidarietà.

Quella del Presidente del Consiglio è una proposta di unità e un lavorare insieme, fine a se stessa, fatta: per buttare fumo negli occhi, per cambiare tutto per non cambiare nulla, per salvare il salvabile, ad uso e consumo di un governo di nominati, inadeguato e incostituzionale.

A questa unità a questo lavorare insieme, che non è per tutti, non si può che dire NO.

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La solidarietà, quella vera e sincera, quella dei comunisti, va ai cittadini che hanno perso gli affetti dei propri cari e degli amici e che hanno perso tutto, a questo Presidente del Consiglio, che ostenta commozione come Berlusconi a L’Aquila, a questo Governo, che specula sulle disgrazie altrui, perché i cantieri aperti fanno PIL ci fa sapere il ministro Delrio a Porta a Porta, non si può che dire NO.

Un Paese la nostra Italia ad alto rischio sismico ed idrogeologico, che in Centocinquanta anni, dall’Unità d’Italia ad oggi, è stata interessata da terremoti distruttivi e catastrofici, da Casamicciola isola d’Ischia (1883) passando per il terremoto/maremoto di Messina e Reggio Calabria (1908 – 100.000 vittime), per il terremoto della Marsica e di Avezzano, rasa al suolo, (1915 – 33.000 vittime), fino al terremoto che ha distrutto il centro storico de L’Aquila (2009), senza dimenticare altri terremoti che hanno fatto la storia sismica del Paese: il Belice (1968), il Friuli (1976), l’ Irpinia (1980), l’Umbria e Marche (1997), il Molise (2002) e la Pianura Padana Emiliana (2012).

Terremoti, che vengono classificati come “calamità naturali” ma che in realtà sono da addebitare alle colpe ed omissioni di cui sono responsabili politici, amministratori ed autorità giudiziarie che, negli anni, non sono stati in grado di assicurare a questo nostro Paese un serio governo del territorio e la sua messa in sicurezza dagli eventi sismici, anzi sono stati la causa dei disastri del 24 agosto per via di una ordinanza, la 2741 del 30 gennaio 1998, emanata dall’allora ministro dell’Interno, delegato per il coordinamento della Protezione civile, Giorgio Napolitano che disponeva, per gli interventi urgenti dopo il terremoto di Umbria e Marche del 1997,  “interventi necessari al recupero, con miglioramento sismico, degli edifici pubblici e privati” e non l’adeguamento sismico troppo costoso. Evidentemente Napolitano è abituato a fare disastri ne sanno qualcosa i cittadini della “Terra dei Fuochi”, secretò le deposizioni di Schiavone sul traffico di rifiuti tossici, e la nostra amata Costituzione repubblicana.

Terremoti, che hanno un filo rosso che li unisce: il privilegio della politica dell’emergenza.

Non si risolleva l’economia con l’emergenza, come gli “sciacalli” Vespa e il Ministro Delrio hanno fatto intendere a Porta a Porta, ma con la messa in sicurezza del territorio e con la prevenzione.

Eccola la strada per non piangere ancora i nostri morti, messa in sicurezza e prevenzione. Una strada che necessariamente deve essere distinta in due momenti a fronte dell’emergenza di oggi:

  • aiuto alle popolazioni colpite, messa in sicurezza dell’area sismica e ricostruzione dei paesi distrutti;
  • piano nazionale di prevenzione, riassetto e salvaguardia del territorio e di messa in sicurezza dei centri storici e degli edifici pubblici;

L’aiuto alle popolazioni colpite non può esaurirsi con la tragica conta di morti e feriti e con la messa in sicurezza dell’area sismica, ma va programmata e predisposta da subito la ricostruzione dei paesi distrutti, questa deve avvenire mantenendo lo stesso tessuto urbanistico ed edilizio. In definitiva Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto vanno ricostruite dov’erano e com’erano, non si possono allontanare e/o sradicare le persone dai luoghi dove hanno vissuto fino al giorno del sisma. La priorità è ricostruire dove le persone abitavano le case e le strade in quanto non si può cancellare la storia e il ricordo dove si è sempre vissuto, tutto questo evitando sistemazioni in tendopoli e/o container.

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La prevenzione e la messa in sicurezza delle aree sismiche in Italia significa conoscere il territorio e per conoscerlo bisogna studiarlo ed indagarlo. Significa avere informazioni primarie e secondarie, per aggiornare le mappe di pericolosità sismica, per programmare una pianificazione urbanistica e per realizzare e/o mettere in sicurezza edifici con criteri antisismici. Per fare questo c’è bisogno di utilizzare competenze, professionalità ed esperienze che solo ingegneri, architetti, geologi, sismologi, etc. etc. possono garantire.

Certamente alla classificazione sismica del territorio nazionale, alla pianificazione urbanistica, alla progettazione con criteri antisismici, bisogna aggiungere una condizione fondamentale per  la sicurezza del territorio: la”cultura della prevenzione sismica”, che deve essere patrimonio della classe politico-istituzionale e soprattutto deve essere insegnata a cominciare dalle scuole primarie.

Per studiare ed indagare il territorio e per acquisire le informazioni necessarie a conoscerlo c’è bisogno di risorse, ma soprattutto c’è bisogno di ridefinire la priorità degli interventi dicendo NO al falso sviluppo sostenibile fatto dalla TAV, dal Ponte sullo Stretto, dal Corridoio Tirrenico Meridionale, dalla folle proposta di adeguamento A24/A25 e facendo diventare la salvaguardia sismica ed idrogeologica l’opera pubblica per eccellenza.

Ma per fare questo c’è bisogno di un piano finanziario adeguato alla realtà attuale, un piano che preveda l’intervento diretto dello Stato, senza ricorrere a tassazioni straordinarie, ad Ecobonus, come ipotizzato da Realacci, e/o incentivi, defiscalizzazioni, agevolazioni, sconti sull’Iva, o nuove tassazioni imposte dall’Europa, come la “tassa sulla disgrazia” del Governo Monti, che obbligava le Regioni colpite da calamità naturali ad alzare le imposte e le accise sulla benzina.

Un piano finanziario con la possibilità di accedere a finanziamenti e/o a prestiti a tasso agevolato con interessi all’1%, per la messa in sicurezza anti sismica del patrimonio edilizio storico-culturale e privato, da concedere a chi presenti un progetto di ricostruzione e/o di adeguamento sismico approvato da esperti del settore (ingegneri, architetti, geologi, etc. etc.) e condizionato alla effettiva realizzazione dell’intervento entro un periodo di 5/7 anni.
Queste prime indicazioni vanno approfondite in un dibattito, che deve interessare tutte le realtà del partito e di quanti hanno a cuore la salvaguardia sismica ed idrogeologica di questo nostro Paese, per contrastare la logica capitalistica (e neoliberista in particolare) che riduce al minimo le risorse finalizzate alla prevenzione dei rischi; per un modello di sviluppo sostenibile, fondato sull’uso e il controllo pubblico delle risorse, sulla difesa e la valorizzazione dei patrimoni collettivi, e di tutto ciò che costituisce un “bene comune” come: territorio, patrimonio edilizio, artistico e architettonico.

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