Una storia di “ordinario” inquinamento (per il momento senza colpevoli)

di Giorgio Langella, Comitato Centrale PCI

discaricabussi
La notizia appare quasi per caso, nascosta tra mille altre, di ogni tipo. Ed è una notizia emblematica che racconta una storia di inquinamento provocato dalla discarica più grande d’Europa, dove “qualcuno” ha sversato per decenni sostanze tossiche. Il risultato è che, nell’ecosistema del fiume Aterno-Pescara, i livelli di mercurio sono oltre i limiti di legge, i pesci risultano pesantemente contaminati da metalli pesanti e dalla presenza di sostanze tossiche. È l’Istituto Zooprofilattico d’Abruzzo e Molise a confermarlo ufficialmente nell’ultimo studio reso pubblico qualche giorno fa.

Questo inquinamento ha un’origine precisa. Una causa ben conosciuta e individuabile facilmente nella discarica,“scoperta” nel 2007, che la Montedison ha utilizzato per smaltire i rifiuti pericolosi e i residui tossici delle lavorazioni dello stabilimento di Bussi sul Tirino. Per questo disastro ambientale (che mette in serio pericolo la salute di centinaia di migliaia di abitanti) non esistono, ad oggi, responsabili. Il 19 dicembre 2014 (lo stesso giorno infausto che vide l’assoluzione di tutti gli imputati del processo Marlane-Marzotto) la corte d’assise di Chieti aveva assolto gli imputati dal reato di avvelenamento delle acque “perché il fatto non sussiste” (la stessa motivazione della sentenza di primo grado del processo Marlane-Marzotto) e aveva dichiarato l’intervenuta prescrizione per il reato di disastro ambientale, derubricato da doloso in colposo. Un processo sul quale pesano notizie di irregolarità tanto da essere oggetto di un fascicolo aperto al Csm e di un procedimento a Campobasso per presunte pressioni sui giudici popolari. Un giudizio assolutorio talmente stravagante da provocare, nel marzo del 2016, la decisione della prima sezione penale della Cassazione di “rifare il processo” davanti ai giudici dell’Aquila che dovranno esaminare i ricorsi presentati in Cassazione contro la sentenza emessa il 19 dicembre 2014 dalla Corte di Assise di Chieti.

In tutti questi anni, comunque, il silenzio l’ha fatta da padrone. Qualche notizia sparsa qua e là nello spazio e nel tempo. Isolata da altre informazioni che evidenziano la lentezza della giustizia soprattutto in questi casi, la facilità di arrivare alla prescrizione in processi che vedono imputati esponenti del capitalismo del nostro paese, la difficoltà (se non la ricercata impossibilità) di ricostruire la verità dei fatti e colpire i responsabili di nefandezze (quali sono i disastri ambientali provocati, la mancata sicurezza nel lavoro e le malattie professionali indotte da un sistema spaventoso) che avvengono abitualmente nel nostro paese.

Il vero freno a uno sviluppo umanamente sostenibile nel nostro paese non è il bicameralismo paritario (del resto, quando, si vogliono approvare le leggi che “lorsignori” ci impongono lo si fa in pochi giorni, ne è esempio la riforma Fornero sulle pensioni approvata da Camera e Senato in poco più di due settimane), ma l’impossibilità di condannare chi sfrutta il lavoro altrui, chi, in nome del profitto, distrugge l’ambiente e sfrutta i lavoratori.

La “riforma” necessaria, e sarebbe una vera rivoluzione, è quella di attuare la Costituzione del ’48 rendendo reale la sua prima parte con l’applicazione degli articoli 41, 42, 43 e 44 (che regolano la proprietà e l’iniziativa economica privata subordinandole all’interesse collettivo) e non di stravolgerla per una presunta semplificazione che si tradurrà fatalmente in maggiori privilegi e impunità per “lorsignori” che controllano le leve del potere.

 

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