Partito Comunista Italiano

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USA:224 gli anni di guerra, sui complessivi 240 della loro storia. FUORI L’ITALIA DALLA NATO

L’articolo che accompagna la nostra campagna che vede il PCI, impegnato su tutto il territorio nazionale, di Fosco Giannini, segreteria nazionale PCI – responsabile dipartimento Esteri

Lo scorso 26 giugno, a San Lazzaro di Savena, Bologna, concludendo il congresso costituente del Partito Comunista Italiano, il compagno Mauro Alboresi – che di lì a poco sarebbe stato eletto segretario nazionale del PCI – ha affermato, in modo inequivocabile, che per ciò che riguarda la posizione dei comunisti sulla NATO vi è una sola linea. “Fuori l’Italia dalla NATO”. Per altro, nello stesso documento congressuale della costituente comunista si scrive, in modo altrettanto chiaro: “Per contrastare questa pericolosa spirale di guerra, compito dei comunisti è quello di costruire un vasto e forte movimento per l’uscita dell’Italia dalla Nato, per un’Italia libera dalla presenza delle basi militari statunitensi e di ogni altra base straniera (e libera da armamenti nucleari), per un’Italia sovrana e neutrale, per una politica estera basata sull’Articolo 11 della Costituzione e improntata alla pace, al rispetto reciproco, alla giustizia economica e sociale”.

Perché questa posizione così netta da parte del PCI?

Facciamo parlare la storia, la cronaca, i fatti, che al senso comune di massa dovrebbero sempre parlare e quasi mai ci riescono: dal 4 all’11 febbraio del 1945 Franklin Delano RooseveltWinston Churchill e Josif Stalin si incontrano alla conferenza di Jalta, delineando un – seppur difficile – progetto di costruzione di un mondo di pace dopo la seconda guerra mondiale. La stessa idea dell’ istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) nasce da quella conferenza. Finita la guerra, e sulla scorta degli accordi di Jalta, di Theran ( novembre 1943) e di Mosca (ottobre del 1944), gli USA estendono la loro influenza nell’ Europa dell’Ovest e l’Unione Sovietica nell’Europa Centrale e dell’Est. Solo che l’influenza degli USA è spacciata – nel mondo occidentale – per “politica liberatrice”, mentre quella sovietica per “espansionismo aggressivo”, una violenta accusa del mondo imperialista, questa, che rimuoveva, tra l’altro, il fatto che l’influenza sovietica sulla parte centrale e orientale dell’Europa era anche il prodotto delle vittorie dell’Armata Rossa sui fronti orientali nel 1942-1944 e dalla mancanza di volontà degli USA di aprire un reale secondo fronte sino allo sbarco in Normandia. Il vero problema dell’imperialismo, naturalmente, era quello dell’espansione del socialismo nell’Europa centrale ed orientale, in una congiuntura in cui i partiti comunisti dell’Europa occidentale (soprattutto in Italia, Spagna, Francia e Grecia) erano in grandissima espansione.

Attraverso l’agitazione dello spettro dell’ “espansionismo aggressivo” sovietico, gli USA, il Regno Unito e il Canada fondano, a Washington, il 4 aprile del 1949, il “North Atlantic Treaty Organization”, la NATO, trascinando dietro sé l’Italia, la Norvegia, la Francia, il Portogallo, il Belgio, la Danimarca e altri paesi dell’Europa ovest. Dagli accordi di pace di Mosca, successivi a Jalta e a Theran, erano passati solo cinque anni. Ma erano stati cinque anni di grande espansione universale del pensiero e del prestigio comunista e l’imperialismo reagiva col ritorno alle armi.

La risposta alla NATO da parte sovietica fu data ben sei anni dopo, quando, a Varsavia, il 14 maggio del 1955, venne costituito il Patto di Varsavia, un Patto militare tra i paesi del Blocco Sovietico che visse una propria accelerazione per il fatto – storicamente e politicamente pesantissimo – che una settimana prima della firma del Patto, a Varsavia, la Germania Ovest era entrata ufficialmente nella NATO ( 6 maggio 1955).

Le date storiche dicono quasi tutto: come la NATO nasce sei anni prima del Patto di Varsavia e questo Patto è solo una risposta necessitata alla nuova aggressività imperialista, così, quando il I° luglio del 1991, a Praga, il Patto di Varsavia si scioglie, la NATO non si sciolse anch’essa come prevedeva il suo stesso statuto interno, che trovava nella lotta all’ “espansionismo aggressivo sovietico” la sua ragione d’esistere. La NATO, proprio dallo scioglimento del Patto di Varsavia del 1991, proclama e pratica un suo nuovo ruolo universale, volto alla costruzione di un ordine imperialista mondiale “manu militari”.

Venticinque anni dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, la NATO – innanzitutto al servizio delle politiche imperialiste USA – è il vero dominus del pianeta e dentro sé ha irreggimentato un altro pezzo del mondo: nel 1999 Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (Paesi dell’ex Patto di Varsavia); nel 2004 Estonia, Lettonia e Lituania (già parte dell’ex Urss),Bulgaria, Romania, Slovacchia (anch’essi dell’ex Patto di Varsavia) e Slovenia (già parte della Jugoslavia); nel 2009  l’Albania (un tempo membro del Patto di Varsavia) e la Croazia (già parte della Jugoslavia).

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Per citare di nuovo il documento congressuale del PCI (anche per  mantenerlo “cosa viva”, come merita), dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, “Gli Stati uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana. Fondamentale è preservare la Nato quale canale dell’influenza e partecipazione statunitensi negli affari europei, impedendo la creazione di dispositivi unicamente europei che minerebbero la struttura di comando dell’Alleanza». Sulla base dell’affermazione di tale egemonia politica e militare, implicitamente posta a garanzia della preservazione dell’”american way of life” (degli esclusivi privilegi dei livelli di vita statunitense), si è esplicato l’attivismo bellico dell’unica organizzazione militare rimasta, la Nato, posta a guardia della “difesa collettiva globale”, con nuovi compiti “di polizia internazionale” non più meramente “difensivi” ma esplicitamente offensivi e direzionati su tutti i terreni ritenuti vitali, dal punto di vista geostrategico come da quello economico e di controllo dei flussi di approvvigionamento energetico. Un’organizzazione tenuta rigidamente sotto comando Usa: non è un mistero infatti che il Comandante supremo alleato in Europa sia nominato dal Presidente degli Stati Uniti e che siano in mano agli Usa tutti gli altri comandi chiave della Nato, la cosiddetta “catena di comando”.

Tra la crisi dell’URSS e lo scioglimento del Patto di Varsavia, la NATO, anziché sciogliersi, si scatena: 1989 attacco a Panama; 1991 all’Iraq; 1999 alla Jugoslavia; 2001 all’Afghanistan; 2003 secondo attacco all’Iraq; 2011 alla Libia; 2013 alla Siria. Attraverso la parola d’ordine dell’ “esportazione della democrazia” e della “civiltà occidentale”, vengono ferocemente massacrati popoli, distrutti Stati sovrani e interi sistemi sociali, ritenuti d’ostacolo al piano di dominio globale. Al fine di concretizzare tali progetti di conquista gli USA e la NATO non hanno scrupoli e collocano al loro fianco,evocando, organizzando, sostenendo economicamente e militarmente, le peggiori spinte terroristiche, come i talebani afghani, la stessa al- Qaida e l’Isis.

Sin dalla propria nascita, 1949, la NATO mostra la propria natura imperialista e la propria totale vocazione alla guerra. Tuttavia, nel corso della storia, tale vocazione subisce brusche accelerazioni. E una brutale accelerazione verso la guerra totale la NATO l’ha subita in quest’ultimo scorcio storico.

Per quale motivo?

Dopo la scomparsa dell’URSS l’imperialismo volle credere alla “fine della storia”. Nulla di più idealista e sbagliato: un intero mondo, dall’America Latina all’Africa e all’Asia, reagisce e, in poco più di un quindicennio, mette in campo, oggettivamente, un vasto fronte volto, di nuovo, a spuntare le unghie all’imperialismo. L’acronimo BRIC appare per la prima volta in una relazione della banca d’investimento Goldman Sachs a cura di Jim O’Neill, il quale spiega che “I quattro Paesi ( Brasile, Russia, India, Cina, n.d.r.) domineranno l’economia mondiale nel prossimo mezzo secolo e che le loro economie cresceranno rapidamente, rendendo il loro PIL nel 2050 paragonabile a quello dei paesi del G6 (Stati Uniti d’AmericaGiapponeRegno UnitoGermaniaFrancia ed Italia)”. Il 16 giugno del 2009, a Ekaterinburg, in Russia, c’è la prima riunione dei Paesi aderenti ai BRIC; la seconda riunione si tiene dal 15 al 16  aprile 2010 a Brasilia, capitale del Brasile e vi prende parte anche il Sud Africa.

Nascono e prendono forma i BRICS, la nuova minaccia all’egemonia mondiale imperialista.

La NATO e gli USA, già liberati per la guerra totale dall’assenza del contrappeso sovietico, dispiegano un progetto di aggressione militare sul piano planetario, puntando innanzitutto ad accerchiare, attraverso la collocazione di un numero sempre maggiore di basi NATO ai confini di Russia e Cina, le potenze BRICS dell’oriente ( a ciò serve l’aggressione nazi fascista targata NATO in Ucraina) e puntando altresì ad attaccare, attraverso l’aggressione politica ed economica, la potenza BRICS dell’America Latina, il Brasile, dopo aver tentato per anni di destrutturare – proseguendo in tale disegno – la rivoluzione venezuelana.

D’altra parte, la scelta di accumulare profitti, da parte del capitalismo e dell’imperialismo USA, attraverso la guerra, ha segnato di sé l’intera storia nord americana. Una recente ricerca dimostra come gli Stati Uniti abbiano passato il 93% del loro tempo storico in guerra e abbiano avuto solo 21 anni di pace, dal 1776; mentre sono stati, complessivamente, 224 gli anni di guerra, sui complessivi 240 della loro storia. Dalle guerre di sterminio contro i pellerossa, sino alle guerre attuali ( da quelle del Golfo Persico dal 1987 in poi sino alla guerra in Siria, attraverso le guerre in Nicaragua, Kosovo, Afghanistan, Yemen, Pakistan, Somalia) passando attraverso le invasioni del Messico di fine ‘800 e prima parte del ‘900, dalla guerra di Corea del ’50 – ’53, a quella del Guatemala del ’54;  dalle guerre contro le Filippine e Haiti a quella, lunghissima e sanguinosa, del Vietnam, l’intera storia degli USA può essere descritta come un’unica, lunga ed ininterrotta striscia di sangue imperialista.

Non è dunque un caso, in questo contesto di accentuazione spasmodica dell’ attuale aggressività bellica degli USA e della NATO, che la spesa militare mondiale, in questi ultimi anni, sia giunta alla cifra iperbolica di 5 miliardi di dollari al giorno, una spesa complessiva trainata e in gran parte determinata proprio dalla NATO.

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Ma qual è l’impatto in Italia delle politiche belliche USA e NATO?

Intanto, al di là delle sparate propagandistiche di Donald Trump (che attacca i paesi europei della NATO perché, dal suo punto di vista, non parteciperebbero in modo significativo alle spese generali dell’Alleanza Atlantica) l’Italia spende, solo per mantenere gli ufficiali e i soldati USA sul nostro territorio ( da Aviano alla Maddalena, da Ghedi a Camp Derby, da Niscemi a Vicenza) 400 milioni di euro all’anno. Ai quali vanno aggiunti 80 milioni di euro al giorno per “spese militari generali”, spese in gran parte trainate dal progetto bellico USA e NATO impiantato in Italia. A nessuno può sfuggire cosa possa significare, in termini di taglio generale al welfare e alla spesa sociale italiana, una simile spesa militare  complessiva.

Ma è l’estensione territoriale dell’occupazione militare USA e NATO in Italia a lasciare – una volta che questa stessa occupazione è messa a fuoco nei suoi termini complessivi – stupefatti, sconcertati e, soprattutto, preoccupati. Sono 130 le basi USA e NATO dichiarate in Italia, ma oltre 20 basi militari USA sono totalmente segrete e non ufficializzate, 20 basi (alle quali occorre aggiungere circa 70 insediamenti militari e residenziali USA) di cui non si conosce né la posizione territoriale né la natura dell’arsenale militare, con ogni probabilità – è il senso del segreto – armi nucleari. Molte “pistole fumanti” cioè – per riutilizzare lo slogan USA e di Tony Blair per attaccare l’Iraq – in giro per l’Italia.

Impressionante (quanto sconosciuta a livello di massa) è la capillarità sull’intero territorio nazionale delle basi USA e NATO: dalla Lombardia alla Calabria, dal Piemonte all’Emilia Romagna, dal Friuli Venezia Giulia alla Puglia, dal Veneto alla Basilicata, dalla Sicilia alla Sardegna, in quasi tutte le regioni italiane vi sono basi USA e NATO, con presenze particolarmente significative – sia dal punto di vista della quantità che della “qualità” militare – in Friuli Venezia Giulia, in Emilia Romagna, in Lombardia, in Puglia, in Campania, nel Lazio, in Sardegna, in Sicilia in Toscana, in Veneto.

Dai campi di addestramento per le truppe NATO (anche per interventi bellici sul fronte mondiale), ai poligoni di tiro; dai radar ricchi di radiazioni, che portano tumori e leucemie alle popolazioni locali, alle stazioni di telecomunicazioni volte a trasformare l’intera Penisola in una gigantesca tolda naturale per il controllo del Mediterraneo e del mondo; dagli aeroporti e alle basi aeree dell’Us-Air-Force alle squadriglie di sottomarini nucleari dell’Isola di Maddalena; dagli immensi depositi e magazzini militari, come quello di Camp Darby, in Toscana, alle centrali operative per combattimenti aeronavali, come quello di Palombara, in Sicilia; dalle portaerei nucleari al porto di Gaeta, alla Caserma Ederle di Vicenza (città ove ormai vivono circa 15 mila americani), ove si addestra e si tiene sempre pronto alla guerra uno dei più forti reparti USA in Europa, la 173° brigata aerotrasportata, l’unità d’assalto già “scatenata” in Iraq e Afghanistan: l’intero territorio nazionale italiano è capillarmente, profondamente e pericolosamente militarizzato.

Vi è poi il problema, drammatico, delle armi nucleari. Ordigni atomici, di cui non viene ufficializzata la presenza nel nostro Paese, ma di cui ormai si è a conoscenza. Una ricerca della Fas, la Federation of American Scientists , del luglio 2014, documenta come l’Italia custodisca il numero più alto di armi nucleari statunitensi schierate in Europa: 70 bombe nucleari, di cui 20 a Ghedi, in provincia di Brescia e 50 nei bunker USA di Aviano (Pordenone). Con spese di gestione pesantissime e tutte a carico del nostro paese e pericoli (oltre quelli relativi a possibili utilizzi militari e a possibili e tragiche ritorsioni sulle stesse basi nucleari USA e NATO in Italia) di contaminazioni radioattive sulle popolazioni dei territori che “ospitano” le bombe simili a quelle di Hiroshima e Nagasaki.

Naturalmente, non vi sono, per ciò che riguarda la massiccia presenza militare USA e NATO in Italia, solo i problemi relativi alle immense spese militari che gravano sui lavoratori e sulle lavoratrici del nostro Paese ma anche, e soprattutto,  i veri e propri, continui, pericoli di guerre che queste presenze comportano.

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La storia ci ha dimostrato che un dominio militare segna di se, sul Paese militarmente dominato, ogni aspetto della vita politica, sociale, istituzionale e culturale, sino al punto che sotto il dominio militare dell’occupante cadono anche i governi, le classi dominanti e le  classi dominate, la Legge, l’esercito nazionale del Paese occupato e i suoi stessi servizi segreti. Ciò è accaduto e ancor più  accade oggi anche in Italia, ove le forze militari USA e NATO estendono, di fatto, il loro potere su ogni articolazione del potere generale italiano: sui governi che si succedono e sull’esercito italiano; sulle forze di polizia italiane e sui servizi segreti italiani; sull’upper class e sul movimento dei lavoratori, sulla Legge italiana e sulla sua Costituzione. Non vi è soltanto la cancellazione dell’articolo 11 della Costituzione – in ognuna delle tante azioni militari italiane sui fronti internazionali comandate dagli USA e dalla NATO- ma altri e ancora più oscuri pericoli. Nel drammatico e oscuro caso “Gladio” (dal 1960 al 1985) abbiamo assistito a operazioni ultrasegrete, gestite assieme dalla CIA e dai servizi segreti italiani (il Sifar), attraverso le quali le basi NATO in Italia erano trasformate e venivano utilizzate come sedi progettuali ed operative sia per eventuali colpi di stato ( a cui davvero si è pensato e lavorato), che per lunghi processi eversivi che hanno spesso previsto l’utilizzo, per fini reazionari, del terrorismo italiano. La “Gladio” (l’esercito  organizzato da NATO e CIA per fini dichiaratamente anticomunisti) ha segnato ed orientato tanta parte dell’ultima storia italiana, anche attraverso la costituzione dei “BNC” ( le “Basi Nazionali Clandestine”) e i “Nasco” ( i depositi segreti di armi da utilizzare sia per azioni eversive che per eventuali “golpe”).

Dall’ossessione anticomunista degli USA, che negli anni ‘60 porta, in Italia, alla costituzione dell’esercito segreto della “Gladio”, all’organizzazione, da parte della NATO, dei reparti nazi fascisti di Kiev, per la conquista dell’Ucraina, la strada è la stessa: quella della reazione che punta sia alla conquista dei territori geopoliticamente centrali, che alla distruzione delle forze antimperialiste.

Nulla di nuovo sotto il sole della Storia: i Paesi dominanti (come gli USA) inviano eserciti – come l’antica Roma – nei Paesi da tenere sotto controllo, svuotandone di senso i poteri e caricando sui popoli occupati le spese militari.

C’è stato un tempo che anche a sinistra, persino tra alcune aree di comunisti, in Italia, le parole d’ordine sulla NATO si erano annacquate: ora è il tempo di  una sola parola d’ordine : fuori l’Italia dalla NATO!

Ed è a partire da questa consapevolezza che il PCI si sta già attrezzando per una lunga e vasta campagna nazionale che diffonda tale parola d’ordine; il PCI si sta già muovendo per allargare il più possibile un fronte comunista, antimperialista, di sinistra e democratico che ponga di nuovo la questione, centrale per la pace e la democrazia in Italia, di liberarsi  del tallone di ferro della NATO.

 

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