Partito Comunista Italiano

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VOTA COMUNISTA! VOTA PCI!

di Bruno Steri, Direttore REC – Ragioni & Conflitti

I prossimi 20 e 21 settembre, i cittadini italiani saranno chiamati a votare in merito a un referendum sul taglio dei parlamentari e, contemporaneamente, nelle elezioni regionali di Toscana, Veneto, Campania, Liguria, Puglia, Valle d’Aosta, Marche.

Sulla prima importantissima scadenza e sul connesso imperativo di
esprimere un deciso No all’ennesimo sfregio che si vuole infliggere alla nostra Costituzione rimandiamo, tra gli altri contributi, al Forum pubblicato sulla rivista on line Ragioni&Conflitti, utilmente introdotto da Walter Tucci, e al pregevole editoriale di Andrea Catone proposto da MarxVentuno. Qui di seguito intendiamo invece soffermarci sul voto regionale e sulla presenza in tale scadenza del Partito Comunista Italiano.

“Vota comunista!” era l’indicazione che un tempo campeggiava su giganteschi manifesti, a rappresentare la grande forza del Pci di allora. Oggi torniamo a ripetere quell’invito. E, visti i tempi, capiterà anche di
ascoltare qualche commento demotivato e incredulo, del tipo: “Ma come? Ancora i comunisti?”. Ebbene, penso che in tal caso si debba convintamente replicare: “Sì, ancora i comunisti. Perché oggi, come allora se non di più, c’è assoluto bisogno dei comunisti!”.

Per motivare in generale una tale presenza non c’è bisogno di ricorrere a complessi ragionamenti o a lunghe tirate ideologiche. Basta citare alcuni fatti, considerati ormai parte dell’abituale paesaggio ma non per questo meno eclatanti. Non sono soloi comunisti a fornire i dati di una società profondamente sbagliata (anche se poi il regime mediatico si guarda bene dal diffonderli).

Ad esempio, l’Indice di Bloomberg Billionaires ci dice che tra i 500 più ricchi del mondo ci sono cinque italiani. Per quel che in particolare riguarda l’Italia, i suddetti cinque “fortunati” fanno parte dell’apice di una piramide che il report 2019 della prestigiosa rivista Forbes quantifica in 35 supermiliardari (appunto italiani), per un patrimonio totale di 143 (centoquarantatre !) miliardi di dollari.

Si confrontino ora i suddetti dati con quelli segnalati dall’Osservatorio GIMBE, nel suo rapporto 2019 sulla salute, tra i quali spicca il seguente rilievo: nel 2018, stante la lunghezza delle liste d’attesa, 12 (dodici!)
milioni di italiani hanno rinunciato a (o rinviato) prestazioni mediche private per motivi economici. Dodici milioni! Ma se anche si trattasse di un solo milione sarebbe comunque un’irricevibile oscenità. Che razza di
società è una società che consenta una tale criminale divaricazione: di qua, una montagna di soldi per pochissimi; di là, milioni di persone che, per mancanza di risorse, non possono usufruire di un diritto elementare come quello della cura della propria salute.

Comunisti? Sì, ben vengano i comunisti!

D’altra parte, l’emergenza economica prodotta da quella sanitaria rende la situazione quanto mai preoccupante. Le previsioni sulla tenuta del Paese la dicono lunga su ciò a cui potrebbero andare incontro le classi popolari. La produzione industriale sta vistosamente decrescendo: nell’ambito della manifattura metalmeccanica, per un settore trainante come quello dell’automotive si prevede un calo del 30/40 per cento, con effetti devastanti sull’indotto. Il padronato piange e, con il presidente di Confindustria Carlo
Bonomi, alza il tiro: più soldi alle imprese, pochi (e legati all’incremento della produttività) per lavoratrici e lavoratori, fine del blocco dei licenziamenti.

Nessuna parola sul fatto che nel nostro Paese languono gli investimenti privati (meno della metà di Francia e Germania). “Siamo tutti sulla stessa barca” sostiene Bonomi. Non direi proprio. La cruda realtà è che lo Stato concede miliardi, le regioni elargiscono finanziamenti e poi lorsignori presentano licenziamenti e delocalizzazioni di aziende verso i paradisi fiscali (anche europei, nel totale silenzio di Bruxelles).

Continuamente, su giornali e tv ci tocca leggere e ascoltare il lamento “Le risorse sono scarse”. Ma è proprio così? Nel merito assistiamo ad un paradosso: come detto, il tessuto produttivo italiano rischia di sgretolarsi, i padroni piangono miseria; ma le statistiche ci dicono che gli italiani sono tra i primi detentori di ricchezza, di risparmio privato nel mondo. Paradosso davvero significativo. In effetti, uno studio del Credit Suisse ci informa che la ricchezza nazionale netta italiana ammonta a di 10.853
(diecimilaottocentocinquantatre!) miliardi di dollari. Un discreto tesoretto, ma non per tutti in egual misura. Disaggregando il dato, veniamo infatti a sapere che il 10 per cento dei detentori italiani possiede poco meno della metà della suddetta ricchezza nazionale. E peggio per il restante 90 per cento! Infine, uno studio Info Data (da Il Sole 24 Ore), sviluppando ulteriormente l’analisi del dato, conclude che l’1 per cento
di quei detentori di ricchezza godono del 25 per cento del totale. Siamo davanti ad un vero e proprio trionfo della disuguaglianza. Mentre tali fortune venivano accumulate, i governi (di centro destra e centrosinistra)
dal 2010 al 2018 hanno effettuato tagli al Sistema Sanitario Nazionale per 3 miliardi di euro: ciò ha comportato la perdita di 70 mila posti letto, la chiusura di 359 reparti nonché di alcuni piccoli ospedali, 43 mila operatori sanitari in meno (dati dell’Osservatorio GIMBE). E c’è chi ha il coraggio di sostenere che la lotta di classe è roba vecchia…

Non dimentichiamo infine che le politiche di austerità sono state imposte in questi anni dall’Unione europea: politiche che i governi italiani hanno recepito senza fiatare. Ed oggi siamo all’esaltazione ipocrita dei 209 milioni concessi dal cosiddetto Recovery Fund (Fondo per la Ripresa), una vera e propria polpetta avvelenata gentilmente offerta da Bruxelles. Su tale malintesa provvidenza ci siamo già espressi in altri articoli. Qui ricordiamo solo che, di questi 209 miliardi, ben 127 sono prestiti, che andranno quindi a pesare sul debito pubblico e che dovranno essere presto o tardi rimborsati, ad emergenza finita; che dai restanti 82 miliardi concessi a fondo perduto occorre però sottrarre il contributo che ogni Paese membro deve assicurare a copertura del debito comune contratto dall’Ue sui mercati per costituire questa stessa provvidenza (per l’Italia una sessantina di miliardi da sottrarre quindi agli 82 formalmente concessi); che i soldi inizieranno a fluire nel 2021 (quindi a babbo morto) e che sulla concessione di tutto il suddetto pacchetto pesa la condicio sine qua non del rispetto degli orientamenti e delle “raccomandazioni” di Bruxelles, tutte all’insegna del rigore neoliberista (tagli alla spesa sociale, a salari e pensioni) e di un’insaziabile furia privatizzatrice.

Non sorprende che in sede europea sia stata emessa una vergognosa dichiarazione che equipara il comunismo al nazismo: un tale disprezzo per i diritti sociali fa capire di che pasta sia fatta la loro vuota democrazia e da dove arrivi il loro anticomunismo viscerale.

In antitesi al contesto sin qui descritto, in attesa del socialismo e di una società più giusta di quella capitalistica, i comunisti divulgano il loro programma e le loro proposte. Ne voglio citare qui una sola, di
carattere generale, che risponde al diffuso lamento circa la scarsità di risorse: una patrimoniale sulla grande ricchezza, dunque non certo applicata alla maggioranza della popolazione, a chi non ha nulla o a chi ha messo da parte qualcosa dopo una vita di lavoro. Proponiamo una patrimoniale applicata in termini progressivi soltanto a quel 10 per cento di contribuenti che possiede la metà della ricchezza totale. E’ urgente insomma che torni ad essere visibile un’opposizione alle politiche antipopolari praticate in questi anni e rivelatesi oltre tutto fallimentari oltre che ingiuste. A partire dalle prossime elezioni regionali.

Comunisti? Sì, è ora che tornino i comunisti.
Votiamo Partito Comunista Italiano.

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