Partito Comunista Italiano

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LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE PURA O CAOS

di Luca Battisti, Segreteria nazionale PCI, responsabile Dipartimento Istituzioni e Riforma dello Stato

Il 4 dicembre dello scorso anno c’è stato un risveglio di coscienza democratica nel nostro Paese. L’Italia ha corso una pericolosa avventura; abbiamo corso il rischio essere respinti indietro verso un regime autoritario. Di pancia o ragionato che sia, quel voto popolare così partecipato si è posto, nei fatti, come baluardo della democrazia contro la pretesa di modificare la sostanza vera del nostro ordinamento. Ha respinto il saccheggio della Costituzione figlio della “modernizzazione conservatrice” e tendente alla “privatizzazione della democrazia”, all’armonizzazione del totalitarismo sociale dell’economia e del mercato con l’autoritarismo delle istituzioni, al monopolio del potere stravolgendo, cosi, la Costituzione democratica e repubblicana che, invece, proclama l’eguaglianza tra i cittadini, non la discriminazione tra essi; afferma che deve essere realizzato l’accesso di tutti i lavoratori alla direzione dello Stato. Esclude, cioè, che vi possa essere la direzione di un solo soggetto sociale, che prende nelle sue mani tutto il potere per detenerlo ad ogni costo. Oggi dominano i grandi monopoli. Invece di avere una Repubblica fondata sul lavoro abbiamo un potere basato sul prilegio sociale, sulla discriminazione, sull’esclusione, sulla sfacciata ricchezza di pochi. L’interesse nazionale è identificato con i potentati economico-finanziari contro l’interesse sociale. Da qui nasce la minaccia continua alla Costituzione. Il voto del 4 dicembre ha imposto un certo limite alla prepotenza delle oligarchie, nazionale e trans-nazionali, ma sarebbe illusorio pensare di aver sconfitto definitivamente questa tendenza. L’unico modo per evitare altri assalti è quello di riconnettere questione sociale e questione democratica. Rispettare quel voto significa aprire una nuova stagione di avanzamento della democrazia. Per farlo è indispensabile fermare l’attacco al lavoro che è il fondamento della Repubblica, soggettività politica, ad un tempo, garanzia e alimento della dialettica democratica. Ed è decisivo, per questo, ristabilire “l’autonomia del politico”, che si alimenta della partecipazione popolare quale essenza della democrazia. Autonomia della propria cultura politica capace di un’autonoma elaborazione dei rapporti economici e sociali e delle forme di organizzazione dello Stato. Senza la separazione e, nello stesso tempo la relazione, di economia e politica non è possibile conciliare nell’ambito della medesima forma sociale e statale l’istanza dell’uguaglianza. E infatti lo Stato è ridotto a mera “amministrazione degli interessi”. Ma una politica subalterna all’economia genera uno Stato subordinato all’impresa. Qui si spezza il rapporto cittadini/istituzioni; “scompare dall’animo del cittadino l’immagine dello Stato come prodotto della propria attività”. E non emergono statisti ma “nominati”, non più espressione popolare come supremazia dell’affare pubblico e dell’interesse generale, bensì portavoce e tutori di interessi e poteri privati a cui rispodono. E qui si innesca una pericolosa degenerazione, che produce politici senza politica, personaggi senza personalità, tecnici, burocrati, faccendieri e mestieranti senza altra vocazione e causa corruzione sistemica. L’autonomia, non separata ma interna agli interessi sociali (di una parte non di un ceto), richiama direttamente il principio della sovranità popolare annacquato, funzionalmente e gradualmente, dalle varie leggi elettorali succedutesi, sempre più maggioritarie ed elitiste e ispirate ai principi non neutri della governabilità e della stabilità, che hanno creato precarietà sociale e istituzionale come garanzia feroce e assoluta degli interessi economico-finanziari dominanti. Il concorso tra il maggioritario, tutto proteso a promuovere “soggettività individualizzate” e l’azione di delegittimazione etica dei partiti è stato il meccanismo volto a smontare la democrazia rappresentativa e ad infliggere, così, un duro colpo al suffragio universale. I trattati e i vincoli europei hanno chiuso il cerchio. L’epoca dell’individualismo si compie nella frammentazione della rappresentanza. In questo modo il potere mira a rafforzarsi sul piano dell’adesione e del consenso e, tuttavia, al contempo diviene precario, giacchè si espone a una mutabilità e variabilità dell’elettorato difficilmente controllabili, tanto più dentro una crisi che colpisce strati sociali crescenti di popolazione, omogeneizzandoli e livellandoli verso il basso. Qui si iscrive la tendenza costante al restringimento degli spazi decisionali. Del resto si è visto in cosa consiste “il nuovo modo di fare politica”. Se non la fanno i Partiti la politica la fanno i magistrati, i giornalisti, i grandi comunicatori, la finanza, le logge, i salotti: tutto e tutti protesi a rimuovere e sostituire la pratica dell’agire collettivo. Ma la complessità sociale ripropone, non nega, il problema di una democrazia che non sia mera procedura, bensì potere reale e consenso motivato per uno scopo. La democrazia si pone come ”problema di governo del rapporto tra economia e politica“. Si ripropone, cioè, l’alternativa tra tecnocrazia e democrazia. E se la sovranità popolare è la fonte dello Stato, è lo Stato che crea l’unità del popolo e questo esiste solo nell’atto rappresentativo. La struttura della Costituzione poggia sul riconoscimento reciproco delle basi materiali della soggettività delle diverse forze sociali e solo la più ampia legittimazione democratica può giustificare l’esercizio di un’autorità e di un potere di comando. Il criterio per cui ogni eletto è rappresentante di tutto il Paese, non di un singolo collegio elettorale (tantomeno delle sue relazioni individuali), si concretizza nella misura in cui le Camere sono specchio della Nazione e degli interessi in essa presenti. Ciò è necessario per ricomporre la pericolosa scissione tra cittadini e Stato e il voto proporzionale puro senza sbarramenti (che per definizione escludono), con le preferenze (che chiedono partecipazione attiva) è l’unico modo per dare vita a questo processo: perché afferma il valore di ciascun voto, la sua libertà, la sua autodeterminazione e, quindi, il concorso di ognuno alla vita della Repubblica. Lo stesso criterio della governabilità va inserito e praticato dentro la irrinunciabilità della dialettica democratica. Se la governabilità è declinata come  “stabilità”, ossia gestione dell’esistente assunto come immutabile ed eterno, allora siamo davanti ad una soluzione totalizzante del problema politico, in cui è data una ed una sola forma possibile di organizzazione sociale, che obbliga all’accettazione acritica e passiva. L’opposto della democrazia che chiede, invece, la definizione di mete e valori condivisi, il confronto tra progetti diversi, alternativi di società che domandano compartecipazione e consenso. E quanto più è complessa la società, tanto più occorre mettere in campo un livello adeguato e diffuso di democrazia partecipata che governa i processi, guida le scelte e produce cambiamenti. Se nella cosiddetta prima repubblica si sono succeduti tanti esecutivi (in media uno all’anno), ciò avveniva perché le dinamiche sociali comportavano un adeguamento della composizione dei governi e delle politiche praticate. Questo è democrazia: assumere dal livello del governo la volontà popolare emersa dalla dialettica sociale e dal relativo rapporto di forza.  E quel livello di democrazia ha permesso un avanzamento enorme delle condizioni di vita di milioni di famiglie. Il sistema elettorale proporzionale puro è il solo in grado di rispettare l’immagine costituzionale dello Stato come garante dell’interesse generale, attraverso la rappresentazione degli interessi sociali, particolari ed interdipendenti, quali costruttori delle modalità del loro stare insieme e del loro confliggere. La rappresentanza proporzionale della complessità sociale riassegna allo Stato la funzione di unificazione, poiché questo torna ad essere il luogo della democrazia come possibilità reale dei soggetti sociali di determinare le condizioni e i modi di realizzazione degli interessi e dei bisogni insoddisfatti. Insomma il proporzionale puro, attuando il principio fondante dell’uguaglianza del voto, riconnette la forma all’idea, lo strumento all’obiettivo, lo Stato al popolo e perciò è l’unico che garantisce l’ordine Costituzionale e l’equilibrio Istituzionale. L’alternativa a questo è il caos, che fa comodo solo a chi detiene le effettive leve di comando. Dalla grave crisi di sistema non si esce con meno democrazia: questo è il messaggio di fondo del 4 dicembre. Dare respiro a quel voto significa ripartire dall’idea che la Costituzione assegna al popolo, non ai ceti, la funzione di guida dello Stato. Quindi da questa crisi si può uscire solo con più democrazia e la legge elettorale proporzionale pura ne è l’espressione più avanzata. Qualunque altro sistema elettorale umilia il binomio costituente sovranità popolare/rappresentatività, che è il più efficace antidoto contro la prepotente anarchia del potere e il malsano mercato politico.

 

 

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