Partito Comunista Italiano
Le Tesi del PCI
Le Tesi congressuali costituiscono il documento ufficiale di indirizzo politico-programmatico del Partito, redatto in occasione del Congresso ai sensi delle disposizioni statutarie vigenti. Esse definiscono il quadro di analisi del contesto economico, sociale e istituzionale, individuano le priorità strategiche e orientano l’azione politica e organizzativa nel periodo di riferimento.
Il documento è sottoposto al processo congressuale per la discussione, l’integrazione e l’approvazione da parte degli organi competenti e della base iscritta, secondo le modalità previste dal regolamento. Le Tesi rappresentano pertanto il riferimento vincolante per l’attività politica del Partito e per la definizione delle linee operative a livello nazionale e territoriale.
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Indice
- 1 – TRA PACE E GUERRA
- 2 – NO ALL’EUROPA DEL GRANDE CAPITALE, SÌ A UN’EUROPA DEI LAVORATORI E DEI POPOLI
- 3 – L’ITALIA
- 4 – LA LIBERAZIONE DELLE DONNE NELLA PROSPETTIVA COMUNISTA
- 5 – IL PARTITO E I GIOVANI D’ITALIA
- 6 – LA CULTURA POLITICA DEL PARTITO, L’UNITÀ, IL VOTO
- 7 – AVANZARE NELLA COSTRUZIONE DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO
1 - TRA PACE E GUERRA A gennaio del 2022, nel Documento presentato in occasione del secondo Congresso nazionale del Partito Comunista Italiano, scrivevamo: “La Nato non ha cessato di allargare pericolosamente la propria influenza verso Est, fino a circondare la Russia con basi e armi, anche nucleari, dislocate nei Paesi confinanti. Una tale strategia aggressiva ha comportato ovviamente il consistente aumento delle spese militari globali, trainate da quelle Usa. Ancora una volta, cannoni invece che pane”. Oggi purtroppo la situazione non è affatto migliorata. Anzi, dobbiamo constatare che Il PCI si avvia a celebrare il suo terzo Congresso in un contesto internazionale sempre più dominato dall’alternativa tra pace e guerra. Analisti ed osservatori politici pongono l’accento sul rischio crescente di una terza guerra mondiale, rappresentanti di spicco di governi europei si spingono a prevedere che nelle condizioni date ciò è possibile entro due o tre anni, invitando l’opinione pubblica ad entrare in tale ordine di idee. I titoli comparsi sui giornali hanno cominciato a riflettere questa scellerata tendenza: “L’Occidente si prepara alla terza guerra mondiale”, “La guerra è più vicina” e così via minacciando. Ciò che si propone è una sorta di “suprematismo occidentale”, una presunta superiorità morale dell'occidente che non ha retto, non regge alla prova dei fatti. Il generale aumento delle spese militari è un inquietante indizio di tale clima. Il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) ha recentemente pubblicato un report sulla situazione finanziaria delle 100 più grandi aziende produttrici di armi e servizi militari del mondo: ebbene, tra il 2015 e il 2023 i guadagni totali sono cresciuti del 19%. Tra le 100 imprese analizzate dal SIPRI ben 41 sono statunitensi. Non stupisce quindi che anche nel paese guida dell’Ue, la Germania, le spese militari siano aumentate dell’80% negli ultimi 10 anni. A conferma di tale generale propensione, le cronache offrono significative micro-notizie: come quella secondo cui, sempre in Germania, si sia approntato un APP per aiutare le persone a localizzare il bunker più vicino in caso di attacco bellico; o l’altra che segnala come in Svezia venga distribuito un opuscolo intitolato “Se arriva una crisi o una guerra”. In Italia, il governo di destra di Giorgia Meloni non manca di dare prova di fedeltà euroatlantica; ma la segretaria del principale partito di opposizione Elly Schlein non è da meno: dice che si deve investire nella sanità, ma poi in Europa vota per spostare le risorse del PNRR, che servirebbero alla sanità pubblica, in direzione dell’acquisto di missili e bombe. In effetti, l’escalation impressa alla crisi ucraina è emblematica: essa rappresenta un ulteriore drammatico cambio di fase, dichiaratamente volto a sconfiggere la Russia. Un’involuzione della quale gli Usa e i loro alleati (pur con qualche distinguo) si sono ogni giorno di più fatti fautori, armando, legittimando e incoraggiando l’attacco militare ucraino sul suolo russo. Ed è parte della deriva bellicista in atto anche quanto sta accadendo in Medio Oriente, ove l’azione militare di Israele, che ha investito la Striscia di Gaza e il Libano facendo strage di civili, spinge in direzione di un allargamento del conflitto che può investire direttamente l’Iran; e la recente caduta del governo di Bashar al Assad in Siria a opera di rivoltosi, tra i quali figurano gruppi votati al fondamentalismo islamico, quale conclusione di un processo di destabilizzazione avviato dagli USA e dai loro alleati nel 2011, che ha portato in questi giorni allo scioglimento di diversi partiti, a partire da quelli comunisti, e al riproporsi di un conflitto interreligioso, la dice lunga sul carattere problematico degli avvenimenti anche in questa parte del globo. In tale medesima direzione vanno le politiche di riarmo in chiave dichiaratamente anti-cinese che investono da tempo l’area Indo-Pacifico. Il rischio crescente di un conflitto su larga scala è alimentato da un’evidente motivazione: il consolidamento della propria egemonia nell’ordine internazionale. L’assetto geopolitico affermatosi dopo la “guerra fredda”, ossia quello unipolare a guida statunitense, è infatti messo in discussione dalla Russia, dalla Cina e da altri Paesi i quali, pur assai diversi tra loro, propugnano un assetto multipolare che il blocco occidentale è intenzionato a impedire a ogni costo, anche con la guerra. Le statistiche hanno in questi anni certificato la crisi strutturale del sistema capitalistico a 2 guida statunitense e, all’opposto, la crescita cinese. Si sono cioè ridotti gli spazi di manovra che consentivano al sistema vigente di uscire dalle sue difficoltà. Infatti ha continuato a crescere il peso dei cosiddetti BRICS (acronimo dalle iniziali di Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) e si sono intensificate le relazioni tra questi ultimi; accordi di libero scambio tra Paesi asiatici hanno coinvolto una parte preponderante della popolazione e del Pil mondiali, depotenziando la globalizzazione dell’Occidente neoliberista. In particolare ha preso quota il protagonismo della Repubblica Popolare Cinese, guidata dal Partito Comunista, dichiaratamente volta a costruire il “socialismo con caratteristiche cinesi”, attraverso il varo di giganteschi piani infrastrutturali come quello denominato la “Nuova Via della Seta”, un progetto che ha coinvolto sessantacinque Paesi (l'Italia, in ossequio ai diktat degli USA, ne è uscita). La Cina ha cambiato lo statuto delle relazioni internazionali, sottraendole al giogo dell’egemonia Usa e impostandole sulla base del reciproco vantaggio: ingegneri e operai cinesi hanno operato nei Paesi poveri dell’Africa, saccheggiati per secoli dal colonialismo e dall’imperialismo capitalistici, e ciò ha contribuito a quella che da molti è stata vista come una seconda ondata del processo di indipendenza africano. Il mutamento ha riguardato anche i Paesi che nel Sud America non hanno più accettato di essere il “giardino di casa” degli Usa ed hanno seguito la strada della costruzione di processi democratici, sull’esempio di Cuba socialista e della rivoluzione bolivariana del Venezuela. Così, alla sfida della decolonizzazione si è aggiunto il profilarsi di una de-dollarizzazione: la Cina è oggi il primo Paese importatore di petrolio al mondo, ha superato per la prima volta nella storia gli Stati Uniti. E ciò ha iniziato a rendere meno pervasivo l’uso del dollaro nel sistema dei pagamenti petroliferi. Le difficoltà degli Usa sono dunque alla base di quella che si è proposta come una vera e propria “strategia di contenimento” a Est, in chiara alternativa all’ “espansionismo” cinese. Non a caso, sul piano degli scambi internazionali, negli ultimi anni si è indurito il confronto: già con la presidenza di Barack Obama - e oltre questa- i beni cinesi sono stati colpiti con tariffe e dazi; e se il presidente Usa Joe Biden sin dalla campagna elettorale aveva indicato la minaccia cinese come la “principale priorità”, è difficile immaginare che Donald Trump non opererà in tale direzione. In un contesto drammaticamente incerto, con una ONU ridotto a simulacro, segnato dalla messa in discussione del diritto internazionale, l’Unione Europea (tanto più il nostro Paese), conferma la sua subalternità all’interno dell’alleanza euroatlantica a guida statunitense: assumendo onerosi impegni in politiche di armamento i cui costi si scaricano sulle condizioni dei ceti popolari, alimentando la grave crisi sociale da tempo in atto. Il liberismo economico, la crescente centralizzazione dei processi decisionali evidenziano il vero volto del processo di integrazione capitalista rappresentato dall’Unione Europea: il militarismo e l’interventismo nelle relazioni internazionali segnano la politica estera di un blocco imperialista in formazione (la stessa proposta dell'esercito europeo, comunque parte della NATO, che osteggiamo, è a ciò funzionale). A complicare il quadro, è un dato di fatto l’avanzata delle forze di estrema destra, le quali guidano, partecipano o sostengono i governi in diversi Paesi, promuovono concetti razzisti, xenofobi, sciovinisti e discriminatori che mettono in discussione l’idea stessa di uguaglianza. In Italia, il governo presieduto da Giorgia Meloni, leader di una forza politica che affonda oggettivamente le proprie radici nel fascismo, è pienamente dentro tale deriva, guerrafondaia e regressiva sul terreno dei diritti sociali e civili. Come PCI insistiamo nel dire “no” alla Nato, nel chiedere l’uscita dell’Italia dalla Nato, e per affrontare al meglio un tale scenario internazionale è decisiva l’unione delle forze che nel nostro Paese dicono no alla guerra e propugnano la pace, che si battono per un’Europa dei lavoratori e dei popoli, che guardano a un’Italia assai diversa da quella data. Due epicentri sensibili: Ucraina e Medio Oriente Il Partito Comunista Italiano ha espresso chiaramente e a più riprese il proprio giudizio in particolare sulla crisi ucraina e il riaccendersi del conflitto israelo-palestinese in Medio Oriente, due epicentri sensibili della barbarie bellica. Quanto al primo, una vera e propria crisi nel cuore dell’Europa, va ribadito che l’intervento militare russo, la cosiddetta ”Operazione militare speciale” non è nata come un fungo nel deserto. Era da tempo che gli osservatori internazionali paventavano un’ulteriore offensiva dell’esercito ucraino e delle milizie neonaziste (il famigerato battaglione Azov) contro le due repubbliche separatiste del Donbass, Donetsk e Lugansk, abitate in prevalenza da russi: con l’inevitabile conseguenza di un intervento diretto della Russia a tutela di popolazioni già stremate da otto anni di guerra (dal 2014 in poi) e dal sacrificio di quindicimila morti. In un contesto già abbondantemente compromesso, nel 2022 la Duma (il Parlamento 3 russo) ha accolto all’unanimità la mozione presentata dal gruppo comunista, con cui si è chiesto a Putin di riconoscere le due repubbliche autonomiste, sulla base della motivazione che il governo di Kiev si rifiutava di attuare gli accordi di Minsk e di trattare con i governi di Donetsk e Lugansk: con ciò respingendo di fatto la richiesta di autonomia delle regioni russofone e quella di non adesione dell’Ucraina alla Nato, di non espansione della Nato verso Est. Il conflitto è ancora in corso: il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj, nonostante le gravi perdite umane e materiali, chiede ancora armi; il Segretario generale della Nato Mark Rutte gli fa da sponda dichiarando che è necessario aumentare gli aiuti militari; il presidente Usa Joe Biden ha chiuso il suo mandato predisponendo un pacchetto di 2 miliardi e mezzo di dollari in armamenti, l’ennesimo da inviare all’Ucraina di Zelenskyj. Da parte sua, l’Unione europea conferma il suo appoggio a Kiev, deplorando la Slovacchia e l’Ungheria, Paesi che sin qui hanno rifiutato di partecipare a quest’orgia bellica e di fornire armi. Tuttavia la congiuntura non è immobile. E’ sempre più evidente il fatto che l’Ucraina non sia in grado di riconquistare i territori annessi alla Russia; e, del resto, lo stesso Vladimir Putin vuole chiudere subito le ostilità, non accettando proposte che rinviino una soluzione definitiva (ad es., quella di posticipare di 20 anni l’adesione dell’Ucraina alla Nato) e non essendo d’accordo con un’eventuale presenza di forze internazionali di interposizione. Inoltre non sembra affatto detto che il neo-presidente Usa Donald Trump continuerà a insistere nello spingere Zelenskyj al recupero dei territori persi. Il fatto è che col tempo cresce il numero dei favorevoli a una pace negoziata; e indagini statistiche, come quella condotta da YouGov nei principali Paesi europei, dicono che sono in netto calo quanti si dichiarano favorevoli a sostenere l’Ucraina “fino alla vittoria”. Sembra dunque crescere sempre di più la tensione tra la guerra e la pace. In un altro punto del globo, In Medio Oriente, è riesploso il conflitto israelo-palestinese: recrudescenza che a oggi, nel volgere di soli 15 mesi, ha provocato nella popolazione di Gaza 45 mila morti e oltre 100 mila feriti. Questo il tragico computo dell’azione militare compiuta da Israele e dal suo Primo ministro Benjamin Netanyahu in risposta all’attacco di gruppi armati provenienti dalla striscia di Gaza, operato sotto la direzione di Hamas lo scorso 7 ottobre 2023, con conseguente uccisione di 1200 civili e militari israeliani. I fatti vanno spiegati e giudicati tenendo presente il contesto in cui avvengono; e dobbiamo farlo sinteticamente anche qui. La Striscia di Gaza è in conflitto con Israele dal ritiro israeliano del 2005 e dall’acquisizione del suo controllo da parte di Hamas con le elezioni del 2006. Ma essa è rimasta comunque sottoposta a un blocco (israeliano ed egiziano) che ha portato Human Rights Watch a definirla una “prigione a cielo aperto”. Gaza è isolata dal resto del mondo e l’accesso alle risorse, tra cui cibo, acqua ed elettricità, è controllato da Israele ed Egitto. Il blocco ha causato gravi difficoltà economiche ai palestinesi, ed è stato citato da Hamas come una delle ragioni della sua offensiva. Diciamo ciò tenendo presenti le parole di Amos Goldberg, professore di Storia dell’Olocausto presso il Dipartimento di Storia Ebraica e Studi Contemporanei dell’Università Ebraica di Gerusalemme: “Il 7 ottobre è stata una catastrofe (...). Ma anche quel crimine deve essere compreso – non giustificato – nel suo contesto: la Nakba, l’occupazione, l’assedio, l’apartheid”. E, in riferimento alla reazione israeliana, il professore aggiunge: “Nessun crimine, per quanto atroce come quello del 7 ottobre, giustifica un genocidio”. Il termine usato è assai forte; ma Goldberg ne giustifica l’uso. Le sue parole meritano di essere ancora citate in dettaglio: “La Convenzione Onu per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948 offre una definizione ampiamente accettata. Significa non semplicemente uccidere molte persone, ma avere l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso. E, lo indica il nome, include l’obbligo di prevenirlo. Quell’intento specifico di distruzione è chiaro a Gaza. (...) Gli schemi di annientamento sono innegabili: uccisioni di massa, abbattimento della maggior parte delle abitazioni, distruzione sistematica di ospedali, infrastrutture, edifici religiosi, università e istituzioni; fame, cecchini che prendono di mira persone innocenti, bambini compresi”. Tutto questo è stato compiuto a Gaza; e Gaza non esiste più. Ed è stato compiuto dall’esercito di Netanyahu nel silenzio della cosiddetta comunità internazionale. Lo ricordiamo noi con le parole di un professore israeliano, ribadendo la nostra concreta solidarietà con un popolo che lotta per la nascita e il riconoscimento di un suo Stato: lo Stato palestinese. Mentre scriviamo queste note, è in atto un accordo di tregua che è stato firmato a Doha e che ha consentito uno scambio di prigionieri tra Israele ed Hamas: si tratta di un cessate il fuoco temporaneo che a Gaza ha dato comunque una boccata d'ossigeno a una popolazione prostrata e decimata dai bombardamenti. Ma purtroppo, per Benjamin Netanyahu, la guerra non è affatto finita: “Ci 4 riserviamo il diritto di tornare in guerra” ha precisato. L'obbiettivo resta far si che “Gaza non rappresenti più una minaccia”. Non a caso un esponente del suo governo, il ministro Bezalei Smotrich- il quale ha rigettato a chiare lettere l'accordo senza dimettersi- ha parlato di un'intesa politica con il premier per proseguire nella “distruzione completa di Gaza”. È del tutto evidente che la presenza di simili posizioni non induce all'ottimismo: ciò vale per la questione palestinese e, più in generale, per tutto il contesto medio-orientale.
2 - NO ALL’EUROPA DEL GRANDE CAPITALE, SÌ A UN'EUROPA DEI LAVORATORI E DEI POPOLI Purtroppo per ora non c’è da sperare che, nel quadro della situazione internazionale, segnali positivi provengano dall’Europa. La revisione del “Patto di stabilità” ha provato a diluire ma non ha scongiurato i danni del dogma dell’austerità. In definitiva, il progetto di un’Unione europea come comunità politicamente progressiva e socialmente solidale è fallito, nel senso che l’Ue ha confermato (e sin dall’inizio formalizzato in trattati) una società a misura degli interessi del grande capitale finanziario e a discapito della grande maggioranza della popolazione europea. E’ questa una delle tesi di fondo che presiede all’azione politica del PCI. A dispetto della denominazione utilizzata (“Unione”), come conseguenza della competizione tra capitali più forti e capitali più deboli, non vi è stato alcun processo di integrazione tra Paesi membri, ma al contrario l’ulteriore divaricazione di economie già in partenza diseguali. A quanti propongono “più Europa” si deve quindi replicare che il problema è costituito non da “quanta” Europa ma da “quale” Europa. Dal varo dell’euro in poi si è evidenziato per il nostro Paese “un ridimensionamento di base produttiva (con calo del numero di imprese manifatturiere) senza precedenti nella storia italiana, se si fa eccezione per le distruzioni della seconda guerra mondiale” (Nomisma, 2015). Focalizzando l’attenzione sul confronto tra Italia e Germania, “si vede che il nostro Paese aveva all’inizio della moneta unica una capacità manifatturiera superiore a quella dell’economia tedesca” (ibid.) e che progressivamente tale vantaggio si è annullato a seguito della caduta dell’industria italiana. All’opposto, la Germania ha incrementato il numero delle unità produttive e, tramite questo, la sua capacità di produzione. Ciò è valso in generale per i Paesi dell’area mediterranea in contrapposizione ai Paesi del Nord Europa. In linea con tale tendenza, in Paesi come la Germania e l’Olanda il numero di imprese dichiarate insolventi calava, mentre in Grecia, Spagna, Portogallo e Italia continuava a crescere, con conseguente accelerazione dei processi di acquisizione dei capitali deboli a opera dei più forti. La strada per tentare un riequilibrio – incrementando la produttività dei Paesi cosiddetti “periferici” e sanando i loro conti con l’estero – è stata quella dell’abbattimento del costo del lavoro per unità di prodotto e dei tagli alla spesa pubblica: il caso della Grecia è stato a tal riguardo paradigmatico e il grosso della popolazione greca ne ha pagato le conseguenze. Ma anche il reddito pro capite degli italiani dal 1996 ha preso inesorabilmente a scendere. In definitiva col varo dell’Unione europea e l’inaugurazione dell’euro - entrato in circolazione il 1° gennaio 2002 in 12 Paesi dell’Ue - si è prodotto un epocale cambio di paradigma. In realtà, le nuove regole erano state fissate sin da 1992 col Trattato di Maastricht: limite massimo del deficit pubblico fissato al 3% del Pil, limite massimo del debito pubblico al 60% del Pil, limite massimo del tasso di inflazione all’1,5 %; con la Banca Centrale Europea che, come sua mission prioritaria, ha il compito di controllare il tasso di inflazione (cioè l’aumento dei prezzi e dunque i salari). Si è trattato di una svolta che ha mutato i fondamenti su cui era stata costruita la nostra Repubblica e che ha mortificato gli elementi di compromesso sociale. Con l’Unione europea sono divenuti più dominanti lo “Stato minimo” e l’onnipresenza del mercato capitalistico (il laissez-faire, il lasciar fare alle regole del mercato). I dogmi liberisti si sono imposti: un imperativo scolpito nei Trattati Ue. Non a caso, dunque, questi ultimi vietano quella che dovrebbe essere una normale funzione di politica monetaria esercitata da una Banca centrale: creare liquidità per fornire allo Stato risorse da spendere in servizi essenziali (politica industriale, sanità, istruzione ecc.). Non c’è quindi da stupirsi se da Bruxelles sono piovute direttive che hanno incoraggiato le privatizzazioni o l’adozione da parte delle imprese pubbliche dei criteri di redditività del privato. Questa è stata ed è l’Europa della deflazione salariale, unico vero obiettivo perseguito con determinazione dalla tecnocrazia di Bruxelles. Per i comunisti sin dall’inizio è stato chiaro che non si può superare l’austerità tedesca senza mettere in discussione l’euro e la Ue. In un tale contesto si è configurata oggettivamente una nuova questione nazionale, da intendersi ovviamente non come regressivo ripiegamento nazionalistico, ma come opposizione 5 a un blocco di potere capitalistico transnazionale. Non a caso, la sinistra anticapitalistica ha ritenuto che, almeno in questa fase storica, sarebbe bene mantenere per la compagine europea un carattere confederale; confermando la dimensione continentale come dimensione ineludibile dell’azione delle forze democratiche, ma, nel contempo, lasciando agli organismi statuali nazionali le loro prerogative e anzi utilizzandoli come luoghi di lotta politica. Di contro, è proprio la grande finanza internazionale ad aver suggerito costantemente la revisione di quelle Costituzioni nazionali che in Europa mantengono l’impaccio di un residuale spirito “socialisteggiante”: da tali interessati suggerimenti non a caso è derivata l’introduzione nella nostra carta fondamentale dell'articolo 81, il cosiddetto “pareggio di bilancio”, norma con cui si impedisce ai governi in carica di operare in deficit e che considera qualunque impegno di spesa che sfori la parità di bilancio alla stregua di una dissipazione, indipendentemente dalla qualità di tale spesa. Un tale contesto ha comprensibilmente alimentato l’ostilità di ampi settori popolari nei confronti di Bruxelles (la stessa vicenda Brexit si è inserita in tale ambito). Non era difficile prevedere che ciò potesse aprire per le destre la prospettiva di imprimere un segno reazionario a tale diffusa opposizione, strumentalizzando il tema dell’immigrazione ed enfatizzando pulsioni di chiusura autarchica e xenofoba. La crescita dell’estrema destra in Paesi come l’Italia, la Germania, la Francia ha purtroppo ratificato tale involuzione. Non si può quindi continuare a disquisire di Europa senza proporre concretamente il superamento dell’Ue e dell’euro ( una questione, questa, che è stata e continua ad essere oggetto di studio, di approfondimento a diversi livelli) contrastando il clima allarmistico che ha circondato ad arte una tale prospettiva e che vorrebbe prefigurare con essa un crollo del salario reale. Negli ultimi 25 anni vi sono stati casi di sganciamento da un regime di cambi fissi; e l’impatto sul potere d’acquisto dei lavoratori e sulla distribuzione del reddito nazionale è stato diverso a seconda che esso si sia caratterizzato da destra o da sinistra: in questo secondo caso, l’esistenza di meccanismi istituzionali in grado di agganciare i salari alla dinamica dei prezzi - scala mobile, contratti nazionali, prezzi amministrati ecc. - ha sempre assicurato una buona tenuta dei livelli di reddito. Come PCI, per questa via, anche consolidando l'insieme delle relazioni in essere con tanta parte dei partiti comunisti europei, dobbiamo rilanciare la costruzione di un’Europa che, dall’Atlantico agli Urali, sia davvero un’Unione intergovernativa di sovranità nazionali democratiche, una Confederazione di Stati sovrani, volta alla pace, alla collaborazione, alla solidarietà con gli altri Paesi e popoli.
3 – L’ITALIA La fase politica, la crisi del Paese e l’opposizione del PCI Al presente, l’Italia è governata dal governo più a destra della storia repubblicana. Una coalizione segnata da una cultura populista con caratteri di massa, dalla difesa di gruppi di potere e di interesse corporativi e privati, da pulsioni e motivi apertamente antisolidali e antidemocratici, quando non da interventi sul terreno della cultura e dei riferimenti ideali via via assunti, tesi a negare le radici antifasciste della Repubblica, il valore politico e civile della Lotta di Liberazione, il lascito tuttora attuale della Resistenza. Segni gravi tra cui vi è, per l’appunto, il proporsi in via sempre più frequente di fenomeni espliciti e diffusi di neofascismo che mostrano un tratto endemico relativo alla nostra storia e cultura nazionali, evidenziandosi come il risultato di un lungo lavoro di erosione della memoria civile e di destrutturazione della coscienza critica collettiva. Una compagine governativa che conferma la deriva autoritaria in essere, di cui è espressione il DDL 1660 in materia di sicurezza pubblica, e che, facendo leva su un diffuso senso di insicurezza, largamente riconducibile alla sua narrazione, agisce all'insegna di “legge e ordine”, anziché sul necessario equilibrio tra prevenzione e repressione. Tali manifestazioni, sommandosi alla crisi materiale del Paese e al venir meno di una funzione di orientamento ed educazione dei partiti di massa di ispirazione antifascista e, tra questi, di una parte larga delle stesse forze della sinistra italiana, hanno permesso il ripresentarsi di pulsioni e pratiche apertamente fasciste sottolineate da atti d’odio razziale, rinnovato antisemitismo, segni di rivolta eversivi e “antisistema”, nutriti dal disagio profondo di un Paese lacerato, impaurito e impoverito. Il tutto è maturato nel solco di un processo di insistente attacco ai diritti del lavoro, al protagonismo dei lavoratori e dei cittadini, allo Stato sociale e alle conquiste del movimento operaio italiano ed europeo. Le politiche antipopolari prescritte da Bruxelles e fedelmente applicate dai governi italiani (di centrodestra e centrosinistra) hanno immiserito in questi anni il Paese, a partire dall’imposizione di pesanti tagli di bilancio che hanno stroncato sul nascere la possibilità di riavviare uno sviluppo socialmente e ambientalmente 6 sostenibile, capace di alimentare l’offerta e la domanda di beni. Le retribuzioni di lavoratrici e lavoratori (le prime ancor più delle seconde) sono scese ben al di sotto della media europea, rendendo tutti sempre più poveri, insicuri, soli, quali prodotto del modello imperante. L’allungamento dell’età pensionabile per un verso e l’affossamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (pur al momento rimesso in discussione da un referendum popolare promosso in merito dalla CGIL e sostenuto anche dal nostro Partito), confermano tali politiche. L’attuale governo Meloni segue la strada dei precedenti governi, assecondando le richieste di Confindustria e facendo pagare alle lavoratrici e ai lavoratori il conto della crisi economica. Non sorprende quindi la cancellazione del reddito di cittadinanza, la privatizzazione dei servizi locali, l’attacco portato avanti contro lo stesso assetto statuale unitario in nome di una sgangherata e pericolosa autonomia differenziata dei poteri regionali, contro cui si èra mossa una forte mobilitazione democratica, che deve continuare nonostante non sia stato ammesso il quesito referendario. A fronte dell'offensiva capitalista in atto, tesa a smantellare, a negare diritti sociali fondamentali, nonché a mettere in discussione i diritti civili acquisiti, a negarne di nuovi -emblematica la questione LGBTQI+-, il PCI rinnova il proprio impegno volto a promuovere forme di resistenza, di lotta in difesa degli uni e degli altri, iniziative atte a rimettere in campo quanto necessario alla loro riaffermazione, al loro sviluppo. Diritti sociali e diritti civili debbono e possono “marciare assieme”, contro una politica che comprime le esigenze e le attese delle stesse nuove generazioni che ben testimoniano il carattere della crisi, a partire da una condizione di precarietà strutturale che nega una saldatura adeguata ed efficace tra studio (diritto allo studio) e prospettive di lavoro e di vita. Una precarietà di speranza e di futuro che accusa il nostro presente, figlia dell’assenza prima di tutto di un piano di investimenti e di un piano generale del lavoro in grado di risollevare l’intero Paese. In merito siamo di fronte a un deficit grave sul piano delle politiche economiche a partire dalla mancanza -che l’azione del governo conferma- di un vero piano industriale, di un orizzonte produttivo su cui attestare in via avanzata il “sistema Paese” tenendo conto di tradizioni, di vocazioni territoriali, di cultura e competenze produttive. In questi anni sono avanzati spoliazione industriale e manifatturiera, svendita sul mercato internazionale di produzioni di eccellenza e di intere filiere e brevetti, delocalizzazione e smantellamento di impianti a discapito innanzitutto dei lavoratori e dei diritti conquistati in decenni di lotte; non è in pari misura, per quanto sarebbe stato urgente, avanzata un’idea unitaria -e tantomeno alternativa- dello sviluppo, a danno della capacità di assumere la sfida dettata dall’affacciarsi sul mercato globale di nuove dinamiche e richieste che pretendono sempre più cura e forti investimenti in direzione delle nuove tecnologie e del ricorso all’IA, quali snodi che oggi connettono in via massiccia ricerca, conoscenza e formazione produttiva, aggiornamento degli obbiettivi industriali. Anche da questo i segnali di progressivo declino del Paese, di impoverimento e desertificazione economica che molto dicono in merito alla crisi del tessuto sociale che investe frontalmente aree diverse; che molto chiariscono della verticale crisi del commercio di vicinato medio e piccolo e dell’artigianato di qualità, della fuga dei “cervelli” verso frontiere del pensare, produrre e fare più accoglienti, stimolanti, remunerate. In un contesto assai critico, le poche eccezioni rispetto a questa linea di accentuazione della crisi confermano in modo preoccupante elementi di subalternità culturale e politica alle politiche UE e Nato in atto, a partire dall’industria bellica nazionale e dalla produzione ed esportazione di armi, che, anche alla luce delle tragedie e dei fronti di guerra aperti in Europa, in Medio-Oriente e nel mondo, ha visto un incremento significativo di committenza e produzione. Un segnale tragico che ferisce spirito e sostanza del dettato costituzionale stridendo con ben altre necessità del Paese su cui sarebbe necessario puntare con forza: la sanità, la scuola, la formazione e la cultura, i servizi, i trasporti e la logistica, la difesa di un territorio fragile. L’Italia, al netto di “retorica e appelli” a più riprese rivolti ai giovani-, continua invece a mancare di uno sguardo sul mondo e di un’idea generale della società capaci di assumere in concreto politiche innovative e di svolta, in grado di rispondere alle richieste di fondo dell’attuale generazione. Una condizione che deprivata di prospettiva spinge al rifiuto della partecipazione attiva alla vita pubblica e alla politica, produce in più d’un caso seri fenomeni di perdita di ruolo e di ripiegamento (abbandono dello studio e contemporanea rinuncia alla ricerca di un lavoro). In proposito, è necessario dare segnali culturali e politici in forte controtendenza. Dinanzi a tutto ciò, i comunisti dicono “no” al profitto sulla salute, sì al rilancio del servizio pubblico, alla costruzione di nuove politiche del lavoro e di politiche innovative per i giovani e le ragazze. Per un modello di sviluppo socialmente equo ed eco-sostenibile serve “Più Stato e meno mercato”; questo resta l’asse di riferimento e la filosofia a cui si ispira l’azione del PCI mentre si rende necessario insistere nella costruzione di una ferma opposizione al governo Meloni, da svilupparsi attraverso la promozione di un’opposizione di massa e di classe attorno a una piattaforma politica alternativa. La questione istituzionale è questione democratica La fase che sta attraversando il nostro Paese è il portato di una lunga catena di errori politici e di governi, sia di centrodestra che di centrosinistra, incapaci di una visione e di una progettualità, per così dire, attuativa del disegno costituzionale. All’indomani, infatti, della promulgazione della Carta del 1948 sono iniziati molteplici e reiterati tentativi di modificarla, anziché attuarla sempre più e meglio, pur essendo stata riconosciuta come una delle più avanzate al mondo. In effetti, la nostra legge fondamentale disegna – almeno sulla carta - un progetto di società democratica, laica, partecipata, fondata sul lavoro e progressista: quanto basta per essere considerata socialista dalla finanza globale e dal capitale internazionale. Disegno contro cui non si sono scagliati solo Licio Gelli o la J.P. Morgan, ma vi hanno subdolamente contribuito, nel tempo, diverse forze politiche, non solo reazionarie; dal berlusconismo al renzismo e, ancor prima, governi di centrosinistra, che hanno introdotto le prime forzature a partire dalla violazione del principio del ripudio della guerra (art. 11), fino alla modifica del Titolo V°, che ha stravolto il rapporto Stato-Regioni, dando origine all’odierna “secessione dei ricchi”, in parte depotenziata dalla Consulta, con la sentenza 192/2024, che, però, ha successivamente dichiarato inammissibile il quesito referendario, per l’abrogazione totale della legge 86/2024, ritenendolo lesivo di una norma costituzionale (art.116,3°c. del Titolo V°). Una decisione deludente, che non ha tenuto in alcun conto l’ordinanza della Corte di Cassazione, che pure, a dicembre, aveva ritenuto legittima la riformulazione del quesito referendario, e che ha sottratto ai cittadini il diritto di pronunciarsi su una legge di vitale importanza per gli assetti istituzionali e democratici del Paese, come dimostrano le firme di circa 1.300.000 elettori, raccolte in solo due mesi di una torrida estate. Ora è necessario rilanciare la lotta, che il PCI sostiene da tempo, per ripristinare il contenuto e la ratio originali del Titolo V° della Costituzione, deturpato dalla controriforma del 2001, voluta per assecondare le smanie secessioniste della Lega e realizzata da un governo di centrosinistra, che ha aperto la stura a pericolose riforme costituzionali e a tutti i tentativi di secessione succedutisi nel tempo. Già nelle tesi del nostro 2° Congresso sostenevamo che si è progressivamente sostituita, di fatto, alla Carta del 1948, una Costituzione materiale – più idonea a sostenere la necessaria ristrutturazione capitalista - con una serie di controriforme che hanno modificato importanti assetti costituzionali e istituzionali: l’abolizione del sistema elettorale proporzionale, sostituito da leggi elettorali maggioritarie, che falsano l’effettiva proporzionalità della rappresentanza (noi insistiamo a favore del primo, senza sbarramento, affinché il Parlamento torni ad essere il luogo della rappresentazione del conflitto sociale, della sua ricomposizione); la riduzione di un terzo dei parlamentari, che alza ancora più la soglia di sbarramento discriminando le forze minori; come l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione (art. 81), che abbatte la spesa per lo Stato sociale; come il continuo dissolvimento del patrimonio pubblico, e la privatizzazione di aziende e asset strategici dello Stato, senza alcuna valutazione dell’effettiva ”utilità sociale” degli stessi (art. 42). Un continuo susseguirsi di forzature, dettate da questa o quella contingenza, da questa o quella convenienza politica, che hanno progressivamente disatteso le reali esigenze dei cittadini, affievolito la spinta alla partecipazione democratica e deteriorato il rapporto tra cittadini e politica, sempre meno rappresentati dai partiti e dalla loro funzione costituzionale di rappresentanza organizzata della volontà popolare (art. 49), alimentando sfiducia e astensionismo di massa e allargando la frattura tra elettori ed eletti. Tutto ciò ha creato le basi di un percorso che ha inesorabilmente portato ad un governo di destra. E non c’è da meravigliarsi se tale governo ha fatto dell’attacco frontale alla Carta del 1948 la sua principale missione (“rivolteremo questo Paese come un calzino !”, prometteva Meloni in campagna elettorale); missione che portano avanti con estrema determinazione gli stessi che, pur avendo giurato sulla Costituzione, non l’hanno mai realmente accettata. Si sono, in sostanza, determinate le condizioni per la spallata finale e la sostituzione della Carta del 1948, nata dalla lotta di liberazione, dalla Resistenza e dall’antifascismo, con una nuova legge fondamentale, epurata il più possibile da quei principi e da quei valori mai condivisi seriamente e solo ipocritamente evocati da questo governo. Non si tratta più e soltanto di sostituire alla Costituzione una Costituzione materiale, ma di fare un ulteriore passo avanti: dare, cioè, l’estremo assalto all'impalcatura stessa della nostra democrazia costituzionale, su cui sono nate e si reggono le nostre 8 istituzioni, la divisione stessa dei poteri e i principi costituzionali che si compensano a vicenda, si bilanciano e si tengono in reciproco equilibrio, come i poteri dello Stato. Contro questa architettura e a colpi di maggioranza si promuovono controriforme come l'autonomia differenziata, il premierato, la riforma della giustizia - che stanno a fondamento del patto scellerato tra FdI, Lega e FI - cui si aggiungono, per un maggiore connotazione autoritaria, il disegno di legge sulla sicurezza, la gestione dell’informazione. Senza contare che l’estrema sudditanza agli USA ed alla NATO, che potrebbe portare ad affidare a un privato plurimiliardario americano la stessa sicurezza nazionale in campo civile e militare. Verrebbe da dire con il costituzionalista prof. Ainis: “una riforma al giorno, toglie la Costituzione di torno!”. Con l’autonomia regionale differenziata l’Italia rischia di dividersi tra aree geografiche forti e deboli, di compromettere l’unità nazionale con venti “staterelli” autonomi, di sottrarre allo Stato la sua funzione regolatrice su materie strategiche per la coesione del Paese e di indebolire i diritti fondamentali dei cittadini, secondo la loro residenza territoriale. Per la Costituzione del 1948 la tutela dei diritti fondamentali (la salute, il lavoro, l’istruzione) spettano nella stessa misura a tutti, altrimenti diventano privilegi. La legge Calderoli divarica ancora più le condizioni di vita e di sviluppo tra il Nord e il Sud, come di seguito evidenziamo. Con l’elezione diretta del Presidente del Consiglio si stravolge la Costituzione perché compromette la divisione dei poteri, toglie funzioni fondamentali al Capo dello Stato e al Parlamento, che vengono declassati: il primo venendo privato dei suoi poteri più pregnanti (nomina premier e scioglimento Camere) e divenendo, il secondo - da sede delle decisioni legislative, che dà e toglie la fiducia al governo, di cui controlla l’operato - ostaggio del premier, che controlla e decide l’elezione dei parlamentari. Un Parlamento, cioè, che non rappresenterebbe più il Paese, ma solo una mera struttura di servizio del governo. Con la cosiddetta riforma della giustizia si punta essenzialmente a cancellare l’obbligo di esercitare l’azione penale e alla separazione delle carriere tra requirente e giudicante, secondo il vecchio disegno berlusconiano, che rispetto ai problemi della giustizia non serve a nulla, perché solo lo 0,2% dei magistrati cambia funzione ogni anno. In realtà si vuole subordinare alla maggioranza politica del momento la potestà punitiva dello Stato, mettendola sotto il controllo del potere politico e violando così l’autonomia e la divisione dei poteri, alla base della nostra democrazia. Senza contare che a breve dovranno essere rimpiazzati altri tre giudici della Consulta di nomina parlamentare e la maggioranza ha i voti per modificare il volto della Corte, che dovrà a breve prendere importanti decisioni sulla cosiddetta riforma della giustizia (che ha già cancellato l’abuso d’ufficio e diminuito le intercettazioni). C’è il rischio di politicizzare la Consulta, minandone alla radice l’indipendenza. Per una riforma seria della giustizia, invece, andrebbero fortemente potenziati il personale e gli uffici, affinché funzionino i processi e si velocizzi l’istruttoria dibattimentale. Da ultimo, ma non per importanza, l’attacco sferrato alla democrazia costituzionale dal disegno di legge sulla sicurezza mostra Il volto autoritario di questa destra e della sua subcultura nostalgica. Del resto la limitazione del dissenso è già stata teorizzata nel documento del 28 maggio 2013 della J.P. Morgan e assunta da vari governi succedutisi in Italia nell’ultimo decennio. Un disegno che costituisce, quindi, il punto di approdo di tendenze già emerse nella vicenda politica italiana, che introduce nuovi reati e ripenalizza reati in precedenza depenalizzati, con modifiche al Codice Penale tipiche di un regime violento e autoritario. Una scelta di indirizzo politico che mostra il suo carattere cinico e antisociale, che colpisce le aree del disagio, le vite di scarto nelle grandi città, i senza casa e i migranti, cui viene negata perfino la libertà costituzionale di comunicare, e penalizza le donne incinte o madri di neonati che debbano scontare pene detentive. Un disegno che esorbita i confini dello Stato costituzionale, rappresenta una forte stretta repressiva sulle lotte operaie e popolari, limita il diritto di sciopero e investe lo stesso rapporto tra poteri pubblici e cittadini, nell’evidente intento di reprimere e criminalizzare qualsiasi forma di dissenso anche pacifico, di soffocare per tempo ogni protesta e/o contestazione su scelte politiche del governo: assieme all’escalation bellica procede conseguentemente l’escalation della repressione del dissenso. Spetta ai comunisti la ferma opposizione a questo governo e al suo disegno eversivo, che ha l’obiettivo di archiviare la Costituzione del 1948 per andare verso una terza Repubblica e cercare una diversa legittimazione in una Costituzione stravolta nelle caratteristiche antifasciste. Il PCI si batterà per una profonda alternativa a questo stato di cose e per la ricostruzione di quel nesso tra socialismo e democrazia contenuto nella Carta del 1948, che va difesa e attuata fino in fondo e con ogni mezzo democratico. La questione meridionale La questione meridionale è da sempre presente nell’agenda politica di tutti i governi che si sono succeduti dall’unità d’Italia a oggi, ma nessuno di essi è mai intervenuto sulle reali cause del fenomeno. Già Gramsci nel 1916 scriveva: «L’unificazione pose in intimo contatto le due parti della penisola. L’accentramento bestiale ne confuse i bisogni e le necessità, e l’effetto fu l’emigrazione di ogni denaro liquido dal Mezzogiorno nel Settentrione per trovare maggiori e più immediati utili nell’industria, e l’emigrazione degli uomini all’estero per trovare quel lavoro che veniva a mancare nel proprio paese…» A più di cento anni di distanza da quelle parole l’economia nel Meridione è sicuramente mutata, seguendo lo sviluppo del capitalismo, ma i termini della questione rimangono sostanzialmente invariati. Il necessario riequilibrio tra nord e sud è rimasto lettera morta, oggetto di mera propaganda, e le aspettative di volta in volta generate sono risultate disattese. Ciò a cui si è assistito, in realtà, è stato un gigantesco spostamento di risorse pubbliche dal Sud al Nord, il progressivo depauperamento del Meridione che lo ha portato a essere largamente terra di conquista per la speculazione e per il malaffare, preda di un sistema mafioso sempre più organico ai centri economici e finanziari, pervasivo, irradiato stabilmente sull'intero territorio nazionale. Oggi l’avanzare della crisi e dei suoi effetti risulta particolarmente marcata in relazione alla condizione sociale e alle aspettative di riscatto ulteriormente tradite del Mezzogiorno. Tutti gli indicatori evidenziano, infatti, la pesante regressione che tuttora investe il Sud, il suo tessuto produttivo, la condizione materiale di tanta parte dei suoi abitanti a seguito delle politiche liberiste promosse in questi anni dal centrodestra e dal centrosinistra, ai diversi livelli, in un quadro oscillante tra recessione e stagnazione. Emblematico è quanto attiene all’occupazione, in particolare quella giovanile e femminile, alla condizione reddituale, all’aumento costante dei tassi di povertà relativa e assoluta, al deperimento drammatico dei servizi, in primis quelli sanitari legati alla cura e alla tutela delle persone (Pronto Soccorso, plessi ospedalieri e posti letto, dotazione specialistica disponibile, personale medico, infermieristico e figure di riferimento e presenze qualificate destinate all’attività territoriale prossima al collasso, del tutto insufficienti o addirittura ormai assenti soprattutto nei piccoli e medi centri), alla fuga verso il Nord (e più spesso l’estero) di quote rilevanti di competenze (laureati e non solo) e figure specializzate; elemento che determina -in un circuito perverso- l’ulteriore difficoltà del nostro Mezzogiorno a risollevarsi. A partire dal 2008, dietro il paravento delle “riforme economiche”, chieste a gran voce dalle classi dirigenti settentrionali, abbiamo assistito al più grande spostamento di investimenti dello Stato verso le Regioni del Nord e all’abbandono degli investimenti in realtà industriali che occupavano un ruolo strategico nell’economia nazionale, per lo più allocate nel Mezzogiorno. Ricordiamo che, secondo lo SVIMEZ, tra il 2013 ed il 2015 i tagli della spesa pubblica al Sud sono passati dal 4,5% del PIL al 6,2% mentre nello stesso periodo, al Centro-nord i tagli passavano dal 2,2% al 2,9%. In quegli anni sono stati smantellati o fortemente ridimensionati gran parte dei vecchi e nuovi poli di sviluppo localizzati nel territorio meridionale, occupati da industrie strategiche per l’economia italiana: il polo dell’alluminio in Sardegna (Alcoa) e quello dell’acciaio dell’ILVA di Taranto, la Fiat di Pomigliano d’Arco con il suo indotto, l’Irisbus ad Avellino, il distretto industriale del casertano (Firema, Indesit, Jabil ), Whirlpool, la Fincantieri di Castellamare di Stabia, per citarne solo alcuni. Tra i nuovi poli di sviluppo, nati dalla spinta dell’imprenditoria locale negli anni ‘80 e’ 90, vanno segnalate le crisi del distretto del salotto lucano-pugliese, quello dell’abbigliamento di Isernia, quello serricolo di Comiso-Vittoria, quello delle calzature del Salento e quello del tessile/abbigliamento di Barletta. Sul piano occupazionale, gli effetti sono stati devastanti, in particolar modo in Campania e Calabria. La Campania che, nel decennio precedente la crisi, era la regione meridionale a più alto tasso di sviluppo, è letteralmente crollata: il tasso di occupazione è sceso al 39%; il settore industriale a più alto investimento pubblico è collassato, registrando nel triennio 2008/2011 una perdita del 20,7% degli addetti. Possiamo affermare che la crisi capitalistica ha prodotto un quasi totale azzeramento dei poli e distretti industriali che si erano consolidati nei decenni precedenti; e, quindi, un annullamento delle politiche industriali per il Mezzogiorno del ventennio 1961/81. Siamo di fronte, nella sostanza, a un allargamento del divario tra Nord e Sud del Paese. Il governo Meloni, come altri prima, ha formalmente posto la questione meridionale tra le proprie priorità, ma le risorse a essa indirizzate attraverso lo spostamento e la destinazione di fondi europei (Recovery Fund e soprattutto quanto relativo ai progetti contenuti nel Recovery Plan), si evidenziano a tutt’oggi inadeguati alle reali necessità del Sud, ancora una volta più orientati a nutrire gli interessi dei poteri forti che alla realizzazione di una reale svolta dello stesso. Va ricordato che nelle Regioni del Mezzogiorno vive il 34% della popolazione italiana, a cui va solo il 28% della spesa pubblica, inclusi i fondi europei che dovrebbero essere aggiuntivi; e per voci decisive per lo sviluppo sociale, economico, turistico, come gli investimenti ferroviari, anche meno del 20%. La terribile crisi generata dalla pandemia ha ampliato fenomeni quali il sovraindebitamento delle famiglie, l’interesse delle mafie ad acquisire attività commerciali o aziende in crisi, lo sviluppo dell’attività usuraia, per non dire, infine, dell’attenzione delle mafie a subentrare nella gestione delle imprese o camuffare la propria presenza attraverso i cambi di proprietà e titolarità delle imprese. La grande disponibilità di denaro, derivante dagli strumenti finanziari europei messi a disposizione per fronteggiare la crisi, da reinvestire in attività lecite diventa uno strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti. La sanità è stato un esempio lampante di come la corruzione abbia influenzato la gestione dell’emergenza. Lo strumento dei massicci investimenti pubblici, idoneo per superare la crisi, accompagnato dalla compressione dei tempi di esecuzione dei lavori e dalla semplificazione delle procedure, non ha fatto altro che dare nuova linfa al sistema corruttivo delle organizzazioni criminali che, approfittando delle deroghe al codice appalti e al codice antimafia, hanno infiltrato in modo ancor più pervasivo il settore degli appalti pubblici, generando un allarmismo non solo a livello nazionale ma anche sovranazionale. Il Meridione d’Italia è parte della periferia europea e parte della periferia italiana, avendo subito un secolare sviluppo diseguale nell’ambito della costruzione nazionale e subendo uno sviluppo diseguale nell’ambito della costruzione del polo imperialista europeo con l’enorme contraddizione di dover rispondere ai “padroni” USA. Una caratterizzazione di questo sviluppo diseguale è espressa dalla desertificazione produttiva (ma solo nel senso del lavoro stabile), nel ruolo di discarica, di riserva di manodopera disponibile a basso costo e di sperimentazione sociale ed ecologica. Bisogna smettere di pensare al Sud e ai Sud come a zone di mancato sviluppo capitalistico, cui consegue l’inevitabile corollario ‘sviluppo vs. sottosviluppo’. Le aree periferiche sono esattamente il risultato storico dello sviluppo capitalistico, molto spesso sono state e continuano a essere aree di sperimentazione e di laboratorio sociale. Basti pensare alla precarizzazione dei rapporti di lavoro: per gli sfruttati del Sud non è assolutamente una novità. Una specificità del ‘nostro’ Sud è la presenza, capillare e socialmente radicata, delle cosiddette mafie, che sarebbe meglio chiamare “capitalismo criminale”. La lotta contro le mafie, cioè contro il capitalismo criminale, o è lotta anticapitalistica tout court oppure è mistificazione consolatoria. Il Mezzogiorno d’Italia è divenuto un territorio deprivato, terra di conquista per speculatori, rafforzando anche per quella via il potere delle mafie, sempre più organicamente connesse ai poteri economico finanziari. Se lo sviluppo capitalistico del Sud è stato all’insegna – come sottolineato da Emiliano Brancaccio – di un ossequio agli interessi delle classi possidenti mediato in termini di consenso dalla distribuzione di prebende, è bene tenere presente il legame di questi due elementi per non degradare ad un parassitismo di carattere, magari razziale, la ricerca di strumenti di sussidio dei redditi delle fasce socialmente più deboli, bensì alle necessità strutturali della produzione. Nel corso del 2024 alcuni dati economici provenienti dal Mezzogiorno hanno contribuito a dipingere l’immagine di una crescita del Mezzogiorno che supererebbe il Centro-Nord e che macinerebbe record di occupati. Parte del merito andrebbe all’istituzione della ZES Unica (Zona Economica Speciale), che ha sostituito dal gennaio 2024 le precedenti sette ZES regionali, creando un quadro integrato per lo sviluppo economico del Mezzogiorno. I vantaggi offerti dalla ZES unica sarebbero: riduzione degli squilibri competitivi tra le imprese operanti in territori limitrofi, creazione di un'area attrattiva per gli investimenti, con incentivi differenziati per rispondere alle diverse esigenze produttive e strategiche degli investitori, semplificazione amministrativa e, soprattutto, agevolazioni fiscali per abbassare il costo del lavoro. Tuttavia si tratta di vantaggi veri e apparenti allo stesso tempo, che vanno decriptati: la contabilità scientifica, ad esempio, avverte che aumentano gli occupati ma diminuiscono le ore lavorate e si ingrossa la schiera dei lavoratori poveri. Inoltre il Piano della ZES unica individua nove filiere strategiche: Agroalimentare e Agroindustria, Turismo, Elettronica e ICT, Automotive, Made in Italy di qualità, Chimica e Farmaceutica, Navale e Cantieristica, Aerospazio e Ferroviario. Il sostegno, dunque, riguarda solo alcune filiere produttive utili a fornire prodotti intermedi alle industrie del Nord e dell'UE o come esportatrici. La prospettiva è quella di assistere ancora una volta a uno "sviluppo a macchia di leopardo” che vedrà industrie di eccellenza in alcune zone (il polo aerospaziale napoletano e pugliese, la meccatronica barese o l'SMT di Catania) e desertificazione industriale non solo delle aree interne ma di tutte quelle che non diverranno anelli delle catene del valore. L'elenco delle filiere rende chiaro che la maggior parte delle zone meridionali saranno tagliate fuori e che resterà la voragine di stagnazione produttiva dalla quale non si riesce a uscire, persistente normalità al Sud. Anche per le infrastrutture, oltre alla faraonica opera del Ponte sullo Stretto di Messina che ha un costo stimato di circa 15mld di euro, ci sono interventi finalizzati solo a inserire il Mezzogiorno sulle grandi direttrici TEN-T dell'UE perché la logistica e le reti di trasmissione elettrica e dei flussi energetici siano garantiti sempre e solo alle produzioni del Nord Italia ed europee, mentre aree come la Basilicata si vedranno sempre più messe ai margini. In questa prospettiva il Mezzogiorno d’Italia è destinato a seguire le vie di sempre: alcune zone con produzioni di eccellenza con merci destinate ai mercati internazionali, e la maggior parte dei territori utilizzati come hub logistico ed energetico, visto che sarà attraversato da gasdotti e reti di trasmissione elettrica con destinazione Nord Italia ed Europa. Anche la narrazione filogovernativa del rientro delle filiere della componentistica dislocate nei paesi asiatici è destinata a crollare, sebbene i sostegni finanziari agli investimenti siano sostanziosi: il costo del lavoro non sarà mai tale da poter competere con i livelli salariali che si hanno in Polonia, in Serbia o in Marocco. Dire che il Mezzogiorno è un problema in via di soluzione non corrisponde a verità, perché l’emigrazione giovanile prosegue massiccia e oltre 100 miliardi di risparmi del Sud emigrano ogni anno per essere impiegati dalle banche del Nord. Questo complesso e complicato scenario ci pone dei compiti urgenti di analisi e di riconsiderazione dei classici strumenti di intervento, per la definizione di linee programmatiche per un’autentica politica meridionalista: non basta più chiedere lo sviluppo, l’investimento, la riproposizione di modelli industriali assistenziali come quelli della Cassa del Mezzogiorno (anche se una Banca del Sud statale sarebbe forse necessaria) e delle fabbriche degli anni ’60, ma va impostata una strategia basata sulla qualità e l’integrazione dello sviluppo, per impedire che eventuali investimenti possano provocare ulteriore devastazione sociale, ambientale, antropologica, con massiccio impegno di risorse statali: occorre cioè “Più Stato meno mercato”. Immaginare uno sviluppo del Mezzogiorno vuol dire invertire la narrazione attuale che vuole un Nord europeo produttore e un Sud luogo di transito delle materie prime e consumatore di quanto prodotto altrove. Il Mezzogiorno d’Italia gode di tutte le condizioni favorevoli per diventare polo di sviluppo, ricerca e innovazione che guidino la crescita di tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Nessuno sviluppo è possibile nelle catene del profitto capitalistico, che sottomette alle sue logiche la dignità umana e la tutela del territorio. Una nuova politica meridionalista non può che basarsi sulla socializzazione degli investimenti, secondo le seguenti linee guida: 1. La bonifica e la messa in sicurezza del territorio sono condizioni indispensabili alla sua riqualificazione e al rilancio di due settori produttivi fondamentali: l’agricoltura ed il turismo. È indispensabile per il Meridione portare a compimento i progetti di bonifica dei siti più inquinati (Terra dei fuochi, ILVA, poli petrolchimici), avviare interventi che contrastino il dissesto idrogeologico e l’isolamento delle zone interne e costiere, dare una spinta forte allo sviluppo delle energie alternative e pianificare un ciclo integrato dei rifiuti (riduzione a monte della produzione di rifiuti; implementazione spinta della raccolta differenziata con il metodo del porta a porta; realizzazione di impianti di compostaggio/biofermentazione; trattazione a freddo della frazione residuale ; marginalizzazione dell’incenerimento e del conferimento in discariche. Nel campo dell’agricoltura pensiamo sia giusto non rinunciare a porsi l’obiettivo di una relativa sovranità alimentare, come la “crisi del grano” dimostra, che va intesa non come reazionaria chiusura ad un equo e paritetico commercio internazionale- con particolare riferimento alle produzioni alimentari dei Paesi antimperialisti di Asia, Africa e America Latina- ma come capacità di “fare sistema” attraverso lo sviluppo di un grande polo agroalimentare che superi l’eccessivo frazionamento della produzione e che faccia della salvaguardia del territorio il suo principio portante. Nel campo del turismo, fattore preliminare è la bonifica delle acque. Ci riferiamo al sistema idrico obsoleto e danneggiato con ingenti perdite di acqua potabile e alla non balneabilità di parecchi chilometri dei nostri litorali per la carenza cronica di depuratori. E’ indispensabile salvaguardare il tratto costiero attraverso piani territoriali che impediscano la distruzione del patrimonio naturale. Infine bisogna mettere in campo una intelligente pianificazione che intrecci il vasto patrimonio naturalistico e culturale del Sud, in modo da distribuire al meglio nel corso di tutto l’anno l’accesso turistico al Mezzogiorno. 2. Per sviluppo sostenibile s’intende un processo integrativo che tiene conto delle vocazioni naturali del territorio, l’adeguamento del sistema produttivo che garantisca la sicurezza sociale ed economica (a partire dall’introduzione di un salario minimo garantito) e la sicurezza in termini di impatto ambientale sul territorio. Ciò deve essere ottenuto anche attraverso lo sviluppo di poli di ricerca legati alle università del Sud e l’istituzione di centri di ricerca in un’ottica di pianificazione e sviluppo di progetti produttivi avanzati, tenendo conto dell’alta scolarizzazione del Sud e del grande numero di eccellenti ricercatori costretti ad emigrare verso i Paesi europei e nordamericani, secondo una visione sistemica che preservi ed integri le aree di eccellenza già esistenti e sviluppi progetti su agricoltura e biodiversità della Regione Mediterranea, in un’ottica di sinergia con i Paesi che si affacciano sulle sue sponde. 3. Lo sviluppo della sicurezza sociale deve porre al centro la dignità della persona (lavoro, sanità, politiche sociali) e deve esser fondato sulla partecipazione e il controllo popolare. Fondamentale diventa anche un nuovo approccio legato alla gestione del fenomeno dell’immigrazione: il Mezzogiorno è approdo naturale per i flussi migranti che provengono dal continente africano, che deve essere gestito nel rispetto della dignità delle persone. Proponiamo quindi l’abolizione del fallimentare Testo unico sull'immigrazione (legge Bossi-Fini), incapace di fornire strumenti adeguati all'accoglienza e all'inserimento di nuovi concittadini, oggi obbligati a una condizione di clandestinità gestita dalle mafie. 4. Creazione e implementazione dei distretti basati sulle vocazioni naturali dei territori nei quali sia importante l’impegno di risorse pubbliche: si pensi che i distretti industriali (141 in Italia) costituiscono circa un quarto del sistema produttivo del Paese e occupano circa un terzo dei lavoratori; su 141 distretti industriali rilevati dall’ISTAT, 82 sono collocati al Nord, 38 al Centro e solo 17 al Sud e 4 nelle isole. 5. Riteniamo necessari, per il Mezzogiorno e per l’Italia, l’introduzione di un Reddito Universale che aiuti i cittadini a superare l’incubo della disoccupazione e della povertà, assieme al diritto alla casa e ad affitti popolari commisurati alle capacità economiche e diritto a un lavoro che non sia riduzione in schiavitù. Il PCI, anche in relazione all’attualità del pensiero meridionalista gramsciano, resta convinto che il rilancio del sud sia decisivo per il futuro dell’Italia e che occorra una svolta profonda negli indirizzi e nell’ utilizzo appropriato delle risorse. Il Sud abbisogna di un forte intervento dello Stato, volto a un’adeguata infrastrutturazione di base, allo sviluppo di un tessuto produttivo capace di assecondarne le potenzialità e la vocazione, lontano dalla logica delle “cattedrali nel deserto” affermatasi in passato; teso a tutelare e valorizzare le grandi risorse ambientali e culturali delle quali dispone, a chiamare a raccolta le capacità e le intelligenze delle quali può avvalersi. In questo quadro ribadiamo il nostro “no” al Ponte sullo Stretto, che a nessun titolo corrisponde alle priorità di fondo legate allo sviluppo e alla ripresa del Sud, che invece può proporsi come ponte politico e nuovo volano di sviluppo economico per il collegamento tra l’Italia e i Paesi del Mediterraneo e con l’Asia, cogliendo le potenzialità date dai processi di interconnessione sempre più marcati tra le diverse aree del mondo in atto. La “questione meridionale” resta un nodo politico che come comunisti e comuniste assumiamo per intero a partire dalle ragioni del nostro “no” netto, alla legge Calderoli (L. 86/2024 “Attuazione dell’Autonomia Differenziata delle Regioni a Statuto ordinario”) – destinata sin dalla sua formulazione ad allargare ancor più la forbice delle diseguaglianze e a esporre la Repubblica al pericolo di un suo smembramento. Oggi più di ieri, in un mondo sempre più globale e interconnesso, senza una coerente ed efficace politica per il Mezzogiorno d’Italia, non vi è condizione utile per lo sviluppo e possibilità di reale cambiamento per il Paese intero. Il lavoro, questione prioritaria per i comunisti I governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno accettato i dettami delle organizzazioni imprenditoriali favorendo delocalizzazioni, perdita di diritti, aumento della precarietà, diminuzione delle retribuzioni, cancellazione di garanzie per chi lavora, libertà di sfruttamento. Se si aggiunge il progressivo sfaldamento e la frammentazione delle organizzazioni sociali e politiche che avrebbero dovuto rappresentare chi vive del proprio lavoro, diventa chiaro come la situazione sia drammatica. La dismissione di attività industriali importanti, anche strategiche e la loro cessione a multinazionali comportano per il nostro Paese un declino che sembra irreversibile. A questo bisogna contrapporre un progetto di cambiamento di sistema. Dobbiamo avere, noi comunisti, la capacità e la competenza di proporre un piano industriale che sia declinato a favore non degli sfruttatori e di chi controlla la finanza ma di chi lavora e degli sfruttati. Il lavoro, di fatto, non è stato più considerato fattore fondamentale di inclusione sociale, emancipazione individuale e partecipazione alla vita collettiva, sottolineato dalla nostra Costituzione. La suddivisione sempre più netta della società in sfruttatori e sfruttati deve prendere atto del profondo cambiamento nel mondo del lavoro con la progressiva proletarizzazione di parti importanti del ceto medio e del lavoro autonomo con la nascita di nuove tipologie e nuove forme di sfruttamento non solamente fisico. È necessario, quindi ripensare alla composizione della categoria degli sfruttati, nella quale si devono annoverare, oltre alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti delle fabbriche, anche quella parte di ceto medio sempre più prossima alla povertà, gli artigiani, chi è costretto ad aprire partita Iva, gli immigrati, le lavoratrici discriminate con retribuzioni e diritti inferiori rispetto ai lavoratori, i giovani sempre più precari ai quali è stato tolto il futuro. Il PCI è e deve essere protagonista di quella ricostruzione della coscienza di classe e della solidarietà tra chi lavora che risultano indispensabili per contrastare in maniera efficace il declino industriale e morale del paese, la precarietà diventata forma normale di lavoro, il progressivo impoverimento di chi lavora per vivere con retribuzioni in calo rispetto a quelle di decenni fa e inferiori a quelle degli altri Paesi industrializzati, l’insufficiente rappresentanza per chi vive del proprio lavoro, la frammentazione e la proliferazione di innumerevoli contratti di lavoro, la crescente mancanza di sicurezza con il drammatico aumento di infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro. Il PCI ritiene che la ricerca, la tecnologia, l’intelligenza artificiale, le nuove invenzioni, le reti informatiche e i contenuti delle informazioni (più o meno sensibili), tutto quanto è prodotto dall’innovazione non possano essere lasciati nelle mani di una élite di individui, ma devono essere considerate strumenti di produzione materiali e immateriali controllati e a disposizione della collettività. Sono beni comuni il cui uso deve essere indirizzato al benessere generale e non al profitto. Il ruolo di uno Stato come protagonista, pianificatore e progettista di una politica industriale è imprescindibile. La realizzazione di un nuovo Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), che si integra nelle parole d’ordine “Più Stato e meno mercato”, diventa più che mai attuale e necessaria. Il PCI ritiene indispensabile una legge che consenta alle lavoratrici e ai lavoratori una giusta e reale rappresentanza, così come è necessario dichiarare il fallimento della concertazione che si è dimostrata contraria alle esigenze e ai bisogni di chi vive del proprio lavoro. Compito del Partito non è sostituirsi ai sindacati, ma fare politica e operare per la ricostruzione di un ampio fronte di lotta unitario tra chi vive del proprio lavoro. Il PCI non ha, quindi, un sindacato di riferimento, ma interloquisce con tutti i sindacati e sostiene le mobilitazioni e gli obiettivi utili a promuovere i conflitti e le lotte utili per un reale miglioramento delle condizioni di lavoro. Il persistere di una scandalosa questione fiscale che vede la concentrazione della ricchezza in un esiguo numero di persone, unitamente a leggi che criminalizzano le proteste dei lavoratori e che rendono sempre più povero, precario e insicuro il lavoro sono questioni che devono essere affrontate non in maniera estemporanea ma sulla base di quel progetto di cambiamento di sistema e di modello di sviluppo che è sempre più necessario. Il PCI non può limitarsi alla denuncia, ma propone a tutte le forze che si impegnano nel mondo del lavoro di partecipare alla costruzione di un cantiere aperto con l’obiettivo di realizzare un fronte unitario di lotta utile a cambiare lo stato di cose presente. Un fronte che abbia come obiettivi: la riduzione del tempo di lavoro a parità di retribuzione, al duplice scopo di migliorare la qualità della vita con la contestuale assunzione di nuovi lavoratori; la riscrittura del diritto del lavoro, attraverso una legge che preveda il rovesciamento della disciplina e dei contenuti normativi attuali, a cominciare dal fondamentale ripristino dell’articolo 18 della legge 300/1970 e dalla sua estensione a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori; l’abolizione del lavoro precario e di ogni forma di caporalato, rivedendo e riducendo al massimo le tipologie dei rapporti cosiddetti atipici e soprattutto rendendo nuovamente causali i contratti a tempo determinato, oltre a fornire garanzie giuridiche e continuità retributiva, a carico della finanza pubblica, per i lavoratori intermittenti e stagionali; la salvaguardia dell’occupazione impedendo il ricorso indiscriminato ai licenziamenti; il contrasto alle delocalizzazioni con apposita legislazione che preveda il recupero maggiorato dei finanziamenti pubblici erogati e impedendo qualsiasi speculazione con il vincolo delle aree dismesse a uso produttivo o sociale; la garanzia della salute e sicurezza sul lavoro, intesa non solo in relazione agli infortuni, ma anche alle malattie professionali, e introducendo anche per legge la possibilità di contrattare l’organizzazione del lavoro da parte di lavoratori e lavoratrici in collaborazione con gli organi preposti alla vigilanza e al controllo, che devono poter contare su adeguate e diffuse risorse umane e materiali per tutti i settori produttivi; istituire il reato di omicidio sul lavoro, reintroducendo la piena responsabilità del datore di lavoro e aumentando i tempi necessari per la prescrizione dei reati sul lavoro; la revisione della disciplina degli appalti, eliminando i subappalti a cascata e gli appalti dei servizi consistenti in fornitura di sola manodopera, ancorché diretta dall’appaltatore, e forte limitazione, qualitativa e quantitativa, della possibilità di ricorso ai subappalti; la messa a punto di nuovi strumenti di lotta al lavoro nero con l’introduzione di sanzioni progressive per la mancata regolarizzazione anche su disposizione degli organi ispettivi; la revisione e la ricostruzione di un sistema di ammortizzatori sociali che favorisca il mantenimento dell’occupazione, anche nelle fasi di possibile subentro di nuove iniziative di nuovi imprenditori e in occasione di procedure concorsuali; la valorizzazione in tema di retribuzione della garanzia di cui all’articolo 36 della Costituzione, sotto il profilo della salvaguardia del potere d’acquisto reale e della adeguatezza alla qualità, oltre che alla quantità della prestazione; anche a tale riguardo si pone con forza la questione dell’aumento dei salari e degli stipendi; l’introduzione di un reddito minimo garantito orario di almeno 10 euro netti legato all’aumento del costo della vita; l’introduzione di un reddito sociale garantito per chi è senza lavoro e/o in fasce d’età ormai espulse dal mercato del lavoro, da ordinare con la legislazione di allargamento dell’occupazione, attraverso la riduzione d’orario; in ogni caso estensione dell’assegno sociale nella fascia d’età 56/65 anni per i soggetti in possesso dei requisiti previsti dalla legislazione sull’assegno sociale; sul piano collettivo e della democrazia sindacale, l’introduzione di una legge sulla rappresentanza sindacale che metta al centro il consenso dei lavoratori destinatari di ogni negoziazione e contenga comunque forti garanzie antidiscriminatorie; la salvaguardia del contratto collettivo nazionale di lavoro come fonte principale di disciplina dei rapporti di lavoro, con previsione di applicazione dello stesso ai soci lavoratori di impresa cooperativa, e regolazione adeguatamente incentivata di una contrattazione integrativa non contraddittoria rispetto alla contrattazione nazionale; la necessità di un piano di sviluppo della ricerca e dell’innovazione tecnologica che devono diventare strumenti per consentire di lavorare meno, meglio, in sicurezza; la garanzia di uguali condizioni di lavoro e di retribuzioni per ogni lavoratrice e lavoratore senza distinzione di residenza, di sesso, di etnia, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Contrastare la trasformazione dello stato sociale da strumento di promozione a supporto di politiche di arricchimento e di privatizzazione Nere nubi si addensano su quel che resta dello stato sociale italiano con la decisione dell’Unione Europea di vincolare gli Stati membri a conformarsi ai “nuovi criteri di governance che mixano politiche di austerità selettiva - in quanto colpisce selettivamente lavoratori e pensionati - con politiche di riarmo, grazie al Piano Strutturale di Bilancio, strumento programmatico pluriennale basato su misure programmatiche e misure di contenimento. Il governo Meloni dopo averne sostenuto l’approvazione a livello europeo, in sede di Legge di Bilancio ne ha fornito una pedissequa applicazione, programmando insieme all’aumento delle spese militari tagli della spesa pubblica per oltre miliardi all’anno nei prossimi 7 anni. In ossequio ai dogmi del neoliberismo il governo di destra non opera sul versante dell’aumento delle entrate tassando profitti, grandi redditi e ricchezze e colpendo evasione ed elusione fiscale e contributiva, ma interviene sul versante della riduzione della spesa netta in termini reali in tutto quello che resta dello stato sociale, con riduzione della spesa pubblica per la sanità, l’istruzione e la ricerca, le politiche sociali, gli investimenti pubblici, i salari e le pensioni. Cresce solo la spesa militare. Per la sanità i provvedimenti contenuti nella Legge di Bilancio e che in assenza di opposizione sociale varranno per il medio periodo, si articolano in: a) riduzione progressiva della spesa pubblica rispetto al Prodotto Interno Lordo: a fronte di un incremento medio annuo nominale del PIL pari al 3%, il Fondo Sanitario Nazionale cresce del 1,78%, determinando una riduzione tendenziale del già ora insufficiente finanziamento della Sanità Pubblica che oscillerà intorno al 6% del PIL, distanziandosi ulteriormente da quello degli altri principali Paesi europei, in cui è pari al’8% per Francia, Germania e Regno Unito; la spesa pubblica pro capite da noi è di 2500 € contro valori di 4400, 5500 e 3800 (dati OCSE); b) incremento del ricorso al privato accreditato; c) una serie di misure specifiche per lo più non strutturali, in rari casi episodicamente positive ma con rinvio a modalità applicative da definire ulteriormente, nel complesso sempre flottanti perché non inserite in un organico Piano socio sanitario nazionale. Per le pensioni, sconfessando le promesse elettorali, il governo Meloni: ripristina pienamente la Legge Monti-Fornero; azzera sostanzialmente la flessibilità in uscita rendendo virtuale l’accesso a Opzione Donna, Ape sociale (anticipo pensionistico) e quota 103 (pensione anticipata al raggiungimento di almeno 62 anni di età e di 41 anni di contributi); introduce l’allungamento, per ora volontario, della permanenza al lavoro fino a 70 anni; non rivaluta le pensioni erose dall’inflazione; prolunga i tempi di erogazione di TFS e TFR (trattamenti di fine servizio e fine rapporto) e aumenta le pensioni minime di 0,26 € al giorno. Nelle politiche sociali, dopo l’abolizione del Reddito di Cittadinanza, i cui limiti sul piano dell'incrocio tra domanda e offerta di lavoro abbiamo a più riprese sottolineato, ma che ha dato una importante risposta a fasce sociali in oggettiva difficoltà, le misure di contrasto alla povertà sono irrilevanti, mentre le politiche bipartisan di de-finanziamento dei Comuni ed a sostegno della concentrazione dell’offerta da parte di aziende sanitarie e delle multi-utility hanno dato luogo ad una spoliazione di molti servizi nei territori periferici e nei Comuni di ogni dimensione.. In questa cornice bonus per le nuove nascite e gli interventi sui nidi sono misure prive di visione sistemica, le politiche giovanili sono per lo più orientate a incrementare misure punitive nel settore delle dipendenze, il Piano Casa Italia “resta una misura programmatica su cui non convergono risorse prima del 2027/2028, mentre il Fondo per il sostegno alla morosità incolpevole, che pure interessa un milione di famiglie, non riceve stanziamenti. Nel complesso assistiamo a un ulteriore giro di vite nel medio periodo delle politiche di supporto al privato da parte dello Stato neoliberista italiano in una cornice europea che vede il ritorno di politiche di austerità, volte a finanziare le spese belliche, ad aprire spazi all’offerta privata e a garantire condizioni di favore per élite finanziarie e classe medio-alta.. Queste vengono supportate pro attivamente nell’estrarre plusvalore dalla risposta ad ampi bisogni sociali, avvantaggiando gruppi assicurativi operanti nei settori polizze sanità e polizze vita, in cui crescono manovre opportunistiche di matrice bipartisan anche grazie al traino degli accordi contrattuali, sostenendo il ricorso al privato in sanità, rafforzando la rendita fondiaria: i fruitori di questo stato sociale volutamente sottofinanziato e mal gestito ricevono un “servizio per poveri”, venendo con ciò umiliati e puniti per non aver avuto successo nel divenire imprenditori di sé stessi. Il PCI è radicalmente contrario a queste misure e chiama alla lotta sociale per: (1) una qualificata sanità pubblica, universale, gratuita; per la ridefinizione dell’assetto dei servizi di promozione, prevenzione, cura e riabilitazione ospedalieri e territoriali, per una diffusa rete di servizi sociali e socio-sanitari rivolta agli anziani, ai disabili, a tutti coloro che vivono condizioni di difficoltà. Il nostro partito si batte per sostenere azioni politiche volte tanto a contrastare la privatizzazione del nostro Servizio Sanitario Nazionale quanto a sostenerne la ripubblicizzazione partecipata, in un’opportuna combinazione di azioni dal basso di resistenza alla spoliazione di servizi nei territori, lotte all’inquinamento ambientale, lotte alla nocività e agli omicidi nei luoghi di lavoro, posizionamenti espliciti con le forze politiche della sinistra di classe per una efficace programmazione sociosanitaria nazionale, posizionamenti espliciti con le forze sindacali per una inversione delle politiche concertative e delle commistioni con i settori assicurativi privati; per il superamento della “Legge Fornero”, attraverso il ritorno alla normativa precedente, debitamente integrata in relazione ai cosiddetti lavori usuranti, per uniformare la contribuzione ai fini previdenziali delle diverse tipologie di rapporto di lavoro, per separare nettamente la previdenza dall’assistenza, per il superamento della frammentazione delle diverse casse previdenziali vigenti, per portare le pensioni minime a 1000 euro al mese. Il diritto alla casa è stato dimenticato. Secondo l’Osservatorio nazionale sulle politiche abitative in Italia mancano almeno 500 mila alloggi popolari, circa 650 mila famiglie (1,4 milioni di persone) sono in graduatoria in attesa di un alloggio popolare, a fronte dell’esistenza di oltre 50mila immobili vuoti per mancanza di manutenzione. A rendere ancora più esplicita questa situazione riportiamo il dato pubblicato dall’ISTAT: in Italia ci sono circa 2 milioni di edifici abbandonati. Denunciamo le scelte di questo governo che, a fronte di questa drammatica situazione, avrebbe potuto meglio utilizzare i fondi del PNRR e dare un segnale in controtendenza rispetto a questo dramma che dura da anni e che richiama anche alle responsabilità politiche dei governi di centro sinistra. A questa carenza di alloggi e alle difficoltà economiche di tantissimi nuclei familiari si è aggiunto, ormai da alcuni anni, il fenomeno del B&B (Bed and Breakfast) e l’utilizzo selvaggio degli alloggi da parte dei privati che preferiscono affitti brevi o giornalieri con un guadagno maggiore. Il PCI ritiene urgente e non più rinviabile una lotta politica, la più unitaria possibile, e l’apertura di una grande vertenza nazionale che si basi su proposte immediate e di medio e lungo termine: blocco degli sfratti per morosità incolpevole senza una concreta alternativa; stop ai B&B in attesa di una seria regolamentazione da parte delle Regioni; recupero del patrimonio edilizio inutilizzato (7 milioni di immobili secondo l’Istat); ripristino e rafforzamento del Fondo affitti e del Fondo morosità incolpevole; rendere fiscalmente oneroso il mantenimento di case sfitte; riqualificazione e rilancio del patrimonio di edilizia pubblica; una nuova legge nazionale sull’equo canone che possa calmierare il costo degli affitti; un programma pluriennale di realizzazione di nuovi alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica. Su questa situazione drammatica il PCI chiama tutte le forze politiche di alternativa, le organizzazioni sindacali e sociali, a una lotta comune. Territorio, agricoltura, ambiente, clima, salute È assodato che il modo di produrre capitalistico, per il profitto impresa per impresa nel minor tempo possibile e tendenzialmente verso una crescita illimitata delle merci e del capitale accumulato, sfrutta il lavoro umano e nello stesso tempo distrugge progressivamente territorio, ambiente, foreste primarie, biodiversità in terra e in mare, salute umana, e provoca, mediante l’uso di fonti di energia prevalentemente di origine fossile, un riscaldamento climatico crescente, il quale continua a provocare, in ogni parte del pianeta e sempre più frequentemente, eventi climatici estremi, inondazioni devastanti, siccità, desertificazione di suolo potenzialmente agricolo, incendi disastrosi anche per il contrasto al riscaldamento climatico, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello dei mari con la messa in pericolo dell’abitabilità di coste, di città rivierasche anche molto popolose, di isole e interi arcipelaghi, l’insicurezza delle popolazioni e il numero crescente di profughi climatici. Il modo di produzione capitalistico è riuscito perfino a modificare le caratteristiche della crosta terrestre a tal punto da aver portato a qualificare l’attuale periodo della storia della vita umana sul pianeta, dalla rivoluzione industriale in poi, come “antropocene”(era degli esseri umani): poiché però questa trasformazione non è attribuibile all’intera specie umana in quanto tale, ma al modo di produzione capitalistico, è molto più pertinente qualificare questo periodo come “capitalocene”(era del capitalismo).. Il pensiero scientifico del diciassettesimo secolo, funzionale al capitalismo nascente, ha considerato la natura come risorsa inanimata, da conoscere per poterla controllare e soprattutto sfruttare a fini di profitto, come elemento dato, a disponibilità gratuita, non quantificabile nei costi di produzione. La natura, la terra, il pianeta, casa comune dell’umanità e di tutte le altre specie viventi, invece, è un organismo vivente, che reagisce con le catastrofi ambientali agli interventi umani che non la rispettano, che ha reagito – ad es. - con il salto di specie di alcuni virus dagli animali agli esseri umani alla distruzione, o quanto meno alla compromissione, dell’ambiente naturale di varie specie. E il costo del ripristino, dopo le catastrofi ambientali e climatiche, di terreni coltivati, case, edifici produttivi, infrastrutture è talmente alto da sovrastare molte volte il costo delle attività di prevenzione, che sono conosciute da decenni e assolutamente applicabili ove ve ne fosse la volontà politica. Tale costo, inoltre, è completamente a carico della finanza pubblica, cioè della popolazione nel suo complesso, e non dei soggetti, la finanza e l’industria capitalistica, che lo hanno provocato. Per questo noi comunisti e comuniste consideriamo la contraddizione capitale/natura intrinsecamente legata alla contraddizione capitale/lavoro e quindi da affrontare congiuntamente in ogni situazione di intervento e di lotta. Qualcuno aveva detto, talora in buona e talora in mala fede, che la pandemia da Covid 19 sarebbe stata l’occasione per una riconversione ambientale, territoriale e sociale del sistema capitalistico imperante. Così non è stato. Non solo. L’estrazione e il consumo crescente di risorse fossili non rinnovabili per produrre energia e le quattro fondamentali materie della produzione capitalistica (cemento, acciaio, plastica, ammoniaca) hanno causato un aumento di emissioni e una concentrazione di gas serra nell’atmosfera e, quindi, del riscaldamento globale. Che fare concretamente, soprattutto nel nostro Paese, che è uno dei più fragili del pianeta per la sua collocazione al centro del Mediterraneo, sempre più colpito da fenomeni climatici estremi, e per il suo territorio in larghissima parte franoso, ed è gravato da un’agricoltura, da un’industria e da alcuni settori dei servizi che, salvo eccezioni, sono particolarmente arretrati dal punto di vista tecnologico/ambientale? Basta dare un’occhiata ai dati sulla morbilità e sulla mortalità nelle zone agricole infestate dai pesticidi e nelle aree abitate intorno agli impianti industriali più inquinanti e a discariche, inceneritori dei rifiuti e simili. Partiamo dal territorio, contenitore di tutte le attività umane e supporto delle condizioni di vita a partire dalla produzione di cibo, che deve essere considerato bene collettivo, al di là delle sue porzioni di proprietà pubblica o privata, in quanto sempre più scarso e irriproducibile, e dall’agricoltura che, in quanto settore primario, usa il territorio come elemento indispensabile alla vita umana: settore fondamentale per lo sviluppo sociale, economico, ambientale e per la salute nel nostro Paese e che comunque, se consideriamo il settore agroalimentare nel suo complesso come insieme di produzione, allevamento, trasformazione, distribuzione, ristorazione e servizi connessi, rappresenta il 15% del PIL. L’agricoltura italiana in senso proprio versa in gravi condizioni: per l’aumento continuo dei costi, sia specifici (concimi e mangimi), sia generali (energia, imballaggi, trasporti); per la struttura produttiva basata su aziende mediopiccole, che hanno difficoltà ad accedere al credito e a consentire un reddito adeguato, anche se costituiscono l’ossatura del settore, specie nelle produzioni tipiche e biologiche; per gli eventi climatici sempre più devastanti. Tutto ciò come risultato delle dinamiche di mercato e delle scelte dell’Unione Europea che, privilegiando le multinazionali del settore, non ha presentato il Regolamento sulla sostenibilità delle filiere agroalimentari, sostiene la liberalizzazione dei nuovi Organismi Geneticamente Modificati, rinnova l’uso del glifosato (diserbante cancerogeno) per i prossimi dieci anni ed è contraria a ridurre l’uso dei pesticidi, che dovrebbero tutelare le colture da infestazioni e invece sono cancerogeni e inquinanti idrici. Una delle caratteristiche del territorio italiano e, quindi, della sua agricoltura, è la rilevante estensione delle aree interne soprattutto collinari e montane, caratterizzate da marginalità economica e mancanza di opportunità occupazionali, scarsità di abitanti, viabilità di accesso difficoltosa, inesistenza di trasporto pubblico, progressiva scomparsa dei servizi pubblici (sanitari, educativi, scolastici, postali) e privati (negozi, sportelli bancari), il che causa la fuga della popolazione giovanile verso le periferie urbane, la quale fuga, a sua volta, incentiva la sparizione dei servizi. Il sostegno all’ agricoltura e al rimboschimento in tali aree, che vantano quasi tutte una consistente potenzialità agricola in produzioni tipiche di alta qualità, contribuirebbe al rafforzamento del suolo franoso, a nuova occupazione, al ripopolamento, cui potrebbero contribuire assai utilmente per l’intero Paese immigrati e immigrate extracomunitari/e, come dimostrato da esperienze all’avanguardia già realizzate in Italia. Il settore agroalimentare richiede: lo sviluppo e il sostegno a nuove aziende agricole, specialmente biologiche, e gestite da giovani adeguatamente formati; l’assegnazione di terre abbandonate a giovani contadini e a cooperative agricole; la trasformazione dei grandi allevamenti animali intensivi altamente inquinanti; la sostituzione di pesticidi e fitofarmaci; la diminuzione degli intermediari nella distribuzione commerciale e lo sviluppo della filiera corta, con l’estensione dell’esperienza associativa democratica dei Gruppi di Acquisto Solidali; la maggior produzione e il maggior consumo di prodotti ortofrutticoli stagionali e di prodotti sani, in quanto ottenuti da lavorazioni senza additivi dannosi alla salute. In definitiva serve un cambiamento radicale nel modo di fare agricoltura, passando da quella industriale, ostaggio di sei multinazionali (Monsanto, Dupont, Basf, Bayer, Dow, Syngenta, che controllano oltre il 60% del mercato dei semi e tre quarti del mercato dei pesticidi) a un’agricoltura ecologica in grado di garantire sicurezza alimentare, salute, reddito dignitoso ai piccoli agricoltori. Danni irreversibili al territorio e all’ambiente derivano dal consumo di suolo, risorsa sempre più scarsa e non rinnovabile, spinta dalla speculazione immobiliare per case di lusso e terziario commerciale privato nelle aree urbane - e di pianura in generale - e sulle coste (seconde case di villeggiatura) e dalla proliferazione di infrastrutture autostradali, viabilistiche e ferroviarie non solo inutili, ma dannose e costosissime, a carico della finanza pubblica, sottraendo risorse ai servizi indispensabili alla popolazione, per far lucrare profitti e tangenti a poche imprese e a chi nelle istituzioni procaccia gli affari. I casi più emblematici sono la Tav in Val di Susa e il Ponte sullo stretto di Messina. Nelle città diventa indispensabile recuperare il ruolo sociale dell’urbanistica, che è passata da urbanistica “contrattata” con gli interessi immobiliari e con la rendita a urbanistica a essi subordinata, per dare agli e alle abitanti città vivibili, sane, belle e ben attrezzate in ogni loro parte, a costi accessibili alle classi lavoratrici. Servono invece come vere grandi opere pubbliche: il potenziamento del trasporto pubblico su ferro regionale e locale per lavoratori e lavoratrici pendolari e del trasporto su ferro delle merci; la sistemazione degli invasi e il rifacimento degli impianti idrici nel Centro/Sud per ridurre a percentuali accettabili la perdita di acqua durante il trasporto (la rete idrica di distribuzione spreca 157 litri procapite giornalieri); il recupero edilizio e la riqualificazione energetica dei quartieri di case popolari (e soprattutto degli alloggi lasciati vuoti perché inagibili), la costruzione della nuova edilizia pubblica di qualità che si rende via via necessaria su aree dismesse o comunque già cementificate; la riqualificazione edilizia e urbanistica e la rigenerazione socioeconomica delle periferie; la piantumazione diffusa nelle aree urbane, lungo le strade e ai confini dei campi coltivati; la cura dei boschi e delle foreste per evitare gli incendi boschivi, quasi sempre dolosi; la rinaturazione - appena possibile - delle rive fluviali e l’abbattimento degli edifici costruiti negli alvei per ridare ai fiumi il loro spazio vitale ed evitare inondazioni evitabili. Questi ultimi indispensabili interventi ci portano a mettere in evidenza il tema acqua, elemento generatore di vita, che deve essere usato razionalmente e non sprecato nelle produzioni industriali e agricole, liberato dalle varie forme di inquinamento industriale (soprattutto riguardo agli PFAS, composti fluorurati), agricolo e urbano sia per quanto riguarda le acque di superficie (laghi, fiumi, torrenti, zone umide) sia quelle di falda. Elemento il cui trasporto e utilizzo fino ai consumatori finali – abitazioni e attività produttive – deve essere gestito da aziende pubbliche locali controllate da espressioni della cittadinanza, come voluto dagli undici milioni di votanti che così si erano espressi/e nel referendum del 2014 sull’acqua pubblica. La produzione industriale, a partire dai settori strategici e mediante una pianificazione/ programmazione pubblica accompagnata da consistenti investimenti pubblici, deve essere riconvertita sia a produzioni ambientalmente sostenibili, con adeguate tecnologie già disponibili e senza utilizzo di sostanze dannose all’ambiente e alla salute, sia a prodotti di lunga durata, progettati proprio per durare ed essere riparati e riusati e, alla fine di un lungo ciclo di vita, smaltiti senza sprechi energetici e senza danni ambientali, senza bisogno di discariche, né di inceneritori o termovalorizzatori che dir si voglia, se non in misura minima. Tali processi di riconversione, che eviterebbero a lavoratori e lavoratrici e alla popolazione circostante i grandi impianti inquinanti la scelta tra morire di fame o di tumore, richiedono anche la tutela economica degli addetti/e che fossero costretti/e a sospendere il lavoro: quella che negli anni ‘70 del secolo scorso chiamavamo la “cassa integrazione verde”. Contro il capitalismo dell’usa e getta l’unica possibilità è imboccare il cammino di una effettiva economia circolare, che, oltre a essere basata sulla lunga vita dei prodotti, valorizzi i residui di lavorazioni, annulli il più possibile i rifiuti sia industriali sia agricoli sia urbani, e soprattutto della decrescita, che consiste nel produrre meno merci, meno oggetti, solo gli oggetti utili alla generalità della popolazione, e nel produrre invece più cura del territorio e più servizi sociosanitari/formativi/culturali/ricreativi: finalità che creano occupazione qualificata e decisamente alternative al sistema capitalistico. E’ essenziale, in particolare, tenere sotto controllo la produzione e l’uso degli oggetti in plastica, i cui rifiuti costituiscono da anni vaste isole in mari e oceani, e delle microplastiche, talmente invasive da essere arrivate nella placenta umana. Questa focalizzazione sul problema plastica ci porta a considerare anche quanto sia importante operare per la salute complessiva dei mari, sempre più inquinati, con flora e fauna modificate dal riscaldamento delle acque provocato dal riscaldamento climatico, con la rarefazione delle specie ittiche utili agli esseri umani. Occorre riconvertire anche la distribuzione commerciale, bloccando la costruzione di ogni nuova struttura della cosiddetta grande distribuzione organizzata, che consuma ingenti quantità di suolo sia per gli edifici destinati alla vendita sia per accessi e aree di sosta, richiede l’uso massiccio di enormi Tir, camion e auto con relativo inquinamento atmosferico, procura pochissima occupazione rispetto al capitale investito, porta alla sparizione – nei paesi e nelle periferie urbane – dei negozi di vicinato, che sono fattore di vivibilità e di sicurezza urbana e occasione di contatti sociali per anziani/e, vecchi/e e bambini/e. Di contro occorre sviluppare i piccoli supermercati di quartiere inseriti nel tessuto urbano e soprattutto i negozi di vicinato, con agevolazioni, provvedimenti e programmi pubblici locali, anche incentivando e sostenendo l’associazionismo tra i venditori e la diminuzione di costi che tale pratica comporterebbe, agevolando la possibilità di prezzi concorrenziali. Contro l’inquinamento dell’aria, dovuto principalmente al traffico di autoveicoli ( in Italia ci sono quaranta milioni di auto private e impazza il trasporto merci su strada) e al riscaldamento, particolarmente grave e mortifero nella Pianura Padana, una delle aree più inquinate dell’intero pianeta, servono strategie e azioni nelle aree urbane che si oppongano contemporaneamente all’inquinamento atmosferico e al riscaldamento climatico. Ci siamo occupati/e della terra, dell’acqua, dell’aria e ora è arrivato il turno del quarto elemento della fisica/filosofia antica: il fuoco, l’energia. Energia le cui fonti attualmente prevalenti sono il principale fattore di riscaldamento climatico, insieme al trasporto su gomma di persone e merci. Da molti decenni le varie branche della scienza ci dicono che le fonti fossili (carbone, petrolio, metano) causano gas serra, che si accumulano nell’atmosfera e formano una cappa che rimanda sulla terra i raggi solari, surriscaldando il clima. È indispensabile incentivare il risparmio energetico e la produzione di energia mediante le fonti rinnovabili con incentivi pubblici e con la semplificazione delle pratiche burocratiche, contemperando le varie esigenze ambientali, produttive e paesistiche: realizzando ad es. le pale eoliche in aree non significative dal punto di vista paesistico e ponendo i pannelli fotovoltaici non su terreni coltivabili, ma su aree improduttive e soprattutto sui tetti. Servono piani energetici nazionali per convertire le centrali fossili ancora esistenti, per dare spazio all’idrogeno verde (prodotto con fonti rinnovabili), per incentivare e sostenere le comunità energetiche e le comunità solari per i tetti fotovoltaici, decentrando e rendendo democratica la produzione di energia, e, ovviamente, bloccando metanodotti e rigassificatori. No al nucleare, anche se talora considerato una fonte “pulita”: per l’elevatissimo rischio e pericolosità degli incidenti, stoccaggio delle scorie con tempi di vita lunghissimi, costi estremamente elevati e tempi lunghi sia per la costruzione di nuove centrali sia per lo smantellamento di quelle tecnologicamente superate, mentre le fonti rinnovabili di energia (soprattutto sole e vento) sono disponibili sempre e praticamente ovunque. Da ultimo non si può ignorare che sono presenti in Italia circa trentadue milioni di animali domestici, che oltre a procurare affetto e socialità soprattutto a persone sole, costituiscono un mercato rilevante di cura, cibo, attrezzature e lavoro. Questo fatto e il riconoscimento della tutela degli animali in Costituzione possono essere orientati all’educazione all’antispecismo come forma di cultura anticapitalista. Tutte queste cose come comunisti/e le sappiamo da tempo, così come sappiamo che occorre costruire una società in cui si decida collettivamente che cosa, per chi, quanto e come produrre. Diventa allora indispensabile costruire una rete di alleanze tra soggetti anticapitalisti e ambientalisti: partiti, sindacati, organizzazioni agricole, associazioni, movimenti, capaci di tenere insieme, in ogni loro obiettivo e azione di lotta, la contraddizione capitale/natura e la contraddizione capitale/lavoro, le due facce dello sfruttamento capitalistico: per ottenere in particolare un “Piano nazionale di prevenzione, riassetto, salvaguardia e messa in sicurezza del territorio”, che procurerebbe anche occupazione stabile e qualificata. Come PCI abbiamo iniziato a provarci, finora senza risultati. Continueremo a provare. Finché vinceranno l’ognuno per sé e le diffidenze reciproche tra le varie forme della politica il capitalismo non potrà che continuare a trasformarsi (anche utilizzando la cosiddetta economia verde) e a prosperare e la permanenza della specie umana sul pianeta continuerà a essere in pericolo. Scuola pubblica e università sotto attacco Già da qualche decennio il sistema dell’istruzione pubblica è bersaglio e vittima di quella che è stata definita una “marea montante di conservatorismo autoritario”, collegato all’idea che scuola e università debbano essere piegate alle esigenze della produzione di profitto economico, nell’ambito di un quadro concettuale che brutalmente ignora le imprescindibili interconnessioni tra le dimensioni economiche, tecnologiche, sociopolitiche e culturali della trasformazione umana e sociale. Già a partire dalla fine degli anni ‘80 si è introdotta in Europa la strategia neoliberista che mira a trasformare regressivamente la scuola pubblica in una sorta di servizio sociale totalmente subalterno alle esigenze del modello di produzione capitalistico, che eroga formazione di “capitale umano” a comando. Finalità del sistema di istruzione, secondo questa prospettiva, non dovrebbe più essere costruire la cittadinanza democratica, secondo il dettato costituzionale, né più costituire il luogo di promozione dell’uguaglianza sociale e di garanzia di una formazione di qualità uguale per tutti, bensì, nell’accezione neoliberista dell’istruzione meritocratica, scuola pubblica e università dovrebbero preoccuparsi di erogare un sapere parcellizzato e specializzato quanto basta agli “utenti” per “vendersi bene” sul mercato del lavoro. In altre parole, trasformarsi in catene di montaggio in una economia della conoscenza funzionalizzata al profitto capitalistico, dove il valore stesso della conoscenza è determinato dai meccanismi di mercato. In tale accezione, l’offerta formativa viene subordinata a una visione classista e privatista dell’istruzione che inevitabilmente porta all’inefficienza e perfino alla marginalizzazione del sistema scolastico pubblico, colpendo in particolar modo quelle aree regionali già provate da carenze strutturali e di fondi, in cui si registrano i più alti tassi di dispersione scolastica. Il tutto sulla pelle delle nuove generazioni e del loro diritto ad un’istruzione pubblica essenziale per il loro futuro e a discapito del rispetto della Costituzione. Con i governi delle destre stiamo assistendo all’ultimo atto di questo percorso di controriforma con interventi sul sistema dell’istruzione pubblica: da una parte, col progressivo de-finanziamento della struttura pubblica della conoscenza, dagli asili nido all’università; dall’altra, coi provvedimenti legislativi che investono le tre componenti fondamentali del sistema di formazione scolastico: gli ordinamenti, le strategie didattiche, i soggetti che le agiscono. Gli effetti di questa visione controriformista traslano, innanzitutto, nelle proposte governative di “riforma” che prevedono il ridimensionamento della rete scolastica, sulla base di parametri dettati dalle direttive europee, con conseguenti accorpamenti delle sedi scolastiche, tagli al personale, nuove difficoltà alla mobilità dei lavoratori scolastici, privazione di risorse trasversale a ogni ordine e grado di scuola. I tagli che da due anni colpiscono tutto il settore, con drastiche riduzioni di fatto nel solo 2024, attraverso i tagli delle risorse stabiliti nella legge di Bilancio 2025, comportano un drastico ridimensionamento che rischia di compromettere il futuro stesso dell’università. Agli aspetti di bilancio, si aggiungono gli interventi del governo che delineano un aggravamento del precariato e un blocco delle opportunità di ingresso dei giovani ricercatori nel mondo dell’università, le prospettive di riforma dei concorsi e dell’abilitazione scientifica, l’apertura a “professori aggiunti” nominati a discrezione dei rettori, il trattamento di favore per le università telematiche private, dalle quali non si richiedono standard di qualità parificati a quelli dell’insegnamento nelle università pubbliche. Ciò determina un clima di precarietà e incertezza che alimenta il senso d’insicurezza di studenti e giovani lavoratori della ricerca, non solo riguardo al loro posto e al loro ruolo, ma anche alle finalità del proprio lavoro e al loro futuro. L’istruzione pubblica è, da una parte, sotto l’attacco della destra neofascista che vorrebbe assegnarle l’obbligo di trasmettere i punti cardine della sua ideologia – il militarismo, il nazionalismo, suprematismo razziale, la gerarchia sociale, il virilismo e la subordinazione della donna – ; ed è, dall’altra, sotto la pervasiva ideologia neoliberista che preme per rendere la scuola più funzionale alle esigenze di una presunta “cultura di impresa”. In nome di una “cultura della difesa” che si somma alla “cultura d’impresa” si va introducendo surrettiziamente una commistione fra civile e militare allo scopo di rendere la scuola più “ricettiva” alle intromissioni di un’ideologia bellicista, da una parte, e più funzionale alle esigenze del “libero mercato” dall’altra. Si registrano sempre più pressanti ingerenze governative inappropriate nell’attività delle comunità scolastiche e universitarie come luogo di libero apprendimento, confronto e discussione, minacce di agire per via disciplinare, o addirittura penale, contro studenti, insegnanti e personale della scuola di ogni ordine e grado, che esprimano idee non conformi alla linea del governo. In questo quadro s’inserisce l'annuncio da parte del ministro Valditara di nuovi programmi scolastici che modificherebbero in modo pesantemente regressivo le attuali indicazioni curriculari e linee guida nazionali ispirate da valori pedagogici di inclusione, interculturalità e democrazia . Con le annunciate proposte di revisione del curriculo siamo in presenza non di un semplice aggiornamento della politica culturale e formativa che riguarda la scuola, nella continuità degli indirizzi di politica culturale costituzionali, ma di un mutamento dell’idea stessa di scuola. Le “indicazioni”, per usare le parole di Massimo Baldacci, presidente nazionale di Proteo, promotore di un documento sottoscritto da numerosi intellettuali e docenti di chiara ispirazione democratica e costituzionale, prefigurano «l’abbandono di una prospettiva interculturale a favore di una monoculturale identitaria e nazionalistica, che vene indicata come asse formativo dell’intero curricolo degli studi». Da una parte si tenta di eludere i veri problemi culturali e educativi dell’attuale fase storico-sociale, dall’altra si promuove un’operazione culturale e pedagogica attestata su un registro regressivo che vorrebbe piegare l’intero percorso di istruzione pubblica in direzione contraria al complesso di valori espressi nella Costituzione italiana. Mentre s’incoraggiano modelli di didattica e apprendimento impostati in termini gerarchici e autoritari, e di ripristino dell’universalismo patriarcale, mentre la scuola continua a separare le emozioni e il benessere delle persone dagli aspetti cognitivi e dell’apprendimento, si fa strada una pericolosa tendenza a ingerirsi nella programmazione didattico educativa degli istituti scolastici al fine di incorporare nei programmi curricolari e/o extracurricolari attività destinate alla “cultura della difesa”, utilizzando le ore di alternanza scuola lavoro all’interno dei Percorsi per le Competenze Trasversali e l'Orientamento (PCTO), prevedendo anche l’introduzione nelle scuole pubbliche di esponenti di associazioni o organi militari con funzioni di docenza, che inducono nelle giovani generazioni una sorta di assuefazione alle logiche di guerra e contribuiscono ad alimentare il clima di paura nel corpo sociale del paese. Tutti elementi che, sommati alla totale inerzia a ogni livello nella ricerca di soluzioni al problema della cronica mancanza di spazi per le scuole, alla carenza di strutture scolastiche adeguate, al sotto finanziamento dell’istruzione pubblica in generale, sono altrettanti segnali di una deriva pericolosissima che dal governo delle destre ha ricevuto una spinta micidiale verso nessun’altra prospettiva che non sia quella della demolizione della scuola pubblica e laica, democratica e costituzionale. Siamo in un momento cruciale che deciderà il futuro dell'istruzione superiore per i decenni a venire. Una deriva da fermare con la denuncia, la mobilitazione e la lotta per misure urgenti, proposte e soluzioni per garantire la qualità della ricerca e dell’insegnamento per invertire la rotta che le politiche del governo hanno disegnato. Occorre aprire una grande stagione di mobilitazioni che veda protagonisti il corpo docente e discente della scuola e dell’università: - per fermare scellerate “riforme” che costituiscono una violazione dei principi di uguaglianza e solidarietà sociale; per la difesa e lo sviluppo dei principi didattici ed educativi costituzionali; - per una scuola laica, pubblica e gratuita per tutte e tutti, che fornisca una formazione uguale su tutto il territorio nazionale, un sapere libero dalla violenza patriarcale, dal razzismo e dal classismo; - per affermare una proposta politica e programmatica ispirata alla finalità di garantire a tutti/e opportunità di accesso e partecipazione ai servizi educativi e scolastici; - per un’azione efficace contro la dispersione scolastica, le disuguaglianze e le povertà educative; - per una didattica inclusiva mirata: a contrastare stereotipi culturali e ogni forma di violenza; a fornire un’educazione sessuale e affettiva che dia voce ai corpi e alle emozioni; a prevenire ogni disagio materiale e psicologico di bambine/i e ragazze/i sostenendole nella conquista dell'autonomia, nella valorizzazione delle proprie capacità e diversità, nell’assunzione di consapevole senso civico e di responsabilità; - per l’ampliamento dell’offerta formativa con progetti di educazione ai valori dell’uguaglianza sociale, dell’amicizia tra popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi, della pace, della solidarietà e del dialogo tra persone, paesi e culture. La questione immigrazione Le ragioni alla base dei processi migratori che hanno investito ed investono l'occidente, segnatamente l'Europa e con essa, anche e soprattutto per ragioni geografiche, l'Italia, sono note, molteplici, profonde. Esse sono per tanta parte riconducibili alle politiche imperialiste e colonialiste dallo stesso promosse nel tempo, e che in questi anni, in diverse forme, hanno registrato e registrano una sempre più preoccupante riproposizione. Milioni di persone continuano a fuggire da guerre, persecuzioni, fame, disastri climatici, cercando altrove la risposta al proprio bisogno di futuro. Il capitalismo occidentale, responsabile di tali processi, prosegue la propria politica di sfruttamento collocando gli immigrati nella parte inferiore del mercato del lavoro, rinviando a forme di rapporto che in diversi casi legittimano l’uso del termine schiavismo, usandoli come leva per la messa in discussione di quel complesso di diritti affermatisi nel tempo, fomentando una “guerra tra poveri” funzionale a perpetuare il proprio dominio. Il carattere dei processi migratori in atto, a partire dai numeri che lo caratterizzano e dal fatto che è una questione da tempo presente, non giustifica affatto la posizione di chi, in Europa come in Italia, parla di emergenza, di invasione, etc. L'Unione Europea, che per diverse ragioni sino ad oggi non ha governato tale questione, in attesa di concretizzare il nuovo patto su immigrazione e asilo, la revisione dell'accordo di Dublino, continua ad assecondare l'innalzamento di muri. Ciò che si evidenzia, qui come altrove, è il tentativo di una destra sempre più reazionaria di cavalcare tale fenomeno, di strumentalizzarlo, ricercando, attraverso parole d'ordine e politiche xenofobe e razziste, un consenso di massa. Emblematico è l'approccio assunto in merito dalla destra affermatasi da oltre due anni al governo del nostro Paese. Il governo Meloni, infatti, al di là della propaganda di cui al “piano Mattei”, ha promosso e promuove una politica che da una parte enfatizza l'incidenza del processo migratorio nei confronti dell'Italia, il carattere dello stesso (la sottolineatura dell’appartenenza di tanti alla religione islamica non è casuale), alimentando per quella via un clima di insicurezza funzionale all'affermazione delle proprie politiche securitarie (tanti gli esempi possibili al riguardo), e dall’altra parte mette in atto misure che hanno come obbiettivo quello di impedire a ogni costo l'arrivo dei migranti. È in tale ottica che si collocano: le reiterate intese con Paesi dai quali i migranti partono in direzione dell'Italia (ieri la Libia e oggi anche la Tunisia), che, in cambio di consistenti aiuti di natura economica e non solo, si impegnano a bloccarli (con buona pace del rispetto del diritto umanitario come ripetutamente denunciato da numerosi organismi di carattere internazionale); le politiche ostraciste nei confronti delle ONG, contravvenendo in tanti casi alla “legge del mare”; la scelta di costruire in Albania un centro di identificazione migranti che a oggi evidenzia un grande spreco di risorse e che rischia di configurarsi come una sorta di “deportazione” istituzionale. È in tale ottica che si colloca la definizione del cosiddetto “decreto flussi” dello scorso 4 dicembre, che tanti osservatori hanno sottolineato essere ancora una volta un atto propagandistico, destinato nella realtà ad aumentare la presenza di irregolari, ad alimentare lo sfruttamento, il lavoro nero e la marginalizzazione. A fronte della situazione data come PCI confermiamo l'impegno a operare per una ricomposizione degli interessi di classe, perché lavoratori immigrati e non muovano per la costruzione di un blocco anticapitalista, per un'alternativa. Noi siamo contrari a tali politiche, a disconoscere l'apporto positivo dei tanti immigrati che vivono e lavorano in Italia. Siamo contrari alla superficiale separazione che ci viene proposta tra immigrati umanitari ed economici, con questi ultimi semplicemente da cacciare. Noi siamo per garantire adeguatamente i primi, anche attraverso corridoi umanitari, e regolare, attraverso accordi con i Paesi di provenienza, l'accesso solidale e razionale dei secondi. Siamo per un diffuso processo di accoglienza dei migranti a livello dei diversi Paesi europei, attraverso il meccanismo delle quote, e a livello nazionale, coinvolgendo proporzionalmente tutti i Comuni, ottimizzando l'uso delle risorse. Noi siamo e restiamo impegnati a sostenere la politica dello “ius soli”; a riportare a cinque anni il termine per la richiesta della cittadinanza italiana come era prima della legge 91/ 1992; per un adeguato percorso di integrazione, che deve prevedere politiche pubbliche sui diritti e i doveri, nell'accesso al mercato del lavoro, alla tutela sindacale, ai servizi sociosanitari, ai servizi scolastici e sportivi, alla partecipazione e/o costituzione di associazioni culturali. Siamo di fronte a un processo irreversibile, per tanta parte connaturato alla natura umana: occorre governarlo, intervenendo innanzitutto sulle cause politiche, socio economiche, ambientali che largamente lo determinano.
4 - LA LIBERAZIONE DELLE DONNE NELLA PROSPETTIVA COMUNISTA La presenza paritaria delle compagne nelle strutture del partito a tutti i livelli di attività - a partire dal raggiungimento di una percentuale paritaria di iscritte – è un obiettivo che tutto il corpo del Partito Comunista Italiano deve fare proprio. Il dato di fatto che le donne, a tutt’oggi, risultino in esso sottorappresentate è da considerarsi in via prioritaria un limite da superare nella costruzione di un partito comunista potenzialmente di massa che sia in grado di esprimere il doppio sguardo di genere sul mondo, indispensabile in una società come quella italiana ancora fortemente segnata dal patriarcato e dal maschilismo nelle idee prevalenti, nei comportamenti consuetudinari, nelle omissioni e nei rifiuti della politica. Tanto più oggi, che ideologie reazionarie e misogine sembrano riguadagnare terreno nella “democratica” Europa, come in altre parti del mondo, di pari passo con la rioccupazione delle istituzioni pubbliche e di governo da parte di forze di estrema destra, sessiste, razziste e xenofobe. C’è una diretta corrispondenza tra il riemergere di gruppi neofascisti e neonazisti e l’attuale deriva “selvaggia” del capitalismo globale, che si esprime nell’alleanza tra forze neofasciste e neoliberiste che, insieme, promuovono l'economia di guerra che sfrutta, opprime e uccide. Così come esiste una stretta connessione tra il pensiero patriarcale che si oppone all’uguaglianza di genere e la sua variante “suprematista” che considera la guerra come unica soluzione per le controversie internazionali e quindi sostiene l’escalation del militarismo e il riarmo totale. A differenza delle esperienze storiche passate, le neo destre non escludono brutalmente le donne, ma anzi le inglobano e le strumentalizzano promuovendo ai più alti livelli decisionali figure femminili note per le loro opinioni guerrafondaie e visceralmente nazionaliste, asservite a politiche familiste e di restaurazione patriarcale e nemiche dei diritti delle donne. La nomina di queste figure femminili a capo delle politiche UE e ai vertici degli Stati è, da un lato, indice di totale stravolgimento di senso dell’uguaglianza di genere, dall’altro è l’espediente che fornisce apparenza di normalità e legittimità a politiche autoritarie e repressive di esclusione e violazione dei diritti, mirate ad attenuare nell’opinione pubblica l’allarme sociale e la paura del futuro. Nella nostra analisi, che vede strettamente connesse le contraddizioni di genere e di classe, è nello stesso modello di sviluppo capitalistico la causa del disagio sociale della maggioranza delle donne, sia per la distruttività insita nei processi di super-sfruttamento del lavoro e di deterioramento ambientale, dei beni materiali e umani, sia per l’aumento sistematico delle disuguaglianze e della povertà, sia infine per i disastri causati dalla guerra divenuta progetto operativo permanente di un sistema economico-politico-militare predatorio che cerca di sottomettere il pianeta e gli esseri viventi che lo abitano agli interessi lucrativi di pochi dominatori. Guerra e pace, capitalismo selvaggio ed emancipazione delle persone e dei popoli, patriarcato e liberazione delle donne sono tutti nessi concettuali e altrettante sfide politiche che contrassegnano il che fare delle donne comuniste nel presente contesto politico nazionale e internazionale. Promuovere l’autodeterminazione delle donne nei processi di costruzione del Partito Comunista Italiano, della sinistra di classe e di un'agenda politica internazionalista per la trasformazione socialista in Italia, in Europa e nel mondo, è la sfida gigantesca che abbiamo di fronte come donne comuniste. Nel XX secolo e a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre, le donne sono riuscite a organizzarsi e coordinarsi per raggiungere conquiste importanti nella sfera giuridica, nei diritti sociali e civili, nella propria autodeterminazione. Oggi dobbiamo mettere in campo una lotta di resistenza per non arretrare, per difendere diritti acquisiti e svilupparli contro minacce di ritorni indietro e tentativi di restaurazione, contro vecchie e nuove forme di violenza maschile che s’aggravano mano a mano che si affermano l’autodeterminazione e la libertà femminile. Di questa minaccia di regresso complessivo della società, l’attuale governo di destra, per quanto dovuto alla maggioranza di una minoranza, è inequivocabile espressione. Tutto ciò chiede alle donne di mettere in campo le proprie consapevolezze – il loro sguardo sul mondo - per nuove costruzioni basate sui principi di pace e giustizia sociale, su un’altra idea di sicurezza, su uguaglianza di genere e di classe, cura del mondo e dei viventi. Il femminismo di classe, fondato sul riconoscimento del capitalismo e del patriarcato come fonti inscindibili dell’oppressione delle donne, non ha smesso di operare su importanti tematiche complessive (salute, ambiente, acqua pubblica, stato sociale, guerra e pace) e ora è indispensabile che superi diffidenze legate alle differenti origini storiche e differenti modelli organizzativi, per contribuire a costruire una unità d’azione, sia con gli altri movimenti di donne all’interno del nostro Paese, in Europa e nel mondo, sia con le donne che, con gli stessi obiettivi, operano nelle altre forme della politica (partiti della sinistra di classe, Cgil e sindacati di base, associazioni, movimento ambientalista e contro il riscaldamento climatico). L’Assemblea delle Donne Comuniste (ADoC) infatti si propone – fra i suoi compiti - di contribuire a ricomporre l’estrema frammentazione che contraddistingue il movimento delle donne in Italia e di promuoverne l’unità d’azione in lotte unitarie e progressive per obiettivi individuati congiuntamente e condivisi, nel rispetto dell’autonomia politico/organizzativa di ciascun soggetto. E il Partito Comunista Italiano nella sua interezza assume questo compito come condizione per poter affrontare il cammino verso il superamento congiunto del capitalismo e del patriarcato. Il primo passo per la liberazione delle donne consiste nella riappropriazione del proprio corpo, della propria sessualità e affettività, della propria maternità. Quest’ultima dev’essere frutto di una libera scelta ed effettivamente compatibile con l’essere insieme madri, lavoratrici e attrici sulla scena pubblica e politica. Una scelta ostacolata dalle politiche prospettate dal governo delle destre, dalla disattesa attuazione della legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza e dalla progressiva soppressione dei consultori pubblici, a cui, specularmente, si contrappone la non libertà di essere madri tutte le volte che lo si desidera, a causa di disoccupazione, precarietà lavorativa, carenza di servizi pubblici per l’infanzia e la vecchiaia, peso pressoché esclusivo del lavoro domestico e di cura. Occorre perseguire obiettivi che richiedono una profonda trasformazione sociale e culturale, che possiamo così sintetizzare: (a) diffusione dei consultori a tutela della salute non solo riproduttiva delle donne di ogni età, anche attraverso la somministrazione gratuita dei contraccettivi e della pillola RU486; (b) abolizione dell’art. 9 della legge 194/1978 relativa all’obiezione di coscienza; (c) adeguato finanziamento pubblico dei centri antiviolenza, anche autogestiti; (d) diffusione ovunque di nidi pubblici a tariffe molto contenute e generalizzazione delle scuole dell'infanzia statali su tutto il territorio nazionale; (e) tutela della maternità per le lavoratrici dipendenti e autonome di ogni settore e di ogni etnia; (f) congedi parentali uguali per donne e uomini; (g) incentivazione e sostegno al lavoro dipendente e all’imprenditoria femminile; (h) parità retributiva a parità di mansione e qualifica ad ogni livello; (i) “rivoluzione culturale” del sistema educativo-scolastico in merito al ruolo delle donne nella storia e nella società, al fine di superare gli stereotipi di genere abbattendo ogni forma di violenza (educazione sessuale e valorizzazione delle differenze di genere, etnia, classe sociale, orientamento sessuale); (l) presa di coscienza circa le differenze biologiche uomo/donna, affermando una medicina di genere nella prevenzione delle malattie e dei fattori di rischio nei luoghi di lavoro, nelle diagnosi e nelle cure, come previsto dall'art. 3 della legge 3/2018; (m) contrasto alla sfruttamento sessuale delle donne e alla prostituzione. Sulla teoria siamo tutti e tutte d’accordo. Nell’analisi marxista la condizione di sfruttamento e di oppressione delle donne ha avuto origine con la divisione sociale del lavoro. La subordinazione femminile è il prodotto della sua esclusione dai rapporti produttivi e della sua relegazione nell’ambito della famiglia, nel privato, cioè nella dimensione privata della vita pubblica. . Ma l’adesione razionale alla teoria non comporta automaticamente il superamento di radicate mentalità ancestrali e antinomie che persistono in certi comportamenti, ancorati più o meno consapevolmente al pregiudizio dell’irrilevanza della differenza di genere nella lotta per il superamento del capitalismo, o insofferenti delle concrete aspettative di autodeterminazione delle donne, o restii ad accettare il magistero femminile anche nella politica. Occorre impegnarsi affinché nelle attività del partito a ogni livello diventino prassi comune: la partecipazione tendenzialmente paritaria nel relazionare alle iniziative (congressi, convegni, assemblee pubbliche, feste nazionali e locali), la formazione di genere, l’utilizzo di forme di comunicazione dedicate specificatamente alle donne, soprattutto in ogni campagna elettorale. Occorre far sì che le compagne partecipino nella misura tendenzialmente non inferiore al 40% agli organismi direttivi ed esecutivi di ogni livello, a partire dalle segreterie delle sezioni fino ad arrivare alla segreteria nazionale, passando per le Federazioni, i Comitati regionali, la Direzione nazionale e il Comitato centrale. Si deve posare un doppio sguardo di genere sul mondo per poterlo interpretare nella sua complessità e interezza, quale scommessa del XXI secolo, se vogliamo essere comunisti e comuniste. Lo abbiamo scritto sin dall’Assemblea costituente di Bologna nel 2016: è giunta l’ora di mettere i buoni propositi in pratica.
5 - IL PARTITO E I GIOVANI D’ITALIA La FGCI è nata come tassello organico di una strategia di avvicinamento dei giovani al partito, della loro formazione e della necessità di trasformare loro in futura classe dirigente. Il Partito Comunista Italiano si proietta ai più giovani attraverso l’autonoma Federazione Giovanile Comunista Italiana. Gli obiettivi politici mirano alla trasformazione della società attraverso, e con, il contributo delle giovani leve, coloro che oggi più che mai sono vicini e sensibili ai temi della pace, del lavoro dignitoso, della solidarietà internazionale e della critica a un modello imposto che, sempre più aggressivamente, incide sulle vite dei giovani lavoratori e studenti d’Italia. La gioventù non può che essere fonte d’ispirazione per trovare, attraverso la sua organizzazione, la migliore strada per affrontare le innumerevoli sfide che si pongono davanti al proprio futuro. La precarietà costante, l’incertezza e un futuro sempre più cupo stritolano i giovani. L’incapacità del panorama politico attuale di essere lo strumento attraverso il quale può avvenire il cambiamento non fa altro che allontanare sempre di più le nuove leve dal significato della lotta e con essa annienta le aspirazioni ad un futuro diverso, annichilendo lo spirito di dissenso e di opposizione. La spinta giovanile e rivoluzionaria che storicamente ha contraddistinto il nostro Paese, a partire dal contributo di vite spezzate per la Liberazione d’Italia, rischia oggi di trovarsi ad un passo dal baratro. La repressione del dissenso, l’emarginazione di chi si discosta dal pensiero unico, lo sfruttamento imposto come il fondamento su cui si basa l’istruzione, la disperata emigrazione di centinaia di migliaia di giovani alla ricerca di un “sogno americano” che mai sarà realizzabile in un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non possono che metterci nella prospettiva di intervenire, nella fase più buia e critica del nostro Paese. La riforma scolastica non farà altro che acuire le distanze tra le classi sociali surclassando i più deboli, costruendo nuovi orizzonti di sfruttamento, a partire dai PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) e l’imposizione della “alternanza scuola-lavoro” come strumento necessario a formare i lavoratori del futuro, senza paga, privi di diritti e di sicurezza. L’Autonomia Differenziata creerà un nuovo dramma emigratorio, non solo di coloro destinati a vita ad un lavoro sottopagato con la “colpa” di non essere nati figli di padroni, ma accentuerà la crisi anche nei giovani laureati, già da troppo tempo sottomessi dal classismo padronale e dal precariato. Il tutto sfocia, come già evidente dalla situazione attuale, nell’impossibilità di usufruire del diritto alla salute, che passa inevitabilmente dalla necessità di una stabilità e di una felicità, e spensieratezza, ormai identificate come sogni irrealizzabili a fronte di una vita di sacrifici e privazioni. A questa catastrofe umana imminente si aggiunge un modello di società che da anni mira e proietta verso l’individualismo selvaggio, il mettere gli uni contro gli altri portando inevitabilmente all’isolamento e alla solitudine e che conduce i più all’alienazione e a stati depressivi. Non può che esserci la nostra necessità di rimettere al centro la questione giovanile, per dare ai milioni di giovani lavoratori, e studenti quale classe lavoratrice del domani, un futuro migliore in un’orizzonte di pace e prosperità.
6 - LA CULTURA POLITICA DEL PARTITO, L'UNITÀ, IL VOTO Sono trascorsi centoquattro anni dalla nascita del Partito Comunista d’Italia, poi divenuto Partito Comunista Italiano. Una ricorrenza che per noi rappresenta un'ulteriore occasione di approfondimento e confronto su quella che è stata una grande storia politica e umana, più in generale sulla cultura politica dei comunisti italiani, alla quale ci richiamiamo, nella convinzione che sia tuttora uno strumento prezioso e fecondo per comprendere e trasformare la realtà sempre più complessa con la quale siamo chiamati a misurarci. Come abbiamo a più riprese sottolineato gli assi portanti di tale cultura politica, che sviluppa nel contesto del nostro Paese gli insegnamenti fondamentali di Marx e di Lenin, stanno nella centralità del rapporto democrazia-socialismo, nell’idea e nella pratica della politica di massa (e dunque in una impostazione anti settaria e antidogmatica), nella strategia gramsciana dell’egemonia, nell’idea di blocco storico e dunque nella politica delle alleanze, e infine nella via italiana al socialismo elaborata da Togliatti, poi ulteriormente sviluppata durante le segreterie di Longo e Berlinguer, allorché il PCI cercò di portare la sua strategia egemonica dalla società allo Stato. Abbiamo analizzato le ragioni della sconfitta di quel tentativo e le crescenti difficoltà del partito, chiamato a misurarsi con la ristrutturazione capitalistica e la crisi del “socialismo reale”, di una segreteria Natta per diverse ragioni debole in partenza, che sfociarono nella improvvida liquidazione di quell’immenso patrimonio da parte del gruppo dirigente occhettiano nel 1989- 91, in funzione di un processo che tra PDS, DS e oggi PD, ha finito con l'allontanarsi sempre più dallo stesso concetto di sinistra. È un dato di fatto che lo scioglimento del PCI ha aperto un vuoto nella rappresentanza politica e nell’organizzazione delle masse lavoratrici e dei ceti popolari che non è stato più colmato. Nel 2016 con l'Assemblea Costituente del Partito Comunista Italiano abbiamo dato forma agli intenti e alle speranze dei proficui lavori preparatori dell'Associazione Ricostruire PC, nata dalla esigenza, unanimemente condivisa, di dover ricostruire nel nostro Paese un soggetto politico atto a rilanciare, nella contemporaneità politica, sociale e culturale del XXI secolo, quel processo di trasformazione di sistema ritenuto vitale e non più rinviabile alla luce della crisi strutturale di quello capitalista, ossia la costruzione di una moderna società socialista. Assegnandosi un ruolo centrale in tale processo, misurandosi senza reticenze con l'analisi storica e aprendo una nuova stagione di studio, ricerca e riflessione teorica in virtù degli assetti culturali, politici e sociali notevolmente mutati. È su questo obbiettivo, oggi più che mai all'ordine del giorno, che va pensata e costruita l'unità politica dei comunisti e delle comuniste. Un'unità che tuttavia non può essere intesa come mera sommatoria di istanze comuniste variamente declinate sul terreno della cultura politica, dal carattere più resistenziale-testimoniale che progettuale, ma sulla base dello sviluppo dell'eredità di un impianto culturale ricevuto dalla storia quale quello che ha contraddistinto il comunismo italiano. Ciò non esclude affatto, allo stesso tempo, che vada ricercato e consolidato un percorso comune per un'unità d'azione, alla quale concretamente continuiamo a essere disponibili, in funzione della costruzione di una realistica alternativa politica per l'oggi nel nostro Paese. La crisi della sinistra, nelle sue diverse articolazioni, è oggettiva. Sulle ragioni di ciò si è discusso e si discute da tempo. Come abbiamo sottolineato a più riprese è un dato di fatto che dopo la caduta del muro di Berlino, dell'esperienza dell'URSS, con tutto il suo carico simbolico, e il conseguente proporsi del capitalismo come trionfante, si è assistito a uno snaturamento progressivo della sinistra, in tanta parte del mondo, segnatamente in Europa ed in Italia. Essa, per tanta parte, sempre più permeata dal punto di vista “altro”, dalla cultura liberista imperante, ha finito con l'assumere la logica della neutralità dei problemi, delle compatibilità, e quindi della obbligatorietà delle scelte, delle riforme condivise (emblematico l'approdo alle grandi coalizioni, ai cosiddetti governi tecnici, di unità nazionale, etc.) con l'assecondare processi di revisionismo storico che hanno assunto un carattere istituzionale (l'equiparazione tra nazismo e comunismo dice tanto al riguardo) divenendo altro da sé (il sostegno alla deriva bellicista in atto, che con poche eccezioni la caratterizza, in Europa come in Italia, è di ciò oltremodo emblematico). Quella che per noi, a partire dal PD, a oggi tappa ultima di un processo che discende da ciò, altro non è che sedicente sinistra, è divenuta insieme causa ed effetto dell'affermarsi di questo capitalismo, che registra la sua affermazione più importante nel senso comune, di massa, circa la vita, improntata al pensiero unico. Il progressivo allontanamento della sinistra dalla sua ragion d'essere, ossia dalla rappresentanza delle istanze del mondo del lavoro, dei ceti popolari, ha spinto questi ad una crescente “passivizzazione”, ad allontanarsi dalla politica, a rifugiarsi nel non voto, ad assecondare il “demiurgo di turno”, a ricercare a destra impossibili risposte (anche in ciò stanno le ragioni dell'affermazione del governo Meloni). La situazione determinatasi nel tempo ha investito gioco forza anche ciò che è rimasto in campo di quella che noi individuiamo come sinistra di classe, assai articolata sul piano della cultura e della prassi politica, evidenziandone la marginalità e l'ininfluenza, il suo essere assai lontana dal rappresentare oggi l'alternativa. Un siffatto quadro conferma la giustezza e la centralità del processo che abbiamo messo in campo. La nascita, il radicamento territoriale e organizzativo, la crescita quantitativa, comunicativa e propositiva del partito, il suo porsi quale soggetto politico per il rilancio strategico di un'alternativa di sistema e contestualmente per dare voce e rappresentanza alle istanze di un mondo del lavoro fortemente stravolto e disarticolato, ai bisogni di un ceto subalterno sempre più marginalizzato, a un conflitto sociale che non trovando una sponda politica è destinato a rimanere sul terreno della sterile protesta o della incontrollabile rivolta, ne è la condizione di base. Partendo da questi chiari e netti presupposti siamo e restiamo convinti della necessità di dare vita a un fronte, di operare alla costruzione di un polo alternativo al centrodestra ed al centrosinistra, al fine di rispondere alle politiche date che si prospettano, di rappresentare il radicale cambiamento del quale vi è bisogno. Come PCI ribadiamo pertanto il nostro concreto impegno a ricercare a tal fine la massima unità con l’insieme delle soggettività che muovono in tale campo, un’unità che per noi può assumere diverse forme, purché rispettose dell'autonomia politica ed organizzativa delle sue componenti. La costruzione del partito e la sua credibilità nel ruolo di soggetto politico nato sull'ambizioso progetto di rilanciare l'opzione comunista nel nostro Paese, in un contesto tutt'altro che favorevole e in un senso comune generalmente pilotato su altri lidi e, allo stesso tempo, di riproporsi come riferimento utile per i bisogni concreti del vivere quotidiano delle classi subalterne, si intrecciano inevitabilmente con la questione relativa alle diverse scadenze elettorali, politiche ed amministrative, alle quali si è chiamati. È una questione parecchio rilevante perché investe direttamente il tema della ricerca e dell'acquisizione del consenso, parte fondante della cultura politica a cui facciamo riferimento. Il problema è come ci si pone in questa fase davanti a tali passaggi, quale grado di valore gli attribuiamo alla luce del processo di costruzione del partito al quale siamo impegnati. Abbiamo ripetutamente detto che per noi il passaggio elettorale nel contesto dato rappresenta uno strumento utile alla visibilità del partito ed al progetto di cui è portatore. Ribadiamo e confermiamo a tal riguardo la linea che fin qui ci siamo dati, linea dal carattere strategico, da assumere e mettere in pratica, a tutti i livelli, con determinazione e convinzione politica e su cui siamo chiamati a non derogare. Siamo indisponibili a mettere in campo “liste indistinte”, che peraltro la storia conferma non pagare in termini elettorali. Siamo e restiamo convinti della necessità di fare “vivere” il nostro simbolo, quale parte del progetto di ricostruzione del partito al quale siamo impegnati, da solo o come componente di alleanze con altre soggettività facenti parte del campo alternativo nel quale ci collochiamo.
7 - AVANZARE NELLA COSTRUZIONE DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO La scelta della ricostruzione del Partito Comunista Italiano quale soggetto della necessaria trasformazione resta l’asse di riferimento dei comunisti e delle comuniste. A essa non vi sono alternative né, in relazione allo spessore politico di tale progetto, si danno scorciatoie o semplificazioni; sia di carattere organizzativo che politico. Essa resta la via maestra su cui i comunisti si chiamano al lavoro, allo studio della realtà e dei tanti nuovi tumultuosi processi che investono il presente, operando con testarda pazienza e insieme l’urgenza che deriva dalla consapevolezza di dover offrire risposta al molto che cambia; un’azione fondativa e di aggiornamento ideale che, corrispondendo alla complessità della crisi, risulta in grado di costituire valido riferimento per le masse popolari. Il nostro obbiettivo di fondo resta quello della realizzazione del soggetto di nuove lotte di libertà e di emancipazione in grado di caricarsi del compito generale di rappresentare un’alternativa circa il governo del Paese in direzione di un nuovo protagonismo dei lavoratori, in direzione del socialismo. Il socialismo è e resta il nostro orizzonte. Il socialismo è ciò per cui siamo sorti. Tutto ciò, ci impone un bilancio sia sul terreno della battaglia politica sin qui sviluppata (tenuta e attuazione della linea) che su quello relativo al rafforzamento e alla crescita del PCI; questione che per peso e caratteristiche, si rivela priorità ed obbiettivo di ordine strategico. Oggi, a distanza di otto anni dall’avvio dell’Assemblea Costituente, siamo di fronte ad un Partito più avvertito circa la propria funzione ed il proprio ruolo. Questo, nonostante la variabilità di accenti che lungo il nostro cammino hanno caratterizzato il dibattito, di attenzione mostrata verso la strada intrapresa, di adesioni ed interesse, che da sempre segnano in varia misura la natura e le dinamiche di una fase fondativa lunga. Questo, nonostante il peso di molti attacchi esterni, di azioni disgregatrici, di omissioni interessate circa la nostra presenza e proposta politica, a cui il partito ha il dovere di reagire consolidando la propria unità, operando passi in avanti significativi sul terreno della comunicazione e della propria proiezione nel Paese; assumendo via via un orizzonte più solido e condiviso circa il “che fare”, a partire dalla conferma del nostro carattere alternativo alle forze del progressismo moderato -in primis il Pd e il centrosinistra- e di soggetto politico che rifuggendo ogni deriva settaria e auto referenziale, è impegnato nella costruzione dell’unità dei comunisti ponendo a proprio riferimento la cultura e la prassi migliori del Partito Comunista Italiano. Un PCI oggi più attrezzato circa una comune lettura dei processi aperti e delle scelte compiute, consapevole della necessità di andare oltre arroccamenti, toni agitatori e posizionamenti che hanno inciso sul confronto, complicando il necessario governo unitario dell'organizzazione sino a procurare un appesantimento del passo generale del partito. Un appesantimento che rimanda ad aspetti che attengono al costume, alla maturità politica, alla formazione e cura dei gruppi dirigenti; al libero chiamarsi di ciascuno a un’opera di costante tessitura del processo di costruzione della nostra presenza, capace di porre a proprio fondamento la tenuta, la crescita, la valorizzazione delle risorse migliori. In proposito, serve un cambiamento reale. Serve uno scatto in avanti su cui, insieme, abbiamo il dovere di insistere e di vigilare. In pari tempo, serve dare seguito ad una “semina politica e ideale” per noi essenziale, capace di tradursi in un nuovo e più solido radicamento, tale da rappresentare l’effetto ed insieme la condizione, per l’avanzamento delle nostre posizioni, delle nostre ragioni e della nostra influenza nella società. Nella fase data, serve far avanzare una riflessione critica attenta circa le difficoltà legate al radicamento del partito, ai suoi punti di arresto e alle sue potenzialità, alla sua distribuzione e presenza territoriale ancora fortemente disomogenea, alla necessità di saldare in modo nuovo riferimenti culturali e iconografici, linguaggio e proposta politica con una forte attenzione a quanto agita il dibattito culturale e generale del Paese, a quanto muove e segna il sentire, le contraddizioni e le attese delle nuove generazioni, in quanto si è operato perché in questi anni non intercettassero militanza e impegno politico, soprattutto se rivolto alla costruzione di un serio progetto di cambiamento in grado di vedere nel PCI e nel cammino dei comunisti italiani un valido riferimento. Una società, fortemente segnata dal prevalere di pulsioni e pratiche antisolidali, dal ripetuto, insistente manifestarsi di episodi e fenomeni esplicitamente riconducibili al fascismo, da un’interpretazione a-classista privata degli strumenti critici utili alla comprensione del conflitto quale leva attraverso cui leggere i rapporti sociali, l’organizzazione del potere (dei poteri), il modello culturale e l’insieme dominante dei valori a cui, al momento, si informano in via prevalente i rapporti tra i generi, i ceti sociali, le generazioni. Una società, in cui l’impoverimento e peggioramento della condizione materiale di milioni di persone, ha marciato di pari passo con l’attacco ai diritti e alle condizioni di equo e universale accesso a servizi essenziali, sino allo sfilacciarsi in via profonda del tessuto sociale, al degrado delle relazioni interpersonali, alla perdita di un nucleo valoriale forte che vede negati futuro e prospettiva, il presentarsi di fenomeni endemici di solitudine e perdita di ruolo, di violenza e micro-violenza urbana che per tanti versi si spingono sino a mettere in discussione il senso e il valore della vita stessa. In tale quadro, è necessario rimarcare il carattere aperto della nostra azione, della nostra presenza sui territori che deve assumere -zona per zona, Federazione per Federazione- l’obbiettivo di dare uniformità e compiutezza alla nostra presenza, accentuando la nostra riconoscibilità e capacità di proposta politica, di declinazione concreta dei problemi, di risposta programmatica ai nodi presenti in questa o quella parte del Paese. Il nostro obbiettivo, già l’abbiamo detto in altra occasione, non è quello di mantenere “fortini di resistenza”, ma di essere un’onda crescente che preme, si allarga, sfida le difficoltà del presente È questa, quella della saldatura tra militanza e proposta, tra presenza dei comunisti e progetto, la via per conquistare al PCI nuove leve e selezionare nelle pieghe e nel crogiuolo vivo della società nuovi quadri e gruppi dirigenti andando oltre l’evocazione delle necessità, il volontarismo, lo sforzo generoso di pochi. Una funzione, quella di sintesi politica, di capacità di lavoro e di proposta, di governo partecipato e unitario del Partito, su cui devono in via stringente essere misurati davvero i gruppi dirigenti a tutti i livelli. In proposito, si tratta di assumere pienamente il tema della formazione come questione dirimente per la costruzione e crescita della nostra organizzazione. Un obbiettivo che richiede cura politica, attenzione costante allo sviluppo culturale e umano dei compagni e delle compagne, un’azione paziente di messa alla prova, di verifica e di sperimentazione che trasversalmente rinvia a come comunichiamo, agiamo nella società, costruiamo mobilitazione, sosteniamo economicamente la nostra iniziativa politica, a come coinvolgiamo l’insieme del corpo attivo del partito facendo dello stesso un luogo “accogliente”; in una parola a come siamo comunisti/e nei luoghi di lavoro e di studio, nel sindacato, nel tessuto democratico e associativo, nei quartieri, nei borghi e nelle città, coordinandone l’azione sul terreno di un comune e coeso sforzo di studio e di crescita. Una formazione intesa non come svolgimento e mero elenco di conferenze e appuntamenti seminariali circa aspetti della storia e dell’azione dei comunisti, ma anche come offerta concreta di strumenti e idee di lavoro ai territori; una “cassetta degli attrezzi” via via da aggiornare e implementare con idee e progetti attinenti ai nodi che dobbiamo affrontare e al loro approfondimento, alle campagne che decidiamo, ai più diversi aspetti della nostra iniziativa. Una formazione che -a partire da un rinnovato impulso e da un’azione di coordinamento nazionale più decisa- va assunta non come corollario “di nicchia” del nostro impegno, ma come impronta a cui informare in maniera sempre più larga l’insieme del Partito. In questo ambito decisivo è chiamare a uno sforzo nuovo il gruppo intermedio e diffuso dei gruppi dirigenti (Regionali, Federazioni, Sezioni) che si deve caricare in via reale e costante del compito di operare una cucitura più avanzata e d efficace tra i diversi livelli territoriali di direzione politica del partito attivando pratiche più avanzate di informazione, di coinvolgimento, di comune discussione e elaborazione di posizioni e scelte, di cura circa la vita degli organismi dirigenti e la nostra generale attività. Parte di questo impegno corrisponde ancora alla necessità di affrontare la specificità e le modalità relative alla nostra presenza ed alla costruzione del nostro insediamento nelle grandi città e nei centri urbani più rilevanti, dove scontiamo la durezza di contesti per noi assai critici. Essi sommano caratteristiche peculiari (tempi di vita, forme e condizioni relative alla circolazione culturale e delle idee, presenza di fenomeni di disgregazione soprattutto nelle periferie popolari) a cui dobbiamo far fronte in modo più efficace e aderente alle condizioni date, sia in termini di proposta organizzativa che politica. Radicamento, lotta e proposta politica sono parte di uno stesso impegno, quello di dare spessore e continuità alla lotta per le idee, all’agitazione e alla polemica culturale, proponendo con più coraggio e forza l’orizzonte della trasformazione e del Socialismo, della ricerca di nuove vie per i comunisti in grado di tradurre in movimento reale la necessità di riscatto sociale, il bisogno di futuro e di speranza dei lavoratori, delle donne e dei giovani di questo Paese. Abbiamo bisogno di contrapporre al “peso dei tempi”, nuove lotte e sfide. Sfide ideali. Sfide popolari intorno a cui chiamare alla mobilitazione innanzitutto i giovani, il mondo della cultura, quello dei “saperi” e delle “competenze” che a partire da temi strategici e decisivi (lavoro, sanità, istruzione, questione ambientale) dobbiamo conquistare e convincere sul piano culturale e progettuale, spostando il loro contributo dalla gestione dell’esistente al governo del cambiamento. Il tutto, passa dal bisogno di impossessarsi in maniera più sicura delle nuove tecnologie che proprio sul terreno della comunicazione e dell’informazione hanno assunto un peso rilevante e netto nella vita collettiva, influenzandone e talora segnandone il giudizio e i gusti, gli stili e persino l’immaginario; contribuendo in maniera consistente alla costruzione di nuovo senso comune, rivelandosi potente strumento di orientamento e di consenso. Il governo democratico dell’informazione, degli strumenti di comunicazione e della rete (oggi soggetta a una concentrazione formidabile su scala planetaria) è questione immediatamente politica, che rinvia all’affrancamento del movimento del lavoro e comunista da subalternità culturali, ritardi e titubanze di sorta circa la necessità di conquistare con più sicurezza e competenza spazi essenziali per far vivere sul piano ideale le ragioni del cambiamento e quelle di una nuova ed aggiornata “questione comunista”.
