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6 MESI DI LOTTA IN FRANCIA

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di Alberto Ferretti*

Il 5 luglio scorso ha avuto luogo in Francia la dodicesima giornata nazionale di manifestazioni contro la Loi Travail, il Jobs Act francese. A Parigi, questa giornata è stata caratterizzata da un immane spiegamento di forze dell’ordine. Corteo blindato e ingabbiato, manifestanti perquisiti, identificati e spesso arrestati direttamente all’uscita della metropolitana e a ogni angolo di strada intorno a Bastiglia – punto di partenza della manifestazione.

Tutto ciò ancor prima che il corteo avesse inizio. Lo stesso segretario della CGT, Philippe Martinez, ha subito una perquisizione da parte delle forze dell’ordine, le quali hanno cercato in tutti i modi di scoraggiare la partecipazione effettiva al corteo. Nonostante tali metodi polizieschi, decine di migliaia di persone hanno fatto sentire lo stesso la propria voce in strada, mentre il primo ministro Manuel Valls decideva di ricorrere per la seconda volta alla procedura 49-3, ossia far passare la Loi Travail senza il voto del Parlamento.

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Un governo che non dispone di una maggioranza in Parlamento su un progetto aborrito dalla stragrande maggioranza della popolazione, è costretto forzare la mano per eseguire i desiderata delle imprese e dell’Unione Europea, mentire sui media e criminalizzare un movimento che tuttavia non accenna a sgonfiarsi.

Senza voto. Ecco il volto della democrazia borghese in Europa oggi. Si è arrivati a questo situazione dopo 5 mesi di dura lotta in cui il governo ha dato prova del peggior autoritarismo in aula e nelle piazze, e i lavoratori della più grande fermezza e determinazione.

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Storia e ragioni di una lotta di classe

Presentata in Febbraio dal Ministro del lavoro Myriam El-Khormi, la legge ha immediatamente provocato la reazione dei sindacati, i quali hanno giustamente identificato nel progetto un regalo per le forze padronali, più grande di quanto sperato dallo stesso MEDEF (la Confindustria francese).

Indubbiamente, il cuore nero della legge risiede nel famigerato articolo II, ove il legislatore intende invertire la gerarchia delle norme, per fare prevalere l’accordo aziendale (il più delle volte strappato dal padrone sulla base di ricatto, e selezionando gli interlocutori più « docili » tra i salariati) su quello collettivo nazionale, anche quando il primo sia più regressivo del secondo in termini di orari di lavoro, protezione sociale e remunerazione.

Un dispositivo che permetterà al padronato di affossare, dappertutto dove non vi sia un sindacato forte e di lotta, le condizioni dei lavoratori, ricattando, smantellando di fatto gli accordi nazionali – i quali sono sempre più favorevoli ai lavoratori; e di banalizzare la pratica della concorrenza selvaggia tra aziende nell’abbattimento dei diritti sociali.

La legge prevede inoltre l’aumento del tetto massimo di ore di lavoro, oggi fissato a 10, fino a 12 giornaliere. Di conseguenza la durata massima settimanale potrà essere estesa sino a 60 ore.

Altro punto cardine, i licenziamenti cosiddetti economici. Quando l’azienda si trovi “in difficoltà”, conformemente ai nuovi criteri fissati per legge, potrà licenziare alla prima trimestrale di cassa non « soddisfacente ». Il potere di interpretazione dei tribunali è annullato, e il lavoratore non potrà constestare alcunché.

Per finire, viene stabilito un tetto massimo alle indennità da versare per i licenziamenti abusivi, al contrario di quanto accade oggi dove l’ammontare è liberamente fissato dai giudici del lavoro sulla base dell’analisi dei casi concreti, il che impediva al padronato di interrompere rapporti di lavoro a cuor leggero.

Degradare le condizioni di lavoro e le protezioni sociali, abbassare i salari, aumentare gli orari, facilitare i licenziamenti: ecco i tre punti cardine del Jobs Act francese, costruito intorno al principio di « più libertà per le imprese ».

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Cronaca di una lotta

Di fronte a un attacco sociale di tale portata, il 9 marzo fu indetta la prima di una lunga serie di grandi manifestazioni. Promotori i sindacati confederali di lotta CGT, Force ouvrière, Solidaires, e i sindacati studenteschi. Imponenti cortei percorsero le strade di Parigi e di tutte le principali città del Paese, riunendo circa 500 000 manifestanti.

Durante il mese di Aprile furono le organizzazioni studentesche a tenere viva la fiamma della protesta, e da una costola del movimento studentesco nacque l’esperienza della Nuit Debut, una sorta di occupazione della Place della République, nel cuore della capitale, da parte delle componenti studentesche, dei precari cittadini e universitari, per farne luogo di dibattito e assemblee.

Da subito fu dunque stato chiaro che la parte cosciente dei lavoratori e dei giovani non avrebbe dato vita facile al governo, e così è stato, infilando una impressionante serie di manifestazioni e inaugurando – a partire dal mese di Maggio – una strategia di scioperi, blocchi e occupazioni che ha coinvolto tutti i principali siti della produzione e della logistica del Paese.

Fu intatti a partire dal Primo Maggio, in occasione del tradizionale corteo parigino, che avvenne un salto di qualità decisivo sia dal lato della repressione, che da quello della convergenza delle lotte. Da anni il corteo internazionale del Primo Maggio era appuntamento disertato dai più, e svagatamente coperto dai media. Non più di 10 000  manifestanti partecipavano al classico corteo da Bastille a Nation, percorrendo il Fabourg St Antoine (quello da cui partì la presa della Bastiglia ai tempi della Grande Rivoluzione).

Il Primo Maggio 2016 sarà invece ricordato come il giorno in cui il governo francese si ritrovò oltre 80 000 manifestanti nelle strade, una partecipazione mai vista da anni, in previsione della quale i sindacati furono obbligati a cambiare il percorso per arrivare a Place de la Nation passando per i più ampi Boulevards. Un corteo enorme, irresponsabilmente bloccato e aggredito dalle forze dell’ordine, che lo spezzarono nell’intento di provocare scontri a margine e a favore di telecamere, al fine di oscurare il dato politico eclatante: un radicale consenso anti-governativo, guidato dai sindacati di lotta, era nato e si consolidava intorno al rigetto della Loi Travail, strutturandosi in un movimento composto da differenti correnti politiche, ma unito nell’obiettivo minimo dell’opposizione alla (contro) riforma.

La risposta della prefettura fu quella di accerchiare i manifestanti in Place de la Nation e sgombrarli con piogge di gas lacrimogeni, e poi attaccare con inaudita violenza la Place della République dove centinaia di manifestanti si erano diretti dopo la fine del corteo sindacale. Da qui, l’installazione progressiva dello Stato di polizia, favorito dalle misure liberticide proprie all’Etat d’urgence adottato in seguito agli attentati dal 13 novembre. Parigi è ormai una città militarizzata, pattugliata in maniera ossessiva da militari e polizia, dove la prefettura ha instaurato un sistema di controlli preventivi, filtraggio, arresti, intimidazioni che non ha eguali per il momento sul suolo europeo.

Nonostante la demonizzazione e la repressione cui il movimento è stato sottoposto, la maggioranza dell’opinione pubblica rimaneva favorevole alle ragioni della protesta. A tal punto che quando a maggio la CGT proclamò gli scioperi nelle più importanti branche dell’industria nazionale – ovvero le raffinerie, i trasporti ferroviari e su gomma, la logistica portuale, la metallurgia e l’energia; quando tutti i settori chiave, finanche la nettezza urbana, erano bloccati;  quando la classe operaia francese insomma prese in mano la contestazione laddove fa più male al Capitale, ossia nei luoghi di lavoro; l’opinione pubblica – nonostante gli sforzi dei media servili di descrivere la CGT come una banda di criminali che teneva in ostaggio il Paese – restava dalla parte del movimento.

Le assemblee di gran parte dei siti produttivi su tutto il territorio votavano tra maggio e giugno la grève illimitée – lo sciopero a oltranza – sotto gli occhi stupefatti del governo e dei capitalisti francesi. La mancanza di benzina in seguito alle blocco delle raffinerie mandò nel panico il padronato e il governo, che non hanno esitato, quando la protesta ha iniziato ad intaccare i profitti, a definire i sindacalisti « terroristi », e a usare la violenza più indiscriminata per sgomberare le fabbriche occupate, spezzare i cortei, arrestare, impiegare dell’esercito al fine di far ripartire la distribuzione di carburante.

Ma gli operai hanno continuato le azioni di protesta, forti di una rete di solidarietà che ha permesso alla CGT di raccogliere ad oggi circa 500 000 euro di sostegno alla cassa degli scioperi. In questo contesto, l’impressionante Manifestazione Nazionale del 14 giugno a Parigi – in cui tutte le federazioni di tutti i settori dell’industria si ritrovarono nella capitale per quello che è stata la più imponente delle prove di forza che la classe operaia ha saputo organizzare in Europa negli ultimi anni – fu la sublimazione del mese di scioperi, blocchi e occupazioni in corso.

Un corteo immenso ha attraverso la città per 6 lunghe ore, punteggiato da momenti di forte tensione e violenti scontri, dal quale è emersa in maniera chiara l’unità degli operai dell’industria, dei lavoratori del terziario, degli studenti e dei precari francesi nel ribadire la parola d’ordine: no alla Loi Travail, ritiro immediato della legge.

Con un governo in grave difficoltà in seguito a tale mobilitazione, dall’indomani i media incentrarono una campagna isterica, denigratoria e tendenziosa intorno alle esagerate e distorte “violenze” dei manifestanti (il cui unico crimine, in realtà, è quello di esistere e non mollare). Campagna che produsse l’impensabile : la minaccia di vietare i cortei professata dal Primo Ministro in persona, stemperata all’ultimo momento dalla mediazione tra sindacati e Ministero dell’Interno, ma che ha costretto le ultime manifestazioni di luglio a una sorta di libertà vigilata descritta all’inizio dell’articolo.

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Conseguenze politiche

L’aspetto promettente di questa rinascita del progressismo del lavoro nel cuore dell’Europa – nonostante la repressione e il clima di piombo che si respira in Francia – è che in occasione di queste lotte di classe milioni di operai, lavoratori, giovani, precari e disoccupati abbiano attraversato l’esperienza dei fondamenti di lotta anti capitalista, praticando quel che troppi riformisti vogliono far dimenticare al proletariato, l’azione autonoma e di classe.  La CGT sta conducendo una battaglia dura, e la sta svolgendo con onore, rispolverando i fasti da tempo perduti della grande confederazione sindacale comunista che è stata, prima di cadere nelle strategie riformiste proprie alla CFDT (la CISL francese).

Un sindacato di classe che pratica lotta di classe. Tramite il quale la classe operaia ha ripreso infine il suo ruolo naturale di capofila della contestazione anticapitalista. Centinaia di aziende sono entrate in agitazione e le azioni riprenderanno da settembre per i salari, la libertà sindacale, la liberazione dei compagni in prigione, il lavoro, la previdenza sociale e i servizi pubblici.

La prospettiva politica di questa straordinaria stagione di lotte, avanguardia di lotta di classe in Europa senza dubbio insieme a quanto sta accadendo in Belgio, Grecia e Portogallo, stenta però a prendere forma. Appurato che il PS non è nient’altro che un partito di destra cui non resta altro che una vaga fraseologia da sinistra post-moderna (esattamente come il PD in Italia), il Front de Gauche – composto dal Parti de Gauche e dal PCF – appare spaccato.

La sua figura di spicco, Jean Luc Mélanchon, Presidente del Parti de Gauche (sinistra radicale) si è lanciato in una campagna presidenziale incentrata intorno alla sua persona, cavaliere solitario e candidato in pectore per le elezioni del maggio 2017. Mélanchon chiede al Front de Gauche di unirsi alla sua campagna senza esitare in tatticismi. Nonostante la palese deriva personalistica insita nel metodo, egli ha saputo però interpretare  un certo sentimento popolare di sinistra bisognoso di una forte svolta di classe. Durante il discorso di apertura della campagna elettorale, Melanchon si è dimostrato vicino ai sindacati in lotta, cosciente della necessaria presa di distanza dall’UE, che in ultima istanza detta tali politiche anti-operaie agli stati membri, e portatore di un discorso anti-imperialista abbastanza sorprendente, soprattutto in difesa del Venezuela bolivariano.

Dall’altra il PCF, spiace dirlo, – sebbene chiaramente contrario alla Loi Travail e presente a tutte le manifestazioni – più che all’avanguardia sembra essere in retroguardia rispetto alle rivendicazioni del movimento operaio. Impelagato in un non chiaro dissenso/assenso col governo socialista e su una linea riformista rivendicata dall’ultimo congresso tenutosi in giugno, rimane per di più tuttora ancorato alla vecchia linea dell’UE da riformare dall’interno e “da sinistra”.

Se il Front de Gauche non riuscirà a ricomporre le proprie divisioni in un progetto chiaro – e il PCF ad abbandonare ogni velleità di partecipazione alle primarie della sinistra indette dai socialisti per resuscitare interesse intorno a Hollande e rilegittimare il PS – il rischio concreto è di disperdere al livello elettorale, le forze emerse dal movimento e di ritrovarsi un ballottagio presidenziale tra i repubblicani (LR – il partito di Sarkozy e Juppé, estremisti neoliberisti ) e i fascisti del Front Nationale.

In entrambi i casi, qualunque delle due forze reazionarie vinca, si tratterebbe di evento tragico per le classi lavoratrici francesi ed europee. A quel punto la frustrazione dei progressisti, del movimento operaio e della sinistra di classe potrebbe prendere sbocchi inattesi.

*Compagno che vive e lavora in Francia

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