Il settimo congresso di Fatah tra realtà e prospettiva

di Bassam Saleh, Dipartimento Esteri PCI, responsabile Medio Oriente *
 
Ramallah, la capitale politica dello Stato palestinese sotto occupazione israeliana, ha ospitato il settimo congresso di Fatah, dal 29 novembre al 5 dicembre. Un congresso tanto atteso non solo dai militanti di Fatah, ma da tutti i Palestinesi e dalla grande maggioranza degli Arabi.
I 1400 delegati eletti al congresso provengono da ogni parte del mondo, in rappresentanza delle varie sezioni di Fatah.
La scelta della data, 29 novembre, giornata mondiale  di solidarietà con il popolo palestinese, indetta dall’Onu, è la stessa che ha deciso la spartizione della Palestina, in due Stati , provocando la Nakba palestinese del 1948. É il giorno in cui tutti riconoscono l’ingiustizia storica e la complicità delle grandi potenze con il movimento sionista mondiale contro il popolo palestinese. Una scelta azzeccata, per ricordare al mondo intero che la causa palestinese è ancora viva e che i Palestinesi e la loro più grande organizzazione, Fatah, sono ancora capaci e forti per affrontare e sconfiggere ogni tentativo di tutela o ingerenza negli affari interni palestinesi.
La convocazione del congresso era già considerata una vittoria, viste le pressioni esercitate dal quartetto arabo (Egitto, Giordania, Emirati arabi e Qatar) nei mesi antecedenti alla convocazione, per imporre una road mapp per la riconciliazione palestinese iniziando proprio da Fatah. Cioè dare un ruolo a Dahlan, ex dirigente espulso della stessa Fatah. Un personaggio molto discusso per le sue relazioni pericolose, sia con certi regime arabi sia con i diversi apparati di sicurezza mondiale. Nonché il sospetto di complicità per la morte del leader palestinese Arafat.  Il quartetto ha avvertito e minacciato la leadership di Fatah di non convocare il congresso, con la scusa di non aumentare la divisione interna.
È stata una rivolta militante di Fatah, sia nella base che negli organismi dirigenziali. Un No secco, sfidando paesi importanti come l’Egitto o gli Emirati. Non si accettano né pressione, né ingerenze negli affari interni di Fatah  e tanto meno in quelli palestinesi. Il settimo congresso era previsto già tre anni fa, secondo lo statuto di Fatah, ed è stato rimandato per oggettivi motivi. Riconvocarlo due mesi prima è stato un duro lavoro di organizzazione e preparazione di tantissimi dirigenti e militanti.  Alla fine ha vinto la volontà e la determinazione di difendere l’autonomia decisionale di Fatah.
L’importanza di questo congresso nasce dalla necessità di valutare non solo gli ultimi sette anni, ma di esaminare gli ultimi 25 anni, dall’inizio degli “accordi di Principi” di Oslo. Accordi firmati nel 1993 che hanno dato inizio al processo di pace fra Olp e Israele . Il cosiddetto “processo di pace”. Necessità anche di trovare una nuova strategia della lotta del popolo palestinese e mettere  nero su bianco un programma  politico di lotta per i prossimi cinque anni.  Tante sono le questioni da esaminare, come mettere fine alla divisione interna fra Gaza e la Cisgiordania e la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Riattivare l’Olp, in quanto l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese, e trovare un programma condiviso e di resistenza.
E quale? Al livello interno di Fatah qual è il rapporto con l’Anp (Autorità Nazionale Palestinese)? I metodi di lotta contro l’occupazione e i coloni israeliani? Infine, come consolidare la resistenza popolare e le strutture dello Stato palestinese, in contemporanea alla lotta di liberazione nazionale? Tutto ciò in un contesto regionale e internazionale molto fermentato di guerre e conflitti di interessi economici, religiose  ed etniche.
Si è discusso molto sul processo di pace e lo stesso presidente, Abu Mazen, nel suo discorso ha ripetuto  più di una volta che Israele ha distrutto quel processo, già dall’assassinio di Rabin. E che i governi di destra e successivi di estrema destra religiosa, con la politica coloniale, hanno messo la parola fine agli accordi di Oslo. Malgrado tutto noi continuiamo a stendere la mano per una giusta e durevole pace in tutta la regione. E auspichiamo che la potenza  occupante  (Israele) debba rispettare le risoluzioni internazionali. E che questi ultimi debbono trovare i metodi per costringere Israele ad attuarli. Il popolo palestinese non deve, né può aspettare all’infinito. Ed ha il diritto di utilizzare tutti i mezzi di lotta, compresa anche la lotta armata per  liberarsi dall’occupazione.
Quindi il congresso addotta  e sostiene la lotta pacifica popolare e chiede di intensificare  questo metodo insieme al BDS, accanto al  lavoro politico  diplomatico, per internazionalizzare la causa palestinese. Come uno Stato sotto occupazione. Si ricorda che l’Onu, due anni fa, ha riconosciuto la Palestina come stato osservatorio alla stessa organizzazione internazionale. Il congresso applaude  all’iniziativa francese per una conferenza di pace che ponga fine all’occupazione israeliana dello Stato di Palestina con un calendario concordato per il ritiro delle truppe di occupazione dal territorio palestinese occupato nella guerra del 1967.
Questa conferenza si doveva tenere prima della fine di questo anno. Purtroppo Parigi l’ha rinviata al prossimo gennaio e senza precisare la data. Da sottolineare il rifiuto del governo israeliano e la freddezza americana. Quest’ ultima, attende la nuova politica estera del new eletto presidente Trump. Sembra che  Parigi non voglia convocare una  conferenza senza garanzie di successo e senza i consensi Usa e Ue. Si pensa di rimandare tutto a dopo le elezioni francesi previste a maggio prossimo, perché si teme la perdita della faccia del presidente Hollande.
Intensificare la lotta e la resistenza popolare impone a tutti le organizzazioni palestinesi, in primo luogo, di mettere fine alla divisione tra Gaza e la Cisgiordania, la riconciliazione tra Fatah e Hamas e la riattivazione dell’Olp e le sue istanze. Al Fatah ha apprezzato il messaggio di Khaled Mishaal, inviato al congresso, ed ha trovato nelle sue parole una base valida per riprendere il dialogo basato sugli accordi già firmati e sul documento di riconciliazione nazionale  proposto dai prigionieri palestinesi e firmato da tutti. Oltre a questo, al Fatah invita sia Hamas che la Jihad islamica alla riunione del consiglio nazionale dell’Olp che si dovrebbe riunire entro tre mesi.
Il Cnp dovrà rinnovare il comitato esecutivo e indire elezioni presidenziali e legislative. Su questo tema ci sono tanti ostacoli da superare. Alcuni organizzazioni non accettano di riunirsi sotto l’occupazione e propongono un altro luogo. Altre chiedono a Hamas e Jihad di accettare lo Statuto costituzionale  dell’Olp. Mentre altri vorrebbero tre video conferenze: Gaza, Ramallah e una capitale araba, per superare gli ostacoli già detti. Il congresso di Fatah ha proposto ai nuovi organismi eletti, comitato centrale e consiglio rivoluzionari , di esaminare la questione del rapporto con il governo. In quanto Fatah ha la responsabilità sul governo nel bene e nel male, malgrado la sua non partecipazione ai dicasteri. E rimanda al comitato centrale la questione più  complessa, con l’indicazione  di fare un governo politico e mai più tecnico.
Conclusione, il settimo congresso di Fatah, secondo alcuni, non ha portato niente di nuovo. Secondo altri,è stato un buon congresso, a tutti i livelli organizzazione, preparazione, e conclusioni politiche. Una strada ardua da percorrere, tra occupazione e pressioni  arabe e internazionali. Ricatti e minacce di una lunga lotta e resistenza, che manda al mondo un messaggio chiaro. Fatah che è la colonna vertebrale della resistenza palestinese è unita e solida ed ancora pronta alla battaglia della pace. E allo stesso tempo alla resistenza popolare con ogni mezzo. E trova il sostegno internazionale di 68 delegazioni provenienti dai quattro angoli della Terra che hanno partecipato al congresso con interventi veri e solidali.
 
* giornalista palestinese

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