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NOTA DI PRESENTAZIONE SU PCI E UNIONE EUROPEA

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Di Ufficio Stampa

Domenica 8 gennaio scorso il Comitato Centrale del PCI ha approvato l’allegata relazione “Il Partito Comunista Italiano e la questione europea”, frutto della discussione avvenuta in un apposito ristretto gruppo di lavoro e già approvata dalla Segreteria nazionale. Con tale atto il nostro Partito ha inteso assumere un chiaro orientamento su un tema da sempre delicato ma che oggi ha acquisito il carattere dell’emergenza, condizionando l’intero spettro dell’attività politica (si pensi anche solo alle tematiche del lavoro)e imponendosi come tema dirimente sulla scena politica nazionale.

Con questo documento il PCI trae coerentemente le conseguenze politiche dal giudizio radicalmente negativo sull’Unione Europea e sull’area monetaria da questa inaugurata nonché dalla loro sperimentata irriformabilità: conseguenze che dunque vanno a qualificare la linea politica praticata in ambito nazionale e sostenuta nel confronto con gli altri partiti comunisti e le forze della sinistra di classe continentale. Un tale netto giudizio è sostenuto dall’analisi dei dati concernenti l’economia italiana e quella dei Paesi dell’Eurozona nell’arco degli ultimi tre decenni, dai quali si evince senza possibilità di dubbio l’inesorabile arretramento dell’economia del nostro Paese (e, specificamente, delle condizioni di vita del grosso della popolazione) nel quadro di una progressiva divaricazione tra le economie dei Paesi centrali (Germania in testa) e quelle dei Paesi cosiddetti periferici, a tutto danno di questi ultimi. La crisi capitalistica, dal 2008 in poi, ha certamente accentuato un tale regresso, il quale tuttavia ha iniziato a far sentire i suoi effetti con l’inaugurazione dell’Unione Europea e della sua moneta unica.

L’Unione europea, lungi dall’essere una soluzione, si è dimostrata per le lavoratrici e i lavoratori italiani il problema; al cuore di tale problema, sta il sistema (l’insieme delle regole) dell’euro. L’allegata relazione insiste sul fatto che le politiche dell’Ue non sono l’espressione di errori ma di un consapevole orientamento di classe e antipopolare, teso a cercare un equilibrio che tuteli innanzitutto gli interessi della parte egemone del capitale finanziario continentale e, sul piano delle relazioni tra Stati, gli interessi dei creditori. In tale rigido mandato si riassume l’irriformabilità dell’Unione e dei suoi Trattati e la funzione non meramente tecnica ma politicamente costituente della moneta unica e delle sue regole (da Maastricht in poi).

Una volta stabilita l’impraticabilità di una strada – la non riformabilità dell’Ue e la necessità di superamento dell’euro – si tratta di costruire una strada alternativa; o, per meglio dire, di contribuire con urgenza alla sua costruzione assieme alle forze politiche italiane ed europee che condividano un tale orientamento di fondo. A partire dai partiti comunisti. Quel che non si può fare è sancire che una strada è sbarrata e poi fermarsi qui, restando a bagnomaria nell’incapacità di offrire una soluzione alternativa e lasciando che altri (le destre) occupino il relativo vuoto politico. Per questo, nell’ultima parte del documento, abbiamo fatto riferimento ad alcune concrete proposte, avanzate da forze politiche o da singoli economisti, che provano a prefigurare i passi concreti di un uscita a sinistra dall’Ue e dall’euro. Esse costituiscono la base di un terreno di confronto che va perseguito e ulteriormente alimentato al fine di giungere ad un risultato il più possibile unitario e condiviso. Riteniamo che, nella costruzione di una tale ineludibile alternativa, i comunisti debbano essere protagonisti. A tal fine, abbiamo messo in agenda per la fine del prossimo febbraio un incontro tra forze politiche (italiane e non) che faccia fare nel merito un ulteriore concreto passo in avanti .

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