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Libia, sei anni dopo

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di Manuela Palermi, Presidente del Comitato Centrale PCI
 

Non si sa quante persone siano morte in Libia dopo l’intervento della Nato del 2011. Alcuni dicono 30mila, altri di più. La Croce Rossa ne calcola attorno alle 120mila. Al di là delle cifre, la guerra della Nato ha distrutto la Libia e fa vivere sei milioni di libici in un incubo quotidiano.

La mattanza inizia sei anni fa, nel mese di marzo. Sulla Libia cade un diluvio di bombe e missili lanciati da navi ed aerei Usa, francesi e inglesi. Anche l’Italia partecipa alla guerra. I caccia decollano dalla base aerea di Trapani Birgi in Sicilia e dalla portaerei Garibaldi. Berlusconi decide di partecipare subito dopo i colloqui con Sarkozy, il 26 aprile a Roma. Il sostegno maggiore gli viene dal Pd, che in parlamento si pronuncia a favore degli attacchi Nato. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, afferma: “Non siamo entrati in guerra. La carta dellOnu prevede un capitolo, il settimo, il quale nell’interesse della pace ritiene che siano da autorizzare anche azioni volte, con le forze armate, a reprimere le violazioni della pace”.

La mattanza viene giustificata con la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu. In quella risoluzione c’è scritto che vanno prese le “misure necessarie” per proteggere la popolazione civile “minacciata”. Quella risoluzione autorizza una no-fly zone, non l’invasione del paese. Non autorizza nulla che comporti un intervento militare, né tanto meno un attacco per rovesciare il governo. Quando le bombe e i missili oscurano il cielo libico, Mosca e Pechino – che si sono astenute – denunciano l’interpretazione abusiva della risoluzione dell’Onu. Il Sudafrica, che pure ha votato a favore, esprime la sua indignazione. Ma bombe e missili continuano a cadere. Gli alleati occidentali hanno un fine determinato, quello di rovesciare Gheddafi ed occupare militarmente il Paese. E’ tale e tanta l’ipocrisia, e così criminale il suo scopo, che mentre gli aerei bombardano la popolazione civile di Bengasi, Misurata ed altre città, gli alleati occidentali dichiarano al mondo che il loro intervento è a difesa delle popolazioni bombardate.

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Tempo prima, esperti militari statunitensi avevano addestrato le “forze ribelli” e gli avevano fornito abbondanti e sofisticati armamenti mentre il Dipartimento di Stato Usa aveva lavorato per creare un Consiglio nazionale di transizione con cui sostituire Gheddafi. Comandi militari britannici e statunitensi (con l’approvazione di Cameron ed Obama, in violazione della legalità internazionale) si erano infiltrati nel Paese, tra le bande ribelli, partecipando a sabotaggi e omicidi selettivi.

Nei mesi dell’estate del 2011, la Nato lancia migliaia di missili. Il 20 ottobre Gheddafi fugge da Sirte. Individuato, viene attaccato da aerei statunitensi e francesi. Catturato dalle forze ribelli appoggiate dai comandi speciali, viene assassinato. Cinque giorni prima, Cameron e Sarkozy erano volati in Libia, nella zona controllata dai ribelli, mentre erano in corso operazioni della Cia per localizzare Gheddafi ed assassinarlo.

I bombardamenti della Nato distruggono aeroporti, infrastrutture, porti, quartieri, strade. Centinaia di migliaia di persone sono costrette alla fuga, profughi nella loro terra. Scoppiano le guerre per bande (allo stesso modo che in Afghanistan con la vittoria dei “signori della guerra”, anch’essi appoggiati dagli Usa). Nel Paese arriva il caos, la devastazione, miliziani fanatici e banditi armati si appropriano di tutto. La Libia è un incubo dove i sequestri, la tortura, gli omicidi, gli stupri di donne e bambine fanno della vita quotidiana un inferno. Mancano cibo e medicine. In molte città, come a Bengasi, la gente si nutre di cibo avariato e topi. All’inferno quotidiano si aggiunge la distruzione di edifici pubblici, di piazze, parchi, case; si aggiungono i furti, le fucilazioni, le decapitazioni pubbliche organizzate dai gruppi yihadisti, moneta comune nella Libia di oggi. Centinaia di gruppi armati lottano l’uno contro l’altro per il controllo del territorio, per appropriarsi della ricchezza del paese, si uniscono alle mafie, fanno traffico di esseri umani, condannano i migranti ai lavori forzati, uccidono nella totale impunità.

Per uscire dal caos, i governi occidentali danno vita al “governo di unità nazionale”, creato in Marocco nel dicembre del 2015, presieduto da Fayez al-Sarraj. Un governo senza autorità, incapace di controllare Tripoli dove le milizie armate sequestrano il petrolio per venderlo all’estero e continuano a derubare ed uccidere la popolazione.

In questo caos infernale, Washington continua ad inviare “comandi speciali” e tenta di stabilizzare la situazione col governo di Fayez al-Sarraj. L’obiettivo è quello di sempre: un governo fantoccio che non metta in discussione gli interessi statunitensi. Il Dipartimento di Stato è capace di rendere “presentabile” qualsiasi governo di banditi.

Oggi Gran Bretagna, Francia e Italia hanno interessi diversi da quelli statunitensi. Quello di Bruxelles è soprattutto di contenere l’arrivo dei migranti, calcolati in 150mila all’anno. Le televisioni e la stampa internazionale hanno smesso da tempo di interessarsi della Libia, ripetendo un copione che ha sempre successo. Nessun paese, nessuna potenza della Nato si assume la responsabilità della presenza di Daesh, delle bande e milizie che commettono crimini nell’indifferenza occidentale.

Da sei anni i libici continuano a cibarsi di topi e di cibo avariato. Assistono agli omicidi e alle decapitazioni pubbliche. La vita lì non vale nulla. Tutti se ne sono fatti una ragione.

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