Home Italia Cultura e formazione Una Rivoluzione lunga un secolo. A cento anni dall’Ottobre 1917

Una Rivoluzione lunga un secolo. A cento anni dall’Ottobre 1917

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di Alexander Höbel, Segreteria Nazionale PCI, responsabile Cultura e Formazione

A un secolo esatto dalla Rivoluzione d’Ottobre, quella svolta storica conserva tutta la sua forza simbolica e politica. A lungo si è cercato di disinnescarla, soprattutto dopo la crisi del campo socialista e la fine dell’Urss. La rimozione e la demonizzazione sono state le principali strategie messe in atto per tentare di cancellare lo straordinario messaggio emancipatorio proveniente dall’Ottobre e di ridurre quest’ultimo al colpo di mano di una minoranza coesa ma sostanzialmente estranea, sovrapposta al concreto divenire storico. E invece la forza dell’Ottobre sta proprio nell’incontro tra una dinamica sociale e storica che, col massacro imperialista della Prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’autocrazia zarista, era giunta in Russia a un certo grado di maturazione e l’azione cosciente e organizzata di una soggettività politica, che colse tutte le potenzialità di tale contesto, e della formidabile spinta politica verso il superamento della barbarie e l’emancipazione degli oppressi che esso stava producendo.

Lo ricorderà Victor Serge, descrivendo la profonda sintonia, la vera e propria fusione tra Partito e masse, che si verificò nelle settimane precedenti l’Ottobre:

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Quello che tutti vogliono, il partito lo esprime in termini chiari, e lo fa. […] Il partito è il legame che li unisce tra di loro, da un capo all’altro del paese […] è la loro coscienza, la loro organizzazione. […]

L’avanzata delle masse verso la rivoluzione si traduce così in un grande fatto politico: i bolscevichi, piccola minoranza rivoluzionaria in marzo, in settembre diventano il partito di maggioranza. Diventa impossibile distinguere tra il partito e le masse. È una sola ondata. […] I bolscevichi, grazie alla loro giusta concezione teorica […] si identificano insieme con le masse lavoratrici e con la necessità storica[1].

Come era stato possibile un così alto grado di sintonia tra masse e organizzazione politica? È una questione di carattere storico, ma ricca di implicazioni anche per l’oggi, nel momento in cui al contrario si registra il massimo dello scollamento tra questi due fattori. A me pare che le basi di questa fusione stiano nel lavoro che i bolscevichi avevano portato avanti negli anni precedenti, e nella giusta impostazione che a tale lavoro era stata data da Lenin, a partire dal suo preziosissimo Che fare? Qui egli aveva polemizzato con lo spontaneismo e l’economicismo, due facce della stessa medaglia, che, svalutando o negando il ruolo dell’organizzazione politica, di fatto condannano il proletariato a rimanere a un livello di coscienza nel migliore dei casi sindacale, “tradunionista”, il che ne prepara il riflusso o la caduta sotto l’egemonia borghese. Al contrario, per Lenin, “quanto più grande è la spinta spontanea delle masse […] tanto più aumenta […] il bisogno di coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa” del movimento operaio. Di qui il ruolo centrale di quel lavoro di “agitazione e propaganda” che deve indurre il militante rivoluzionario a stare in tutti i conflitti, non solo quelli della propria classe, portando in ciascuna lotta il respiro di una visione politica e di un’analisi generale; un militante che deve essere un “tribuno popolare” ma non un demagogo, e che parte dai singoli confitti per elevare il livello di coscienza e favorire la costruzione del Partito; un partito di quadri, ma a forte e netta vocazione di massa[2]. Il “piano tattico” dei bolscevichi, proseguiva Lenin, era dunque “la negazione dell’appello immediato all’assalto ed esprime l’esigenza di un ‘assedio regolare della fortezza nemica’ […] l’accentramento di tutti gli sforzi per raccogliere, organizzare e mobilitare un esercito permanente”[3]. Sono frasi che ricordano Gramsci, e la sua elaborazione su guerra di posizione e guerra manovrata; e anche questo ci conferma quanto avesse ragione il rivoluzionario sardo ad attribuire innanzitutto a Lenin il “concetto e [il] fatto” dell’egemonia[4].

Il modello di partito delineato nel Che fare? È dunque l’esatto contrario di quella caricatura del partito leninista che spesso viene propagandata: non un partito-setta dei “pochi ma buoni” e ben determinati, che nella clandestinità prepara il colpo di mano, ma un partito che impara a lavorare tra le masse, a farsene interprete, e che grazie a questa capacità acquisita sul campo, in seguito ad anni di lavoro politico e alla sua intensificazione a partire dal febbraio 1917, riesce a conquistarne la fiducia e a diventarne la guida. Qui la lezione per l’oggi è evidente.

L’Ottobre fu quindi per certi versi un banco di prova decisivo per quello sviluppo del pensiero marxista che va sotto il nome di leninismo. Il fatto che Lenin e i bolscevichi avessero “l’abilità di riconoscere ciò che le masse volevano”[5], la sintonia tra quel gruppo dirigente e gli operai, i contadini e i soldati mobilitatisi, furono il frutto di un lungo lavoro di organizzazione e di un’adeguata strategia politica. Benché infatti i bolscevichi tendessero a vedersi come i giacobini del XX secolo e sebbene nel processo rivoluzionario non sia mancata la necessità di surrogare con una forte e accentrata direzione politica una serie di pesanti limiti oggettivi e soggettivi (dal diffuso analfabetismo alla mancanza di una forte tradizione organizzativa del movimento operaio russo), la parte a mio parere più autentica del pensiero di Lenin sta proprio nella precisa indicazione di superare questi limiti, abbattere questi ostacoli, attraverso l’opera di educazione politica che egli affida al Partito. La politica – in particolare quella proletaria – è per il leader bolscevico sempre un fatto di massa; essa anzi “comincia laddove ci sono milioni di uomini”[6]. Come osserva Michele Prospero, nel 1917 furono “le elezioni dei Soviet nelle grandi città conquistate alla causa bolscevica […] la diserzione dei soldati” a dare all’insurrezione un profondo senso politico, a convincere Lenin che il momento era arrivato[7].

La stessa attenzione alla dimensione di massa dell’azione politica è dedicata dal grande rivoluzionario russo anche nell’analisi dei problemi che sorgono dopo la presa del potere, allorché inizia il tentativo dei bolscevichi di costruire uno Stato e un’economia nuovi; un apparato statale che non fosse composto da politici e funzionari di professione – oggi si direbbe, di tecnici –, ma fosse invece un apparato di massa, radicato e diffuso. Scrive Lenin nel 1918: “La lotta contro la deformazione burocratica dell’organizzazione sovietica è garantita dalla solidità dei legami che uniscono i Soviet con il ‘popolo’”. In questo senso, “il carattere socialista della democrazia sovietica” sta anche nel fatto che “si crea una migliore organizzazione dell’avanguardia dei lavoratori, cioè del proletariato della grande industria, organizzazione che gli permette di assumere la direzione della più larghe masse di sfruttati, di farle partecipare a una vita politica indipendente, di educarle politicamente sulla base della loro stessa esperienza […] in modo che realmente tutta la popolazione impari a governare”[8]. “Combattere sino in fondo il burocratismo – aggiunge un anno dopo – […] si può unicamente se tutta la popolazione partecipa alla gestione. Nelle repubbliche borghesi […] la legge stessa lo impedisce. […] Noi abbiamo fatto sì che tutte queste pastoie non esistano più da noi, ma […] oltre alla legge, c’è anche il livello di cultura […]. Questo basso livello di cultura fa sì che i Soviet, i quali, secondo il loro programma, sono gli organi del governo esercitato dai lavoratori, sono in realtà gli organi del governo per i lavoratori […]. Dinanzi a noi si pone qui un compito che non può essere assolto se non con un lungo lavoro di educazione”[9].

In questo processo Lenin attribuisce grande importanza anche al sindacato come “cinghia di trasmissione” fra il partito e i lavoratori, in grado di recepire e trasmettere gli orientamenti delle masse e di essere al tempo stesso una “scuola di comunismo” e una “scuola di amministrazione dell’industria socialista”[10]. Una funzione, quindi, importantissima.

Questa priorità attribuita alla dimensione di massa della politica sarà alla base della crescita del movimento comunista in altri paesi durante il XX secolo, in particolare nei contesti in cui di tale lezione si saprà fare tesoro, dalla stagione dei Fronti popolari al ruolo di avanguardia nella lotta antifascista, dal “partito nuovo” togliattiano alla rivoluzione cinese, e in generale alla funzione esercitata dai comunisti nei movimenti di liberazione nazionale e nel processo di decolonizzazione.

È così che la Rivoluzione d’Ottobre ha potuto estendere la sua influenza su tutto il “secolo breve”, stimolando e provocando trasformazioni radicali, che hanno riguardato anche l’Occidente capitalistico, con la nascita del Welfare State e lo sviluppo della democrazia rappresentativa.

Ed è proprio questa dimensione, questa capacità di fare una politica di massa, uno dei lasciti più preziosi di quella straordinaria esperienza, che va ancora studiata e approfondita, ma soprattutto richiede ai comunisti una rinnovata capacità di acquisirne e applicarne gli insegnamenti.

* Il presente articolo è in corso di pubblicazione nel numero di novembre della rivista online “Gramsci Oggi”.

[1] V. Serge, L’Anno primo della rivoluzione russa, Torino, Einaudi, 1991, pp. 37-38.

[2] Lenin, Che fare?, Roma, Editori Riuniti, 1970, pp. 71, 87, 105-107, 115-117.

[3] Ivi, p. 212.

[4] A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, pp. 866, 882, 886, 1249-1250.

[5] E.J. Hobsbawm, Il Secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995, p. 79.

[6] Cfr. M. Prospero, Il linguaggio dimenticato, in V.I. Lenin, Stato e rivoluzione, a cura di V. Gerratana, Roma, Editori Riuniti, 2017, p. 27.

[7] Ivi, p. 62.

[8] V.I. Lenin, I compiti immediati del potere sovietico, aprile 1918, in Id., Opere scelte, Roma, Editori Riuniti, 1965, pp. 1116-1118.

[9] V.I. Lenin, Rapporto sul programma del partito presentato all’VIII Congresso del Partito comunista (bolscevico) di Russia, marzo 1919, ivi, pp. 1260-1261.

[10] C. Hill, Lenin e la rivoluzione russa, Torino, Einaudi, 1979, p. 148; V.I. Lenin, La funzione e i compiti dei sindacati nelle condizioni della Nuova politica economica, gennaio 1922, in Id., Opere scelte, cit., pp. 1682-1685.

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