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L’ADESIONE DEL PCI A POTERE AL POPOLO: alcune domande e alcune considerazioni

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di Fosco Giannini, Segreteria nazionale PCI

In quale partito politico, in quale Lista non si apre una discussione politica – spesso “drammatica” – in prossimità delle elezioni? La discussione (eufemismo) si apre in tutti i partiti, in ogni Lista. Perché? Perché nel sistema politico-istituzionale borghese le elezioni sono “tutto” e rappresentano per gran parte delle forze in campo il punto politico più alto dell’alternanza trasformista (non, dunque, del cambiamento) e quasi tutti le enfatizzano oltremisura. I comunisti – consapevoli che in un sistema borghese le elezioni rappresentano uno dei terreni più fecondi per il rafforzamento dell’egemonia delle classi dominanti – sanno ( dovrebbero sapere) che le stesse elezioni non sono l’unica e centrale strada della trasformazione; non dovrebbero, dunque, enfatizzare e drammatizzare più di tanto l’appuntamento elettorale (atteggiamento che è tutt’altra cosa rispetto all’abbandono elitario della lotta elettorale, scelta che non appartiene certo ai comunisti), identificando le tappe della stessa trasformazione sociale nella lotta, nella conduzione del conflitto di classe e nell’accumulazione di forze sociali, intellettuali e politiche volta al cambiamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. I comunisti sanno- dovrebbero sapere – tutto ciò, tuttavia cadono anch’essi, a volte, nel conflitto elettorale interno. Ma nessuno è perfetto!

Anche nel PCI, in questa fase pre-elettorale, si è aperta una (legittima) discussione tra coloro (una vasta maggioranza) che hanno scelto di aderire a Potere al Popolo e tra quanti hanno avversato tale linea.

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Con il grande rispetto che meritano i compagni e le compagne che avrebbero preferito che il PCI andasse da solo alle elezioni, col proprio simbolo, provo a sviluppare una riflessione politica che s’imperni su di un cardine diverso da quello della simbologia, che affronti la questione politica-elettorale da un punto di vista diverso da quello, totalizzante, dell’investimento politico sul simbolo, sulla sua ipotetica capacità di accumulazione autonoma di forze e, dunque, sul suo ipotetico ruolo di agente costitutivo della ricostruzione , nel pensiero, nella prassi, del partito comunista in Italia.

Vorrei sviluppare l’analisi non sul piano prettamente politico – teorico (di cui, per la verità, avremmo un gran bisogno), ma su quello della prassi politica contingente.

Misuriamoci, cioè, con i “nodi” strutturali che i comunisti e le comuniste hanno davanti, che rappresentano cioè i terreni reali  dell’oppressione da parte dei poteri (internazionali e nazionali) ma anche della lotta e della stessa opportunità di crescita del partito comunista.

Primo, la questione dell’imperialismo USA e della NATO: pervasivo è il dominio, in Italia, degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica. Tale dominio pone i problemi dell’autonomia e l’indipendenza del nostro Paese, i problemi dell’immenso spostamento di risorse economiche verso i progetti di guerra e riarmo degli USA e della NATO e pone il problema gigantesco della ricostruzione di un movimento di massa contro i pericoli di guerra insiti nella stessa subordinazione, militare e politica, dell’Italia all’imperialismo nord americano e alla NATO. Domanda: questi problemi di ordine titanico il PCI può affrontarli da solo o deve sviluppare una politica di alleanze con forze avanzate, di carattere antimperialista, volta a mettere in campo una massa critica capace di rendere verosimili le parole d’ordine “fuori l’Italia dalla NATO”, “stop alle politiche di riarmo e spostamento delle risorse sinora belliche verso il welfare”? Può, da solo, il PCI mettere in campo un movimento di massa contro la guerra? Le domande sono retoriche e le risposte scontate: il PCI, da solo, non può. E ancor meno possono farlo altri – piccolissimi – partiti comunisti che oggi rivendicano con smisurato orgoglio il loro solipsismo, criticando la scelta del PCI di essere parte di Potere al Popolo.

Secondo, la questione dell’Unione europea e dell’esercito europeo: la mitizzazione dell’Ue (dai libri di scuola alla propaganda mediatica, dalla politica all’arte) ha piantato nella testa del senso comune di massa, come una bandiera, “l’inevitabilità storica “dell’UE e tale progetto scientifico di mitizzazione è pari solo all’invenzione dell’Ue come progetto storico in atto: in verità l’Ue non era affatto all’ordine del giorno della storia e la sua costruzione risponde solamente agli interessi del grande capitale transnazionale. L’esercito europeo non è, in questo contesto, che l’avanguardia armata degli interessi neo imperialisti dell’Ue, come l’Euro altro non è che l’arma economica dell’Ue a dominio tedesco. Detto ciò (messa cioè a fuoco l’enormità del problema e la terribile lotta controcorrente che il PCI – avverso all’Ue, all’Euro e all’esercito europeo – deve condurre sia contro i potentissimi poteri politici ed economici nazionali e sovranazionali e contro il vasto senso comune di massa) il PCI questa lotta può condurla da solo? Può, da solo, elaborare una risposta strategicamente alternativa alla permanenza dell’Italia nell’Ue, oppure è prioritario che esso lavori per un’accumulazione di forze contrarie al progetto iperliberista e militarista dell’Ue e attraverso uno spostamento del senso comune di massa verso la liberazione dall’Ue metta a fuoco anche un progetto alternativo ad essa? Anche in questo caso la domanda è retorica e la risposta scontata. Tant’è che il PCI, ben prima che si costituisse Potere al Popolo, è stato il perno dell’alleanza Eurostop.

Terza questione: mai come in questa fase – dal secondo dopo guerra in poi – i rapporti sociali e politici tra capitale e lavoro sono stati così sfavorevoli al movimento operaio complessivo; “la classe” non è mai stata così divisa e frammentata; il movimento sindacale storico non è mai stato così debole e subordinato; l’opposizione di classe e di massa è svaporata, in Italia, da almeno un trentennio. Può, da solo, il PCI cambiare i rapporti di forza tra capitale e lavoro? Può riorganizzare, solo attorno a sé, l’ormai storicamente necessario sindacato di classe e di massa? Può ricostruire, da solo, un’opposizione sociale e politica di massa? Possono farlo i minuscoli partitini comunisti che fanno del loro isolamento una bandiera, un pensiero teorico? E’ un’altra domanda retorica, poiché è chiaro che il PCI, da solo, non può risolvere tutti questi enormi problemi. Tuttavia va aggiunto che se siamo costretti, al fine di mettere in campo un ragionamento razionale, a formulare domande retoriche, è perché sul fronte contrario a quello delle alleanze si mettono spesso in campo risposte apodittiche: andiamo da soli col nostro simbolo poiché questa è la strada maestra per la ricostruzione di un partito comunista.

Quarta questione: l’immigrazione è una delle questioni centrali dell’attuale fase sociale e politica. Se non vogliamo affrontare tale questione come una forza conservatrice o moderata qualsiasi e vogliamo invece mettere in campo una linea ed un progetto volto a rovesciare la questione immigrazione in senso rivoluzionario, attraverso la costruzione dell’unità anticapitalista del proletariato “bianco e nero”, possiamo farlo da soli, può il PCI, da solo, risolvere tale questione?

Quinta questione: “la quarta rivoluzione industriale” (usiamo questa espressione per comodità, sapendo che essa non rispetta certo tutti i criteri scientifici) pone nuovi ed enormi problemi, di tipo sia politico che teorico, alle forze comuniste e anticapitaliste: pone il problema, rispetto alle enormi capacità produttive del nuovo sistema macchinico capitalistico, della drastica riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di salario; pone il problema dell’individuazione, all’interno del nuovo sviluppo produttivo, delle avanguardie operaie; pone il problema, rispetto alla costituzione di un vastissima area sottoproletaria che si va costituendo in conseguenza dell’espulsione dai processi produttivi di tanta mano d’opera non qualificata, della costruzione dell’unità di classe tra area operaia “garantita” e, appunto, sottoproletariato ex operaio o collocato nella disoccupazione, nell’inoccupazione o nel precariato. Può, da solo, il PCI affrontare tali, mastodontiche, questioni sociali, politiche e teoriche?

Sesta questione:l’espulsione di massa dai processi produttivi e dallo stesso tessuto sociale e civile in virtù di una crisi epocale sospinge milioni di persone nelle periferie metropolitane, milioni di persone che vivono in contesti, oggi, in gran parte sconosciuti ai comunisti e al PCI. Delle praterie sociali entro le quali per ora scorrazzano, organizzando consenso, più che altro le destre fasciste, spesso in combutta con le nuove (e vecchie) mafie metropolitane. Può da solo il PCI affrontare tale questione, la questione di nuovi insediamenti comunisti, antifascisti, d’inclinazione popolare, in aree sociali mai da noi frequentate, che richiedono nuovi modelli organizzativi, nuove parole d’ordine e nuovi e più adeguati stili di lavoro, sociale e politico?

Potremmo continuare e innalzare ancor più il livello analitico generale. Ma credo basti per dire: oggi, per mille ragioni (si possono usare parole semplici, quanto verosimili: per le “Bolognine”, le abiure, i tradimenti, gli errori) il movimento comunista, in Italia, versa in condizioni difficilissime e certo non ha la forza per candidarsi ad affrontare da solo questa terribile fase a totale egemonia capitalistica. E nessuna scorciatoia che inzuppi il biscotto dei problemi nel caffelatte del dogma e del populismo rosso è ammissibile, pena la stessa credibilità dei comunisti. Oggi più che mai, invece, occorre che i comunisti sappiano qual è l’acqua dove far crescere i loro pesci rossi. Candidarsi ad essere il fulcro unitario di un nuovo fronte antimperialista, anticapitalista e in lotta contro le guerre e il riarmo: solo attraverso questo ruolo attivo e di massa può ricostruirsi e autorigenerarsi – sia sul piano politico che teorico – il partito comunista.

In fondo, c’è tutto questo alla base della scelta del PCI di far parte della coalizione Potere al Popolo, c’è questa inclinazione politico-teorica generale. E’ molto probabile che Potere al Popolo (che nulla ha a che vedere con i vecchi “Arcobaleni”) non sarà la risposta definitiva all’esigenza di accumulare forze in senso anticapitalista e antimperialista, all’esigenza di costruire un vasto Fronte popolare, ed è molto probabile che dovremo ancora, per cogliere questo obiettivo, cercare, provare, tentare. Ma il punto è – persino al di là dell’esito dell’ esperienza di Potere al Popolo – che quella della costruzione di un vasto Fronte anticapitalista e di popolo, all’interno del quale il PCI svolga il suo ruolo d’avanguardia, è la scelta necessaria, giusta e inevitabile. Poiché da soli non solo non riusciremmo a rispondere all’immane attacco delle classi dominanti, ma nemmeno a far crescere il PCI, sia quantitativamente che qualitativamente.

Chi scrive ha un rispetto immenso per quei compagni e quelle compagne che “con le dovute maniere” (per dirla all’antica) all’interno del PCI hanno espresso contrarietà alla scelta del Partito di far parte di Potere al Popolo. Grande rispetto: tuttavia è chiaro che “andare col nostro simbolo” non può essere considerata la sola ed esclusiva risposta agli immensi problemi di carattere sociale, politico e teorico che abbiamo tentato, sinteticamente, rozzamente, di mettere a fuoco. Possiamo ragionare coì, cari compagni e care compagne in dissenso, riaprendo tra di noi la necessaria discussione unitaria e strategica?

 

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