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Per un’Europa dei Lavoratori e dei Popoli

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MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL PCI, FIRENZE 16 MARZO 2019

Relazione introduttiva di Bruno Steri

Care compagne e cari compagni,

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il nostro partito ha organizzato questa iniziativa nazionale in una fase politica che guarda alle imminenti scadenze elettorali, le elezioni europee di maggio ma anche la tornata di elezioni amministrative che coinvolgeranno alcune regioni e numerosi comuni italiani. Io sono chiamato ad aprire i nostri lavori, ponendo al centro di questa introduzione il tema Europa. Questo avviene non solo perché – come detto – siamo in vista di elezioni europee, ma soprattutto perché sin dalla sua nascita, con l’assemblea costituente del 2016, questo partito ha inteso il giudizio sull’Unione europea e il conseguente che fare come un elemento discriminante della sua linea politica: al cuore della netta divaricazione tra i nostri orientamenti e quelli del Partito democratico sta precisamente la critica all’Unione europea, posta al traino della sua moneta unica, e l’urgenza di un loro superamento. Il suddetto tema ha ovviamente un peso decisivo quando si ragiona di alleanze e di possibili coalizioni elettorali. Com’era prevedibile, anche questa fase preelettorale ha indotto i soggetti politici e sociali ad organizzare tavoli di discussione in vista di possibili accordi. Su tali legittimi tentativi abbiamo già espresso una nostra valutazione. Leggo ad esempio da un mio recente editoriale pubblicato sul nostro sito:

<< Abbiamo provato a interloquire con le forze politiche e sociali della cosiddetta “sinistra di alternativa”. Lo abbiamo fatto col massimo di apertura unitaria ma tenendo fermo nel contempo il nostro mandato congressuale che ha visto la larga maggioranza degli iscritti determinata a non derogare da quattro convinzioni di fondo: l’impossibilità di accordi elettorali col Partito democratico, la necessità di rendere visibile a sinistra una netta contrarietà a questa Unione europea neoliberista e al suo traino monetario, un forte impegno contro la guerra e il riarmo (convenzionale e non) con conseguente messa in discussione dell’appartenenza dell’Italia alla Nato, la priorità del recupero della dignità e del valore del lavoro. Gli iscritti del Pci si sono pronunciati per una presenza elettorale che connettesse il nome e il simbolo dei comunisti a tali temi, senza tralasciare eventuali interlocuzioni che non sacrificassero i suddetti contenuti di fondo e, con essi, la visibile identità del partito. Poniamo in cima alla nostra agenda la ricostruzione del Partito comunista ma, in sintonia con la tradizione dei comunisti, non rinunciamo a ricercare momenti di unità con soggetti politici a noi vicini a partire da concreti contenuti: in questo senso non ci convince un’ “unità a prescindere”, non ci convincono alleanze elettorali dell’ultimo minuto, dai contorni politici e programmatici incerti se non addirittura eterogenei. L’esperienza di questi ultimi anni ci dice che è bene evitare di costruire sulla sabbia, in nome di un’urgenza senza costrutto e con incerto futuro. Per questo sin dall’inizio non abbiamo partecipato all’ipotesi di coalizione guidata da Luigi De Magistris: troppa incertezza su contenuti di fondo (come appunto l’Europa) e sulla composizione della stessa coalizione. Nel merito è proprio il caso di dire: abbiamo già dato e abbiamo perso tempo e voti. Gli elettori non sono stupidi: la croce rossa di un’unità abborracciata non paga, politicamente ed elettoralmente >>.

Ho riproposto questa lunga citazione perché tra l’altro ritengo sia ora di lasciar parlare fonti e dichiarazioni ufficiali, evitando accuratamente di prendere sul serio le sciocchezze che capita di incrociare sui social network.

-Ma veniamo al nostro tema. Entrando nel vivo dei contesti nazionali e delle rispettive vicende elettorali, il tema Europa ha polarizzato la discussione all’interno e tra i Partiti comunisti del nostro continente: una discussione particolarmente animata, talvolta diversificata non tanto in riferimento all’analisi unanimemente condivisa circa la natura neoliberista e antipopolare dell’Unione europea quanto soprattutto rispetto alla radicalità di tale opposizione, al che fare e agli obiettivi immediati. A valle di tale discussione, che prosegue, Il Pci ha ritenuto importante sottoscrivere assieme ad altri partiti comunisti e della sinistra di classe europea l’Appello contro gli orientamenti e le politiche di Bruxelles che in questa sala distribuiamo. L’appello è importante in quanto è espressione dell’unità di intenti del Gue – la Sinistra Unitaria Europea, il raggruppamento politico interno al Parlamento europeo – un’unità di intenti che reputiamo giusto preservare e consolidare.

Entro questo quadro, ribadiamo il nostro specifico punto di vista sul merito della questione Europa. In estrema sintesi, pensiamo che il progetto europeo abbia proposto (e sin dall’inizio formalizzato in Trattati) una società a misura degli interessi del grande capitale finanziario e a discapito della stragrande maggioranza della popolazione.  Oltre a ciò, come conseguenza della competizione tra i capitali continentali più forti e quelli più deboli, nonché a dispetto della denominazione utilizzata («Unione»), non vi è stato alcun processo di integrazione tra Paesi membri, ma al contrario l’ulteriore divaricazione di economie già in partenza diseguali.

Basta scorrere i dati economici degli ultimi due decenni, per confermare tale giudizio complessivo. A cominciare da quelli concernenti il «potenziale manifatturiero» dell’Italia e in generale dei Paesi dell’Eurozona a partire dall’introduzione della moneta unica: ebbene, essi evidenziano per il nostro Paese un «ridimensionamento di base produttiva senza precedenti nella storia italiana, se si fa eccezione per le distruzioni della Seconda guerra mondiale» (Nomisma 2015). Fino all’introduzione dell’euro, l’Italia aveva una capacità manifatturiera per abitante perfino superiore a quella dell’economia tedesca: dunque, era più industrializzata della Germania in rapporto alla popolazione. Con la moneta unica vigente, tale vantaggio si è annullato. A partire dal 2007, con l’esplodere della crisi, il gap è poi divenuto negativo, principalmente a seguito della caduta dell’industria italiana; ma attenzione, il trend negativo era iniziato con la moneta unica. In Italia, l’involuzione è ben visibile sotto il profilo del calo del numero di imprese manifatturiere. Ed anche il reddito pro capite degli italiani, fino al 1996 grosso modo in linea con quello degli altri paesi Ue, da quella data ha preso inesorabilmente a scendere, contestualmente – va da sé – al calo delle retribuzioni e al peggioramento delle condizioni del lavoro dipendente.  Quel che vale per l’Italia vale in generale per i Paesi dell’area mediterranea in contrapposizione ai paesi del Nord Europa: si è cioè in presenza di un vero e proprio «processo di polarizzazione geografica centro-periferia». Il potenziale manifatturiero infatti decade in Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e Francia, mentre aumenta o si consolida in Germania, Olanda, Austria e Finlandia. L’involuzione qui evidenziata mostra una tendenza in atto verso una sperequata specializzazione per aree economiche all’interno di una stessa zona valutaria, sulla cui base da un lato si va verso il monopolio manifatturiero (tedesco) e dall’altro verso la desertificazione produttiva (il riferimento è in particolare al Mezzogiorno d’Italia).

-Come si spiega un tale disastro? Parlare di «errori» è improprio. Si tratta degli effetti di un orientamento che come abbiamo detto è funzionale al grande capitale finanziario. La compagine europea si è trovata a dover fronteggiare gli squilibri causati dai differenziali di competitività esistenti al suo interno e, in particolare, la divaricazione nell’andamento delle bilance commerciali. La strada scelta per tentare un riequilibrio è stata quella dell’abbattimento del costo del lavoro per unità di prodotto, con l’obiettivo di incrementare la produttività dei paesi «periferici» e sanare i loro conti con l’estero. Ma il risultato è stata la distruzione della domanda interna di questi Paesi.  Il caso Grecia è a tal riguardo paradigmatico: la medicina somministrata si è rivelata per il grosso della popolazione molto peggiore del male.

Con l’Unione europea, il cambio di prospettiva è stato strutturale. Il compromesso sociale realizzatosi nella seconda metà dello scorso secolo aveva prodotto l’avvento di un capitalismo interventista, teso a stabilire la propria egemonia sulla base dei principi della democrazia costituzionale e del riconoscimento del diritto al lavoro. Non a caso fu questa la temperie storica in cui venne alla luce la Costituzione italiana e in cui il Partito Comunista concepì la prospettiva di una «democrazia progressiva».  Con l’Unione europea, viceversa, è tornato lo Stato minimo e l’onnipresenza del mercato capitalistico (il laissez-faire, il lasciar fare alle regole del mercato). Con ciò si è compiuto il coronamento di un lungo processo di recupero di potere da parte delle classi dominanti.

Con il varo dell’Ue – con l’accentramento della politica monetaria in capo ad un organismo indipendente quale è la Bce e con la sottrazione delle politiche fiscali e di bilancio all’autonoma disponibilità dei singoli governi – la dogmatica liberista è divenuta un imperativo scolpito nei Trattati: è il trionfo di Friedrich von Hayek, economista liberista per eccellenza, il quale per impedire il finanziamento dell’intervento pubblico predicava precisamente lo sganciamento della creazione di moneta dal controllo dei governi. Come è noto, i Trattati Ue vietano il finanziamento del debito dei singoli Stati, impedendo quella che dovrebbe essere una normale funzione di politica monetaria esercitata da una banca centrale: creare liquidità per fornire allo Stato risorse da spendere in servizi essenziali (politica industriale, sanità, istruzione ecc). Il governatore della Bce, l’italiano Mario Draghi, ha provato ad infrangere il suddetto divieto: lo ha fatto con alterni risultati, superando l’evidente irritazione tedesca; e comunque il suo mandato scadrà ad ottobre di quest’anno. In ogni caso, finché ai governi dell’Europa mediterranea sarà precluso il ricorso ai normali e autonomi strumenti di controllo macroeconomico (politica dei tassi d’interesse, politica dei cambi, politica di bilancio), si può prevedere che sarà impossibile per essi sottrarsi ad un destino di impoverimento industriale e di disoccupazione.

Dire questo non significa affatto cedere a pulsioni nazionalistiche: anzi, la storia recente – e in particolare quella dell’Ue – insegna che proprio il trasferimento di tali funzioni ad autorità di livello sovranazionale apre la strada all’approfondirsi delle contraddizioni di classe imposte dal neoliberismo e – per contrasto – al diffondersi del nazionalismo reazionario. Consegnati ad un contesto in cui l’esistenza di una moneta unica preclude ai singoli paesi la possibilità di svalutare una propria moneta (così da dare ossigeno all’export) e in cui si impedisce il ricorso alla spesa pubblica per investimenti, ai paesi «periferici» non resta che stringere i cordoni della politica salariale e del mercato del lavoro.

-Del resto, è nel cuore dei Trattati europei che troviamo i presupposti di quella politica neoliberista ostinatamente perseguita anche nel vivo della crisi capitalistica: libera circolazione dei capitali, «modernizzazione» a sostegno dell’innovazione finanziaria, apertura indiscriminata dei mercati e fiducia nelle virtù «auto regolatrici» di questi ultimi. Nel Trattato di Lisbona possiamo infatti leggere: «Tutte le restrizioni ai movimenti di capitale tra gli Stati membri e i Paesi terzi sono interdette». Ciò è detto in barba a qualunque impegno per contrastare movimenti speculativi e per imporre vincoli al flusso di capitali – ad esempio attraverso la tassazione. Nucleo ideologico indiscusso resta il «rispetto del principio di un’economia di mercato aperta in cui la concorrenza è libera». Imprese e servizi pubblici sono sottomessi a tale dogma. Non c’è quindi da stupirsi se da Bruxelles sono piovute direttive che incoraggiano le privatizzazioni o l’adozione da parte delle imprese pubbliche dei criteri di redditività del privato. Né può sorprendere che il Trattato medesimo giudichi «incompatibili con il mercato interno (…) gli aiuti da parte degli Stati (…) che minacciano di falsare la concorrenza». Questa è la filosofia di fondo di Bruxelles.

Ci vuol poco a capire come le suddette regole entrino in rotta di collisione con la nostra Costituzione, facendo profilare una vera e propria nuova questione nazionale. A scanso di sciocchi equivoci, è bene in proposito ricordare che – detto banalmente – c’è totale contrapposizione tra l’approccio al suddetto tema di un Matteo Salvini e quello per esempio di un Antonio Gramsci, tra chi cioè predica un regressivo ripiegamento nazionalistico e chi si propone di costruire un’opposizione vincente al blocco di potere capitalistico transnazionale, scegliendo di volta in volta nel conflitto di classe i terreni di lotta più favorevoli alle classi popolari. Il fatto è che Trattati Ue e Costituzione italiana confliggono sul piano dell’ispirazione di fondo, dei principi che sovrintendono al vivere associato. Difendere la nostra Costituzione dal pervasivo attacco del neoliberismo, preservandone la preminenza giuridica e di orientamento politico generale, è un modo giusto di ridare valore – il valore di una lotta progressiva – ad una questione nazionale che, nella fattispecie, fa tutt’uno con la tenuta degli assetti democratici. L’esperienza di questi anni ci obbliga insomma a prendere atto dell’impianto concettuale e normativo con cui ha preso forma l’Unione europea: oggi non possiamo non trarre le conseguenze politiche della sua strutturale irriformabilità.

Lo stesso Trattato di Aquisgrana siglato da Germania e Francia lo scorso gennaio non modifica l’attuale situazione dell’Unione. Anzi, per certi versi, ne aggrava i limiti intrinseci, approfondendo il solco tra chi conduce e chi segue come l’intendenza. Il Trattato rafforza “una zona economica franco-tedesca con regole comuni”, supportata da un più stringente coordinamento tra le istituzioni dei due Paesi e dalla cooperazione tra le loro forze armate. Inoltre assicura alla Germania, accanto alla copertura dell’ombrello nucleare francese, l’appoggio della Francia nella rivendicazione di un posto di membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu (seggio per altro verso reclamato per un rappresentante dell’Unione europea). In definitiva, l’impressione è quella di un matrimonio che cura gli interessi reciproci dei due Stati nel quadro di un’Unione sempre più divisa: messa a dura prova dalla Brexit (ma anche dalle pulsioni imprevedibili di governi come quello italiano), debilitata dalle spinte euroscettiche, pressata da destra dal costituirsi al suo interno di una nuova “Lega Anseatica” , un fronte liberista di Paesi nordici insofferenti a grandi progetti comuni che costringano a condivisioni solidali (vedi la gestione continentale dell’immigrazione) e a integrazioni fiscali a tutto danno dei loro autonomi privilegi. La percezione è insomma quella del “ciascuno per sé”.

-Nel frattempo in Italia, ma non solo in Italia, assistiamo ad una preoccupante involuzione del quadro politico: le destre stanno imprimendo un segno reazionario ad una sempre più diffusa opposizione all’Ue. Ad esempio strumentalizzando il tema dell’immigrazione e enfatizzando pulsioni di chiusura autarchica e xenofoba. La sinistra di classe e, in essa, i comunisti non possono stare a guardare, lasciando senza una sponda politica i genuini contenuti di classe dell’opposizione all’Ue e alle sue politiche antipopolari. In politica non esiste il vuoto: laddove si crea, qualcuno verrà ad occuparlo. Se non siamo noi a farlo, saranno le destre. Non si può continuare a disquisire di Europa, senza cogliere l’emergenza politica in cui siamo precipitati e, con essa, l’urgenza dell’esplicitazione di una posizione chiara.

L’attuale governo italiano – che in questi giorni appare intenzionato ad aprire un auspicabile confronto con la Cina sul tema della cosiddetta Via della Seta, tirandosi per questo addosso un profluvio di critiche da parte dell’atlantismo nazionale e non – non ha mostrato lo stesso coraggio nei confronti dell’Unione europea. Aveva dato inizialmente ad intendere di voler invertire l’atteggiamento di rassegnata acquiescenza adottato negli anni scorsi dai governi di centrodestra e centrosinistra. In realtà, davanti alla pressione esercitata dai rigoristi di Bruxelles e Berlino, la stessa manovra economica per il 2019 ha dovuto  essere ridimensionata a suon di tagli di miliardi rispetto alle spese in un primo momento previste, con il ridimensionamento delle due misure cardine (reddito di cittadinanza e ‘quota 100’), con nuove dismissioni di immobili pubblici, con il congelamento di due miliardi in vista del rispetto degli obiettivi di bilancio e, soprattutto, con il raddoppio delle cosiddette clausole di salvaguardia sull’Iva (una spada di Damocle a tutela dei vincoli di bilancio europei che obbligherà a trovare 23 miliardi di euro di copertura per il 2020 e 29 miliardi nel 2021 e 2022, onde evitare gli aumenti della suddetta imposta).

Ma, al di là delle altisonanti dichiarazioni d’intenti, la verità è che nella gabbia delle regole di Maastricht non ci può essere alcuna politica espansiva e di incremento degli investimenti pubblici. Alla base della filosofia rigorista di Bruxelles sta infatti il dogma dell’abbattimento del debito pubblico. Nonostante il nostro Paese abbia vantato costantemente avanzi primari da record (cioè a dire: entrate dell’amministrazione pubblica superiori alle spese, al netto della spesa per interessi) – in presenza quindi di una condotta contabilmente “virtuosa” ma che ha significato consistenti sacrifici delle classi subalterne – nonostante tutto questo non si è prodotta alcuna riduzione del debito pubblico, e il bilancio italiano continua ad essere taglieggiato da un’esorbitante spesa per interessi. Va ricordato a chi è debole di memoria che “nel 2008, l’anno dell’esplosione della crisi finanziaria, i bilanci pubblici hanno erogato 10 mila miliardi di dollari per salvare e risanare banche e istituti finanziari privati. Gli stessi istituti e le stesse banche con le quali gli Stati si sono poi indebitati per turare i buchi nei loro bilanci”. Ovviamente, su questo l’Ue non ha avuto nulla da ridire.

Ma anche al netto di tali evidenti favoritismi di classe, il diabolico meccanismo del debito non dovrebbe tuttavia essere un destino inevitabile. Innanzitutto c’è da chiedersi come mai l’Unione europea elegga a parametro guida e sanzioni solo il debito pubblico. Sono in molti a sostenere che si tratta di una scelta ingiusta; noi comunisti diciamo che è una scelta marcatamente di classe. Perché, ad esempio, non si prende in considerazione accanto al bilancio di un Paese la situazione finanziaria del commercio estero (l’attivo o il passivo delle partite correnti)? Perché non considerare accanto al deficit di bilancio (quando il governo spende più di quanto incassa) il deficit commerciale (quando le importazioni superano le esportazioni). L’esempio non è fatto a caso. Si tratta del cosiddetto “deficit gemello” (Twin deficit), che dà conto in termini più esaustivi della salute economica di un Paese. Come è stato recentemente sottolineato dallo stesso Paolo Savona, alla luce di tale doppio parametro l’Italia risulterebbe parzialmente riabilitata, poiché vanta un saldo positivo di parte corrente sull’estero che andrebbe a compensare il deficit di bilancio. In ogni caso, essa si posizionerebbe strutturalmente meglio di altri Paesi che convivono con un doppio deficit. Penalizzare unicamente il bilancio significa penalizzare la spesa sociale, le provvidenze a favore delle classi popolari. A riprova del carattere di classe degli orientamenti di fondo di questa Unione europea. In definitiva, il debito pubblico dovrebbe essere solo uno dei parametri sensibili da tenere in considerazione. Se fosse l’unico, si incorrerebbe nel paradosso recentemente segnalato in rete da un intelligente navigatore che si firma “un cittadino europeo (almeno per il momento)”, il quale chiede polemicamente al Commissario Ue Moscovici “se il modello di sviluppo al quale dovremmo puntare sia quello del virtuosissimo Botswana”, Paese africano che ha un bassissimo rapporto debito/Pil, solo del 22,3%, e che per questo raccoglie l’ammirazione dei mercati finanziari e delle agenzie di rating. Peccato che nel virtuoso Botswana non ci sia un servizio sanitario nazionale come in Italia, il 30% della popolazione sia affetta da Aids e il 40% viva con meno di 2 dollari al giorno. Davvero uno splendido modello da seguire.  

Il dogma del debito pubblico sta alla base delle fallimentari politiche imposte per tutti gli scorsi anni dai tecnocrati di Bruxelles. Com’è noto, il dato saliente – quello costantemente monitorato e incluso tra i parametri di Maastricht – non è il volume assoluto del debito pubblico ma il suo rapporto con la ricchezza nazionale prodotta, il fatidico Pil. L’establishment europeo impone che si riduca a tappe forzate tale rapporto per avvicinarlo progressivamente al 60% previsto da Maastricht. Essendo questo rapporto (debito/Pil) a dover essere ridimensionato, non servirebbe a nulla tagliare il numeratore (il volume del debito) se, così facendo, si producesse un decremento del denominatore (il Pil). Ma è proprio quello che accade tagliando spesa pubblica e redditi da lavoro: si dà un colpo allo sviluppo, ridimensionando la ricchezza prodotta e in questo modo vanificando i tagli e i sacrifici imposti. Ci troviamo a rincorrere la lepre senza raggiungerla mai. Eppure, argomentazioni come quella suddetta restano inascoltate. In tempi non molto lontani, la sinistra non mancava di far sentire la propria voce. Prima che deflagrasse la crisi che a tutt’oggi fa sentire i suoi effetti, comparve (2006) un Appello di economisti italiani – tra i quali figuravano voci autorevoli come quelle di Pierangelo Garegnani, Paolo Leon, Augusto Graziani – schierati a favore di una «stabilizzazione» del debito pubblico e contrari all’idea di un suo «abbattimento». Certo, la crisi verticale del sistema finanziario (privato) e i titanici interventi in suo soccorso operati con denaro pubblico hanno poi enfatizzato il problema del debito degli Stati. Tuttavia, il quesito di fondo resta il medesimo: se permane l’imposizione agli Stati di draconiani vincoli di spesa e se l’unico esborso di risorse finanziarie pubbliche di fatto concesso è quello che va in direzione del pagamento del debito e degli interessi sul debito, chi darà ossigeno alla cosiddetta «ripresa»?  Da qualunque parte si guardi, il tema di un radicale cambiamento di prospettiva si pone con urgenza.

-Per concludere. Noi pensiamo che sostenere la possibilità di una correzione “dall’interno” dell’Unione europea non equivalga a una posizione «responsabile»; all’opposto, ci pare configuri la più classica delle fughe dalla realtà. Si tratta di un orientamento che può essere sintetizzato nella seguente formulazione: provare a superare il rigore neoliberista e l’austerità tedesca senza però mettere in discussione l’euro e l’Ue. Qui sta lo snodo cruciale: alla luce dei fatti, questa formulazione risulta un’impossibile quadratura del cerchio. Riproporla oggi equivale a un’operazione retorica che di fatto rischia di riempire il non detto di un adeguamento all’ordine dato delle cose. Non a caso, nel panorama della sinistra di classe italiana, sono ormai molti gli economisti (marxisti e non) che hanno esplicitato un giudizio definitivo circa l’irriformabilità dell’Ue:  hanno invitato  le forze politiche della sinistra a non continuare ad alimentare un sogno che è diventato un incubo, a riconoscere con nettezza che purtroppo questa è l’Europa della deflazione salariale, unico e vero obiettivo perseguito con determinazione dalla tecnocrazia di Bruxelles e Berlino in vista di un riequilibrio «verso il basso» della compagine continentale. Nella gabbia liberista dell’euro, la sinistra muore; per quanto impervio, occorre intraprendere con urgenza un percorso per il superamento della moneta unica e del connesso assetto istituzionale. Questo propone il Pci.

Per questo, in Europa, si è fatta largo la necessità di pensare a un Piano B di superamento dell’Ue e dell’euro (che non attenda indefinitamente e invano risposte alla richiesta di un Piano A di riforma della stessa Ue e delle sue regole: richiesta in realtà improponibile anche alla luce delle modalità di una votazione che prevede l’unanimità).  E ci si è impegnati a individuare un concreto cammino per uscire «a sinistra» dall’impasse, con una chiara linea di rottura: c’è oggi una sensibilità potenzialmente ampia che  guarda con favore a un superamento dell’Unione europea, auspicando un’Europa che, dall’Atlantico agli Urali, sia «un’Unione intergovernativa di sovranità nazionali democratiche». Sarà bene dare ad essa più solide gambe politiche.

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