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NAVI MILITARI USA NELLO STRETTO DI HORMUZ: COSA CI FANNO LI’?

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di Fosco Giannini

In questi giorni centinaia di migliaia di iraniani sono scesi in piazza, a Teheran ed in altre città e villaggi dell’Iran, sia per commemorare il quarantennale della rivoluzione khomeinista che per rispondere all’ennesimo attacco USA contro l’Iran, un attacco che oggi si scatena a partire dalle volgari manipolazioni che l’Amministrazione Trump opera sui fatti che vanno accadendo nel Golfo di Oman. In tutte le manifestazioni sono stati issati manifesti e striscioni con le gigantografie di Khomeini e dell’attuale ayatollah Ali Khamenei.
Quarant’anni fa, l’11 febbraio del 1979, dieci giorni dopo il trionfale ritorno dall’esilio dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il popolo iraniano portava a termine la propria, grande rivoluzione antimperialista, cacciando lo scià Reza Pahlavi e i suoi padroni americani dall’Iran. L’immensa ricchezza data dal petrolio e dal gas naturale si trasferiva dalle multinazionali USA al potere rivoluzionario iraniano e al popolo iraniano. Una nuova politica estera, antimperialista, anti israeliana e filo palestinese, iniziava ad essere dispiegata dal governo iraniano, una politica che cambiava radicalmente l’intero quadro geopolitico del Medio Oriente, a sfavore degli USA e di Israele. Da allora, da quell’11 febbraio 1979, dalla fuga dello scià di Persia, gli USA non hanno più smesso di pensare ai modi attraverso i quali destabilizzare e far cadere la rivoluzione khomeinista.
Come ha scritto in questi giorni su “Nigrizia” l’intellettuale Mostafa El Ajoubi, “L’Iran occupa una posizione geografica nevralgica nello scacchiere internazionale. Per chi vuole dominare il mondo (economicamente e militarmente) è fondamentale addomesticare chi governa i paesi del Medioriente/Golfo Persico. Ed è ciò che sta cercando di fare la Casa Bianca da 40 anni nei confronti di Teheran. Gli Usa provarono invano a piegare gli iraniani con una guerra per procura affidata all’Iraq di Saddam Hussein tra il 1980 e il 1988. È dal 1979 che impongono sanzioni ed embarghi contro gli iraniani, ma finora questi strumenti non hanno funzionato; anzi, nel frattempo il peso geopolitico di Teheran è cresciuto notevolmente. Ma i falchi dell’establishment americano (sia repubblicani che democratici) non mollano la presa. Il presidente Trump ha decretato nel maggio del 2018 l’uscita del suo Paese dall’accordo con l’Iran sul nucleare e da allora le sanzioni contro Teheran sono aumentate a dismisura. L’obiettivo attuale del governo americano è quello di portare a livello zero le esportazioni iraniane di petrolio e gas naturale, sulle quali si basa principalmente l’economia del Paese”.
Ma proprio come si constata in questi giorni di commemorazione rivoluzionaria, sia il potere che il popolo dell’Iran non si piegano sotto le minacce nordamericane. E durante le manifestazioni, netta è stata anche la posizione assunta dal Presidente iraniano Hassan Rohani, che in piazza Azadi, a Teheran, così ha affermato: “L’Iran, di fronte alle minacce degli USA, è determinato a rafforzare il proprio potere militare e il proprio programma missilistico, nonostante le pressioni esercitate da Paesi ostili per indebolire la difesa iraniana. Non abbiamo chiesto e non chiederemo il permesso di sviluppare i diversi tipi di missili. Porteremo avanti il nostro impegno e il nostro potere militare e il complotto Usa contro Teheran fallirà. E’ in corso un complotto degli Stati Uniti, di Israele e degli stati reazionari del Medio Oriente, ma il nemico non raggiungerà mai i suo obiettivi. La presenza del popolo oggi nelle strade di tutta la Repubblica islamica d’Iran mostra che il nemico sarà sconfitto”.
E’in questo quadro generale e quarantennale di attacchi e minacce USA contro l’Iran che vanne lette anche le ultime questioni legate al Golfo di Oman e allo Stretto di Hormuz.
In questi giorni la Casa Bianca ha inviato all’intero mondo un video attraverso il quale si vorrebbe dimostrare “la pratica di guerra dell’Iran”: in questo video una presunta motovedetta iraniana, in pieno giorno, sembra rimuovere -dicono gli americani- dalla fiancata di una petroliera una mina inesplosa per cancellare la stessa provenienza iraniana della mina.
Noi ormai sappiamo come la costruzione fatta ad arte dei “casus belli” sia una consuetudine dell’intera strategia militare americana. I “casus belli” inventati dagli USA per aprire una guerra contro “i nemici” hanno segnato l’intera storia americana e sono stati utilizzati contro gli inglesi nel 1773, contro gli indiani nella “Missione Alamo”, nella Guerra hispano-americana, nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale, per l’invasione di Grenada, nell’agosto del 1964 nel Golfo del Tonchino per motivare la guerra contro il Vietnam, attraverso “la pistola fumante” per aggredire e distruggere l’Iraq.
Ora è la volta dello Stretto di Hormuz. Che il motivo per lanciare le più dure accuse contro l’Iran, con minacce di guerra, sia per gli USA quel video in cui sembrerebbe che la motovedetta iraniana disinneschi una mina iraniana dallo scafo di una petroliera occidentale (non di notte, ma in piena luce) sembra proprio un insensato eccesso di furbizia degli USA, che evidentemente contano sulla grande credulità della parte di mondo da essi egemonizzata. Il punto è che questo Iran proprio non vuole piegarsi agli ordini USA. E, al di là del “casus belli” messo in campo dagli USA nello Stretto di Hormuz, cosa sta accadendo in quella parte del mondo? Balzac asseriva che “il desiderio di originalità è una perversione della cultura piccolo borghese”. Dunque, possiamo non cercare l’originalità a tutti i costi ed affidarci, per capire cosa stia accadendo nello Stretto di Hormuz, all’analisi puntuale di Manlio Dinucci, cercando piuttosto di divulgarla. Scrive Dinucci: “Con queste “prove”, che costituiscono un vero e proprio insulto all’intelligenza, Washington cerca di camuffare lo scopo dell’operazione. Essa rientra nella strategia per il controllo delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale e dei relativi corridoi energetici. Non a caso nel mirino degli Stati Uniti vi sono l’Iran e l’Iraq, le cui riserve petrolifere complessive superano quelle dell’Arabia Saudita e sono cinque volte superiori a quelle Usa. Le riserve iraniane di gas naturale sono circa 2,5 volte quelle statunitensi. Per la stessa ragione è nel mirino Usa il Venezuela, il paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo. Di primaria importanza è il controllo dei corridoi energetici. Accusando l’Iran di voler “interrompere il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz”, Mike Pompeo annuncia che “gli Stati Uniti difenderanno la libertà di navigazione”. In altre parole, annuncia che gli Stati Uniti vogliono controllare militarmente questa zona chiave per l’approvvigionamento energetico anche dell’Europa, impedendo anzitutto il transito del petrolio iraniano (a cui l’Italia e altri paesi europei non possono comunque accedere liberamente a causa del divieto Usa). Dall’Iran avrebbe potuto arrivare in Europa anche gas naturale a basso prezzo per mezzo di un gasdotto attraverso Iraq e Siria, ma il progetto, varato nel 2011, è saltato in seguito all’operazione Usa/Nato per demolire lo Stato siriano. Dalla Russia avrebbe potuto arrivare direttamente in Italia, e da qui essere smistato in altri paesi europei con notevoli vantaggi economici, gas naturale per mezzo del South Stream attraverso il Mar Nero, ma il gasdotto, già in fase avanzata, è stato bloccato nel 2014 sotto pressione degli Stati uniti e della stessa Unione europea con grossi danni per l’Italia. E ’invece andato avanti il raddoppio del Nord Stream, che fa della Germania il centro di smistamento del gas russo. Successivamente, in base all’accordo di “cooperazione strategica Usa-Ue in campo energetico” stipulato nel luglio 2018, le esportazioni Usa di gas naturale liquefatto (Lng) nella Ue sono triplicate. Centro di smistamento è la Polonia, da dove il “gas della libertà” arriverà anche in Ucraina. L’obiettivo di Washington è strategico: colpire la Russia sostituendo in Europa al gas russo quello statunitense. Non c’è però alcuna garanzia né sui prezzi, né sulla durata delle forniture Usa di gas, estratto dagli scisti bituminosi con la tecnica del fracking ambientalmente disastrosa”.
Non c’è bisogno di commentare ulteriormente. Possiamo aggiungere sola una notazione: si tenta di sollevare uno scandalo internazionale e un allarme mondiale per il fatto che in una zona così strategica come il Golfo di Oman, ai confini dell’Iran, operino navi militari iraniane. Mentre nessun allarme, nessuno stupore si levano per il fatto che in quest’area del mondo, lontana come la luna dagli USA, ci sia una folta presenza di navi militari USA. Cosa ci fanno lì? Controllano il mondo con i cannoni.

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