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Nota della Segreteria nazionale del Pci

La crisi del governo Conte è un dato di fatto, e lo stesso potrebbe presentarsi dimissionario, od essere sfiduciato, in Parlamento, già dall’inizio della prossima settimana.
Tante le ipotesi che si rincorrono sul cosa potrebbe succedere successivamente ad opera del Presidente della Repubblica, al quale competono le scelte in materia.
Tra quelle più accreditate un governo di transizione o la permanenza di quello attuale fino alle elezioni, per molti, in questo caso, già ad Ottobre.
Che il governo Conte sia giunto al termine dopo 14 mesi è per il PCI una buona notizia, e che si riconsegni al più presto possibile la parola agli elettori la scelta migliore.


La genesi del governo Conte è nota: all’impasse conseguente all’esito del voto del Marzo 2018, si rispose con un inedito e per tanta parte imprevedibile “Contratto di governo” tra Lega e Movimento Cinque Stelle.
Due forze politiche assai diverse tra loro: una dichiaratamente di destra, con marcate pulsioni razziste e con una evidente propensione nazionalista più che sovranista, l’altra dichiaratamente né di destra, né di centro, né di sinistra, autodefinitasi anche interclassista e post ideologica.
Due forze accomunate da un marcato approccio populista, che in nome del fare ha finito con il porre anche pesanti interrogativi circa gli assetti democratici dati.
E’ un dato di fatto che nel tempo, in particolare a seguito dell’esito del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, le politiche del governo Conte si siano sempre più evidenziate a “trazione leghista”, marcatamente di destra: emblematici al riguardo gli orientamenti relativi all’immigrazione, alla finanza, all’economia; un approccio politico che, con la questione dell’autonomia differenziata, arriva perfino a porre in discussione la stessa unità statuale.
E’ altresì un dato di fatto che il Movimento 5 Stelle abbia finito con il rincorrere la Lega e con il perdere quella presunta carica di rottura della quale, a torto, in tanti l’avevano accreditato.
Se la vicenda No TAP e quella No TAV dicono tanto al riguardo, emblematiche risultano essere, da ultimo, la grave decisione del M5S di votare a favore delle candidate ai due ruoli apicali dell’Unione Europea e l’approvazione congiunta del decreto sicurezza che, accanto al tema immigrazione, ha posto in evidenza un’inquietante torsione autoritaria nella concezione e gestione dell’ordine pubblico.

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Più in generale Lega e M5S hanno dimostrato nei fatti lo scarto tra quanto promesso in campagna elettorale e quanto realizzato nei fatti, anche relativamente alla previdenza ed all’occupazione, i cui provvedimenti si sono rivelati allo stato poco più che “pannicelli caldi”.
Uno scarto tra il dire ed il fare che si è manifestato anche relativamente ai contenuti del cosiddetto“Contratto di governo”.
La ricerca della responsabilità circa il fallimento dell’esperienza di governo gialloverde è all’ordine del giorno, ma a noi questo non interessa, non può interessare.
Ciò che conta è il superamento di una pessima pagina della storia repubblicana, una pagina all’insegna della ricerca del consenso comunque, del sì a tutto ed al contrario di tutto, che ha evidenziato l’assenza di un progetto per il Paese in grado di rispondere per davvero ai bisogni dei cittadini, che continuano a misurarsi con gli effetti della crisi capitalistica, delle politiche scelte per governarla, che oltre alle responsabilità conclamate dei governi di centrodestra e di centrosinistra che si sono succeduti alla guida del Paese, non possono che annoverare anche quelle di Lega e Movimento Cinque Stelle.


Lo sbocco alla crisi di governo in atto che per tanti si prefigura, ossia una forte affermazione della destra, non può non rappresentare un forte elemento di preoccupazione, specialmente per quanto riguarda il prossimo attacco alla Costituzione che si annuncia, con l’autonomia differenziata, la flat tax e un riforma in senso presidenziale delle istituzioni. Uno scenario che delinea uno Stato “massimo” ed autoritario nella gestione della vita pubblica e “minimo” nell’intervento nella vita economica del Paese.

Più di un interrogativo è riferibile al valore dell’alternativa in campo, per molti rappresentata dal Partito Democratico, che pure attraversa una indubbia crisi, la cui piena accettazione del liberismo come prospettiva politica ha codeterminato la situazione attuale.
Certa è una condizione profondamente critica del fenomeno rappresentato dal Movimento Cinque Stelle, ormai una sorta di meteora nel panorama politico italiano.
Noi, i comunisti, siamo e saremo in campo per un’alternativa alle politiche in atto, alle politiche allo stato prospettate, in quanto non rappresentano la risposta ai bisogni del mondo del lavoro, delle masse popolari, del Paese.
​Ciò che serve è voltare pagina per davvero, ossia un progetto di reale cambiamento, politico e sociale, per l’Italia, che passa innanzitutto attraverso il rilancio del ruolo dello Stato nella finanza e nell’economia, la rottura con la centralità del mercato, con la sudditanza euroatlantica dell’Italia, con l’acquiescenza ai diktat dell’Unione Europea, con la cultura liberista imperante, alla quale i fatti dimostrano che anche il governo Conte, le forze che vi hanno dato vita, si sono largamente assoggettate.
Va in tale direzione l’appello “Per l’unità comunista entro un fronte della sinistra di classe” lanciato dal PCI nei giorni scorsi, l’attenzione ad esso che da più parti si è manifestata.


Nelle prossime settimane il partito sarà quindi impegnato ad allargare tale processo unitario, a promuovere iniziative, a carattere generale e particolare, atte a sostanziarlo, nella convinzione che ciò è funzionale ad affermare le risposte necessarie alla crisi in atto.
Un’alternativa è possibile oltre che necessaria.
Voltare pagina si può, si deve!

Roma, 9 Agosto 2019

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