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L’Austria instabile. I Verdi verso il governo con i popolari?

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di Lorenzo Battisti, Dip. Esteri Pci

Per molti anni, gli articolisti del Corriere della Sera e di Repubblica hanno dipinto il nostro paese come la patria dell’instabilità, caratterizzato dai governi balneari che duravano lo spazio di un’estate e da elezioni continue. Una visione errata e soprattutto estrapolata dal contesto in cui la nostra democrazia si muoveva, all’interno di un mondo diviso dalla guerra fredda. E per spingere gli italiani verso riforme autoritarie e antidemocratiche della nostra democrazia e della nostra Costituzione, si portava ad esempio la stabilità dei paesi d’oltralpe. Da qualche anno, la realtà si sta premurando di smentire platealmente le corbellerie diffuse a piene mani negli ultimi decenni. Paesi come la Svezia vengono rette da governi di minoranza, o, come in questo caso, un paese come l’Austria si vede attraversato da scandali ed è portato al voto prima della fine del mandato naturale del parlamento.

Il risultato è un ulteriore spostamento a destra di un paese già estremamente conservatore.

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        L’Austria: dalla neutralità a un nuovo imper(ialism)o austro ungarico

L’Austria ha una posizione particolare nella geografia economica e politica europea. Ha forti legami produttivi ed economici con la Germania e in particolare con il Lander più industrializzato, quello della Baviera. Al contempo ha ereditato dall’impero Austro-Ungarico una larga influenza sui paesi dell’Est europeo, che è stata ricostruita dopo il 1989. Da un lato le imprese austriache, così come quelle tedesche, utilizzano la manodopera di questi paesi per le proprie produzioni industriali (delocalizzando al pari di quelle tedesche), dall’altro importano migliaia di lavoratori ogni anno per farli lavorare nei servizi locali, specie nella ristorazione, nei trasporti, nelle pulizie etc. Una prova di questo flusso di immigrazione è l’evoluzione della popolazione di Vienna, che dal 1990 ad oggi ha guadagnato 400’000 abitanti, con una progressione di quasi il 30%.

Da un punto di vista sociale questo ha messo a dura prova il tessuto sociale del paese. Da una parte si è assistito a una deindustrializzazione simile a quella vissuta da altri paesi, con la perdita di lavori produttivi e operai; dall’altro vi è stata una maggiore competizione per i lavori nei servizi di basso livello, dovuta all’afflusso di lavoratori dell’est e dalla Turchia. Un gioco perfettamente studiato per fare esplodere la situazione sociale, a cui si sono aggiunte le politiche socialdemocratiche, prima, poi quelle della Grande Coalizione, tese a ridurre fortemente e progressivamente le protezioni sociali.

Un esempio significativo è il crescente disagio abitativo nella città di Vienna. Sebbene la città abbia una forte presenza di case popolari, pari al 30% delle abitazioni totali (a cui sia aggiungono altre forme di abitazioni cooperative), gli sconvolgimenti degli ultimi 20 anni, con l’afflusso di lavoratori stranieri sta generando conflitti per l’assegnazione.

Queste evoluzioni, tanto politiche che sociali, avevano portato l’Austria ad essere, insieme all’Italia di Bossi e di Fini, uno dei primi paesi in cui l’estrema destra aveva destato preoccupazioni. Nelle elezioni del 1999 l’FPO, il Partito Liberale di Haider, aveva ottenuto un successo improvviso e inatteso alle elezioni, diventando il secondo partito davanti ai popolari e provocando la reazione degli altri paesi d’Europa.

Da un punto di vista internazionale, l’Austria è un paese neutrale, che non ha aderito alla Nato. Una neutralità che è stata utilizzata durante la guerra fredda per influenzare i paesi dell’Europa orientale, e sui cui si sono costruite la basi e le relazioni utilizzate in seguito per sfruttare economicamente questi paesi. Questa neutralità, iscritta nella Costituzione, non ha impedito al paese di intervenire all’esterno (e quindi non solo a difesa dei confini) per difendere i propri interessi, specie nei Balcani, questa volta insieme alla Nato (con cui l’Austria collabora dal 1995 all’interno del Partnership for Peace[1]).

Questa situazione ha permesso all’Austria di fungere da paese “di mezzo”: da una parte era un paese capitalista occidentale, inserito nelle relazioni europee; dall’altro la neutralità permetteva di mantenere legami tanto con l’Unione Sovietica che con altri paesi del blocco socialista. Una posizione che è cambiata poco dopo l’89. Infatti, mentre l’esercito austriaco è stato impegnato nei Balcani e in Libano, ha mantenuto legami con quello russo e ha mantenuto con questo relazioni di cooperazione militare.

Si può quindi osservare che, dietro la neutralità austriaca, vi è un attivismo economico, politico e militare sempre più spinto, volto a sfruttare i paesi dell’Est, a utilizzarne la manodopera e a metterla in concorrenza con quella austriaca e a utilizzare lo strumento militare in maniera mirata per difendere gli interessi dei monopoli austriaci in Europa. In particolare va osservata la diffusione delle banche austriache nei paesi est europei e nei Balcani.

        Da Haider a Strache. Come l’estrema destra ha influenzato popolari e socialdemocratici

Il risultato di Haider del 1999 è quindi l’effetto dei cambiamenti in atto in Austria, tanto sul piano interno che sul piano internazionale. Nonostante il cordone sanitario messo in piedi dall’Ue, l’estrema destra non ha cessato di influenzare il paese, arrivando a spostare le posizioni degli altri partiti. In questi 20 anni tutto il quadro politico austriaco si è spostato a destra.

L’FPO, il Partito Liberale Austriaco, è stato in realtà il partito tradizionale dell’estrema destra austriaca, quello che, insieme al Partito Socialdemocratico, ha accolto i nazisti dopo il 1945. Dopo la fine della guerra fredda, e in vista di una politica di “neutralità attiva”, l’FPO è diventata lo strumento dei monopoli austriaci per promuovere posizioni nazionaliste tra la popolazione, tali da dividere i lavoratori tra austriaci e immigrati, e di promuovere una nuovo attivismo verso l’esterno. In particolare sono state rilanciate le posizioni pangermaniste di avvicinamento alla Germania e sono state riprese le mire sul Tirolo italiano.

Dopo il fallimento del governo con i popolari, anche a causa della reazione degli altri paesi europei, Haider ha intrapreso un percorso di moderazione delle forme, simile a quello adottato (quasi 10 anni dopo) dal Fronte Nazionale francese con Marine Le Pen. La lezione che Haider aveva appreso dalla breve esperienza di governo era che, se voleva evitare l’ostilità degli altri paesi, era necessario cambiare la forma e diventare maggiormente istituzionale, pur mantenendo politiche ed obiettivi tradizionali del FPO. Questo lo portò (insieme a tutta la compagine ministeriale del suo partito), poco prima della sua morte in un incidente stradale, ad uscire dal suo stesso partito per formare il BZO, una mossa che serviva proprio per rimarcare la rottura con il passato. Solo una piccola parte del partito lo seguì, mentre la grande maggioranza rimase nel FPO.

Nei 10 anni successivi la FPO ha avuto una crescita continua sotto la guida del novo leader Strache, che ha effettuato un’inversione a U rispetto alla direzione intrapresa da Haider: l’immigrazione al centro del discorso, soprattutto contro la parte islamica e opposizione all’Unione Europea. Il punto finale di questa crescita sono state le elezioni presidenziali del 2016, in cui il candidato della FPO Norbert Hofer risultò il candidato più votato del primo turno, per poi perdere al ballottaggio con il candidato dei Verdi, sui cui confluirono tutti i voti degli altri partiti.

Il partito ha conservato il proprio programma, quasi immutato negli anni, aggiungendo al “prima gli austriaci” (riguardo a pensioni, case popolari, scuole etc) un invito alla democrazia diretta in contrapposizione alla burocrazia europea, una decisione presa per rispondere al vento populista che spirava in Europa. Ma il vero successo è stato quello di portare gli altri partiti a sostenere le posizioni della FPO: l’immigrazione è diventata centrale nei programmi dei socialdemocratici e dei popolari, anche se le risposte sono più mitigate per i primi, mentre per i secondi ricalcano da vicino quelle degli alleati di governo. Questo è tanto vero che, alle ultime elezioni, alcuni socialdemocratici avevano proposto un governo insieme all’FPO.

Se si osservano le politiche applicate negli ultimi due anni dal governo austriaco, si può osservare un marcato segno di classe. La più importante è stata una riforma del lavoro talmente radicale da portare i moderati sindacati socialdemocratici in piazza: con la nuova legge sarà possibile per i padroni imporre giornate di 12 ore e settimane lavorative di 60 ore. Il lavoratore avrà il diritto di rifiutare, ma si sa poi cosa gli può succedere. O ancora, in maniera simbolicamente chiara, hanno aumentato il numero dei rappresentanti padronali nel consiglio di gestione della mutua sanitaria pubblica: ora i lavoratori sono minoranza, e i padroni potranno decidere da soli quanto e come spendere. O ancora, l’abolizione dell’assistenza per i disoccupati di lunga durata (le persone di mezza età in particolare) che porterà nella povertà 100’000 austriaci. Queste riforme dovrebbero essere chiare su quale versante di classe si situano i “sovranisti” europei.

Lo scandalo Ibiza e il ritorno al voto: crollo dei liberali, crescita per popolari e verdi
 

L’Austria, paese esempio di stabilità secondo i nostri quotidiani padronali, è diventata improvvisamente instabile come i paesi mediterranei. E proprio il mediterraneo ha portato un vento di instabilità.

La caduta del governo Kurz infatti è stata causata dalla rivelazioni di intercettazioni clandestine fatte a Ibiza nel 2017 (quando l’FPO era all’opposizione) in cui il leader della FPO discuteva con una sedicente figlia di un oligarca russo dei finanziamenti illeciti al proprio partito in cambio della svendita di patrimonio pubblico e di privatizzazioni. Questo ha causato la crisi di governo la conseguente indizione delle elezioni.

Il primo effetto è stato un aumento dell’astensione, con 300’000 austriaci che non sono andati a votare (-5%, con un’affluenza che resta alta, intorno al 75%). Ma a perdere è stato soprattutto l’Fpo che perde in percentuale il 10%, pari a circa 600’000 voti, passando dal 26% al 16% e da 1,3 milioni di voti a 770’000. A guadagnare sono i popolari dell’OVP che passano da 1,5 milioni a 1,7 milioni di voti (e dal 31,5% al 37,5%). Aumentano anche gli ultraliberali del Neos (partito ultraliberale fondato nel 2013) che guadagnano 120’000 voti e passano dal 5,3% all’8,1%.

I veri vincitori di queste elezioni sembrano essere però i Verdi, che passano in due anni da 190’000 voti (e zero eletti), ai 660’000 voti (26 deputati), con un passaggio in percentuale dal 3,8% al 13,9%. In questa ascesa ha contato sicuramente il fenomeno Greta, che ha contribuito a spostare parzialmente il dibattito verso temi lontani da quelli relativi all’immigrazione verso temi cari ai Verdi. Ma questi hanno beneficiato anche del fatto di essere diventati il partito anti-FPO, dopo che il proprio candidato Van der Bellen è diventato il presidente austriaco sconfiggendo i liberali. Davanti a un sistema che appare corrotto e sempre più razzista, i Verdi hanno raccolto un voto di sinistra e populista, che ha favorito chi era fuori dai giochi politici e che poteva portare un vento nuovo, tanto sulle politiche, quanto sulla moralità pubblica.

I grandi sconfitti da queste elezioni sono i socialdemocratici della SPO, che perdono 340’000 voti e passano dal 26,9% al 21,2%. I socialdemocratici pagano la propria strategia di inseguire il dibattito sull’immigrazione, dettato dalla destra, senza dire nulla di diverso, ma cercando di presentare propose appena più moderate. Inoltre, sebbene fossero all’opposizione, sono apparsi comunque parte dell’establishment e corrotti al pari degli altri. Negli ultimi anni (così come nei decenni precedenti) infatti sono stati coinvolti in episodi di grande corruzione, che nella situazione economica odierna, caratterizzata da sempre maggiori ristrettezze economiche per il ceto medio e per i lavoratori, gli è risultata fatale.

I comunisti austriaci nuovamente verso una nuova Bolognina?

I comunisti del KPO erano presenti alle elezioni su tutto territorio nazionale: questo è un risultato non piccolo, per un partito che, non essendo parte del Parlamento, è obbligato a raccogliere quasi 3’000 firme in meno di un mese. Il fatto quindi che i comunisti siano riusciti anche questa volta a essere sulla scheda è una sfida vinta in un sistema politico che cerca da sempre di escluderli. Come alle scorse elezioni i comunisti austriaci hanno deciso di aprire la lista a candidature provenienti da altre realtà e a candidati non iscritti al partito. In particolare è continuata la collaborazione con i Giovani Verdi che da anni hanno rotto i legami con il partito per via delle posizioni troppo liberali in economia. Inoltre nel Lander della Stiria, la gioventù comunista (su posizioni leniniste come il KPO di questo Lander), sebbene abbia rotto le relazioni con il partito, ha sostenuto la lista del KPO e vi ha partecipato con un proprio candidato. Per questo è stata mantenuta il nome della lista adottato nel 2017 di KPO+.

I risultati purtroppo non sono stati quelli attesi. Il partito ha perso ancora voti, tanto in percentuale che in termini assoluti: il KPO passa dai 39’000 voti del 2017 (0,8%) ai 32’000 del 2019 (0,7%). Ma il risultato risulta ancora più difficile se lo si raffronta con quello del 2013, quando invece il KPO da solo ottenne uno dei migliori risultati da decenni, con 48’000 e l’1,03%. Escluso dai dibatti mediatici (compreso quello della televisione pubblica) è stato vittima dell’invito a salvare la democrazia sociale (cioè a sostenere la SPO) e a portare i Verdi in parlamento. Questa volta le perdite sono state consistenti soprattutto a Vienna (in favore dei socialdemocratici) e in Stiria (dove alle elezioni locali il KPO elegge consiglieri da tempo con percentuali intorno al 5%, con punte del 20% nella capitale Graz). Questo mostra come non si sia riusciti a costruire un nesso tra le politiche portate avanti con successo a livello locale (in favore delle case pubbliche, dell’integrazione, etc) e quelle nazionali. In questo è il livello nazionale che sembra agire da freno, rifiutando di raccogliere le novità positive in termini di analisi e di militanza che provengono dalla parte più avanzata del partito.

Il partito austriaco si muove in un ambiente sicuramente difficile, in un paese caratterizzato da decenni da una prevalenza conservatrice e anti comunista (specie tra i socialdemocratici), che ha egemonizzato tutti i settori della società, compreso il sindacato dove (a parte la corrente di sinistra) sostiene la moderazione e la pace sindacale come richiesto dai vertici socialdemocratici. Ma ha anche il vantaggio di essere l’unico partito di sinistra in Austria e di aver mantenuto il proprio nome e la propria organizzazione dopo l’89. Da ormai quasi due decenni il KPO è parte integrante della Sinistra Europea, contribuendo in maniera significativa al progetto. Questo è stato utilizzato da una parte del partito e della dirigenza per cercare di andare verso la formazione di una Linke austriaca, un processo sostenuto da continui scambi politici e dal tentativo di riproporre in Austria lo stesso modello. A differenza della Germania però qui non esiste una sinistra socialdemocratica disposta a cambiare percorso, non c’è una sinistra sindacale abbastanza forte da sostenere tale progetto, e, appunto, non ci sono altre forze di sinistra da unire. Per cui, nonostante una volontà neppure troppo nascosta, il progetto della Linke austriaca non riesce a realizzarsi, lasciando così il KPO senza una chiara prospettiva politica e indebolendolo anche nei suoi punti forti. Nonostante questa situazione alcuni dirigenti si sono lanciati, la sera delle elezioni, ad auspicare ancora una volta la costruzione di un partito di sinistra in Austria. Per il momento, la posizione ufficiale del KPO, così come delle altre organizzazioni che hanno sostenuto la lista KPO+, è quella di continuare l’esperienza.

Il Pda, il Partito del Lavoro, ha scelto di non partecipare alle elezioni, preferendo continuare nella strategia di radicamento ed evidenziando la deriva del Kpo.

I Verdi al governo?
 

Il risultato delle elezioni ha premiato certamente l’OVP, ma questa non ha raggiunto da sola il numero di deputati necessari per poter governare da sola. Da un punto di vista matematico e politico tutte le opzioni sono possibili e, a guardare le prime consultazioni, tutte sono egualmente probabili: la riedizione della Grande Coalizione con i Socialdemocratici, un nuovo governo con la Fpo (indebolita quindi con meno pretese), un governo con i Verdi.

Questa opzione non deve stupire. I Verdi austriaci, come la maggior parte dei partiti verdi europei, ha posizioni liberali in termini di economia, fisco, legislazione e intervento pubblico. Già nel 2002 si erano offerti di fare una coalizione con i popolari, un tentativo poi fallito. Oggi sono l’unico partito ad essersi presentati alle consultazioni della OVP senza precondizioni. La possibilità quindi che facciano parte di un futuro governo conservatore, è possibile. Questo permetterebbe ai popolari di continuare le politiche precedenti, svuotando così il bacino dei voti dei liberali, senza per questo soffrire dell’ostilità internazionale.

L’FPO infatti ha deciso per il momento di non partecipare alle consultazioni, cercando di recuperare dall’opposizione le posizioni perse.

In tutto questo, l’attacco allo stato sociale e alle condizioni di vita dei lavoratori austriaci continuerà, cambiando i colori al governo, magari aggiungendo un po’ di etica, ma senza cambiare nella sostanza.


[1]      https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_48901.htm

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1 commento

  1. I Verdi europei tutti, che proprio in tema di ecologia potrebbero essere una grossissima spina nel fianco nei confronti del capitalismo neoliberista, sono in realtà “giardinieri”, paladini di un ambientalismo di piccolo cabotaggio che non disturba affatto anzi supporta le politiche socio-economiche dell’austerity voluta dai poteri forti di Bruxelles e Francoforte

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