Partito Comunista Italiano

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CINA, USA, COREA DEL NORD:PER UN’ASIA DI PACE?

di Fosco Giannini

La cosiddetta, controversa, “crisi coreana” sta forse imboccando una via volta ad una soluzione pacifica. Ogni cosa può ancora accadere e le negative spinte internazionali segnate dalle pulsioni imperialiste alla guerra non favoriscono certo facili illusioni, ma diversi sono i segnali che portano ad una speranza: è intanto ufficiale che il prossimo 27 aprile vi sarà un incontro, al confine tra le due Coree, tra il Presidente della Corea del Nord, Kim Jong-un e il Presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in. Molti segni, manifestatisi sul piano delle dinamiche internazionali, depongono a favore, e comunque non rendono inverosimile, che come frutto politico dell’incontro possa esserci addirittura un Trattato di Pace, evento che solo pochi mesi fa sarebbe a tutti apparso surreale. L’eventuale Trattato di Pace ( o solamente un documento ad esso propedeutico) sarebbe, nel contesto delle tensioni inter-coreane, un risultato di portata storica, essendo, l’ultimo patto stabilitosi tra Pyongyang e Seul, l’armistizio post bellico del 1953. Un eventuale Trattato che scaturisse dall’incontro del 27 aprile tra Kim Jong-un e Moon Jae-in rappresenterebbe la base d’un riconoscimento reciproco tra le due Coree e quindi la via per una linea di pace e di nuova cooperazione.

L’altro evento che evoca una soluzione finalmente pacifica, o il tentativo serio di prendere questa strada, è dato dall’apparentemente straordinario viaggio segreto ( e solo in questi giorni ufficializzato da Washington e Pyongyang ) dall’attuale direttore della CIA e segretario di stato USA in pectore Mike Pompeo, che nei giorni di Pasqua ( lo sappiamo solo ora) si è recato in Corea del Nord per un incontro con i più alti rappresentanti dello Stato e del Partito del Lavoro della Corea del Nord, un’azione diplomatica che ha gettato le basi reali per un incontro, a breve, tra Trump e Kim Jong-un, di cui già, rispetto alla discrezione tutta asiatica della Corea del Nord, il presidente USA parla (e straparla) ogni giorno su twitter.

Il terzo, molto possibile evento evocato in questi giorni, è poi il viaggio del Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping a Pyongyang, un viaggio che potrebbe, se intrapreso prima dell’incontro tra Trump e Kim Jong-un, rappresentare un formidabile viatico per rendere positivo il successivo incontro tra Trump e il leader della Corea del Nord e, se fatto successivamente a questo, potrebbe suggellare invece, con grande risonanza mondiale, l’eventuale sbocco positivo dell’incontro tra il presidente USA e il suo omologo nord coreano. Comunque vadano le cose, anche il viaggio di Xi Jinping in Corea del Nord si presenta come un ulteriore, e importantissimo, pezzo del nuovo “incastro” pacifico in Asia.

Come è stato possibile passare dalle tensioni mondiali e dai pericoli di guerra che per tutto il 2017 sono scaturiti dallo scontro politico e mediatico al calor bianco tra gli USA e la Corea del Nord a questo , seppur difficile, progetto di pace?

I meriti maggiori di questo nuovo tentativo alla via della risoluzione pacifica e negoziale dei contrasti vanno sicuramente a Pechino e a Pyongyang. Naturalmente a Pechino, poiché la via pacifica allo scioglimento anche dei più cruenti e gordiani nodi mondiali risiede, nell’ attuale ottica statuale cinese e del Partito Comunista Cinese, su di una base materiale che appare ancor più densa e più solida di qualsiasi posizione pacifista di natura “teorica” o ideale: la formidabile base materiale rappresentata dalla concezione di un ulteriore sviluppo economico, commerciale e politico cinese dato dall’estendersi mondiale delle pacifiche relazioni economiche tra Stati e Paesi, di cui la Nuova Via della Seta è l’esempio concreto più probante ( una Nuova Via della Seta che proprio per la sua intrinseca pulsione pacifica e capacità di rafforzare  economicamente e politicamente – dentro una visione di mutuo interesse tra tutti gli Stati e i popoli del mondo- non solo la Cina ma l’intera e vasta area dei Paesi in cerca di autonomia dalle forze imperialiste mondiali e “libertà internazionale”, inizia oggi ad essere invisa a parti del  fronte capitalistico – occidentale, come dimostra l’ultimo documento, critico , appunto, verso la Nuova Via della Seta, prodotto da 27 membri dell’Unione europea, che, parlando per conto terzi, ribadisce anche in questo modo una propria e smaccata subordinazione agli interessi politici e commerciali degli USA).

E’ del tutto evidente che è su questa forte base materiale volta alla costruzione di un contesto di pace mondiale ( e sulla base dell’immensa responsabilità asiatica e internazionale che poggia sulle spalle del gigante socialista cinese) che è stato possibile il viaggio che sul treno blindato ha portato, lo scorso marzo, Kim Jong-un a Pechino, all’incontro con Xi Jinping, incontro certamente risolutivo che ha poi prodotto il successivo viaggio di Mike Pompeo in Corea del Nord.

I meriti della nuova possibilità di negoziati e distensione pacifica tra le due Coree e tra la Corea del Nord e gli USA vanno, tuttavia, anche attribuiti alle politiche internazionali coreane dirette da Kim Jong-un. In questi giorni che parlano dell’importante possibilità di un incontro tra Trump e il leader della Corea del Nord, anche i più feroci caricaturisti occidentali, quelli che molto si sono divertiti a dipingere, rispettando l’infausta tradizione colonialista volta a raccontare ai popoli dell’occidente i leader -“mostri” dell’Africa, dell’Asia e del Medio Oriente, anche costoro non possono fare a meno – oggi – di riconoscere capacità diplomatiche al leader della Corea del Nord.

E’ chiaro a tutti, da questo punto di vista, quale enorme, positiva, valenza abbia assunto, nello sviluppo delle relazioni pacifiche, l’inaspettata scelta – nella fase alta dello scontro USA-Corea del Nord – di Kim Jong-un di inviare, nel febbraio del 2018, la squadra della Corea del Nord alle Olimpiadi invernali di PenPyeongChang, in Corea del Sud, e quale effetto diplomatico positivamente dirompente abbia avuto la richiesta del governo della Corea del Nord, accolta da quello della Corea del Sud, di organizzare allenamenti congiunti tra le due squadre femminili coreane di kockey su ghiaccio, sino a costruire un’unica e sola squadra per le gare olimpiche, chiara metafora di una nuova unità politica. E, naturalmente, che enorme e positiva risonanza mondiale abbia prodotto l’invio alle Olimpiadi, da parte di Kim Jong-un, della sorella Kim Yo Jong, che, a capo di una folta delegazione politico-istituzionale della Corea del Nord, ebbe modo di incontrare il leader della Corea del Sud Moon Jae-in , invitandolo a Pyongyang e da quell’invito far scaturire il viaggio reale che il leader della sud-Corea sta ora preparando. Va rimarcato il fatto, per dire della forza diplomatica messa in campo da Kim Jong-un, che era dal 1953 che nessun leader della Corea del Nord metteva piede al Sud.

Certo occorre considerare, quale elemento determinante nel processo di pace, anche la determinazione espressa dalla Corea del Nord di non capitolare sotto le potenti pressioni militari e politiche degli USA, volte a destrutturare e poi genuflettere a sé Pyongyang. Il riarmo del Giappone, in versione anticinese e anti Corea del Nord, sollecitato da Obama e ora da Trump; il rafforzamento della VI flotta militare USA nei mari del sud della Cina e nei mari delle Filippine; la continua e minacciosa mobilitazione militare dell’esercito della Corea del Sud, accompagnata, organizzata e sostenuta da generali

 e soldati statunitensi; lo stesso progetto di “scudo stellare” USA da impiantare in Corea del Sud e sui confini coreani: tutto ha dimostrato ampiamente, non solo agli occhi della Corea del Nord, naturalmente i più preoccupati, che Washington non disegnava affatto un eventuale attacco militare contro la Corea del Nord. Da qui, da questo dato pesantemente oggettivo, la parola d’ordine che ha preso sempre più corpo a Pyongyang: “Non faremo la fine di Gheddafi e di Saddam Hussein”. Da questa consapevolezza il riarmo nucleare nord coreano, che nulla ha a che vedere col contorto motto “ si vim pacem, para bellum”, poiché i missili di Pyongyang non hanno mai contenuto in sé una spinta bellica, aggressiva ed espansionista, ma hanno sempre rappresentato l’estremo tentativo di dissuasione al realistico attacco militare USA, che intanto andava dimostrando sul campo ( Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria, Ucraina) che tale attacco era molto verosimile. E’ del tutto evidente, oggi, che la prima beneficiaria di un progetto di pace sarebbe la stessa Corea del Nord, che sposterebbe grandi risorse economiche dal riarmo allo sviluppo economico.

Che la linea del riarmo nucleare di Pyongyang non avesse nulla di aggressivo ma rappresentasse solo un rafforzamento della difesa militare di un Paese oggettivamente sotto il mirino imperialista, era scritto in ogni documento politico ufficiale che la Corea del Nord emetteva al lancio di un missile e che l’intero apparato mediatico occidentale censurava e distorceva, enfatizzando e ridicolizzando, invece, le forme celebrative che i gruppi dirigenti nord coreani rendevano pubbliche di fronte al lancio dei loro missili. Forme celebrative certo discutibili agli occhi degli occidentali ( sicuri nei loro ricchi territori e nelle loro metropoli inespugnabili), ma aventi la funzione di rassicurare il popolo della Corea del Nord della possibilità di essere difeso.

In un Comunicato stampa del governo della Corea del Nord del novembre 2017 si scriveva ad esempio, e significativamente: “La via del nostro riarmo è una via difensiva e non rappresenta, dunque, nessuna minaccia per gli altri Paesi, sia lontani che della regione. La via del nostro riarmo rimarrà pacifica, purché non vengano violati gli interessi della RPDC. Questa è la nostra dichiarazione solenne!”.

Una dichiarazione solenne dalla quale emergeva il pericolo concreto di essere attaccati ( come emergeva ed emerge tuttora dalla dura realtà del quadro internazionale), la necessità della difesa e la volontà di una politica di pace. Che ora è avviata, in gran parte per merito cinese e della Corea del Nord. E che se si interrompesse lederebbe innanzitutto gli interessi dei popoli di questi due Paesi e dei Paesi in via di liberazione anticolonialista.

 

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