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PRIME RIFLESSIONI SUL FESTIVAL ELETTORALE USA

di Norberto Natali, Comitato Centrale PCI

trumpusa

La democrazia è un’altra cosa. Negli Stati Uniti, invece, c’è stata una sceneggiata presidenziale: circa  un quarto del corpo elettorale, alla fine, avrebbe “scelto” uno degli uomini più potenti del mondo.

E’ stato eletto un capitalista disgustoso, il quale riflette abbastanza bene la putrefazione della sua classe. Ha potuto vincere solo perché è uno sfruttatore, un privilegiato, arricchitosi alle spalle di tanti lavoratori.

Solo negli Stati Uniti, in questa epoca, poteva succedere che la possibile alternativa, la Clinton, fosse peggiore di lui.

Volendo essere molto semplici, a sostegno della Clinton si è determinata una vasta (quanto provvisoria e caotica) coalizione di fazioni della borghesia imperialista interessate alla strategia detta “pivot to Asia”. In buona sostanza, si tratta di quella parte (largamente maggioritaria) del capitale i cui principali interessi sono orientati verso l’area del Pacifico e dell’Asia e che vogliono alzare ulteriormente lo scontro con la Cina ed altri paesi non asserviti ad esso.

Sono, grosso modo, le forze interessate all’accerchiamento e all’aggressione della Russia e della Cina (nonché ispiratrici del golpe in Brasile) e che stanno accarezzando, sul piano militare, la strategia detta del “primo colpo”. Fa impressione che gli ambienti di Wall Street, per esempio, abbiano finanziato con 56 milioni di dollari la campagna della candidata democratica mentre al repubblicano ne sono andati appena 243.000! Per non parlare, altro esempio, dei fratelli miliardari Koch, i quali hanno finanziato con 900 milioni di dollari altri candidati repubblicani (come Rubio e Cruz) aventi programmi più somiglianti a quelli della Clinton. In rapporto a ciò, molte persone amanti della pace hanno sostenuto -semplificando un po’ troppo- che Trump era meglio di lei.

Tra costoro, molti ipotizzano che il nuovo presidente USA sarà presto assassinato. Chi scrive non ha alcun motivo, conoscendo un tantino la storia moderna, di escludere una tale eventualità. Tuttavia possono esserci altri sbocchi di questa apparente contraddizione tra gli interessi prevalenti dell’imperialismo statunitense e Trump. In primo luogo, potrebbe “ammalarsi” o, più probabilmente, incappare in gravi infortuni giudiziari (non è certo uno stinco di santo!). E’ anche molto probabile che il neopresidente intenda bene l’antifona e si adegui per non irritare troppo i rivali. Con ciò potrebbe comunque avere una qualche influenza moderatrice sugli impulsi più oltranzisti, avventuristi e guerrafondai dei circoli di potere USA.

La storia recente di quel paese ci dice che da almeno un quarto di secolo (con analogie ancor più remote) vengono continuamente eletti presidenti i quali promettono (in un senso o in quello opposto) chissà quali cambiamenti ed inversioni di tendenza, mai realizzati veramente fino in fondo.

Tuttavia le reazioni di questi primi giorni ci suggeriscono un altro possibile sviluppo. Nel primo mattino (ora italiana) di mercoledì 9, il signor Podesta (capo della campagna della Clinton) ha congedato i propri sostenitori di New York con un discorso che lasciava presagire una contestazione dei risultati elettorali (ha detto: “ci sono troppi Stati con una differenza di voti minima”) e cinque o sei ore dopo, invece, la Clinton ha riconosciuto la propria sconfitta. Può darsi che in quel breve frangente si siano confrontate diverse opzioni strategiche.

Ora vanno seguiti attentamente i fatti che il sistema di informazione sta enfatizzando al massimo, ossia le pretese, continue e diffuse contestazioni di piazza. Proprio i circoli di potere USA, negli ultimi anni, hanno sperimentato una nuova strategia di ingerenza e destabilizzazione nei paesi esteri. In alcuni casi è stata chiamata rivoluzione colorata e consiste nel finanziare ed organizzare apparenti proteste di massa con le quali “coprire” complotti e macchinazioni tese a rovesciare governi legittimi. In alcuni casi ciò ha dato luogo a gravi spargimenti di sangue, come in Siria, in altri ha avuto uno sviluppo meno cruento, come in Georgia o a Kiev (provocando, però, l’attuale guerra nel Donbass). Che qualcuno abbia in mente una sorta di “auto rivoluzione colorata”? Per non pensare, addirittura, ad una sorta di “autostrategia della tensione” in versione aggiornata.

Per noi italiani, per discutere dei nostri compiti, questa vicenda può ispirarci, per ora, due temi.

  • Il sistema di informazione. Ci ha presentato per almeno due mesi un Trump  allo sfascio, in costante e progressiva rovina. Abbiamo saputo che veniva, via via, abbandonato da suoi collaboratori, da esponenti del suo partito (fino al punto che il candidato vicepresidente avrebbe preso le distanze da lui); che aveva perso i confronti televisivi con la Clinton; che veniva costantemente contestato dalle folle, ecc.

In realtà, non c’è stato un “voto a sorpresa” bensì una campagna elettorale fatta di disinformazione e manipolazione della realtà la quale, ovviamente, ci ha fatto arrivare all’esito del voto impreparati. In questo senso, i sondaggi vi rivelano inattendibili poiché sono ormai diventati uno strumento di campagna elettorale.

  • La “sinistra”. Appare abbastanza certo è che una buona parte dei proletari che ha partecipato al voto ha sostenuto Trump. Considerando che il voto al Partito Repubblicano in quanto tale si è un po’ ridimensionato (tanto che i deputati e i senatori repubblicani sono diminuiti, pur rimanendo maggioritari nei due rami del Parlamento) se ne deduce che siano stati gli argomenti o i motivi particolari agitati dal neopresidente ad aver attratto tanti voti operai, soprattutto disoccupati o spaventati dalla disoccupazione, in particolare negli Stati a maggior concentrazione industriale.

Il ruolo della sinistra non può più essere quello di “spalla” interna al Partito Democratico. L’impostazione politica e la linea generale espressa da Sanders sono, probabilmente, tra le maggiori cause del voto proletario per il candidato repubblicano.

Il fallimento di questa “sinistra” (e della sua funzione di sottrarre il voto delle masse povere a Trump) completa il quadro derivante dall’altra grave sconfitta (politica e strategica prima che numerica) ovvero quella della “rainbow coalition” di vent’anni fa, la quale portò alla subalternità della sinistra e dei “movimenti” USA nei confronti del Partito Democratico e di Clinton (marito).

La sinistra, in tutto il mondo, è forte e credibile se è indipendente (quando non alternativa) da forze riconducibili all’Internazionale Socialista o comunque a posizioni simili a quelle dei democratici USA. Questa collocazione, poi, deve accompagnarsi  ad un saldo ancoraggio con le istanze di classe del proletariato.

Questo ci rimanda alla questione della necessità di un Partito Comunista forte, qualificato, credibile. La sinistra e i movimenti saranno i primi a beneficiarne. Anche in Italia.

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