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DEF 2018: CONTINUANO LE POLITICHE CLASSISTE DEL GOVERNO

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di  Dario Marini – Presidente Comitato regionale veneto

 

Il Documento economico e finanziario (Def) per il 2018, presentato dal Governo Gentiloni nei giorni scorsi, è lo specchio fedele dell’attuale dibattito politico in Italia. Mentre si continua a navigare a vista, in attesa di buone nuove, vengono confermate le politiche economiche classiste e antipopolari, che sono alla base dell’incapacità del nostro Paese di uscire dalla crisi. Ci si ostina a favoleggiare di una crescita economica, nella realtà praticamente impossibile, data l’attuale struttura produttiva nazionale e la dinamica dei salari, dei consumi e degli investimenti. Inoltre, non si può essere tacciati di settarismo, se si afferma che questo Def è, sotto molti aspetti, bugiardo: come si fa, infatti, a misurare in modo preciso le conseguenze di tale manovra per il 2018? La correzione dello 0,6% del deficit strutturale (nella sostanza i 20 miliardi di euro legati alle sciagurate scelte politiche di Renzi)  difficilmente potrà essere realizzata nel prossimo anno; poiché dipende delle clausole di salvaguardia  e dalla potenziale elasticità nella definizione del Pil che l’Europa vorrà concederci. Per sapere come realmente andrà a finire questa telenovela, che va avanti da troppi anni, bisognerà quindi aspettare l’autunno e la discussione sul Fiscal Compact che si affronterà, naturalmente ancora a livello di UE, in quel periodo. In tale sede, infatti,  saranno definiti  i criteri in base ai quali verrà fissato il valore del deficit strutturale e concordato il così detto Pil potenziale.

Al di là delle speranze e delle promesse fumose e contraddittorie contenute nel Def, sono sotto gli occhi dei lavoratori, dei pensionati e di tutti le classi popolari le conferme empiriche della inefficacia delle politiche di austerità, introdotte dal governo Monti e proseguite, senza una reale soluzione di continuità,  dai vari governi che si sono succeduti. Infatti la manovra correttiva pari a 4,6 miliardi di euro inevitabilmente ridurrà la crescita del Pil, e lo stesso effetto avrà il calo della spesa pubblica del 2%; in barba alle previsioni ottimistiche del ministro Padoan. La verità è che i decimali di crescita, previsti dal Governo per il 2018, resteranno nel libro dei sogni, rimandando ad un futuro indefinito il rilancio dell’occupazione e la ripresa di quelle politiche di welfare, che si davano per acquisite prima della crisi. C’è poi, come si accennava prima, la spada di Damocle della manovra correttiva, che finirà col lambire i 10 miliardi e renderà necessari gli aumenti dell’Iva e delle accise, se l’UE non aprirà i cordoni della borsa. Aumenti che, se pur quotidianamente smentiti, potrebbero avere ulteriori gravi affetti depressivi. Andrebbe addirittura  peggio se fossero toccate le agevolazioni fiscali, specie quelle poche destinate alle classi popolari. Comunque una cosa è certa: continua a mancare la benché minima volontà di ridisegnare le agevolazioni fiscali medesime, destinando i fondi stanziati agli aiuti assolutamente necessari a garantire a milioni di nostri concittadini un, seppur minimale, livello dignitoso di vita. Al di là dei proclami altisonanti, niente di efficace viene proposto sul versante della lotta all’evasione fiscale, fenomeno sempre più intollerabile in questo periodo di vacche magre. Appare evidente che, data la reiterata  scelta del Governo  di rifiutarsi di gestire la spesa pubblica in favore dei ceti popolari, nella sostanza anche il Def 2018 si ridurrà ad un taglio marcatamente classista della spesa pubblica; accompagnato – bella novità – dalla scelta di utilizzare le risorse risparmiate per garantire la riduzione delle tasse alle imprese, già fortemente favorite nell’era Renzi. I pochi provvedimenti in controtendenza appaiono solo degli specchietti per le allodole: basta fare l’esempio, tra i vari possibili, del tanto sbandierato bonus bebè, scandalosamente elargito a tutte le mamme. Perché, con un minimale buon senso, non si è voluto collegarlo all’ISEE? Escludendo chi non ne ha assolutamente bisogno, per dare di più a chi versa in condizioni di grave disagio economico e di vera e propria emarginazione sociale. Il povero Keynes si sta rivoltando nella tomba: chi ci governa continua a rifiutare ogni forma di scelta espansiva che, partendo da sostanziosi aumenti salariali, faccia crescere la domanda aggregata e crei i presupposti per il rilancio dell’occupazione. E’ quasi una nemesi storica la circostanza che oggi noi comunisti ci troviamo, nostro malgrado, a difendere le politiche economiche keynesiane. Né può consolarci il constatare che  viviamo una “fase” difensiva, per dirla con categorie leniniste.

A questo punto diventa sempre più necessario che tutte le forze politiche e sindacali, espressione di una sinistra di classe, prendano ufficialmente posizione contro il Def; denunciando tutte le bugie e le strumentalizzazioni del Governo e dei poteri forti. Ripetendo mille volte che la crisi economica nel nostro Paese è dovuta al fatto che non cresciamo da molti anni. Questo è il vero limite dell’economia italiana e non può assolutamente essere addebitato al costo del lavoro. Il vero problema è l’austerità. Non dimenticando, infine, che tutti coloro che parlano della necessità di ridurre le tasse, vogliono, nella sostanza, la riduzione dello stato sociale.

 

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