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PRIMO MAGGIO A TORINO

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di Luca Battaglia, Federazione PCI Torino

 

“Vieni o Maggio t’aspettan le genti

ti salutan i liberi cuori

dolce Pasqua dei lavoratori

deh t’affretta alla luce del sol…”

 

Torino, depredata delle fabbriche e abbandonata dal sogno olimpico, oggi lotta con una vera e propria bufera fuori stagione.

Il freddo e la pioggia non fermano, però, questo variegato popolo degli “oppressi” che ogni Primo Maggio continua a ritrovarsi, a manifestare perché i diritti non tornino ad essere concessioni patriarcali come ai tempi della canzone di sopra.

Il PCI è in piazza con le bandiere, gli striscioni, i canti e, soprattutto, le proposte per un ritorno al vero significato della ricorrenza. Una giornata che non può essere solo simbolica ma tracci un solco preciso tra chi sta con gli sfruttati e chi con gli sfruttatori.

Sfruttamento che oggi ha le sembianze di una Unione Europea sempre meno dei popoli e sempre più impegnata in un attacco al lavoro, ai salari e allo stato sociale. Attivissima in un programma di annientamento delle faticose conquiste sancite dalle costituzioni del dopoguerra e, almeno nella forma, difese vittoriosamente con il NO al referendum dello scorso Dicembre.

L’Italia affonda tra vincoli di spesa e pastoie burocratiche e il partito di maggioranza relativa riesce solo a mettersi le stellette nelle manifestazioni, indossando i panni del difensore di un’istituzione che ha oramai ben poco da dire al futuro. Quantomeno se per futuro intendiamo la maggioranza dei nostri concittadini, quelli che dal lavoro si aspettano le risorse per una vita dignitosa e non l’affermazione di chissà quale ambizione pseudomanageriale conforme ai dettami degli spot televisivi.

Durante la manifestazione (purtroppo assunta alle cronache nazionali soprattutto per la gestione ancora una volta repressiva dell’ordine pubblico) la Federazione di Torino ha invitato, con un volantino dedicato, sindacati, forze politiche e cittadini a ragionare su un futuro lontano dalle politiche liberiste e dal riarmo atlantico, per un vero internazionalismo europeo, per il ritorno al welfare e ai diritti sociali.

Parole di netta condanna al Jobs Act in Italia, alla “Loi de Travail” francese e alle controriforme dei diritti del lavoro di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Contro la riduzione del valore reale di stipendi e salari, contro cappi al collo come il pareggio di bilancio, il fiscal compact e la moltiplicazione di un sottoproletariato costretto ad accettare condizioni di impiego ottocentesche.

Prima che sia troppo tardi, che una qualche guerra riporti l’orologio della civiltà irrimediabilmente indietro, ci proponiamo come forza aggregante delle istanze di chi lavora e di chi ne è stato estromesso. La sconfitta epocale di inizio millennio deve trasformarsi nella spinta per una riscossa.

La partecipazione al nostro spezzone e l’interesse dei tanti che ci hanno accompagnato da via Po a piazza San Carlo sembrano volerci dire che sì, il nostro tempo è adesso, il tempo di un nuovo forte e grande Partito Comunista Italiano.

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