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A PROPOSITO DELLA QUERELLE ITALO-FRANCESE

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di Bruno Steri. Segreteria Nazionale PCI, responsabile Economia

Che dalla sua nascita l’Unione europea sia posta al servizio del turbomercantilismo tedesco, coi cospicui vantaggi che quest’ultimo ricava ai danni degli altri Paesi membri, è cosa che i comunisti e la sinistra di classe da tempo denunciano. La Germania della signora Merkel, grazie al prezzo competitivo delle sue merci – garantito anche dalla copertura della moneta unica – spunta a proprio vantaggio differenze record tra esportazioni e importazioni: esporta molto (anche negli altri Paesi Ue) e importa poco (anche dagli altri Paesi Ue), a seguito della moderazione salariale interna assicurata sin dal 1998 con il Patto per il lavoro siglato dal governo di Gerhard Schröder. Ciò avviene, nonostante le regole Ue pongano un limite esplicito alla forbice tra import ed export: d’altra parte, le timide “raccomandazioni” dispensate in questo caso dalla Commissione di Bruxelles non turbano di certo il governo di Berlino.

Ora è invece la Francia di Emmanuel Macron a far svegliare bruscamente il nostro centrosinistra dal suo “sonno dogmatico”, facendogli scoprire che quello magnificato dalla nostra stampa come il novello campione di europeismo in realtà pensa a farsi i fatti propri. E lo fa con una serie di pesanti sberle inflitte proprio all’Italia. Macron tira diritto per la sua strada, puntando a conquistare posizioni e a consolidare il ruolo del proprio Paese nell’ambito del duopolio franco-tedesco, anche a costo di sgarbi nei confronti di Paesi terzi. Siamo alle solite: in questa cosiddetta Unione europea, dietro la poetica dell’”integrazione” spunta la prosa degli interessi nazionali (che peraltro i singoli governi perseguono nel quadro di democrazie parlamentari ancora operanti, contrariamente a ciò che avviene al livello della tecnocrazia Ue).

Il presidente francese è intervenuto a gamba tesa su due delicatissimi contesti, destinati a incidere direttamente sui rapporti con l’Italia. In primo luogo, sul tema immigrazione, ha chiuso i porti francesi all’arrivo di profughi e sbarrato la frontiera di Ventimiglia: come a dire, si arrangino i Paesi di prima accoglienza. Contestualmente, sul fronte libico, si è mosso con spregiudicatezza a 360 gradi, anticipando il governo italiano e intessendo trattative col generale Khalifa Haftar, esponente di punta del governo cirenaico di Tobruk,  il quale con il suo Esercito di liberazione è arrivato a controllare i principali porti petroliferi e i siti di smistamento dei flussi migratori (mentre il governo italiano è fermo al riconoscimento del suo competitor, il filo-atlantico Fayez Sarraj, rappresentante del governo di Tripoli).

In secondo luogo, sul terreno della politica industriale, Macron ha bloccato e rimesso in discussione l’acquisizione di Stx France (importante azienda cantieristica di Saint-Nazaire) da parte dell’italiana Fincantieri – operazione già avallata dall’ex inquilino dell’Eliseo François Hollande – nazionalizzando “temporaneamente” l’azienda e controproponendo una compartecipazione all’azionariato 50%-50%.  In tutta evidenza la strada della difesa unica europea, rilanciata con grande enfasi nell’ultimo vertice dell’Ue, si presenta intersecata da esigenze di leadership nazionale, appunto clamorosamente emerse nello scontro tra Francia e Italia, nello specifico ambito della cantieristica navale (civile e militare).

A tale impennata “protezionista” in patria fa da contraltare l’assalto della francese Vivendi al settore italiano delle telecomunicazioni, ad oggi concretizzatosi nel controllo di Telecom-Tim e nel tentativo di scalata a Mediaset. Anche qui si profila un pesante braccio di ferro: l’italiana Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ha sentenziato (a cose fatte) l’impossibilità per il gruppo privato francese di tenere i piedi in entrambe le staffe, dando a Vivendi due mesi di tempo (peraltro già trascorsi) per rientrare nell’ambito del consentito e ritirare il proprio impegno da una delle due aziende. In gioco c’è una questione delicatissima: può un’azienda privata straniera (ancorchè appartenente all’area comunitaria) esercitare il controllo, cioè “la direzione e il coordinamento” di un asset dichiarato di interesse strategico e concernente la sicurezza nazionale?  E’ questo infatti il caso di Telecom Sparkle (controllata appunto da Tim), che gestisce un’imponente rete globale di telecomunicazioni, con centinaia di migliaia di cavi sottomarini e in fibra ottica, considerata di enorme rilievo geo-politico. L’azienda francese non si sarebbe preoccupata di notificare l’avvenuta acquisizione di Tim al governo italiano, il quale – secondo una legge comunitaria del 2012 – avrebbe avuto in tal modo la possibilità di confermare l’operazione o esercitare il diritto di veto (il cosiddetto golden power).

Questa doppia querelle tra Francia e Italia è solo l’ultimo capitolo di un progetto storico viziato sin dalla sua nascita, che lungi dall’integrare ha ulteriormente divaricato economie già diversificate, affidando alla supervisione dell’élite finanziaria continentale il latente conflitto tra capitali più forti e capitali più deboli. Di qui l’emergere di squilibri che mettono costantemente in questione l’esistenza stessa di un consesso solo in teoria retto da un sistema di regole valido per tutti i membri. Perfino il quotidiano di Confindustria finisce per sbottare:

Perché la Francia può sempre difendere le aziende nazionali dai take over (acquisizioni) stranieri, mentre l’Italia sembra avere sempre le mani legate dall’Europa? Perché l’Ilva o l’Alitalia non possono diventare aziende di stato, mentre la Francia può investire in Air France, comprarsi il colosso nucleare Areva per evitarne il fallimento o addirittura nazionalizzare i cantieri navali Stx per impedire che diventino italiani?” (A. Plateroti, Se la Golden share non è uguale per tutti, Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2017).

A tal proposito, la proposta programmatica del Pci – recentemente presentata e resa pubblica – prevede la tutela del patrimonio manifatturiero nazionale e, accanto alla costituzione di un polo pubblico del credito, la nazionalizzazione degli assets manifatturieri strategici: orientamenti opposti a quelli prescritti dai neoliberisti di Bruxelles, che non potrebbero quindi realizzarsi dentro le maglie di questa Unione europea e dei suoi Trattati. A buon intenditor…

 

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