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SICILIA, OSTIA: ALCUNE LEZIONI POLITICHE

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di Fosco Giannini e Lucia Mango, Segreteria Nazionale PCI

Sicilia, Ostia: i dati elettorali, nella loro drammatica portata sociale e politica, sono così evidenti da assumere una forma quasi plastica nella fase di questa Italia, sono così eclatanti e già “visti”, a sole poche ore dalla chiusura dei seggi, che appare quasi un esercizio superfluo quello di analizzarli.

Se lo facciamo è solo per rendere collettiva una riflessione che riteniamo necessaria.

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In Sicilia, la destra – un insieme di conservatorismo reazionario berlusconiano, razzismo leghista e neofascismo alla Fratelli d’Italia – conquista il 40% dei voti e porta alla presidenza dell’ARS il fondatore del MSI in Sicilia, il monarchico Nello Musumeci, non per niente fortemente sostenuto da Giorgia Meloni, fascista al punto che a Roma, nel quartiere della Garbatella, sulle pareti della sezione dei Fratelli d’Italia il suo nome si staglia vicino a quello del Duce, in mezzo ad inequivocabili fasci littori.

I Cinque Stelle – con tutta la loro ambiguità politica, secondo la quale “destra e sinistra non sono più categorie razionali” – arrivano secondi, col 34,6% dei consensi. C’è da chiedersi, al riguardo, quanto abbiano pescato i grillini nel ‘ventre molle’ dell’attuale senso comune di massa, con le loro posizioni forcaiole, antisindacali, antioperaie, razziste. Il centro sinistra di Fabrizio Micari, sostenuto dal PD, non arriva che al 18,5%, quasi doppiato sia dalla destra che dal M5S e la lista del PD crolla al 13,2%. La sinistra di Claudio Fava, che ha imbarcato SI, l’MDP e il PRC e che mai con chiarezza né convinzione si è dichiarato alternativo al PD e al centro-sinistra, arriva al 6,2%. Ma il dato davvero impressionante è l’astensionismo siciliano: il 53,42% degli aventi diritto non si è recato alle urne. Un segno tangibile, drammatico, di quanto le politiche antipopolari e antisociali, condotte anche dalle forze “progressiste” in Italia, abbiano sospinto verso completo disincanto vastissime aree di lavoratori e di popolo.

Ad Ostia ha votato solo il 36,1% dei votanti e questa frazione sociale minoritaria ha mandato al ballottaggio la leader della destra (30,2% dei voti) contro la leader del M5S (31,2%). Il PD, col suo magrissimo 13,7 %, è escluso dallo scontro finale, ma il vero problema è rappresentato dalla spaventosa crescita di “Casa Pound”, i fascisti, al 7.6% dei voti. Ad Ostia, nelle periferie romane, danno un nome alla politica di “Casa Pound”: “welfare nero”. Una politica, cioè, di radicamento e sostegno al proletariato e al sottoproletariato ostiense e metropolitano, una politica sociale condita dalla “vigilanza” razzista contro gli immigrati e – tipico del fascismo – dalla vicinanza col gruppo mafioso della famiglia Spada. Tuttavia nel loro agire c’è un insegnamento profondo per la sinistra e soprattutto per i comunisti: non si può aspirare ad essere “partito di massa” senza radicamento sul territorio e quest’opzione non solo deve essere centrale nell’agenda politica ma deve anche andare di pari passo con l’imperativo di organizzare il consenso di massa. Consenso che deve essere organizzato anche attraverso i “nuovi territori”, quelli della Rete, che non vanno aristocraticamente abbandonati ma che, se rimangono gli unici luoghi in cui si agisce una linea di massa, senza radicamento nei luoghi ‘reali’, non sono sufficienti a reggere la sfida del presente e del futuro.

Centrale – è la lezione che viene da Ostia – rimane l’organizzazione nei territori, il legame sociale di massa. E ciò vale anche, e a maggior ragione, per i comunisti.

Occorrerà tornare con più calma sul voto siciliano e ostiense, tuttavia alcuni dati emergono in modo così palese da consentire di rapportare razionalmente questo spaccato parziale di voto italiano all’intero trend elettorale che va segnando, in questa fase, i Paesi dell’Unione europea.

Primo: come in altri Paesi dell’Ue anche in Italia si riafferma una destra di governo, non omogenea ma che riesce quasi sempre a saldare in sé liberismo, conservazione, reazione e –questione centrale– euroscetticismo, una linea che può ondeggiare tra “euroscetticismo lieve” e critica radicale all’Ue, un moto diversificato che, per ciò che riguarda la destra italiana, va da Berlusconi a Salvini e alla Meloni. Questo mette in luce un  nodo centrale: la critica al liberismo selvaggio dell’Ue, che non viene più neppure teorizzata dalle forze socialdemocratiche, socialiste e “democratiche”, come il PD, premia l’euroscetticismo, nelle sue varie forme, moderate e radicali.

Secondo: così come in molti Paesi dell’Ue cresce anche in Italia la destra estrema, fascista, nazi fascista e “fascista del terzo millennio”. Anche in questo caso la base materiale di questa crescita omogenea e sovranazionale è alquanto evidente: aree popolari sempre più vaste di tutta l’Ue, colpite duramente nel corso degli ultimi decenni dalle politiche antisociali di Maastricht e dei Trattati europei e letteralmente abbandonate al loro destino sia dalle forze socialdemocratiche che dalle organizzazioni sindacali tradizionali, vedono – attraverso una coscienza politica sempre più confusa e debole – un punto di riferimento nell’urlo reazionario, fascista e populista. A partire da questa ricostituzione di uno zoccolo duro sociale, popolare, reazionario e fascista in tutta l’Ue possiamo affermare che grande è la colpa delle forze socialdemocratiche, “socialiste”, “progressiste” (alla maniera del PD) nell’essersi offerte quali cavalli di Troia per la penetrazione, nei vari Paesi dell’Ue, di quelle politiche antisociali e antidemocratiche dell’Ue e della BCE, che risultano “brodo di coltura” del neo fascismo di massa. Si è stati oggettivamente complici nel consentire la ricostruzione un senso comune di massa neo fascista nello stesso continente che vide la nascita del nazismo e del fascismo.

Terzo: nonostante il ruolo centrale che le forze socialdemocratiche (“socialiste”, “progressiste”) hanno giocato nella costruzione di questa Ue ultraliberista (e, anzi, proprio in virtù di ciò) esse sono giunte ad una consunzione storica probabilmente irreversibile. Una volta abbandonate le loro stesse ragioni d’essere (la redistribuzione, il keynesismo), il tentativo di riciclarsi come forze liberiste di massa si è infranto su un prevedibile scoglio: forze liberiste e di destra erano già storicamente presenti e attive e la loro originalità, agli occhi delle masse, ha avuto più “mercato” politico delle loro incerte copie.

Quarto: in tanta parte dell’Ue – come in Sicilia – i fronti collocati a sinistra delle forze socialdemocratiche senza, però, aver operato verso di esse una rottura netta, non sfondano. “I Cento Passi” di Claudio Fava, di SI, del PRC, alleandosi con l’MDP di Bersani e D’Alema, non ha potuto, oggettivamente, operare quella rottura necessaria per ricostruire prospettiva e credibilità, sia per le avanguardie che per il senso comune popolare, umiliato dalla crisi e dal liberismo duro, cui hanno partecipato da protagonisti proprio D’Alema e Bersani, ultraeuropeisti e filo imperialisti della prima ora. Se la priorità diviene l’alleanza, come obiettivo in sé, e i contenuti strategici passano al secondo posto, la sconfitta, specie in questa fase, è sicura.

Sarà certamente difficile, ma la realtà delle cose ci dice chiaramente che non vi sono alternative: se un fronte comunista, di classe, anticapitalista e antimperialista vuol davvero rinascere in Italia, non può che farlo dando vita ad un progetto strategico di resistenza e di lotta, concreto, organizzato nel Paese, di lunga durata, che non si illuda di riemergere e ricollegarsi al sentire di massa solo attraverso un piccolo, e magari anche male assortito, cartello elettorale, politicamente contraddittorio e promiscuo, un progetto che metta al centro l’autonomia dell’Italia dall’imperialismo USA e dalla NATO, la lotta contro le guerre imperialiste, per il disarmo e per l’uscita dell’Italia dalla NATO, che proponga una battaglia radicale contro l’Ue e le sue politiche derivate, dal fiscal compact al Jobs act, dalla “buona scuola” alla distruzione del welfare, dai salari alle pensioni, passando per tutte le privatizzazioni e la distruzione sociale, portate avanti anche, e talvolta soprattutto, dalle forze di “centro-sinistra” e dal PD.

Se questa è la strada per rinascere, se questi sono i terreni di scontro e le lotte che si devono organizzare per riconquistare a posizioni più avanzate quel senso comune popolare, che l’umiliazione e la sconfitta hanno sospinto tra le braccia della destra e del neofascismo o nell’astensionismo di massa, occorre affermare con chiarezza che questa linea non può essere svenduta, pena il suo snaturamento e fallimento, sull’altare di alleanze innaturali e rivolgersi, invece,  innanzitutto ai comunisti e alle comuniste del nostro Paese, ad ogni soggettività anticapitalista, alla sinistra di classe e alle forze volte alle lotte contro le guerre e il riarmo. Per non lasciare spazio ad equivoci: se la battaglia è contro la NATO, contro il riarmo, contro le guerre dell’imperialismo USA, contro le politiche dell’Ue, non è possibile costruire fronti con ‘residui’ di “centro sinistra”, con Bersani, D’Alema e Pisapia, poiché perseguire queste alleanze, per i comunisti e per la sinistra di classe, vorrebbe dire non aver compreso il senso profondo di quanto accaduto: le destre vincono, in tutta l’Ue, anche a seguito della genuflessione del “centro sinistra” liberista agli USA, alla NATO, a Bruxelles e alla BCE.

In Italia, la vecchia parola d’ordine, implicita in alleanze che possano andare dai comunisti a parti del centro sinistra liberista (o simili cose): “contro il pericolo delle destre occorre un vasto fronte di sinistra e democratico”, quella per intendersi che attraverso il richiamo al ‘voto utile’ ha azzerato la sinistra, è una parola d’odine esausta, sfinita. Poiché è proprio nelle politiche concrete del centro sinistra, che ha assunto in sé il liberismo, che va rintracciato il tratto determinante della sconfitta sociale e della regressione dell’intero mondo del lavoro.

Anche questo, se vogliamo ascoltare, ci dicono gli esiti sciagurati delle elezioni in Sicilia e ad Ostia.

 

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