Home Dai territori Gli strepitosi risultati del Jobs Act (in Veneto).

Gli strepitosi risultati del Jobs Act (in Veneto).

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di Giorgio Langella, Segretario regionale PCI Veneto

Venerdì 1 dicembre 2017, il Corriere del Veneto ha pubblicato un articolo dal titolo “I tre anni del Jobs Act in Veneto «Cresce la qualità del lavoro»” di Gianni Favero. Il sottotitolo era “Il confronto 2015-2017, oggi le assunzioni sono quasi 40mila in più. I nodi e le criticità. Il ministro Poletti: «La chiave resta la crescita»”.

La dichiarazione di Onofrio Rota, segretario generale della CISL regionale è: “In Veneto il Jobs Act ha funzionato moltissimo e anche se, con la ripresa che si è verificata negli ultimi tempi, molte assunzioni sarebbero state effettuate pure senza incentivi, oggi i contratti a termine sarebbero molti di più.”

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Affermazioni alquanto bizzarre. Specialmente per quanto riguarda la qualità del lavoro. I dati dell’INPS dimostrano qualcosa di estremamente diverso. Anche e soprattutto per quanto riguarda i primi nove mesi del 2017. Le nuove assunzioni a tempo indeterminato sono in netto calo. Il saldo tra assunzioni e cessazioni è negativo. Infatti in Veneto, nel periodo gennaio-settembre 2017, per i contratti a tempo indeterminato (che poi sono quelli a tutele crescenti che, in assenza di un articolo 18 che impedisca licenziamenti senza giusta causa, si dovrebbero definire “a precarietà senza termine noto”), le nuove assunzioni sono 69.346, le trasformazioni da contratti a termine sono 22.776, quelle da apprendistato sono 7.539 per un totale di 99.661. Le cessazioni di contrattia tempo indeterminato nello stesso periodo sono 103.504. Il saldo è, quindi, negativo di 3.843 contratti. A livello nazionale succede lo stesso. Il saldo tra nuove assunzioni e trasformazioni (contratti a tempo indeterminato) è negativo di 9.955 unità (i nuovi contratti sono 909.362, le trasformazioni da contratti a termine sono 214.819, le trasformazioni da apprendistato 56.772, le cessazioni sono 1.190.908). Inoltre, tra le nuove assunzioni, una quota considerevole è relativa a lavori intermittenti o a chiamata (e questo dimostra la precarietà diffusa anche del lavoro così detto “a tempo indeterminato”). A livello nazionale (si fa riferimento al documento “Osservatorio sul Precariato” pubblicato la settimana scorsa dall’INPS) i nuovi rappori di lavoro intermittenti o a chiamata con contratto a tempo indeterminato, nel periodo gennaio-settembre 2017, sono 37.381 (nello stesso periodo del 2016 erano 21.828).

E, sempre a proposito di qualità del lavoro, sarebbe interessante che si sapesse quali sono le retribuzioni dei nuovi posti di lavoro “creati” dal jobs act. Quante sono le partite iva che molte lavoratrici e lavoratori sono costretti ad aprire per sottostare al ricatto occupazionale? E qual è la loro retribuzione lorda? Spessissimo di qualche centinaia di euro al mese, cioè meno di 5 euro (tutto compreso) all’ora. Senza garanzie, senza tutele di alcun tipo. E quali sono gli orari e le condizioni di lavoro che lavoratrici e lavoratori che vivono tale precarietà sono costretti ad accettare? E la qualità si misura anche con i licenziamenti comunicati via sms? O nelle condizioni di sicurezza sempre più insufficiente, dal momento che la sicurezza stessa è ormai solo un costo e non un diritto?

Qual è, in poche parole, lo sfruttamento che chi vive del proprio lavoro è costretto a subire da parte di chi fa profitti?

E quando ISTAT afferma che “si consolida la crescita dell’economia italiana” a cosa si riferisce? Ai profitti o ai salari? Allo sfruttamento o al lavoro? All’aumento del fatturato o ai licenziamenti? Perché sempre più aziende licenziano, delocalizzano e chiudono gli stabilimenti lasciando sul lastrico centinaia di famiglie. Semplicemente vogliono guadagnare sempre di più e le “riforme” dei governi di questi ultimi dieci anni li favoriscono. Succede in ogni parte d’Italia e il Veneto non è esente. Basta pensare alla Lovato Gas di Vicenza.

Di cosa si parla e si scrive, allora? Si vuol far credere, forse, che il jobs act sia stata una riforma di progresso? Che ha aumentato la qualità della vita di chi vive del proprio lavoro? O, come dice il segretario veneto della CISL, che abbia funzionato benissimo? Pensare che, forse, “oggi i contratti a termine sarebbero molti di più” è qualcosa che dimostra la sudditanza di fronte al pensiero unico. Quello che vuole il capitale e il mercato unici regolatori del lavoro e divinità da venerare. La stessa mentalità che vuole lo Stato solo come finanziatore dell’iniziativa privata. Uno Stato che elargisca soldi alle imprese e si faccia da parte. Tutto si fa in funzione di garantire a qualche padrone sempre maggiori guadagni. Le miserabili concessioni che vengono fatte a chi lavora veramente, i vari bonus, i famigerati “80 euro” servono, appunto, a far credere che i governi liberisti che si sono succeduti in questi anni, abbiano a cuore le sorti di chi vive del proprio lavoro. Non è così, né può esserlo. Forse si confondono i termini. Il lavoro è un diritto, non può essere un’elemosina o una concessione del padrone. Chi vive del proprio lavoro non è un privilegiato.

Forse non è più tempo di qualche “riforma” che, apparentemente, sia “progressista”. Forse è necessaria un vero cambiamento dalle radici che stravolga le attuali priorità e che ponga lavoratrici e lavoratori (di oggi, di ieri e di domani) al centro della Politica e dello sviluppo. Ci dicono che l’Europa lo impedirebbe? Che sarebbe una rivoluzione? Ebbene, sia.

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